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Discussione: Donatella : da Burgos a Santiago

  1. #1
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    Donatella : da Burgos a Santiago



    28 giugno 2003 Milano/Pamplona/Burgos – Rabè de la Calzada (12 km)

    Linate. La frescura e la luce opaca del salone suggeriscono un autunno artificioso che mi riporta all’Irlanda. Provo un improvviso desiderio di quei luoghi, il cielo costantemente rannuvolato, l’aria densa di sospensioni acquee; ma alla pioggia, per quest’anno, ho preferito il sole ed ora mi aspettano le pianure aride, il deserto della meseta.
    Mi ha accompagnato mio fratello e questo, oltre ad essere grande segno, mi ha consentito di superare indenne la prima prova, quella dell’arrivo in aeroporto. Sono anche riuscita a far accettare il mio zaino come bagaglio a mano: insomma, tutte le banali preoccupazioni preliminari sono state superate e non so che altro aspettarmi. In realtà ci sono ancora tante cose entro cui potrei perdermi prima di iniziare: la gamba mi duole, devo fare scalo a Barcellona, arrivare a Pamplona, raggiungere la stazione dei treni, arrivare a Burgos; e anche decidere se partire da Burgos, iniziando direttamente dal tratto più difficile. Ieri la cugina della Michela mi ha detto che la meseta sarà durissima.

    *

    Scrivo sull’aereo. Dormicchiavo quando è arrivata la colazione, molto old economy: brioche, panino al formaggio ed una raccapricciante frutta sciroppata, niente a che vedere con le colazioni postmoderne della KLM o dell’AerLingus. Ho mangiato la brioche, bevuto il caffè, imboscato la bustina di zucchero e lasciato tutto il resto, poi, mezzo addormentata, ho inseguito oziosamente un pensiero dietro l’altro, ma è inutile cercare, le motivazioni affioreranno più avanti. Ho voluto fortemente questo viaggio, sin da quando ero piccola la strada ha popolato le mie fantasticherie.
    Gli oziosi allenamenti cui mi sono dedicata in questi ultimi due mesi hanno però dimostrato che il camminare è cosa diversa dall’immagine costruita fra libri e cartine; prima che nella fatica, l’avventura si sbriciola nella continua tempesta di stati d’animo, nella noia, nel contrasto fra i balzi della mente e la materiale lentezza dello spostamento.

    Di Barcellona ho scorto soltanto la sala degli imbarchi, luminosa e rassicurante. Mi piaceva stare in quello spazio rettangolare, aperto sui quattro angoli del mondo, c’era poca gente e la calma contrastava piacevolmente con la frenesia che avevo appena lasciato. In attesa del volo per Pamplona ho potuto godere delle ultime certezze mentre assaporavo la falsa tranquillità del non luogo, il pagamento anticipato, il documento di legittimazione. Non ho paura, solo un’incuriosita perplessità, o no, forse un po’ mi inquieta il pensiero di entrare nei meccanismi di questa cosa che ancora non conosco, la prospettiva di dover chiedere, di organizzarmi per dormire.
    Nel dirigermi verso il cancello ho dato una ginocchiata contro un porta-valige, devo aver sbriciolato il menisco della gamba sinistra. In generale, comunque, non mi sento affatto in forma.

    *

    Sono in un parco fresco e silenzioso accanto alla stazione di Pamplona, festeggio il mio arrivo in Navarra assaporando un jamon serrano spesso, dolce e roseo, accompagnato da pane appena sfornato, croccante e morbido. Il parco si affaccia su un fiume a ridosso delle mura della città vecchia e prosegue in una passeggiata di cui non scorgo la fine, disseminata di panchine all’ombra di alberi alti e frondosi.

    La stazione si trova in una zona periferica, il quartiere è popolare e moderno, blocchi di casermoni rossicci che non hanno nulla di pittoresco, però la gente che cammina per strada o che entra ed esce dai negozi ha un’aria serena, tranquilla. La panetteria era dentro un supermercato e la salumeria, all’interno di una sorta di spaccio molto alla buona, ma il prosciutto è ottimo e sul bancone facevano bella mostra una profusione multicolore di salsicce e sanguinacci e bei pezzi di carne rossa.

    Ora mi avvio alla ricerca di un bar, manca mezz’ora alla partenza del treno per Burgos, forse dovrei bere qualcosa e senz’altro devo pulire una scarpa.
    Non sono ancora in cammino, mi sento in una sospesa beatitudine, libera persino dalla mia stessa avventura e, in ogni caso, l’aria fresca mi fa rinascere.
    Ho bevuto un caffè al pulitissimo bar della stazione, dove mi ha servito una signora sorridente. Questi navarri, che dai racconti di Callisto mi figuravo cupi e sanguinari, si rivelano invece amabili e gentili.

    Fra un po’ arriva il treno, la banchina è già affollata, un gruppo di pellegrini ostenta pacchiane conchiglie sugli zaini. Se cerco di ricapitolare l’impressione che ho tratto da quel poco che ho visto di Pamplona, posso ricordare le case, alte come in Italia, ma con maggiori severità, ordine e pulizia, la tonalità più grigia dei muri, lo straniamento dato dalle scritte in basco, per le vie e sui manifesti, ma anche dalle insegne in stile anni settanta inserite in una struttura urbana periferica anni novanta. In un certo modo mi ricorda l’Italia della mia infanzia.
    E quelle montagne verdi e aspre appena a ridosso, a suggerire, come in un affresco medievale, la chiave di lettura delle persone e dei luoghi.
    Fino qui tutto bene, come diceva quello che cadeva dal grattacielo. Salvo la scarpa, che ho provveduto a pulire con un chiodo trovato per terra: per dirla con la Michela, sono troppo randagia…

    *

    Gli oblò e la sede profondamente incassata del binario fanno sembrare il treno un sottomarino, dal finestrino scorrono basse colline a pan di zucchero, campi di grano e boschi. Ho letto per un po’ il giallo che mi sono concessa come via di fuga, poi inizierò a studiare il cammino (con due emme). La letteratura tecnica è costituita dalla guida di Terre di Mezzo, le pagine di Luciano, il tipo del sito, con un breve resoconto di ogni tappa e gli schemi coi chilometri fra ciascuna località e le ore di percorrenza; poi le pagine in inglese di Mundicamino, che recano una descrizione più dettagliata dei percorsi, le altimetrie e le distanze per ogni singola tappa; nonché infine, l’elenco degli albergue, stampato da Jacobeo.net, preziosissimo perché riporta la distanza da Santiago per ciascuna località. La carta mi pesa un po’, ma ogni giorno getterò via la pagina relativa al percorso già compiuto, metaforico alleggerimento dal vago sapore dantesco.
    Sto attraversando una bella natura, osservo i cespugli dorati che costeggiano la ferrovia e, appena più in là, le colline coperte di boschi, eppure sento ancora l’elastico trascinarmi verso l’angoscia.

    *

    Nel momento stesso in cui scendevo dal treno ho realizzato che non avrei più messo piede su di un mezzo di trasporto per 475 chilometri.
    Mi sono affacciata sul viale alberato che dalla stazione di Burgos portava verso il centro e mi sono diretta verso la Cattedrale, lasciandomi alle spalle la ferrovia e la mia vita precedente. Ero in cammino.

    E’ sera. Dopo quasi tre ore ho raggiunto Rabè de la Calzada, un villaggio a dodici chilometri da Burgos. Non c’è nulla, salvo una bella chiesa romanica, il rifugio ed il bar dove mi trovo ora, una sorta di dopolavoro parrocchiale, uomini giocano a domino facendo crepitare le tessere sul tavolo di formica. Il mio primo giorno di Cammino si conclude come tutti i miei viaggi profani, in un bar.
    Fuori, il sole del crepuscolo bagna di sbieco i campi di grano, l’aria è fresca, alla tele diffondono Recreativo-Mallorca, la ragazza al bancone non ha capito la mia richiesta di una cerveza e mi ha indicato la toilette. Un signore bizzarro mi ha offerto un sorso di vino dalla borraccia ed un assaggio di prosciutto, brandelli grassi e scuri in un cartoccio di alluminio, jamon de pata negra, salato, unto, molto buono.

    Nell’uscire da Burgos avevo attraversato il bel parco che ospitava il rifugio cittadino. Ero affascinata dai pellegrini che oziavano sotto gli alberi, ma la tentazione è durata poco, non potevo fermarmi ancor prima di iniziare. Da lì ho scorto le prime frecce gialle e le ho seguite; dalla strada principale si addentravano per viette polverose lungo il limitare della periferia, mentre la città si sfilacciava sempre più nella campagna. Poco dopo ho costeggiato un sobborgo dove camion parcheggiati vendevano cose improbabili, come porte, finestre, paperotti. Man mano che mi allontanavo le frecce mi costringevano a oscure gimcane fra i campi. Iniziavo a trovare il tutto piuttosto inquietante fino a che, a Villabilla, la vista di una cicogna e quella della ferrovia mi hanno rinfrancato. Quando sono giunta a Tardajos, mia meta originaria, ho deciso di proseguire ancora per qualche km fino a Rabè de la Calzada, così da iniziare direttamente domani con la meseta.

    Il rifugio Virgen de la Guia è un’accogliente via di mezzo fra un’abitazione ed un ostello. Gli ospiti sono pochi, cinque austriaci impolverati, arrivati con me – ma la loro credencial è già stracolma di timbri - ed un ragazzo messicano con cui ho cenato. Gli ho insegnato ad arrotolare gli spaghetti e lui mi ha raccontato le ragioni del suo viaggio, con gli stessi accenti vagamente misticheggianti della Claudia, la cugina della Michela. Ed io? Mah. Cibo, strade, poesia dei luoghi e che altro? Non sento le generazioni prima di me, non mi sento parte di una tradizione vivente, non percepisco il carisma del Cammino. Quando oggi nella cattedrale di Burgos il sacrestano mi ha messo il timbro, anzi il sello, il primo, augurandomi “buen camino!”, mi sono sentita stringere il cuore, ma era solo l’emozione per il mio inizio.
    Sul sagrato brillavano coriandoli rosa a mucchi, mescolati a paillettes luccicanti. Il ragazzo messicano mi ha spiegato che ieri notte c’è stata una grande festa, ma in quel momento nei mucchi di petali scintillanti ho letto il mio benvenuto sul Camino.

    *

    Nel bar si stava troppo bene – 65 centesimi una birra! - ma ho dovuto andare, per rispettare il coprifuoco delle dieci imposto dall’albergue. Al rientro ho incontrato l’hospitalero – un bel ragazzo moro molto compreso del suo ruolo – che attendeva sulla strada i pellegrini ritardatari e che mi ha chiesto del vecchietto austriaco. Non gli ho detto che poco prima avevo illuminato di immenso il malcapitato rivelandogli l’esistenza del bar, ma la mia impacciata omertà ha in qualche modo confermato il suo sospetto e lui si è scaraventato come una furia a recuperare il reprobo.

    Ora sono nel sacco a pelo, in questa splendida stanza vuota. Ho preso un aulin perché la caviglia mi da fastidio e non vorrei trovarmi con un’infiammazione ancora prima di iniziare. Ho vagato nei pressi del paese per osservare la meseta, dentro cui mi tufferò domani. Rabè è un porto sulla riva di un ondulato mare di grano. Nell’aria fresca della sera, nulla lascia presagire l’inferno di sete e calura che mi attende.

    Stasera ho mangiato un’insalata, pane, formaggio e yogurt nella cucina del rifugio. A Burgos, da ogni ristorante uscivano profumi favolosi, ma qui, ai bordi della meseta, non c’è nulla e mi sono dovuta adattare all’offerta del rifugio; poi ho lavato i piatti mentre chiacchieravo col ragazzo messicano. I piedi stanno quasi bene, il sacco a pelo è morbido, setoso e caldo, fra un po’ dormo, domani inizierò sul serio e sarà dura.

    29 giugno 2003 Rabè de la Calzada – Castrojeriz (28 km)

    Sono le 6.35, devo partire. Ho dormito benissimo, gli uccellini cantano; anche se il sole non è ancora sorto, ci si vede come in pieno giorno. Ieri l’hospitalero ha detto che la colazione sarebbe stata alle sette, ma non posso attendere oltre, gli ho lasciato un messaggio di scuse e ho imboccato l’uscita. Spero che la caviglia, finito l’aulin, non si svegli. Attorno a me il paese dorme nella luce pallida del primo mattino e anche il grano sembra ancora assopito.

    *

    Sono a San Bol, un’oasi fra le spighe: alti alberi fruscianti racchiudono una fonte e una cappella, affrescata con strani disegni templar-surrealisti. Mi fermo un istante, levo scarpe e calze, calpesto a piedi nudi l’erba fresca, mi affaccio sul ciglio della vasca gelata, vergo queste poche righe ma subito riprendo la via; sono le 9.15, ho ancora tanta strada e devo approfittarne finchè non fa caldo. In ogni caso, come direbbe Christy, di un caffè nemmeno a parlarne.

    *
    Ho attraversato il primo altopiano mentre era ancora immerso nell’ombra, il sole nascosto sotto i fianchi delle colline. Ignoravo che la meseta fosse un susseguirsi di altopiani collinosi coltivati a grano e la immaginavo confusamente come una sterminata pianura arida, una specie di spagnolo deserto dell’Arizona. All’improvviso la pianura mi si è spalancata davanti ed il sentiero è precipitato per la discesa che conduceva a Hornillos del Camino: appena un gruppo di case raccolte ai lati della strada. Era troppo presto perché i bar fossero aperti così, dopo un sorso d’acqua alla fonte accanto al rifugio (dove ho potuto usare il bagno, suscitando le ire della signora che stava già chiudendo), ho ripreso la strada sulla scia dei vecchietti austriaci che stanotte hanno dormito con me alla Virgen de la Guia. Li ho incontrati mentre ripartivano, nel salutarmi mi hanno indicato con lunghi discorsi la statua di bronzo che raffigurava un gallo.

    Ho faticato a risalire la seconda meseta ma sono stata ripagata dalla visione ondeggiante del grano mescolato al rosso dei papaveri ed al blu dei fiordalisi. Al termine di ogni salita l’ingresso all’altipiano è segnato da alte pile di sassi, complesse sculture di roccia invase dai fiori, sono le pietre deposte nei secoli dai pellegrini in segno del loro passaggio. Ho letto che in Tibet i pellegrini allo stesso modo costruiscono muri di pietra, mani, così che ogni pietra continui nei secoli le preghiere di chi l’ha deposta.
    Ad un certo punto mi sono trovata davanti una distesa di terra rossa non coltivata, soltanto papaveri e camomilla a perdita d’occhio, il profumo che si levava dal suolo come una nebbia.
    Qualche ora di cammino dopo Hornillos dal grano è affiorata Hontanas, rannicchiata in una piega della meseta.
    Nel rifugio c’era solo una macchinetta del caffè, attorniata da pellegrini che si rifocillavano, i miei austriaci, un gruppo di francesi, alcuni americani, una ragazza spagnola già incontrata e superata due volte lungo la strada, che mi ha regalato 10 centesimi per la macchinetta. In quel momento l’angolo della macchinetta mi è sembrato un luogo paradisiaco. Ho preso un caffè descorchado, credendo fosse un caffè ristretto ed ho scoperto invece una mistura deliziosa a base di caffè e cioccolato che mi ha prodigiosamente rinvigorito. Dall’altro lato della strada sorgeva una chiesa singolare, una facciata romanica ma innalzata ad un’altezza quasi gotica, peccato che l’interno fosse sciatto, malamente intonacato in bianco. Nel frattempo è uscito il prete e si è messo a spazzare il sagrato, mugugnando. Il pesante mazzo di chiavi e la tonaca nera impolverata ne facevano un’immagine da archivio fotografico. Ho bevuto alla fonte dietro la chiesa: quante fonti e quanti fossi e canali in questa meseta, altro che deserto.

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  2. #2
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    Dopo Hontanas fino a San Anton la strada ed il paesaggio sono stati piacevolissimi, una valle alberata e quella vegetazione gioiosa che denota ricchezza di acque, circondata da colline coperte di grano. Il grano cantava al soffio del vento e il fruscio mi accompagnava, sommesso e costante. Ne avevo bisogno, iniziavo a patire il lungo passo tenuto per distanziarmi dagli altri. Ognuno si crea i propri fantasmi: io desidero sempre sfuggire chi ho dietro e superare chi ho davanti, e su questo stupido postulato imposto la mia marcia.

    Una volta raggiunte le rovine del convento di San Anton, ho cercato una radura dove riposarmi. Alla fine mi sono accoccolata fra l’erba, sul ciglio di un sentiero alle spalle delle rovine, e mi sono tolta calze, scarpe e le magliette fradice. Il fruscio del vento era divenuto un fischio che sovrastava il cinguettio degli uccelli e accarezzava i miei poveri piedi. Purtroppo era troppo freddo per restare a lungo, così sono ripartita ed ho percorso coi sandali i 3 km fino a Castrojeriz. Il paese mi è quasi subito apparso di lontano, sovrastato dal castello che gli da il nome.

    Sul limitare dell’abitato sorge la collegiata, una chiesa maestosa con la facciata in pietra gialla, adibita a museo di immagini della Madonna, soprattutto statue lignee, alcune molto belle ed espressive. L’ho visitata rapidamente, lasciando lo zaino all’ingresso, poi senz’altro indugio mi sono diretta in paese e mi sono fermata in un ristorante lungo la strada principale.

    Ho mangiato una pasta e fagioli con vongole e peperoni (“alubia blanca con almeijos”) che meriterebbe di essere ricordata in un libro. La sala, restaurata di recente, aveva un bel soffitto di travi, i muri in pietra e si affacciava su di un giardinetto. Le pareti erano gialle, intonacate a strati pesanti ed in un angolo un faretto illuminava un tavolo coperto di oggetti a formare una specie di leziosa natura morta, mentre di fronte a me un bel mobile in noce ospitava bottiglie e bicchieri. Il ragazzo, gentilissimo, mi ha portato una seconda porzione di quella meravigliosa zuppa poi un merluzzo con piselli e asparagi davvero buono. Ho trovato singolare il contrasto fra l’ambiente curato e la cucina casalinga. Il flan è arrivato circondato da ciuffi di panna montata spolverati di cannella e immerso in un lago di caramello, una poesia. E in tutto, mi ha detto il ragazzo, sono nove euro: non ci potevo credere.

    Alla fine ho ceduto alla tentazione: la prospettiva di sistemarmi in un rifugio stracolmo di gente si è fatta ancora più sgradita quando ho visto che in questo albergo bellissimo, pieno di tappeti, per i pellegrini una singola costa solo € 22. La stanza è azzurra e bianca, il bagno è pulito e tutto è accogliente e lindo, con un tocco di eleganza.
    Non me la sentivo neppure di oltrepassare Castrojeriz, varcare l’aspra collina prospiciente e affrontare altri 10km fino al rifugio della confraternita di Perugia, per quanto la prospettiva mi attirasse. Comunque non posso lamentarmi, oggi ho percorso senza problemi 28km.

    Camminare è un’attività cui sono abituata, forse per questo non provo nessuna emozione particolare. Oltretutto è difficile perdersi nella contemplazione dell’immensità del cielo e del fruscio incessante del grano quando devo tenere d’occhio miei piedi, e la strada con essi, e quando ogni istante di abbandono apre la via a pensieri angoscianti. Ora, mentre mi crogiolo, piacevolmente insonnolita, fra le lenzuola fresche e la penombra, i pensieri che ho rincorso durante il cammino appaiono un magma malevolo, vago ed inconsistente, scorie che devono essere schiumate, come il grasso che affiora quando si chiarifica il burro.

    *

    Dopo il sonnellino, ho girato e rigirato per Castrojeriz, poi sono salita fino al castello per una strada costeggiata da folti arbusti di cardo in fiore, alcuni alti e vigorosi come giovani alberi. Il castello è una brutta rovina, precariamente appollaiata su di uno sperone roccioso. Tirava un vento troppo forte perché mi avvicinassi alle mura, così mi sono limitata ad osservare dall’alto la pianura che si stendeva deserta da ogni lato. Mi sono chiesta a chi appartenessero queste distese di campi, sconfinate, senza un casolare, una cascina, una fattoria, un trattore. Chi mai lavorasse questo grano che sembra crescere da solo e mietersi in una notte.
    Sono ridiscesa ed ho ripreso a vagare per il paese silenzioso, esplorandone le misteriose chiese di pietra gialla e cercando un luogo dove procurarmi un po’ di derrate. Purtroppo è domenica, quindi niente panetteria né prosciutto, ho comprato solo una bottiglietta d’acqua in una drogheria buia e poco accogliente. Ho tentato di pagare l’albergo ma mi hanno chiesto di tornare dopo, identico esito ha avuto il mio tentativo di farmi mettere il sello in uno dei due albergue. I campi sono ancora pieni di fiori. Papaveri, narcisi, camomilla, fiori gialli, bianchi, cardi. I papaveri sono piccoli, raggrinziti ma numerosi e forti, la camomilla è folta, profumata e tenace. Oggi, quando sono arrivata nell’albergo, la ragazza ha spiegato alla collega che una peregrina cercava una stanza per la notte. Sentirmi definire così mi è sembrato conferisse una prematura patina di solennità alla mia maldestra avventura. L’albergue comunale era il salone di una palestra, con materassi stesi per terra, quello privato era in una casa antica nel centro del paese. Un po’ rimpiango la mia scelta, ma l’essermi svegliata alle sei del pomeriggio in quella camera meravigliosa è stato un balsamo per il mio fisico, già provato dopo così pochi giorni.
    Oggi il tempo è stato clemente, non ho mai patito il morso del pieno sole. All’alba avevo visto avanzare la linea viola della coltre di nubi che presto ha serrato l’orizzonte da ogni lato e mi ha permesso di camminare veloce e col cuore leggero.

    Terminate le perlustrazioni mi sono concessa una birra in questo locale proprio a ridosso dell’albergue privato. Il posto, bello e particolare, occupa l’estremità di un fabbricato in angolo fra due vie. L’ambiente ha un’unica finestra sul lato più stretto, che fa anche da ingresso e le pareti sono di pietra ricoperta con lo stesso intonaco spesso e giallo del ristorante di oggi. Lo spazio è attraversato per tutta la sua lunghezza da un enorme trave, montato su di una struttura in legno e che termina con una sorte di vite di legno poggiata su di una macina. Non so a cosa serva o sia servito, ma la grande suggestione dell’insieme non è guastata neppure dagli orrendi quadri che affollano le pareti. Io mi trovo in una nicchia centrale, incassata nel terreno sotto il trave, mentre il bancone rimane da un lato. Vorrei riuscire a fotografarlo. Ora andrò, devo pagare l’albergo e trovare qualcuno che mi metta il sello.

    *

    Mi sono seduta fuori della casa di riposo Gutierrez Barona, un palazzo quadrato di questa pietra gialla porosa con cui sono costruite le chiese e le case più importanti. Osservavo la gente chiacchierare e bere fuori dei bar. Il vento era fresco e insistente, il cielo immenso era solcato da nubi grigie e compatte, le rondini volavano basse.
    Qui a Castrojeriz l’aria ha un odore particolare, che non so definire, un lievissimo sentore come di fermentazione, prodotto forse dal grano, forse dallo sgretolarsi delle pietre.
    Le nuvole correvano, come un cupo esercito verso la battaglia. Erano quasi le dieci, la luce era bianca ma l’aria si raffreddava e il vento chiamava la notte, attorno a me la gente continuava a chiacchierare e ridere. Sono tornata in albergo, ho preparato tutto e puntato la sveglia sulle cinque. Chissà se riuscirà ad alzarmi ed uscire, chissà soprattutto se riuscirò ad arrivare, domani. Ora leggo un po’ e poi provo a dormire.

  3. #3
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    30 giugno 2003 Castrojeriz – Villalcazar de Sirga (38,5 km)

    Sono sulla sommità del colle che sovrasta Castrojeriz. Mi sono avviata alle cinque e mezza, mentre il buio era ancora fitto. Ho percorso lentamente la prima parte della strada: uscita dal paese non distinguevo le frecce gialle e mi sono lasciata guidare, come Pollicino, dallo scintillio delle pietre bianche incastonate nello sterrato. Percorrevo una spianata deserta, immersa nell’oscurità, dal cielo nero erano tramontate anche le stelle e mi sentivo l’unico essere umano sulla terra. Poi un’ombra è affiorata dal buio, era forse un contadino che andava o tornava dai campi, mi ha salutato ed è scomparso alle mie spalle. Quando sono arrivata ai piedi del colle di Mostelares albeggiava e si distinguevano già il sentiero e le frecce. Ho dovuto chiamare a raccolta tutto il mio quarto di sangue bergamasco per superare la salita, breve ma aspra, ed in poco tempo sono arrivata in cima.
    Dall’alto, quello che credevo un colle si è rivelato un piccolo altopiano in cui i sentieri si confondono fra le stoppie sino quasi a perdersi. Arrivo al ciglio e sotto di me, appena oltre l’ennesimo mucchio di pietre, segno amichevole di chi mi ha preceduto, intravedo una sconfinata pianura a losanghe irregolari, in tutte le sfumature fra il giallo e il bruno, è la Tierra de Campos . Alle sei e mezza, nel nulla assoluto il solo segno di vita è il canto degli uccelli. Le nuvole corrono ancora e finalmente il chiarore si trasforma in luce. Ora scendo, verso – credo – Puente Fitero.

    *

    La discesa è stata aspra e frustata dal vento. Ai piedi della collina il sentiero proseguiva, netto come un taglio, e si srotolava sottile lungo le onde dell’altipiano. Attorno a me niente altro, né strade, né case né tracce di vita, a perdita d’occhio soltanto questo deserto di grano. Ho bevuto un sorso alla sorgente Piojo, che si scorge da lontano, remota sentinella dell’accesso alla nuova meseta, che ho raggiunto al termine di una breve salita; ora percorro una strada asfaltata, finalmente. Il grano qui è stato mietuto oppure è già chino a terra; il cielo è enorme, barocco, sereno a sprazzi, altrove cupo, poi rosa, viola, le nubi si attorcigliano in volute una diversa dall’altra. Uno stormo di uccelli nereggia sopra un campo di grano, per poi planare e sprofondare fra le spighe, e riemergere. Non so spiegare questo luogo, è di una bellezza assoluta, non descrivibile né fotografabile. Penso alla gioia di Mosè nello scorgere Canaan, la terra dell’olio e del grano. Qui.

    Ho attraversato Itero della Vega e mi sono diretta verso San Nicolas, il rifugio gestito dal Centro di Perugia, un’ermita medievale ristrutturata che spicca solitaria nella pianura presso il fiume.
    La cosa più bella della mia fugace sosta a San Nicolas è stata l’addio che mi ha rivolto la signora “salutaci l’Apostolo!”. Non mi ero raffigurata il cammino in questi termini ma da allora mi interrogo oscuramente sul senso di questo mio andare verso l’Apostolo.

    Nel lasciarmi alle spalle San Nicolas ho oltrepassato il bel ponte sul Rio Pisuerga, entrando così nella provincia di Palencia e lasciandomi alle spalle quella di Burgos, segno che – per quanto impercettibilmente - sto avanzando.

    Sono arrivata con fatica a Boadilla del Camino verso le dieci. Non c’erano bar aperti ma un passante mi ha indicato un albergue privato dove avrei potuto far colazione. Il posto aveva un grande giardino ben curato ma l’aspetto da agriturismo era smentito appena varcato l’interno, che mi è sembrato molto alla buona e mal tenuto. O forse era solo l’impressione suggerita dalla smobilitazione mattutina. Come ieri a Hontanas, a quell’ora il posto diveniva il casuale punto di incontro di tutti i pellegrini di passaggio. Entrando, ho incontrato un gruppetto di persone in partenza, fra i quali un signore ciccione di Verbania e la ragazza spagnola di Hontanas.
    Mentre attendevo di strappare un cafè con leche ai due hospitaleri bellocci e arroganti, è arrivato un ragazzo spagnolo che teneva avvolto nella propria felpa un piccolo rapace ferito trovato sul Camino.
    Stavo finalmente assaporando il cafè con leche quando mi sono stati presentati due ragazzi di Milano, i cui abiti eleganti e l’aspetto curato erano del tutto incongrui con l’ambiente; mi sono stupita per le dimensioni spropositate dei loro zaini e loro mi hanno raccontato di non essere pellegrini, bensì attori impegnati nelle riprese di un film sul Camino di Santiago. Si sono divorati un pacco di Prince sotto i miei occhi famelici, senza che riuscissi a trovare il coraggio di scroccarne neanche uno.

    Dopo Boadilla e fino a Fromista la strada corre piana e gradevole lungo il Canal de Castilla, un bel canale dalle acque verde scuro e le rive coperte di canne. La campagna è tutta un alternarsi di campi di grano, riquadri di terra appena arata e campi verdi, bordeggiati da cardi, fiordalisi, cespi di camomilla.
    Ad un certo punto mi sono imbattuta in un’edicola di pietra, diroccata, col pavimento coperto di paglia pulita. Non ho avuto esitazioni, sono entrata e mi sono sdraiata scalza una decina di minuti, guardando le nuvole inseguirsi e leggendo le scritte lasciate dai pellegrini.
    Com’era intenso lì il profumo dell’erba, così diverso dal particolare profumo dei campi di grano maturo. Ma poi le nubi che tanto mi hanno afflitto questa mattina hanno ceduto il passo ad un sole cocente. Era ora di andare, ho rimesso scarpe e calze e sono ripartita.

    Sono arrivata facilmente a Fromista, dove ho visitato due chiese straordinarie, San Martin e San Telmo. La prima è una chiesa romanica, famosa e perfetta per forme e proporzioni, abbellita da un riccioluto nastro di pietra a scacchiera che corre dentro e fuori. Sulle arcate all’ingresso stanno in agguato strane bestie canine, alcune con la lingua fuori e le fauci spalancate, altre coi denti serrati e lo sguardo furbo. Dentro, i capitelli sono una summa di fantasia romanica. San Telmo è più spettinata, più tardo medievale, forse più romantica, un ingresso ampio, proporzioni più allargate, costoloni nervosi a segnare le larghissime arcate della navata, che le attribuivano una curiosa somiglianza con l’Opera di Sydney.

    Non so ancora dove riuscirò ad arrivare. Ho chiacchierato fuori di San Martin con la ragazza spagnola di ieri, che ho poi incontrato a Castrojeriz, incrociato a Boadilla e ritrovato qui a Fromista. Lei è una forza della natura, vuole raggiungere Carrion de los Condes, percorrendo oltre 40 km in un giorno, e giustamente sostiene che bisogna approfittare del clima favorevole, perché fra un po’ iniziano le salite, mentre il tratto da Fromista a Carrion de los Condes è un unico rettilineo che costeggia comodamente la nazionale per 18 km. In ogni caso, ci siamo date appuntamento al rifugio di Carrion.

    Quando cammino gli stati d’animo variano, a volte sono arrabbiata, a volte solo esasperata. Ciò che conta è tenere lo sguardo fisso a terra e non pensare, in questo modo i pensieri cadono come foglie lungo la via. Sebbene abbia cercato a lungo, ancora non ho capito le ragioni ultime o le spinte mi hanno condotto qui. Ormai sono convinta di essermici trovata, forse sono stata portata, forse in seguito comprenderò il motivo, o forse no.

    Mi sono rifugiata in una pasticceria, davanti ad un cafè con leche ed una specie di brioche all’anice.
    Il vento non sa cosa fare, un ragazzo tedesco, che oggi ho incrociato già altre volte, si è seduto al mio tavolo per una chiacchierata, defraudandomi del tempo che avrei dedicato alla scrittura. Il bagno del locale era una reggia, e per tutto, caffèlatte, dolcino, una brioche e una pagnotta rotonda, ho speso solo 2 euri.

    *

    Tre chilometri dopo Fromista sono arrivata in un posto chiamato Ermita di San Miguel, una chiesina romanica poggiata su una collinetta erbosa, a pochi metri da un boschetto e una fonte; mi sono seduta su una panca fra gli alberi. Il vento ulula sempre più impetuoso, ho dovuto prendere il pile dallo zaino, altrimenti non avrei potuto proseguire. E’ stano pensare che, freddolosa come sono, stamattina ho sopportato in maglietta quattro ore di vento gelido senza contrarre neppure un accenno di polmonite. Ho tolto le calze e mi sono goduta la bellezza di quel luogo, la facciata commovente sovrastata dal minuscolo campanile, il grande arco acuto che racchiude una piccola bifora. Pietra gialla butterata e scurita dal tempo. Perfetta.

    Sono ripartita, convinta che, per quanto arrivare a Carrion de los Condes fosse fuori discussione, avrei dovuto proseguire, finchè potevo e tempesta permettendo. La strada infatti si manteneva piacevole ma facevo ormai molta fatica, più per la testa che per i piedi.
    Uscita da Poblacion de Campos - il rifugio era chiuso, quindi niente sello e soprattutto niente toilette - sono giunta ad un ponte dove due frecce gialle indicavano direzioni opposte, una costeggiava la nazionale, l’altra si addentrava a destra attraverso i campi. Una scritta in francese in calce alle frecce gemelle esprimeva la mia stessa mia perplessità. Mentre indugiavo, un signore in macchina ha frenato di colpo e mi si è accostato, con grande stridore di gomme. Mi sono spaventata, ma lui intendeva solo esortarmi a prendere la via interna. Qui ognuno si sente responsabile del Camino. Così ho preso per i campi, ritrovandomi a percorrere un ambiente ben più segnato dalla presenza dell’uomo rispetto a quello di stamattina, fra tralicci e strane condotte in pietra per l’acqua, lunghe chilometri. Il paesaggio si è fatto via via meno bello, più banale, alberi senza personalità, cespugli, canne e sterpaglia, tutto spezzava l’infinito titanico della pianura, aggiungendole un non so che di padano.

    Le gambe mi rispondevano ma non sapevo per quanto avrebbero tenuto. Dopo circa tre chilometri ho scorto la sagoma di un campanile. Ma qui l’occhio è il più ingannato dei sensi e il primo avvistamento non significa nulla, come avevo appreso stamattina, quando Boadilla non arrivava mai, e più camminavo, più il profilo del campanile sembrava allontanarsi.

    Alle tre meno un quarto ho finalmente raggiunto, arrancando, quel campanile; ero a Revenga de Campos. Mi sono fiondata in un giardinetto per levare di nuovo scarpe e calze. I piedi mi facevano molto male e da lì per altri sei chilometri non c’era nulla.
    Mentre mi riposavo, il cielo si era nuovamente rannuvolato. Il tempo mutevole, i grandi spazi, il vento così impetuoso, mi facevano venire in mente l’Irlanda, attendevo di percepire un sentore di torba. Dietro ad un albero due operai in tuta gialla dormivano distesi nell’erba, rannicchiati l’uno accanto all’altro per difendersi dal vento. Alle tre ho ripreso la strada lungo un sentiero nascosto fra le canne che costeggiava le sponde del Rio Ucieza. Il riparo fornito dalle canne mi ha altresì consentito di ovviare dignitosamente alla momentanea indisponibilità di un bagno. All’altezza di Villarmentero de Campos sono stata riportata sulla strada principale, che corre parallela alla nazionale e le cui pietre miliari mi davano costantemente la dolorosa misura di quanto interminabile sia un chilometro.

    Un paio d’ore dopo sono arrivata a Villalcazar de Sirga, dove mi trovo tuttora. All’ingresso del paese suscita impressione il maestoso portale della cattedrale gotica sovrastato dall’imponente arco, popolato da centinaia di figure a rilievo. Ma l’interno della chiesa, ora in restauro, ha un qualcosa di spettrale. Sono entrata di sfroso da una porticina posteriore e sono rimasta atterrita dalle profonde e spesse crepe che devastavano le volte e le pareti delle navate. Nella penombra, le alte arcate ed i pilastri rammentavano quelli del Duomo – appena più piccoli – e ciò rendeva quelle crepe ancora più sinistre. Sono fuggita.
    Il paese mi ha suggerito un’analoga impressione di lugubre abbandono. Forse perché è tutto chiuso mentre la piazza principale e le vie circostanti sono un cantiere a cielo aperto, disseminato di precarie reti d’acciaio sbattute dal vento o forse mi ha messo di malumore lo scarso impatto umano del barista, che mi ha servito di malavoglia.
    Comunque sia, il paese proprio non mi piace e, se mi passa il dolore ai piedi, voglio arrivare fino a Carrion. Domani sconterò questa follia ma il tempo nuvoloso di oggi è troppo propizio per non approfittare. Gli ultimi chilometri sono stati difficili, anche il trucco di guardare sempre il terreno ad un certo punto non soccorre più e le canzoni finiscono. Non so come farò ad affrontare i sei chilometri che mi separano da Carrion de los Condes, ma ora me ne andrò da questo bar deprimente.

    *

    Non ce l’ho fatta, il ginocchio destro non mi sorregge più e per arrivare a Carrion de los Condes mi ci vorrebbe almeno un’altra ora se non di più. Così, uscita dal bar, ho ripiegato nel rifugio, vecchio, silenzioso e tetro come tutto in questo paese. Però posso sdraiarmi in un letto e nemmeno a castello, con una bella coperta calda, dopo tanto freddo e tanto vento.
    La strada percorsa oggi, a partire dall’ascesa notturna dopo Castrojeriz, si è già sbiadita, remota come in sogno, anche se le sensazioni provate nei vari mi appaiono ancora distinte e differenti come i paesaggi che ho attraversato.

    Mi spiace questa ingloriosa conclusione della giornata ma non potevo proseguire. Tento di consolarmi pensando che il tempo sta decisamente virando al brutto e che non so cosa avrei fatto se avessi dovuto trascinare la gamba sotto la pioggia per sei chilometri.
    Oramai riconosco la sinfonia dei dolori che si alternano nelle gambe e nei piedi, e questo al ginocchio non era come gli altri, invece di attenuarsi si accentuava.
    Il vento continua a fischiare e gli uccelli cantano: sono solo le cinque, dormirò un pochino.

    *

  4. #4
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    Rieccomi nel bar lugubre, non per affezione ma solo perché è il solo locale aperto. Ho vagato per il paese un po’ depressa, pensavo ai monumenti ed alla vita di Carrion de los Condes, alla possibilità di stare nel rifugio con la ragazza spagnola e gli altri suoi compagni di viaggio. Fa molto freddo, persino il pile non mi basta, e dire che ero partita pensando con timore alla gente morta di caldo sulla meseta…
    Ho però trovato una pasticceria che vende amaretti alle mandorle, cotti su di una sorta di cialda; l’inattesa scoperta mi ha riconciliato per quanto possibile con questo paese-cantiere popolato solo di spettri e stradini.
    Nel corso della mia esplorazione ho scoperto che un buon numero delle case più vecchie – antiche sarebbe una parola grossa… - è fatto di terra impastata con la paglia e qualche mattone, altre sono in parte di pietra e in parte di terra.
    Solo la chiesa e i palazzi importanti sono di pietra, mentre le case nuove invece – purtroppo - sono di mattoni traforati. Quasi tutte le vecchie case del centro sono diroccate o presentano profonde crepe pelose.
    Se invece di pavimentare il sagrato e le strade attorno con lastroni cimiteriali di marmo bianco, il Comune avesse deciso di ristrutturare le vecchie costruzioni utilizzando i materiali originali, l’atmosfera del paese sarebbe meno angosciante.

    Ci sono due ristoranti, che oggi naturalmente sono chiusi. Uno è ospitato in un antico rifugio costruito dai templari, Villalcazar era infatti un villaggio templare e ancora oggi alcune case diroccate sfoggiano orgogliosamente le croci del Tempio. Ho scattato qualche foto, ma temo che la luce livida le abbia rovinate.
    Il bar si è riempito di vecchi che bevono l’aperitivo e chiacchierano, ogni tanto entra un pellegrino, fra cui molte donne, generalmente tedesche o spagnole. Le spagnole più giovani, le tedesche di mezza età. Uno alla volta ecco arrivare nel bar tutti gli ospiti del rifugio.
    Ho fotografato una singolare costruzione rotonda di paglia e mattoni, inerpicandomi fra le siepi e rischiando ferite ai piedi o morsi di qualche mortifero animale nascosto fra la sterpaglia, forse il Ragno Velenoso di Villalcazar oppure il Serpente a Sonagli di Villalcazar, unica specie di serpente a sonagli esistente in Europa, che ha trovato degno ricetto in questo paese orrendo.
    Da oggi a mezzogiorno non faccio che mangiucchiare, cercando nel cibo un succedaneo all’inattività o alla noia. La cosa più bella è stata intridere alle fontane incontrate sulla strada, pezzettoni del pane rotondo comprato a Fromista, e mangiarli camminando, mollicci e grondanti.

    La birra mi ha rilassato ma quello squallido rifugio non mi attira per niente.
    Altro che Ermita di San Nicolas, è in quello stanzone affollato e pieno di correnti che si compie il vero recupero filologico degli albergue medievali.
    La stanchezza si fa sentire, lo sguardo vaga, annoiato: nel bar, gli uomini sfoggiano il basco, il bastone o i baffi e spettegolano col bicchiere in mano. Il mio ginocchio grida vendetta, se riesco a cenare, cosa di cui dubito, ci vorrà un aulin. Ed ora andrò. A volte anche la mistica del Camino è questione di umore o di stomaco pieno.

    1° luglio 2003 Villalcazar da Sirga – Sahagun (47 km)

    Il sole non è ancora sorto: è l’ora del lupo. Mi soffermo un istante sulla soglia del rifugio, prima di tuffarmi nella notte ventosa. C’è una certa consolante comicità nel constatare che ieri tutto è stato completamente spiacevole, senza cedimenti. I ristoranti erano chiusi perché era lunedì, così – giusto contrappasso - ho cenato nel bar che tanto avevo disprezzato all’arrivo: Quantomeno la cena fetida ha dimostrato che il disprezzo era pienamente giustificato.
    Le persone non erano male; mi è piaciuta una signora tedesca, di Heidelberg, che l’anno scorso ha abbandonato il Camino perché schiantata dal caldo, una scelta coraggiosa che non molti saprebbero affrontare; quest’anno è partita da Roncisvalle, ma ormai ha finito le ferie e riparte domani per la Germania. Ho conosciuto una ragazza brasiliana che fa il cammino in bici e parla un ottimo italiano con uno spiccato accento toscano. Mi ha raccontato dei suoi, di quando sono emigrati in Brasile e del fatto che non tornerebbero mai in Italia, se non per le vacanze. Un francese dall’aspetto ascetico, partito a maggio da Le Puy e si accompagnava ad un inglese grande e grosso con la barba e l’aria da guerriero celta (sembrava una comparsa di Braveheart) che parlava della Spagna di Franco, della Catalogna, argomenti che avrei ascoltato volentieri, ma ero seduta troppo distante per prendere parte alla conversazione. Così mi sono ritrovata a parlare di cucina catalana con un ragazzo di Barcellona, che viaggia con la brasiliana, ed un tedesco con un piede spaventosamente devastato dalle vesciche.
    Alle dieci ero a letto: ultimo grave errore, perché non avevo sonno. Né mi sono addormentata poi, in quanto il vecchietto francese ha russato mostruosamente tutta notte e mi chiedo come abbia fatto a non finire ammazzato in qualche ostello nel suo lungo viaggio da Le Puy. Federica la brasiliana ad un certo punto non ha resistito, ha preso il sacco a pelo ed è andata a dormire sul pavimento nel corridoio. Io, più codarda, mi sono limitata a rodermi fino all’alba. Ma tant’è. Ad ogni giorno è bastata la sua pena, ho approfittato del primo trapestio per vestirmi ed ora esco.
    Poche cose sono difficili come chiudere lo zaino e ripiegare il sacco a pelo senza provocare imbarazzanti fruscii nel silenzio del dormitorio.
    Le guide raccomandano di stare attenti quando ci si alza presto, per rispettare il riposo degli altri pellegrini: si possono avere tutti i buoni propositi del mondo, si può preparare tutto la sera prima, ma è inutile, ci sarà sempre il sacchetto o la fodera che crepita a tradimento nella notte, inducendo a fuggire con una bracciata di indumenti od oggetti che scivolano da tutte le parti.
    Sono le sei meno venti, è notte fonda ma la strada è diritta, dovrei farcela a proseguire senza smarrirmi sino al levar del sole. Addio.

    *

    Sono partita seguendo il raggio proiettato dalla torcia di una ragazza avviatasi pochi minuti prima di me. Nell’uscire dal paese abbiamo smarrito le frecce e ci siamo inoltrate nella direzione sbagliata, verso l’abitato. Ad un certo punto il buon senso mi ha suggerito di invertire la marcia e riportarmi sulla nazionale. Ho cercato di convincere la ragazza con la torcia a seguirmi ma lei non mi ha creduto. Quando ho ritrovato le frecce sono tornata a cercarla, ma era troppo lontana, persa nella notte.

    Una volta imboccato il Camino, il primo tratto è stato semplice, anche se il vento attraversava la bandana e il fazzoletto perforandomi l’orecchio come una lama gelata. Le nubi fitte all’orizzonte mi hanno impedito di ammirare il sorgere del sole ma ho visto uno stormo di cicogne alzarsi in volo, virare e sparire nel cielo striato di rosso, le sagome stranamente affusolate.
    Poi, a Carrion de Los Condes, un miracolo del tutto inatteso: ho trovato un bar aperto. Erano appena le sette e probabilmente quello era il solo di tutta la regione. Sono entrata gioiosa e trepidante: lontano da Villalcazar, la ruota aveva ripreso a girare.
    Ho bevuto uno di questi tazzoni di cafè con leche, buono come lo fanno qui in Spagna: caldo, dolce e abbondante, appena velato da un filo di schiuma, viatico irrinunciabile delle fredde mattine sul Camino. Il luogo era placido, il televisore acceso sul telegiornale contribuiva ad ispirare agio e tranquillità. Le previsioni del tempo erano funeste, ma ieri la signora tedesca mi diceva che il caldo di settimana scorsa aveva reso il camminare una fatica infernale, quindi meglio non lamentarsi, sia benvenuto il brutto tempo.
    Ho terminato il caffè, salutato gli altri pellegrini approdati nel frattempo ed ho ripreso il cammino. Anche nel sopore dell’ora morta, Carrion de Los Condes si è rivelata bella come me l’aspettavo, piena di locali, ristoranti e negozi. Il fregio romanico della chiesa di Santiago, col grande Cristo Pantocratore in rilievo, ha meritato la sosta ed una foto. Così ritemprata ero pronta per affrontare la prima vera prova: la distesa di diciassette km attraverso il rettilineo medievale fino a Calzadilla de la Cueza.

    A Villotilla le frecce gialle abbandonavano l’asfalto per uno stradello che si perdeva fra i cespugli. Ho messo la pomata seduta su di una roccia in mezzo all’erba, dopo qualche minuto il ginocchio è stato in grado di reggermi ed ho iniziato la marcia, sperando di sopravvivere al vento.
    Sono rimasta sorpresa dal paesaggio, così verde e lombardo, anche se meno affascinante di quello dei giorni scorsi. Il freddo era intenso ma i dodici km fino a Calzadilla sono stati sopportabili, per quanto duri. Ho incontrato persone che facevano colazione accucciate in un fossato per difendersi dalla sferza del vento. Io mi sono fatta il pieno di zuccheri divorando gli amaretti di Villalcazar mentre camminavo.
    Per sopportare l’immutabilità dell’orizzonte giocavo ad individuare le persone quando ancora erano puntini indistinguibili, poi partivo in velocità fino a raggiungerle e superarle, lasciandole svanire e ritornare puntini alle mie spalle.
    In assenza di persone, mi svagavo inseguendo obbiettivi fittizi, segnali stradali, un cespuglio, un filare d’alberi, un casolare, niente altro che trucchi per occupare la mente.
    Ho capito che quando si percorrono queste distanze, conta solo il tempo, non l’occhio e persino non la gamba. Basta tenere il passo, poi ci si può anche distrarre, tanto tutto si raggiunge. Ma lo spazio e il tempo non sgarrano né regalano nulla: solo dopo le ore e le mezz’ore si “arriva”, quale che sia l’impressione dettata dall’occhio, dal pensiero o dal desiderio.

    Le pagine di Mundicamino mi avevano avvertito che, ad un certo punto, dal nulla sarebbe emerso il campanile del cimitero di Calzadilla, e così è stato, dopo quasi tre ore di marcia serrata. Quando, come per milioni di pellegrini da mille anni prima di me, la visione tanto desiderata ha preso forma all’improvviso, non ho potuto trattenere il loro stesso grido di esultanza.
    Raggiungere il paese ha comunque richiesto un’altra mezz’ora di lotta contro la furia degli elementi. Appena arrivata a Calzadilla mi sono fiondata nell’unico bar, indicato da un’enorme freccia gialla tracciata sull’asfalto, accompagnata dalla una scritta di cubitale esultanza: “BAR!”.
    Un accogliente locale di frontiera in cui ho ritrovato, in compagnia di un gruppo di baschi, la ragazza spagnola, che ora intende arrivare fino a Sahagun, ed ho fraternizzato con una ragazza italiana molto simpatica.
    Purtroppo, se fraternizzare soddisfa un’esigenza del mio spirito, dopo un po’ mi fa sentire deprivata. Già mentre chiacchieravo, rimpiangevo acutamente di non poter gustare a fondo l’ambiente del bar, pieno di pellegrini più o meno scalzi, più o meno estenuati, o di non poter riversare immediatamente sulla carta i residui delle mie irrilevanti riflessioni.
    Appena uscita dal locale ho salutato la ragazza italiana, che aveva le ginocchia troppo rovinate per camminare alla mia velocità, le ho regalato un po’ di amaretti e mi sono rimessa sulla strada, che costeggiava in diagonale belle colline rossicce dalle sommità tornite, un pacifico sentiero lungo la nazionale, curve sinuose e, in lontananza, le rovine dell’abbazia de las Tiendas.

    Dopo Calzadilla de la Cueza e prima di Ledigos mi sono fermata in un’area di sosta affacciata su nuove colline, scure linee diritte contro un’enorme scodella rovesciata di nubi.
    Strano a dirsi, avevo sbagliato calze. Delle cinque paia che ho portato, due comprate da Decathlon, grigie e verdi, sono le mie preferite. Altre due paia, bianche e blu, comprate da Longoni, sono buone e le alterno ad un solo paio delle verdi, perché l’altro è riservato alle emergenze. Oggi ho indossato il quinto paio, che si è invece dimostrato inadatto alla marcia, dopo appena un’ora stava brasandomi i piedi, una vera camicia di Nesso. Le userò solo la sera.
    Mi rendo conto che, avendo portato con me quasi meno del minimo indispensabile – i fatidici cinque chili - con ogni componente del mio equipaggiamento si è instaurato un rapporto di singolare intensità.

    Il vento rimaneva gelato e impetuoso ma i pochi sprazzi di sole erano così roventi da far preferire le nubi. Accanto, un cippo segnava la metà del percorso dai Pirenei a Santiago. Non per me, purtroppo. Ascoltare la ragazza italiana partita da Roncisvalle, i suoi racconti sui 40° a Logrono, la pioggia e il vento sui Pirenei, le aspre salite dei Montes de Oca, i legamenti distrutti e le visite al pronto soccorso, mi ha fatto provare invidia e una certa vergogna per la mia tranquilla partenza da Burgos.

    Ho regalato quanto rimaneva dei miei amaretti ad una coppia di signori olandesi in bici che si era fermata a pranzare nell’area di sosta. Tanta generosità era dettata da quello che avrebbe voluto essere cinico calcolo. Dovevo sbarazzarmi degli amaretti - se ne avessi mangiati ancora sarei crollata per collasso glicemico - e speravo anche di suscitare negli olandesi un impulso emulativo: mi faceva gola il bel burro grasso e dorato che li avevo visti attingere da una grande scatola e spalmare sulle gallette.
    Ma non per niente gli olandesi hanno dominato per secoli il commercio, mentre l’italiano Mussolini regalava a Franco intere squadriglie di aeroplani senza pretendere nulla. I maledetti Batavi si sono mangiati i miei amaretti, mi hanno ringraziato e si sono tenuti ben stretto il loro burro.
    Così ho ripreso la via in preda a visioni di burro, con la bocca piena delle ormai nauseabonde briciole degli amaretti, estremo picaresco rimedio contro la fame.

    A Ledigos ho bevuto di malavoglia una coca in un bar, uno stanzone desolato che dissuadeva dal soffermarsi. Uscendo mi sono però imbattuta in un un furgone che vendeva pane ed ho acquistato un grande filone, morbido e croccante. L’ho divorato quasi senza accorgermene lungo la strada per Terradillos de Templares.
    Terradillos era un paese triste. Nessuna traccia dei templari cui deve il nome, però l’atmosfera lugubre era la stessa di Villalcazar, altro paese templare. Forse uno strascico dell’antica maledizione serpeggia ancora fra le rovine dei luoghi che furono cari ai cavalieri del Tempio.

    Mi sono fermata a riposare nel giardino dell’albergue e qui ho ritrovato Veronica, la ragazza italiana di Calzadilla. Non eravamo stanche ed il tempo era clemente, così abbiamo deciso di proseguire insieme fino a Sahagun.

  5. #5
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    La prima parte del tragitto è scivolata via fra chiacchiere ed aneddoti, mentre la strada si arrotolava attorno a verdi colline ed a campi di grano. Veronica mi ha raccontato degli accaparramenti di pellegrini ad opera di albergue rivali, del prete di Bergamo che costringeva i suoi malcapitati compagni a percorrere 50km al giorno e, tradito dalla sua stessa fretta, è finito in ospedale con una spalla fratturata, della strada sulla Rioja, quando faceva così caldo che la gente si riempiva il cappello d’acqua ad ogni fonte, delle ragazze italiane che viaggiavano coi cagnolini ma sono tornate indietro quando hanno scoperto che le ferrovie spagnole non accettano animali, del suo viaggio avventuroso verso Roncesvalles nel bel mezzo dello sciopero delle ferrovie francesi e altre cose ancora.
    Il lento avvicinamento a Shagun è stato però una vera sofferenza. Le gambe erano sempre più rigide e la strada sembrava non finire mai. Finalmente siamo arrivate in città, risalendo faticosamente una brutta via alle spalle del paese, muraglie di cemento, desolazione, filo spinato e impianti dismessi.
    Il rifugio è stata una splendida sorpresa, ospitato in una vecchia e grande chiesa, un luogo di grande bellezza e suggestione. Letti a castello in gruppi di otto, belle docce, cucina, tutto su alti soppalchi di legno installati a ridosso delle vertiginose navate, una meraviglia. Ho ritrovato Federica la ragazza brasiliana e il suo amico catalano, il signore di Verbania incrociato ieri a Boadilla, la ragazza spagnola, altra gente incontrata per strada ed altra che mi ha presentato Veronica.

    Alla fine questo è il Camino, le frecce gialle e il filo invisibile che ti guida, la stima della gente che ti guarda passare e l’industria secolare che prospera da oltre mille e duecento anni, i visi delle altre persone che stanno vivendo questa cosa. Tuttavia, se per altri l’intensità degli incontri sul Camino è tale da mascherare l’assenza di rivelazioni più profonde, per me questo non avviene. Ho già vissuto a Taizè, ad un’altra età e con ben altra pienezza, il facile stupore ed il fascino dell’incontro e della condivisione con gente di altri paesi. Così, insoddisfatta dalla più immediata delle esperienze emotive del Camino, continuo ad aspettarmi qualcos’altro, e mi sento irragionevolmente delusa. Speravo forse in una chiamata più appariscente, mentre mi trovo ad amministrare piccoli indizi che non riesco a connettere in un disegno più grande. Comprendo che sono tutti segni, il furgone del pane apparso giusto mentre stavo uscendo dal villaggio, il bar di Carrion già aperto prima dell’alba, un Irish pub - dove mi trovo ora – qui a Shagun, proprio a ridosso del rifugio, il falchetto di ieri, i sassi bianchi che mi hanno guidato nel buio nella campagna attorno a Castrojeriz, la sveglia del mio vicino di letto che stamattina mi ha consentito di partire all’alba, persino la bruttezza del pomeriggio a Villalcazar e l’imbattermi in una pasticceria tanto raffinata in un luogo apparentemente dimenticato, il tempo nuvoloso che mi ha consentito di percorrere la meseta in tre giorni senza soffrire. La mia è tuttavia una consapevolezza cieca, razionale, cui non fa riscontro una risposta dal cuore: ancora la gratitudine stenta a venire, ancora non ho messaggi da portare all’Apostolo.

    Ora però assaporo una Guinness così buona da sembrare quasi irlandese e per la prima volta dopo giorni mi sento libera dall’angoscia. Ho scambiato sms con tutte le mie amiche ed è come se avessi chiacchierato a lungo. E’ stata una giornata memorabile. L’orgoglio di aver camminato 47km e la birra cancellano l’onta della resa di ieri ed anche questo è un dono. Sono le sei e mezza, ora voglio andare un po’ in giro e visitare Shagun.

    *

    Il paese non è un gran che. Il centro non offre bei monumenti o chiese, o anche solo angoli suggestivi. Fra le vie anonime, dominate da asfalto e cemento, non ho trovato nulla che giustifichi gli echi suscitati da questo nome da avamposto giapponese o turco. Shagun.

    Ho scelto ristorante più vicino al rifugio ed ho ordinato il solito menu del pellegrino. Ora assaggio la zuppa e credo che il secondo sia una specie di pesce. Il voler cenare al ristorante oggi è poco più di un capriccio, ho già mangiato un salamino per strada e mezza pagnotta, da stamattina non faccio altro che mangiare. Il pesce non era male, almeno rappresentava qualcosa di diverso dal pane, elemento ormai predominante nella mia dieta. La torta invece faceva schifo e giustamente così perisce il tentativo di viziarmi, a riprova che avrei dovuto approfittare della cucina dell’albergue, fare la spesa e mangiare con gli altri.
    La stanchezza mi avvolge, spero di dormire, stanotte. I piedi mi fanno male e non oso flettere le ginocchia.

    *

    E’ sera, nel rifugio la gente rovista negli zaini o chiacchiera nella penombra: io ho solo voglia di sdraiarmi e leggere un po’. Mi sono comprata una felpina gialla in un negozio che proponeva i saldi, fa troppo freddo per indossare solo due t-shirt sotto al pile. Ho comprato anche pane e il burro per domani mattina, me ne era rimasto il capriccio dall’incontro con gli olandesi.
    Guardo le volte della chiesa sopra di me sbiadire nel crepuscolo. Santiago sembra così lontana, irraggiungibile nonostante tutto il mio camminare. Le tappe si accavallano ma la fine non si riesce neppure a immaginare.

    2 luglio 2003 Shagun -/ Mansilla de las Mulas (37 km)

    Sono in un bar in un paese sperduto dieci km dopo Shagun, Bercianos: quattro cascine e questo bar. Il tempo resta triste e coperto, ma è molto meglio così dei quaranta gradi patiti a Logrono, come mi raccontava ieri Veronica mentre riposavamo all’ombra della chiesa di San Nicolas del Real Camino.

    Stanotte ho dormito proprio bene. Mi sono alzata prima dell’alba e appena uscita dal rifugio ho dovuto respingere gli assalti di uno dei conoscenti di Veronica, il solito sfigato italiano di mezza età in cerca di una vittima. L’avevo inquadrato ieri, quando all’ingresso nel rifugio mi aveva trattato con una familiarità del tutto ingiustificata. Stamane, nel vedermi uscire, si è preparato in tutta fretta ed è saltato su chiedendomi con fare mellifluo se stessi uscendo. Io ho chiarito che in ogni caso intendevo camminare da sola. Questo allora ha assunto un atteggiamento offensivo ed ha cercato di provocarmi, io non gli ho dato corda, gli ho offerto un po’ di burro e me ne sono andata. Uscendo, ho realizzato che mi stava seguendo lungo la strada e mi sono spostata per lasciarlo passare. Quando invece mi ha abbordato chiedendomi di punto in bianco se ero cattolica, non ci ho visto più, ho alzato la voce e gli ho intimato di levarsi dai piedi e lasciarmi in pace. La mia reazione l’ha mandato fuori di testa, impreparato com’era al fallimento del solito vecchio approccio basato su quella che è una vera e propria prepotenza morale. Entrerà così nel mio repertorio di aneddoti l’immagine di me che nel buio delle strade di Shagun tento di sbarazzarmi di questo malato di mente che urla “Stai peccando! Il cammino non ti appartiene! Tu sei una falsa pellegrina!”.
    Forse mi sono dimostrata troppo insofferente, ma le mie già limitate doti diplomatiche sono state annichilite dal dover affrontare alle sei del mattino una persona che mi aspetta al varco e, solo perché sono una ragazza e viaggio da sola, pretende di impormi la sua compagnia.

    Comunque, accantonato l’avvilente episodio, sono riuscita a far subito colazione, grazie a due ragazzi, un’austriaca e un brasiliano, usciti con me dal rifugio, che mi hanno guidato nel buio fra i meandri di Shagun fino ad un bar aperto, un posto vagamente psichedelico fra l’american bar e la discoteca. Ho camminato con questi ragazzi per un po’ ma dopo un’ora circa mi sono staccata, perché preferisco davvero andare da sola.

    Osservo la desolazione di queste strade lunghe e strette, a mala pena asfaltate e popolate di cani randagi, le porte delle abitazioni confuse con quelle delle stalle, e mi chiedo che tipo di vita si conduca qui a Bercianos, penso all’isolamento che si deve patire in inverno.

    Non so cosa farò oggi, non ho molta voglia di percorrere i 37 km fino a Mansilla per ritrovarmi con la stessa gente di ieri, mi sento già soffocare.

    *

  6. #6
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    Ho raggiunto El Burgo Ranero dopo altri otto km di una strada noiosissima, costeggiata da inutili alberelli appena piantati, campi piatti, per lo più incolti, natura del tutto priva di bellezza. L’aria è fresca, del resto siamo a 800 metri e non c’è sole. Arrivare è stato pesante, anche questa volta più per la testa che per le gambe. La camminata di ieri esigerebbe la compensazione con un giorno di riposo e la scarsa attrattiva dei luoghi non fa nulla per incentivare la marcia.
    Il prossimo paese, Reliegos, dista 13 km e poi ce ne sono ancora sei fino al successivo. Non so cosa farò, forse un altro caffè mi tirerebbe su. La sola consolazione è che ho ripreso l’austriaca, sebbene lei non si fosse fermata a Bercianos. Ci siamo sedute su una panchina fuori della chiesa, io ho tolto le scarpe e mi mangio una merendina – pan di Spagna al cioccolato ripieno di cioccolato - lei si sbuccia una mela.

    *

    Da El Burgo Ranero fino a Reliegos sono tre ore di strada piatta in mezzo al niente, solo il filare di alberelli da una parte, e dall’altra, sul limitare dell’orizzonte, la ferrovia. Per la prima ora ho preso come riferimento gli operai che rifacevano l’asfalto, poi betoniere, uomini e camion sono stati risucchiati dalla strada alle nostre spalle e sono rapidamente scomparsi. Secondo la mappa, e le mie carte, strada e ferrovia avrebbero dovuto incontrarsi verso i due terzi del percorso, ma vedevo ogni treno avanzare parallelo alla strada fino a perdersi dietro la curvatura del globo. E lo sconforto cresceva, fino che i miei piedi ed il mio spirito sono collassati, molto prima che strada e ferrovia si congiungessero. Ho dovuto fermarmi su di una delle panchine che la scrupolosa Junta de Leon ha collocato ad intervalli regolari nel -vano ma ammirevole – tentativo di attenuare la durezza del tratto.

    Dopo la pausa, ho ripreso in compagnia di un portoghese piccolino che sembra fare il pellegrino di professione, arriva da Parigi e, una volta raggiunta Santiago, arriverà a piedi sino a Fatima. Mi ha mostrato la sua collezione di rosari ed il suo pacco di credenciales, io gli ho regalato uno dei miei numerosi Labello, una merendina al cioccolato e metà del pane che mi avanzava. Tutto molto pilgrim.
    Ci eravamo incontrati una prima volta all’uscita da Shagun e di nuovo sulla strada. Mi ha ammonito perché tengo un passo troppo veloce e mi ha consigliato, se mi perdo, di prendere sempre i filari come riferimento. Anche questo è molto pilgrim.

    Infine ho raggiunto ed attraversato la ferrovia: metafora dell’esistenza questo inesorabile raggiungere ciò che sembra non dover mai arrivare. L’ultimo tratto è stato il più duro della giornata, anche se il paesaggio era migliorato; esaurita la pianura, il Camino si attorcigliava attorno ad una serie di colline basse e tozze, lungo cui mi sono inerpicata per quasi un’ora, senza intravedere alcun centro abitato. All’improvviso, dalla campagna deserta sono affiorate alcune persone, come gabbiani che preannunciano l’approssimarsi della terraferma: infatti, dopo l’ennesima curva, è finalmente apparso Reliegos.

    Sono entrata nel bar - ancora uno stanzone dall’aria parrocchiale, ma a modo suo accogliente - ed ho preso una fetta di tortilla alle patate.
    Mi vergognavo con me stessa perché lungo la strada, per vincere la noia, avevo già mangiato il pane, tre merendine al cioccolato e un salamino, ma ero incuriosita, anche perché rammentavo quanto ci aveva raccontato il ragazzo di Barcellona a Villalcazar circa la ricetta della tortilla fatta da Ferran Adrià con le patatine.
    Erano intanto arrivati la ragazza austriaca ed appunto Ignatio, il ragazzo di Barcellona. Lui, che per quanto ho visto è il più simpatico fra quelli incontrati finora, arriverà stasera a Leon – è in bici – e si fermerà un paio di giorni. Due chiacchiere, poi ci siamo dati appuntamento a Leon e ciascuno ha ripreso la propria strada. Io però non riuscivo ad alzarmi per i crampi ed il male al ginocchio finché, non so come, mi sono trascinata fuori del bar ed ho raggiunto questa panchina, dove sono stramazzata.

    Ora ho tolto scarpe e calze e non so come fare per riprendere. Mancano sei chilometri a Mansilla ma mi sento come l’altro giorno a Villalcazar, se non peggio. Sono anche sfinita e vorrei tanto andare subito a dormire nell’albergue che c’è qui a Reliegos. Il tempo continua a mutare, ma l’aria resta fredda. Proverò a rimettere le scarpe.

    *
    L’ultima parte del tragitto è stata, prevedibilmente, massacrante. Memore della lezione di Davide Gandini, ho camminato pianissimo ma senza interruzioni. Chi la dura la vince e alla fine sono arrivata a Mansilla de las Mulas.
    L’albergue è proprio bello, accogliente, pieno di fiori. E’ una casa antica, aperta su di un grazioso patio, tante stanze con pochi letti a castello ciascuna, bagni puliti ed un’atmosfera conviviale ed amichevole. L’hospitalero è un anziano signore tedesco, di quei tedeschi col piglio del missionario in mezzo ai selvaggi, come ne ho visti fra i frères di Taizè. E infatti, per la prima volta da Burgos, ho visto affisso nella bacheca dell’albergue un avviso con gli orari delle Messe. In camera sono con una cinese, il portoghese piccolino di stamattina ed un pezzo di figliolo non so se portoghese o brasiliano, che va in giro con una specie di turbante bianco.
    Mi sono rinfrescata, ho indossato la tenuta da “libera uscita”, riposo - sandali, pantaloni azzurri leggeri e maglietta azzurra di seta - e sono andata ad esplorare il paese. Le vecchie case di Mansilla hanno tutte un bel portico di travi, i negozi ostentano splendide insegne di legno; edifici sbrecciati che cadono a pezzi si alternano senza armonia a case moderne in mattoni traforati.
    Il bar dove mi trovo ha un nome da noir anni trenta, Cafè Marseilles; ogni cosa trasuda una spessa atmosfera provinciale e rétro, l’ampio salone dalle vetrine rettangolari in vetro molato, il lungo bancone di formica, le tre elaborate colonne di ghisa color mattone simili a quelli dei pub irlandesi, i tubi al neon impolverati, i tavolini di marmo e ferro, i muri rossicci, gli uomini che giocano a carte, il pavimento lurido, pieno di cartacce e cicche di sigaretta, gli operai della Cerveza San Miguel che riempiono la spina, odore di fumo e di birra.

    Ho fotografato l’interno di una merceria, incantata dagli scaffali di legno alti fino al soffitto e traboccanti di merce colorata: la signora nel consentire alla fotografia, ha chiosato orgogliosa e lusingata che ogni articolo è collocato da sempre al medesimo posto.
    Tre cicogne hanno preso il volo da un campanile, non ne avevo mai viste così da vicino. Nel darsi lo slancio sembravano inciampare nelle proprie zampe, maldestre come puledri appena nati, poi hanno spalancato le ali e si sono tuffate nell’aria: ho atteso dieci minuti nella speranza di fotografarle, ma non sono tornate.

    Sono le cinque e mezza, ho finito la birra, tornerò all’albergue a dormire un po’. Ho pagato 3 euri per la notte e così anche ieri. Domani voglio percorrere una tappa breve: raggiungerò Leon e mi fermerò lì, sono davvero stanca.

    *
    Mi sono svegliata intirizzita e tutta storta, come se fossi malata: devo assolutamente riposare sul serio. Mi sono scossa e sono andata a cenare in un ristorante dietro l’albergue, magnificato da una scritta nella bacheca. Un posto vecchiotto, un salone dalle pareti gialle raccolto attorno ad un patio, finestre dai vetri malamente stuccati e telai sottili, soffitto con un’improbabile decorazione e lampadari a palla.

    Non appena ho iniziato a mangiare sono stata raggiunta dal brasiliano di stamattina, che ho invitato al mio tavolo; abbiamo chiacchierato un po’, lui mi ha raccontato che fa il musicista ed ha un albergo dalle parti di Rio; anzi, come ha tenuto a precisare, ha un albergo ma fa il musicista.

    Esiste una disciplina o un’etichetta implicita fra la gente che percorre il Camino in base alla quale non è necessario giustificare nulla: come paracadutisti in caduta libera, ci si incontra e ci si lascia senza spiegazioni. Allo stesso modo le domande personali sono superflue o fuori luogo, ad eccezione delle blande investigazioni circa le ragioni che hanno condotto sul Camino. Ad esempio, il brasiliano è andato a trovare i suoi che sono ritornati in Portogallo dopo trent’anni di Brasile e lì ha deciso di intraprendere il Camino. Questa è una, ma tutte le risposte che ho ottenuto sinora denotano una risoluzione accidentale, non ho ancora incontrato nessuno, tranne forse il messicano di Rabè, che esibisse una motivazione forte, ideale, umana o religiosa. Del resto penso che il riconoscere l’accidentalità della propria decisione sia un buon punto di partenza, perché consente di mettersi completamente a disposizione dell’esperienza concreta, senza la sovrastruttura di ideologie o zeli non necessari.

    La cena è stata buona, piattoni col pomodoro (“judias vertes”) e nodino di maiale. Sono rientrata rapidamente, ho fatto una doccia, spalmato la pomata sul ginocchio e preso l’aulin, chissà se ora riuscirò a leggere... Sono nella stanza con la ragazza spagnola ma lei domani intende percorrere 40 km, così non credo che la riprenderò più. Anche il brasiliano vuole superare Leon. Il rifugio non passa coperte, dormirò col solo sacco a pelo. Il mio letto è casualmente il solo ad avere accanto una presa di corrente, così ho potuto mettere in carica il telefono, piccolo consolante lusso in questa giornata strana, in cui mi sono sentita molto affaticata e triste.
    Il paesaggio oggi mi è parso decisamente poco piacevole, nulla a che vedere con l’infinita bellezza del tratto fino a Fromista o persino quello percorso ieri da Terradillos des Templares e poco prima di Shagun.
    Proprio l’insoddisfazione di attraversare luoghi per me privi di ogni attrattiva mi ha portato a spingere troppo sull’acceleratore, col disastro traumatologico che ne è seguito. Ho assaporato solo l’ultimo tratto fra Ledigos e Mansilla, benché poco interessante e affollato di tralicci – qui in Spagna l’inquinamento elettromagnetico è un problema decisamente poco sentito - sono stata costretta a percorrerlo senza fretta ed ho così apprezzato con la giusta lentezza il grande cielo e la distesa di campi.
    Però, una volta arrivata, le cicogne, la telefonata in studio, la cena e questo bell’ostello dall’atmosfera conviviale e distesa mi hanno rasserenato. Ed ora dormo.

    3 luglio 2003 Mansilla de las Mulas – Villadangos del Paramo (42 km)

    Sono sulla via per Leon. Il tempo continua ad essere misericordiosamente nuvoloso, il cammino costeggia l’asfalto e i camion minacciano la mia vita. Ho dormito bene e sono uscita rapidamente da Mansilla attraverso il ponte, mentre albeggiava. Nell’aria aleggia ancora un buon profumo di erba. Mi sembra di essere appena partita ma sono le 7.20, quindi sto camminando da almeno un’ora e un quarto. La gamba e il piede mi danno già fastidio, se arrivo a Leon, mi sa che mi fermo lì.

    *

    Eccomi a Leon. Ho camminato con Maria Jesus la ragazza spagnola, ritrovata al bar di Villamoros, il primo paese dopo Mansilla, dove lei si era imbarcata in una lunga discussione col barista circa i vari tratti del Camino prima e dopo Leon. E’ stato un tragitto rapido e piacevole; come sempre, in compagnia la strada svanisce sotto le scarpe senza che ce ne si accorga.
    Lei è di Vigo, gallega quindi, ma è partita da Burgos come me. Mi ha spiegato che in Galizia le case sono tutte in pietra, non di fango e paglia come sulla meseta. Anche lei non ha saputo dire a chi appartengano quelle immense distese di grano (“trigo y trigo y trigo”) o quale sia la mano invisibile che le lavora. In Galizia è diverso, gli appezzamenti sono piccoli e recintati. Mi ha raccontato che è già stata altre volte a Santiago, fin da piccola ci andava con suo padre, che ora non c’è più. E’ molto organizzata, fa il bucato tutte le sere e la mattina si appende la biancheria umida allo zaino. Devo prendere esempio, le mie magliette invocano il sapone a gran voce, per non parlare dei pantaloni.

    Raggiungere Leon ha richiesto tre ore di saliscendi, percorsi ora all’interno, ora sul ciglio della nazionale, sempre più trafficata ed insicura. Ad un certo punto, dopo una curva, abbiamo visto la città stendersi da un lato all’altro della vallata sotto di noi, e le guglie della cattedrale che spiccavano in lontananza sulla foresta di tetti.
    Leon non è solo la prima grande città che tocco da quando sono partita, rappresenta anche una meta simbolica, il punto d’arrivo del tratto più duro del Camino, la prova che – forse - sono in grado di farcela.

    Le arterie periferiche sono interminabili ma il centro di Leon è bello, ben conservato, pieno di localini, negozi e posticini alla moda che hanno ingolosito il mio sguardo, abbrutito da cinque giorni di meseta. Era tutto ancora chiuso, le strade popolate solo di fattorini, che scaricavano casse di bottiglie destinate ad annaffiare la prossima notte brava, e di camerieri, che ripulivano frettolosamente le vestigia di quella passata.

    Ci siamo tolte scarpe e calze su una panchina nella piazza della cattedrale ed abbiamo atteso l’apertura rifocillandoci e chiacchierando con un vecchietto un po’ bizzarro, che ci ha mostrato alcune foto di quando faceva il ciclista in Italia. Poco dopo una signora dall’aria distinta ha sorriso vedendoci scalze, si è avvicinata e ci ha confidato di aver fatto anni fa il Camino in bici. Lungo il Camino è normale incontrare persone che salutano con gentilezza, chiedono, consigliano, suggeriscono scorciatoie.
    In questo consiste il sentirsi “sul Camino”: non un volo mistico, bensì l’esperienza tangibile, materiale che nasce dall’arrivare in un luogo che non si è mai visto e scoprirsi parte – non meri turisti o osservatori, ma parte viva ed essenziale - di una realtà che si intuisce profonda e diffusa. E l’augurio di buon camino diventa il suggello di questo reciproco riconoscimento.

  7. #7
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    Alle dieci abbiamo potuto entrare nella Cattedrale e devo dire che, nella tenzone fra Burgos e Leon, il fulgore delle vetrate multicolori racchiuse fra le altissime arcate gotiche mi fa propendere per Leon; addirittura, posso arrivare a riconoscere che questa cattedrale è bella quasi come il Duomo, seppure – ovviamente – un po’ più piccola.

    Una volta apposto il sello, abbiamo preso un cafè con leche, non già nel locale raccomandato dal vecchietto di prima, bensì sedute ad un tavolino all’aperto, in un bar di fronte ad un palazzo progettato da Gaudì nelle forme di un castello delle fiabe, dove il marmo sembra avere la consistenza di una meringa. Di fronte al palazzo, un’effige in bronzo dell’architetto seduto su una panchina, un po’ come a Dublino le statue di Joyce o di Patrick Kavanagh. Il caffè era buono e il barista ci ha offerto un cioccolatino ed una piccola madeleine. Abbiamo approfittato della sosta per spalmare un po’ di pomata sulle ginocchia e sulle spalle devastate e siamo ripartite, alla volta della chiesa di San Isidoro, un edificio romanico che ricordava San Martin di Fromista, ma senza quell’algida perfezione. Ciò che soprattutto meritava la visita era l’annesso Pantheon dei re di Spagna, un portico chiuso, dalle volte interamente coperte di coloratissimi affreschi romanici tutti in perfetto stato di conservazione. Pastori, animali, contadini, angeli, immagini sacre, sembrano animarsi a seconda del punto da cui le si osserva: la chiamano la Cappella Sistina del romanico spagnolo.

    La guida era un bel ragazzo molto spagnolo, capace di comunicare con fervore il senso della sacralità del luogo che, ci spiegava, era stato il palazzo reale della dinastia di Leon, cuore politico e religioso della Spagna medievale. Fra i tanti personaggi evocati mi ha affascinato la figura della regina Urraca, con quel nome gutturale, da saga nordica, me la immaginavo crudele e vendicativa, un’imperatrice madre bizantina o la strega di Biancaneve.

    Poi ci siamo separate e Maria è partita per Villar de Mazarife. Dopo il paese la Virgen del Camino la strada per Astorga si biforca infatti in due itinerari, il più lungo dei quali si inoltra fra i campi del Paramo e raggiunge Villar de Mazarife, mentre l’altro costeggia la nazionale fino a Villadangos del Paramo. I due sentieri si riuniscono poi ad Hospital de Orbigo.
    Maria preferisce camminare di più pur di evitare l’asfalto; io non so ancora cosa fare ma ho deciso di non cedere alle sirene dei locali e dei bei negozi e procedere oltre per la via più breve, così da arrivare ad Astorga entro domani.

    Dopo che ci siamo salutate sono quindi venuta a rifocillarmi in questa specie di enoteca con degustazione di salumi, dietro San Isidoro, che avevo notato passando e che ho preferito a tutti i posticini bellini ma convenzionali nei dintorni della cattedrale. Sto quindi divorando un piatto di jamon serrano, molto buono, accompagnato da tante fettone di pane mollicoso. Ho ficcato lo zaino sotto un tavolaccio e mi sono arrampicata su di una sedia di paglia piuttosto casuale, mentre il locale si riempie. E’ un posto simpatico, arredato in modo spartano ma accurato e non sembra una trappola per turisti, affollato com’è da spagnoli che approfittano della pausa per bere e sgranocchiare qualcosa. Se non dovessi camminare prenderei del vino, ma preferisco lasciar stare, anche se questi bei calici colmi dalle scintillanti tonalità granata mi suscitano uno sconsolato desiderio.

    Ora mi sto rilassando, penso alla strada e mi sento felice. Il tempo resta incerto, conviene andare, diciotto km fino a Villadangos del Paramo sono tanti, è già l’una ed io sono stanca.

    *

    Lasciare il centro di Leon non è un’impresa facile se si perde il bandolo delle frecce gialle, è sufficiente deviare di pochi metri e ci si trova abbandonati a sé stessi. Finalmente rimessa sulla retta via dalle indicazioni di una decina di passanti, ho attraversato il grande ponte di fronte allo splendido convento di San Marcos dalla sontuosa facciata plateresca in marmo bianco. Poco dopo mi sono fermata in una pasticceria ed ho preso un dolce di sfoglia, che mi ha un po’ deluso.

    Il Camino attraversa la periferia occidentale di Leon per una lunga strada che, senza soluzione di continuità, trasforma Leon in Trobajo del Camino, ultimo sobborgo prima della salita alla Virgen del Camino. Man mano che ci si allontana dal centro, la città diventa più brutta e confusa: domina un’impressione di promiscuo, di approssimativo. Costruzioni non finite, uso smodato dei mattoni traforati senza alcuna preoccupazione per accessori voluttuari quali calce o intonaco. Vecchio e nuovo, entrambi di poco valore, mescolati disordinatamente, una quantità di negozi di ogni genere. Eppure l’insieme è stranamente piacevole. Mi sono concessa un caffè in un bar fetidissimo alla fine di Trobajo del Camino, proprio di fronte alla strada che sale ripida verso la Virgen del Camino. Prosciutti sudati pendevano dai ganci, tocchi di formaggi sofferenti occhieggiavano da una vetrina, la televisione parlava della bella figura di Berlusconi al parlamento europeo, il caffè era troppo caldo, il mio equilibrio sullo sgabello era precario, non avevo voglia di posare lo zaino. Sono ripartita subito.

    Ho risalito sotto il sole a picco una squallida zona industriale di capannoni deserti o abbandonati, che un tempo non lontano doveva essere una collina di pascoli e case coloniche. Infine sono arrivata alla Virgen del Camino, poco più di uno stradone costellato di alberghi e ristoranti dall’aspetto dozzinale. Avendo già rinunciato all’attraente movida di Leon ero tentata di fermarmi, ma ero ancora troppo vicina alla città, così ho deciso di proseguire, nell’illusione di trovare un albergo in qualche villaggio dopo una manciata di chilometri,.
    La chiesa del santuario attorno a cui è sorto il paese ha una sua maestosa bellezza in stile anni sessanta, che contrasta con la generale pacchianeria: l’ingresso è sovrastato da una facciata rettangolare popolata da alte figure in bronzo, una specie di maestà moderna, con la Vergine in centro e gli apostoli ai lati. Lo stile ricorda un po’ le statue più pretenziose del cimitero maggiore, ma l’effetto non è sgradevole. Mi sono seduta su una panchina fuori della chiesa, poi ho preso un caffè e sono partita.

    Ho raggiunto Villadangos solo alle sette passate, ciò significa che ho impiegato circa cinque ore per percorrere ventuno chilometri e mezzo (non già diciotto come credevo) e questo dà la misura della fatica che mi è costato. I piedi mi dolevano, ero stanca ma non c’erano aree di sosta in cui riposare né fontane cui bere. Purtroppo, i primi due paesi che ho attraversato non offrivano né alberghi aperti né camere, né bar accoglienti in cui riposare, così ho dovuto sorbire l’amaro calice fino in fondo. A San Miguel del Camino sono entrata in un bar e ho chiesto se ci fossero camere ad un vecchietto che ha iniziato un discorso confuso in un dialetto del tutto incomprensibile. Alla fine ho capito che il titolare era ad un funerale e con lui tutti gli avventori. Me ne sono andata senza insistere oltre, seguita dagli sguardi diffidenti del vecchietto. Da lì a Villadangos erano otto km, che ho percorso in due ore e mezza.

    Non pensavo a nulla, né il paesaggio mi ispirava. Ad essere sincera, non ho quasi notato ciò che mi circondava. Ho veramente patito ogni palmo di strada percorsa, ogni salita, ogni discesa, ogni chilometro, mezzo chilometro, duecento metri.
    Anche quando levavo il capo dalla mia sofferta battaglia con la distanza per guardare che aspetto avesse questo Paramo che stavo attraversando, non notavo nulla di diverso dal succedersi di campi più o meno incolti che mi perseguita da giorni e giorni.

    Ad un certo punto mi sono imbattuta in due uomini carichi di catene d’oro, che discutevano sul limitare di un campo, in mezzo al niente. Mi sembrava di essere in un film di Francesco Rosi, loro, appena mi hanno visto si sono zittiti, io li ho superati senza voltarmi.

    Sui muri o lungo la strada mi facevano compagnia le scritte che promuovevano entusiasticamente il nuovo rifugio di San Martin del Camino, circa sette km dopo Villadangos, ognuna forniva distanze diverse da quelle dei miei calcoli, mi sentivo presa in giro, ma non c’era nulla da fare, solo andare avanti. In certi momenti si smette persino di ragionare lucidamente, ci si riduce ad un rimuginare costantemente sull’interminabile lunghezza del singolo chilometro percorso, un continuo ebete ricalcolare ogni metro, passo dopo passo, un instancabile confrontare i segni esteriori dello spazio con l’impressione registrata dalla mente. Ogni chilometro sembra più lungo del precedente, ogni pietra miliare è una truffa dolorosa, un’amara delusione, una conferma che il Camino, come la vita, non concede sconti, mai.
    Il solo modo di farcela è considerare lo spazio un contorno da circoscrivere entro un punto di riferimento qualsiasi, per poi riempirlo di passi e di parole, di canti e di imprecazioni, come un disegno si colora coi pastelli. Qualunque cosa, pur di ignorare il peso delle gambe sempre più rigide, le cinghie dello zaino che scavano sempre più le spalle, le mani che perdono sensibilità a furia di rimanere abbassate.

    Dal momento in cui ho intravisto – molto in lontananza – la sagoma di una torre che non poteva appartenere ad altro che a Villadangos, l’avvicinamento è sembrato farsi ancora più lento, ancora più sofferto. Alla fine stentavo a portare un piede avanti all’altro. Incorreggibile, ho ugualmente superato due alberghi che ho giudicato troppo periferici ma una volta entrata in paese, non mi sono neppure posta il problema, ho ignorato il rifugio e sono andata direttamente nel primo hostal, un alberghino bianco e nuovo lungo la strada accanto ad un bar-ristorante.

    Secondo i miei calcoli oggi ho percorso 41 km, secondo il conto a ritroso dei fogli di Jacobeo.net ne ho fatti solo 35 ma preferisco pensare che tanta fatica sia valsa almeno 41 km.

    Una doccia veloce e un po’ di lavanderia, ho appeso calze e biancheria per tutto il bagno, allagandolo come una foca, mi sono cambiata e sono uscita alla ricerca di un ristorante. Ho cenato ancora col ragazzo brasiliano, capitato poco dopo di me nel ristorante, una cascina arredata in stile vero-finto rustico sulla riva del fiume.
    Lui era depresso perché aveva perso la macchina fotografica digitale e con essa i ricordi di quasi due settimane di Camino: alternava così momenti di buon umore ad improvvise cadute di tono. Mi tornava in mente quella canzone di David Riondino sui brasiliani, tutti samba e allegria un istante e tristezza e saudade l’istante successivo, non sembrava neppure una persona reale. Lui comunque intende raggiungere domani Rabanal, un’impresa decisamente al di fuori della mia portata.
    Ho mangiato molto bene, sopa de ajo e nodini di maiale, e per dolce natillas, una buona cremina gialla alla vaniglia.
    Salutato il ragazzo brasiliano ed uno svedese pelato conosciuto al ristorante, sono venuta in un bar nei pressi dell’albergo a concedermi la rituale birretta da meditazione prima di dormire.
    Villadangos è un paese di pianura, basse casette a un piano, unite le une alle altre a formare vie sinuose e senza sbocchi. Sta scendendo la sera, l’aria si rinfresca, meglio andare.

    *

    Finalmente a letto, un vero letto morbido. Dalla finestra vedo soltanto cielo ed un’antenna della televisione gremita di nidi di cicogne. Il cammino oggi pomeriggio è stato brutto, cioè sgradevole, faticoso. Anche i lunghi giri viziosi per il terreno incolto attorno al raccordo autostradale dopo la Virgen non mi hanno entusiasmato anzi, se non ci fossero state le frecce a farmi compagnia, avrei decisamente avuto paura.

    Eppure, stesa in questo bel letto mentre il cielo sbiadisce mi sento proprio bene, contenta e soprattutto libera. Non ho voglia di riflettere, i piedi mi fanno ancora male e vorrei solo leggere un pochino. Mi piace questa zona, gli uomini sono tutti piccoletti e mi ricordano il nonno Attilio, hanno un che di simpatico e familiare. Domani mi alzerò con calma, ho bisogno di riposo.

  8. #8
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    4 luglio 2003 Villadangos – Astorga (28 km)

    Mi trovo in una Guinness cerveceria nella Plaza Mayor di Astorga, cioè la piazza del municipio, e mi sto lentamente riprendendo.
    Stamane sono uscita alle otto meno un quarto. A quell’ora il bar dell’albergo era aperto ed ho lussuosamente fatto colazione appena sveglia, anche se ho dovuto rinunciare alla brioche dopo tre tentativi di farmi comprendere da un barista evidentemente troppo cretino. All’uscita del paese, un ingorgo causato dal rifacimento del manto stradale mi ha consentito per una volta di superare decine di auto bloccate nel traffico. Dopo un’ampia curva in discesa che ieri sera avevo fantasticato preludere ad un anglico percorso ricco di verde e di acque, mi sono trovata su di un rettilineo che correva parallelo alla statale. Solo una piccola deviazione attraverso un boschetto per evitare i lavori stradali, poi è sempre stato l’asfalto e il consueto deserto di campi spogli.
    Dopo circa un’ora ho raggiunto San Martin del Camino. Mi sono tolta lo sfizio di visitare il rifugio tanto pubblicizzato lungo la strada, che sorge all’ombra del grande ed incomprensibile serbatoio di cemento, tanto simile alla palla di Corsico.
    Data l’ora il rifugio era deserto ma la porta era aperta. Mi piace questa cosa di lasciare aperti i rifugi anche nelle ore di chiusura, in modo che il pellegrino di passaggio, se lo vuole, possa dissetarsi, usare il bagno o riposarsi qualche minuto.
    Il ginocchio mi faceva male e per i dieci km da Villadangos fino ad Hospital de Orbigo mi sono letteralmente trascinata. Lì – mentre stavo seduta senza calze su di un muretto cercando di riprendere possesso del ginocchio e progettando il saccheggio della salumeria di fronte - ho incontrato Maria che arrivava da Villar de Mazarife.
    Lei appariva riluttante a fare la strada con me ma io ho finto di non accorgermene - rinunciando persino alla salumeria – nella convinzione che da sola oggi non sarei riuscita a farcela. Così ci siamo avviate assieme. Anche il rifugio di Hospital era deserto, ma meritava senz’altro una visita, con le vetrate che si affacciavano attorno ad un patio pieno di fiori, i muri blu ed un grande trompe l’oeil su di una parete. Uscite dal paese, dopo circa un’ora ci siamo fermate all’ombra di un cartellone stradale, io ho spalmato la pomata sul ginocchio e il dolore si è attenuato.
    Il sole splendeva, fin troppo, e da lì abbiamo fatto tutta una tirata, tranne una sosta da un benzinaio dieci km prima di Astorga, per un caffè, la toilette ed un pacco di Prince. Il paesaggio era più verde di quello di ieri, ma la marcia è stata lo stesso molto faticosa. Il ragazzo del benzinaio ci ha detto che dopo Astorga il cammino sarebbe diventato molto bello, che la meseta era finita. La strada sassosa correva parallela alla ormai familiare N120, non c’erano aree di sosta e gli alberi erano troppo piccoli per offrire un po’ d’ombra.
    Per la prima volta ho sperimentato gli effetti del nostro andare verso occidente, col sole che ci martellava le spalle. E’ emozionante percepire il senso del proprio muoversi nello spazio, questo seguire il percorso del sole, sentirsi nel solco di tutte le migrazioni della storia.
    Finalmente, verso mezzogiorno, dopo continue discese e risalite sotto il sole a picco, abbiamo intravisto Astorga nella valle sotto di noi. Ma l’entusiasmo è durato poco, scendere e raggiungere la città nella canicola del primo pomeriggio è stato massacrante.
    In centro, Maria si è trovata con un suo amico francese, un bretone, ciccione e barbuto palesemente suo fidanzato, l’incontro col quale era la ragione della sua fretta e – immagino – della sua scarsa comunicativa iniziale. Io li ho salutati rapidamente e mi sono messa a vagare per trovare l’albergue.
    In assenza di segnali – eravamo entrate dalla parte sbagliata della città - ho chiesto in giro, ricevendo diverse indicazioni, tutte contrastanti e che mi hanno fatto girare come una trottola per oltre un’ora. Ad un certo punto ho scoperto di avere perso il pile ed ho dovuto ritornare sui miei passi fino a che non l’ho ritrovato, appeso ad un cartello stradale da qualche mano invisibile. Il male al ginocchio si era fortunatamente attenuato e, alla fine, sono arrivata all’albergue, che non era né vicino alla Cattedrale né nei pressi della chiesa di San Francesco, ma in una scuola in disarmo affacciata sui bastioni della città alta. Un casermone di tre piani con camerate di tipo militare ed un’ampia sala da bagno nel seminterrato, in cui ho lavato - col bagnoschiuma - le mie t-shirt ormai quasi putrefatte.

    Dopo di che, con addosso solo la felpina gialla comprata a Shagun, mi sono messa a girare per il bel centro di Astorga ed ho trovato questo posto, dove ho potuto assaporare, la Guinness, una tortilla buonissima e una quantità di ricordi irlandesi per nulla scontati. In particolare, di fronte a me, vedo incorniciata la copia della presentazione di una rivista degli anni venti “the Bell”. Leggere i nomi di Elizabeth Bowen, Patrick Kavanagh, Flann O’Brien, Ernie O’ Malley (!), Sean O’Faolain, Jack B. Yeats, mi ha folgorato. Le sensazioni legate all’Irlanda sono tornate prepotentemente in superficie, accentuate dalla Guinness (mi chiedo perché in Spagna sia così buona). Tante cose lungo il Cammino mi ricordano l’Irlanda, il fatto stesso del camminare, il vento, le distese di campi. La birra è finita, ora cercherò di visitare la Cattedrale e comprare queste mantecadas, specialità propinate ad ogni angolo, poi farò riposare la gamba da qualche parte.

    *

    Ho perlustrato, al solito, tutti i negozi del centro, infine mi sono comprata i dolci in una pasticceria antica ed elegante a ridosso della Cattedrale. Una signora anziana dal piglio altero mi ha servito con molta gentilezza, nonostante il mio aspetto da vagabonda. Oltre alle mantecadas, una specie di pane degli angeli alle mandorle, ho preso altri dolcini di pasta di mandorle e sfoglia, nessuna rivelazione mistica, ma tutti abbastanza buoni.

    Terminati i giri, mi sono lasciata cadere su una panchina dietro il palazzo episcopale di Gaudì, una casa delle fiabe color crema, architettura gommosa da cartone animato. Sono rimasta lì al sole a fare progetti ed a studiare le mie preziose fotocopie, poi sono andata a visitare la Cattedrale, rimanendo abbacinata dall’arco d’ingresso, una profusione di merletti, pietra lavorata così finemente da sembrare sapone, riccioli e petali di roccia, puro stile plateresco.

    L’interno è un gotico grandioso, ricorda il Duomo, appena più stretto. Ci sono tavole dipinte ovunque, a me ne è piaciuta molto una che raffigurava la Madonna, forse un po’ romantica ma con colori meravigliosi, appesa a portata di mano: mi ha affascinato questa accessibilità, così inconsueta in una chiesa. Nell’abside domina invece un enorme retablo, incastonato di pitture, statue, cornici dorate, come un sacro monte in verticale.

    Mi sono fatta mettere il sello nella Cattedrale. Ovunque vada, estraggo ormai automaticamente la credencial e chiedo il sello, nei bar, come nelle chiese, come nei rifugi e persino alla stazione di servizio, collezionando timbri e ricordi; ho superato la reticenza dei primi giorni quando mi sono resa conto che tutti sono orgogliosi di appormi gli uni e lasciarmi gli altri. E poi il rituale contribuisce ad alimentare la mia incerta identità di pellegrina.

    Fuori della chiesa ho ritrovato Federica, la ragazza brasiliana che fa il Camino in bici e che, nonostante l’accento toscano e l’inquietante somiglianza con la Debora, sto trovando molto simpatica. Lei non ha fretta, mi ha spiegato. Era con una ragazza americana molto grassa ed apparentemente disturbata, cui ho regalato un po’ dei miei dolcini. Poco prima, davanti al rifugio, Federica mi aveva raccontato che oggi aveva percorso solo dieci km portando la bici a mano per fare compagnia ad una sua amica americana che era in crisi. Vedendo poi l’amica ho compreso appieno: ecco un gesto da vero pellegrino.

    Ho comprato il pane caldo da una vecchietta, in una piccola rivendita nei pressi del rifugio, un ragazzo l’aveva appena consegnato insieme ad una succulenta pila di fumanti empanadas. Mi sono comprata anche un po’ di jamon e la cecina, una specie di prosciutto di mucca che producono solo da queste parti: ieri all’uscita di San Miguel del Camino mi ero imbattuta in un salumificio, ma ero troppo concentrata nello sforzo di superare gli ultimi otto km per avere voglia di fermarmi a fare compere.

    Durante i miei giri per il bel centro di Astorga, ho trovato un’altra chiesa favolosa, San Bartolomè. All’esterno sembra preromanica, ricorda le chiese della Val di Non, il tetto ad un solo spiovente, la facciata di pietra, l’ingresso ad arco. Dentro, si è investiti da un tripudio di barocco, stucchi ed ori, con tanto di cupola.

    Ora sono al rifugio per dare un po’ di requie ai miei poveri piedi, domani devo salire per i montes de Leon e non so come farò.

    *

    Da un’occhiata alle varie réclame affisse sulla bacheca del rifugio, ho scoperto che qui la specialità è un piatto denominato cocido meregato, la cui composizione mi è ancora oscura, ma le cui foto mi hanno incuriosito ed ingolosito. Così ho fatto una doccia nell’enorme e gelido bagno dall’aspetto sovietico ed ho ritirato la roba che avevo steso nel vecchio cortile, profondo come il pozzo di san Patrizio, ma scendere le scale e risalirle è stata una vera tortura, Infine, dopo un pisolino, sono uscita in perlustrazione.

    Astorga ha una certa vivacità provinciale, le strade sono piene di ragazzi che si divertono chiassosamente dentro e fuori dei locali, mentre panchine e bar traboccano di anziani che conversano o guardano lo struscio. Insomma, vecchi e giovani si dedicano tutti alle medesime attività.

    Fra i ristoranti che proponevano il famoso piatto, due erano chiusi, uno era una via di mezzo fra un pub ed un rifugio per turisti. Quello che ho scelto, “Las Termas”, aveva appena aperto quando sono arrivata. I gestori, gentilissimi, invece di cacciarmi a calci, invitandomi a tornare più tardi, mi hanno fatto accomodare e si sono coscienziosamente dedicati ad avviare sotto i miei occhi il complesso meccanismo. Ero ammirata, il ristorante non è piccolo e loro erano solo due, facevano pensare al “cirque imaginaire” di Geraldine Chaplin e suo marito. Il banchetto però è stato tutt’altro che immaginario. Tutto ha avuto inizio con un piatto da portata contenente almeno sei porzioni di altrettanti i tipi di carne bollita; i pezzi avevano ciascuno un sapore differente ma erano legati da un aroma speziato di fondo. Ho riconosciuto pollo, manzo, salamini, piedino, prosciutto, pancetta, costine di maiale, salsiccia, poi non so più, però sono riuscita a finire tutto. Ero così estenuata dalle proteine che ho provato un indecente piacere nel mangiare i pomodori con l’aceto portati a parte come contorno.
    Alla carne ha fatto seguito un piattone di ceci e verze brasati, di cui ho mangiato circa la metà. Dire che questo sia un piatto sostanzioso è un eufemismo, volendo tracciare una similitudine, potrei azzardare la definizione di casseoula destrutturata. Poi è seguita la zuppa. Non avevo fatto in tempo a rallegrarmi delle ridotte dimensioni della fondina,che si è materializzata una zuppiera da quindici persone, colma fino a traboccare di un brodo densissimo con gli spaghettini. La zuppa era buonissima, probabilmente era fatta col brodo di cottura di tutte le carni, tanto che la si sarebbe potuta tagliare col coltello.Ne ho preso una sola volta, non volevo morire.
    Poi è arrivata la crema alla vaniglia e il signore ha osato chiedermi se ne volevo ancora. Sono riuscita a rantolare un diniego, prima di ricevere il caffè e un liquorino dall’aspetto gelatinoso, con una violetta candita sul fondo del bicchiere.
    Alla fine mi hanno fatto firmare il libro degli ospiti, sono stati carini ma forse avevo manifestato a tal punto il mio entusiasmo che sentivano di non potersi esimere. Ho lasciato una banalità piena di complimenti e punti esclamativi. Qualcuno prima di me aveva scritto “Veni Sancte Spiritu, per Mariam”.Mi è sembrata un’ostentazione inutile e persino un po’ di cattivo gusto, comunque la si volesse leggere. Ci sono tempi e luoghi appropriati per ogni cosa. Ora andrò, perché se non faccio due passi morirò di indigestione.

    *

    Mi sono seduta su una delle panchine collocate sulla passeggiata lungo i bastioni. La campana della cattedrale batteva le ore, mentre strane ed inquietanti esplosioni sollevavano remote nubi di polvere nella sconfinata piana sottostante, mentre ad occidente la luce sbiadiva contro le sagome scure dei monti di Leon. Sono rientrata nel rifugio prima che annottasse. All’ingresso, un folto gruppo di ragazzini appena arrivati ascoltava rumoreggiando le ultime istruzioni dell’accompagnatrice. L’ambiente del rifugio è simile a quello di Shagun, un posto grande ed ospitale dove ci si ritrova sciancati e zoppicanti con gli amici e le persone che si sono incontrate durante la giornata, ci si medica le ferite e ci si spalma con tutte le pomate immaginabili.

  9. #9
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    5 luglio 2003 Astorga – Manjarin (32 km)

    Mi trovo a El Ganso, un paese a pochi km dopo Astorga, sono le nove. Ho dormito piuttosto male: all’albergue la gente era tanta e troppi russavano. Nel letto sopra il mio una balena olandese continuava a rigirarsi, facendo cigolare sinistramente la rete e sprofondando il suo enorme sedere sempre più vicino alla mia faccia. Dopo mezzanotte, quando dal dormiveglia stavo finalmente scivolando nel sonno, ho sentito un violento colpo sulla spalla. Sono sobbalzata col cuore in gola per lo spavento, poi ho capito che la stupida mi aveva fatto cadere addosso la sua bottiglia – piena - dell’acqua. Ho tirato un paio di Madonne ad alta voce nel buio, ipotecando così tutte le indulgenze non ancora conquistate. Poi lei ha allungato la mano ed io le ho passato in silenzio la bottiglia, ingoiando vilmente gli improperi che mi venivano alle labbra.

    Alle cinque e mezza mi sono alzata. Mi sono lavata nel bagno deserto e pieno di spifferi, sbirciando dalle strette finestre che davano sull’infinita pianura e sulla notte. Pensavo al deserto dei tartari. Pochi minuti dopo il rifugio era tutto un andirivieni. Alle sei sono uscita, insieme al gruppo dei ragazzini incrociato ieri sera, ho bevuto un sorso alla fontanella dal getto verticale di fronte alla panetteria, ed ho guadagnato rapidamente la fine della città, percorrendo le strade deserte nell’oscurità ventosa. Ieri sera, fra la piacevole calca dell’affollatissimo rifugio avevo ritrovato Maria ed il suo bello francese, che avevano rinunciato a proseguire ed erano approdati lì. Organizzata come sempre, Maria mi aveva indicato come uscire dalla città, ciò che mi è stato utile visto che ieri sera mi ero troppo ingozzata per ricordarmi di perlustrare il percorso dell’indomani.

    Davvero le amicizie sul Camino, come la manna, durano un solo giorno e l’indomani marciscono. Lungo il tragitto per Leon, io e Maria avevamo parlato di un sacco di cose, il tutto sembrava preludere ad una specie di amicizia. Ieri invece la strada è stata costellata di silenzi e intrisa di quella reciproca malavoglia che rovina qualsiasi dialogo. Forse lei era preoccupata di non arrivare in tempo ad Astorga per l’incontro col francese, forse io mi sentivo in colpa per aver imposto la mia presenza, poi la lunga marcia tiratissima sotto il sole a picco, fatto sta che sono stata contenta quando ci siamo separate.

    Una mezz’ora dopo aver lasciato Astorga ho iniziato la salita verso i monti di Leon, instaurando una staffetta con un alcuni ragazzi spagnoli, ora distanziandoli, ora lasciandomi distanziare da loro.
    Avrei voluto liberarmene, come avrei fatto sulla meseta, ma non riuscivo: la gamba mi faceva male e, quel che era peggio, il piede destro non sopportava più la scarpa. Pur di sottrarmi al fastidioso minuetto, mi sono portata lungo una stradina, parallela allo sterrato, che ho seguito fino a Murias de Rechivaldo.
    Lì ho trovato un bar aperto ed ho potuto finalmente concedermi il cafè con leche. Il barista mi ha offerto mezzo croissant senza farmelo pagare. Mi sono fatta mettere il sello per meglio ricordare quel gesto gentile.
    Il paese è carino, niente più di una fila di case, ma le costruzioni sono di pietra e tutto è ben tenuto.

    Dopo Murias de Rechivaldo la strada si è fatta bellissima: percorrevo una sorta di altopiano racchiuso fra colline verde cupo solcate da lontane strade forestali; il Camino era una pista sottile di terra rossa che si srotolava diritta fra cespugli bassi e quercine dalle foglie scure. Finalmente stavo per dire addio alla meseta.

    Man mano che procedevo il dolore al piede si faceva più intenso, ad un certo punto stentavo a camminare persino con la scarpa praticamente slacciata.
    Iniziavo a preoccuparmi, a temere addirittura una lesione all’osso, quando ho notato un pellegrino piuttosto male in arnese che marciava coi sandali in luogo degli scarponcini: quella vista si è mescolata al ricordo di ciò che era capitato a Luciano ed alla cugina della Michela e finalmente le nubi della mia ottusità si sono squarciate: ho sostituito i sandali alle scarpe e sono riuscita a riprendere. Un altro segno, un altro aiuto.

    Meno di un’ora dopo ho attraversato Santa Catalina, un villaggio ammucchiato attorno alla chiesa, che non ho potuto fotografare, ostacolata dalla luce abbacinante del mattino.
    Lì ho ritrovato il folto gruppo di ragazzini partiti da Astorga pochi minuti prima di me ed ora, chi più chi meno sdraiati contro qualsiasi parete disponibile, con l’aria disfatta, dopo due sole ore di cammino. Avevo nei piedi ormai abbastanza strada per sorridere dall’alto del loro sfinimento e sono passata via, sentendomi una vera pellegrina temprata dall’esperienza.

    Distratta dalla piacevolezza del percorso, El Ganso mi si è parato davanti quasi all’improvviso: ho pensato a tutti i paesi che mi sono apparsi così, sorgendo dal nulla, ed alla gioia che ho provato, Hontanas, Boadilla, Calzadilla, Reliegos, Leon, Astorga.
    Ora sosto per qualche minuto in un bar magazzino arredato in uno stile western che non ha nulla a che vedere con questi paesini tutti pietra e fiori selvatici ma il proprietario è simpatico, in un suo modo rumoroso. Il gruppo di ragazzini scorre via senza entrare e si allontana rumorosamente. Sono le nove e cinque e, come minimo, ancora due ore mi separano da Rabanal, villaggio templare e tappa fondamentale del Camino medievale.

    *

    Dopo El Ganso il percorso ha ripreso a salire in un ambiente ormai montano. Il paesaggio è ora dominato da erica e querce, erbe e fiori di montagna, i pali sul ciglio della strada rammentano la neve che domina d’inverno. Tutto però è basso, bonsai. Le montagne restano esposte e lo sguardo spazia dovunque come su di un altipiano. Il sole è splendido. In lontananza, Rabanal coi suoi campanili mi appariva come adagiato in grembo alla montagna.

    L’asperità della salita è stata mitigata dalla compagnia di un milanese di mezza età, un baffo simpatico e bauscione con cui ho chiacchierato volentieri e che tirava tantissimo, così non ho fatto fatica e sono arrivata rapidamente a Rabanal.
    Ora sono seduta nell’antiportico della chiesa di Santa Maria, fresco e riparato, l’umidità traspira dalle pietre sgretolate. Ho lasciato lo zaino e mi sono fatta mettere il sello dall’hospitalero inglese che gestisce il rifugio Gaucelmo, un piccolo paradiso medievale fra le montagne, riaperto dopo secoli dalla Confraternita di St. James: si varca una porta e sembra di entrare in un monastero fortificato.

    Sono entrata in chiesa. Le pareti della piccola navata immersa nella penombra erano scrostate e polverose eppure, invece di suggerire squallore, l’insieme aveva un che di accogliente, metteva a proprio agio. Un foglietto realizzato dalla Confraternita di St. James suggeriva numerosi spunti di riflessione. Ho indugiato nel silenzio fino a che due turisti spagnoli hanno iniziato a spingere sulla porta che, inceppata, non li lasciava entrare.
    Ho aperto dall’interno e abbiamo parlato un po’, mi hanno chiesto con un certo stupore se ero pellegrina e da dove venissi, loro sono marito e moglie, vengono da Madrid e probabilmente considerano i pellegrini qualcosa di insolito.

    Dal mio nascondiglio al riparo del portico sento una vecchia riferire scandalizzata all’hospitalero che il milanese le ha chiesto se il rifugio avesse la piscina. L’hospitalero partecipa con britannica compostezza dell’indignazione della signora, ed io medito tristemente sugli italiani.
    Andrò a bere un succo di frutta prima di tentare l’ascesa alla croce di ferro ed al rifugio Manjarin. Ho salutato il milanese che, pur in assenza di piscine, intende fermarsi qui a Rabanal. Se non fossero solo le undici mi fermerei anch’io. Spero di poter proseguire coi sandali perché altrimenti non credo di farcela. L’hospitalero mi ha avvertito, Manjarin è un luogo “very basic”. Mi intriga questa cosa, mi tornano in mente le tende militari dei primi anni di Taizè o forse sono solo attratta dall’entusiasta recensione di Jacobeo.

    *

    Lungo la salita alla cruz de hierro mi sono fermata ad una fontana ai margini del bosco, non avevo davvero sete però so che con questo sole è meglio bere. La via sale ripida verso il Monte Irago. Pini, querce, erica e felci. La giornata è bellissima e luminosa, salire è un piacere. Lungo la strada mi ha superato l’auto targata Madrid con a bordo i due signori incontrati poco fa in chiesa che mi hanno salutato sbracciandosi. Sul Cammino ogni incontro sembra speciale.

    Per fortuna posso percorrere l’asfalto, un giorno intero senza scarpe forse mi rimetterà in sesto il piede. In tasca, da pellegrina scrupolosa, custodisco la pietra da deporre alla cruz de hierro, la croce santa piantata da tempo immemorabile sulla sommità del Monte Irago, all’ingresso della valle del Bierzo.

    *

    Foncebadon, che le carte presentano come un “villaggio fantasma” in cima alla montagna; nella realtà è un posto malamente sfruttato e funestato da due orrendi locali incongruamente sorti fra le rovine per sfruttare la fama e la suggestione del luogo. Mi sono bevuta un cafè con leche in uno dei due bar, giusto per “prendere un po’ di sostanza” come avrebbe detto la nonna, ma il posto è davvero squallido, cioè fasullo, inutile. La ragazza al banco mi ha fatto attendere dieci minuti – da lei spesi a raccontare i fatti propri ad un avventore - prima di chiedermi cosa volessi. Ciò dimostra che qui il Camino è solo un pretesto per fare soldi. In fondo alla sala, il ragazzo svedese che ho incontrato a Villadangos termina un pranzo che non fatico ad immaginare sgradevole come il resto del locale.

    *

    Sono a Manjarin, sotto un albero. Attorno, le rovine del villaggio ed il rifugio, una capanna di pietre e tronchi, arredata come una casa di pionieri. Ho deciso di fermarmi perché volevo godermi la montagna, per non fare del Cammino una corsa a tappe. Però il clima del rifugio è un po’ troppo “caratteristico” per i miei gusti, ma forse il mio è solo cinismo. O forse sono rimasta infantilmente delusa dal fatto che l’anziano spagnolo che ci ha accolti ha avvisato che potremo entrare solo dopo cena, mentre io avevo deciso di fermarmi alle due anche per farmi una dormita.

    Speravo di separarmi dal ragazzo svedese con cui sono salita fin qui da Foncebadon ma lui, ispirato dalla particolarità del luogo, ha deciso di fermarsi e come me ora vaga, perplesso e forse pentito, fra i campi e i dossi di questo villaggio abbandonato. Nel portico davanti al rifugio alcuni ragazzi parlano fra di loro, io mi sono sentita subito a disagio.

    Sto mangiando il pane preso ieri, con la cecina, il prosciutto di mucca di Astorga, buono ma con un forte sapore di mucca, che male si sposa col caldo ed il profluvio di mosche. Mi sono pulita le mani, che puzzavano di bestia morta, con la salvietta che avevo conservato sull’aereo, sentendomi molto previdente. Ora puzzano di bestia morta marinata nell’acqua di colonia.
    Alla cruz de hierro ho abbandonato la mia pietra ma non mi ci sono soffermata né coi piedi né con la mente, un po’ perché ero con lo svedese, un po’ perché il posto mi ricordava più un mausoleo hippy che un punto fermo del misticismo jacopeo. Legati attorno alla croce, sparsi sull’alto cumulo di pietre, tantissimi oggetti, lasciati dai pellegrini in pegno o in ricordo.
    Per un attimo lo spirito di emulazione mi stava inducendo a lasciare la conchiglia irlandese raccolta sulla spiaggia a North Bull Island, molto, molto prima che tutto cominciasse. Ma non me la sono sentita di abbandonare al gusto di un occasionale beau geste un oggetto così forte, la prova materiale della rivelazione che questo destino (o destinazione?) preesisteva addirittura alla chiamata. Così, copiando l’idea dallo svedese, ho lasciato una delle mie pur preziose monetine con l’arpa.

    Provavo un sottile disagio in mezzo a tutta quella paccottiglia, frutta marcia e fotografie – di morti? di vivi? – da cui non traevo alcun messaggio o suggestione emotiva. I luoghi importanti sono quelli che parlano al cuore senza interposizioni. Quanto più intensa era stata la sosta nella chiesa di Rabanal, l’interno cadente e sbrecciato, la luce che si rovesciava dall’unica finestrella quadrata. Alle richieste seguono sempre le risposte.
    Oggi camminavo bene, sarei arrivata senza accorgermene ad El Acebo, ma temevo di rimpiangere l’occasione perduta ed anche di stancarmi eccessivamente. Così, giunta a Manjarin ho preso la grande decisione, mi sono fermata e sono entrata a chiedere se potevo rimanere per la notte.

    Il tempo sta cambiando, le nuvole si affollano all’orizzonte, mi piacerebbe provare a dormire sotto quest’albero.

    *

    Ritornata al rifugio ho trovato la troupe incrociata a Boadilla che sta girando il film sul Camino. Macchine e persone hanno invaso il posto e mentre chiacchieravo coi due ragazzi dell’altro giorno, sempre più griffati, palestrati ed unti d’olio, una tipa mi ha chiesto se, in assenza di altri pellegrini, volessi fare la comparsa. Naturalmente ho risposto di no, l’idea di mettermi in gioco, persino per una cosa tanto banale, mi atterriva e non mi andava che qualche imbecille si permettesse di dirmi che stavo sbagliando.
    Ho chiamato la Michela, dall’altra parte del mondo. Lei e la Lori hanno tentato di convincermi, ma a me raccontare bastava, condividere il simulacro di un’avventura. Era così strano essere in un posto tanto lontano da tutto, in mezzo a quelle strane montagne così verdi, calpestare la polvere di Manjarin e contemporaneamente parlare con loro due, sentirmi quasi risucchiata nella familiare rete di atteggiamenti e rapporti. Bello, finché è durato.

    Il sole è riapparso e si è alzato il vento. I ragazzi che gravitano attorno al rifugio sono ancora seduti a parlare sulle panche sotto il pergolato, è come sbattere contro una campana di vetro. Poiché odio mendicare compagnia, ho ripreso a vagare e mi sono imbattuta in una fonte, alla fine delle quattro case diroccate che compongono il villaggio, ora scrivo nel prato lì accanto, affacciato sulle montagne. Le mucche rientrate dal pascolo si abbeverano all’altra estremità della fonte e muggiscono, facendo risuonare i campanacci, mentre i vitellini corrono qua e là.

    *

    Alla fonte ho fatto amicizia con una delle due ragazze che vivono qui, una spagnola di Madrid, che resterà fino all’autunno. Ha un bel modo di fare ed è simpatica, forse per questo non sono riuscita a capire il senso della sua scelta e lei non mi ha spiegato le sue motivazioni.

  10. #10
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    Strana giornata. Gentilmente, Tomas l’hospitalero-templare mi ha offerto di riposare sul suo letto al pian terreno, perché il soppalco di giorno non è praticabile. Il letto era una specie di catafalco, alto, massiccio, comodo. Le persone entravano e uscivano ed io mi sentivo imbarazzata ad oziare mentre loro si davano da fare ma la mia offerta di dare una mano è stata rifiutata. La perfezione non esiste, funestata com’è da mosche, formiche, dall’esistenza degli altri, dal doversi in ogni caso rapportare a loro. Tomas mi ha messo il sello, la croce dei templari ed il motto Non nobis domine.

    Ogni volta che passa un gruppo di pellegrini Tomas suona la campanella del rifugio, memoria dei tempi in cui la campana impediva ai pellegrini di precipitare nei crepacci o di smarrirsi fra le nebbie invernali. La troupe è andata a caricare un po’ di figuranti pellegrini volenterosi a Rabanal, hanno girato qualche scena, hanno fatto loro firmare un contrattino di ingaggio temporaneo e li hanno riportati indietro coi furgoni.

    Verso sera, nel tentativo di placare i morsi della fame, in attesa di una cena che nessuno sembrava ansioso di preparare, io e lo svedese ci siamo seduti nel prato lungo il declivio alle spalle di Manjarin. Abbiamo ammirato la distesa sconfinata di montagne verde cupo; non si scorgeva alcun segno di vita ad eccezione di un filare di pale eoliche su di un crinale lontano. Poi lo spagnolo anziano che vive qui quasi tutto l’anno, ha coinvolto lo spagnolo piccolino e noi tre pellegrini nel tentativo di domare un puledrino, tentativo durato a dir tanto dieci minuti. Anche quella mi è sembrata un’azione senza costrutto, vera? falsa? Parte della coreografia?

    Poi siamo ritornati al rifugio, ci siamo seduti in circolo sotto il bersò ad ascoltare gli altri parlare. Tomas ha messo a palla il canto Non nobis domine - che era stata anche la splendida colonna sonora di Henry V con Kenneth Branagh - una cosa da pelle d’oca. Infine si è mangiato, Tomas ha recitato una preghiera e ci siamo gettati sul cibo. La cena era costituita da un piatto di verdure aromatizzate con tante erbe preparato sin dal primo pomeriggio dallo spagnolo anziano, buonissimo e di cui avrei preso dieci volte. Non potendo, ho preso solo due volte e mi sono ingozzata di pane. Tomas raccontava aneddoti sul Camino poi, con solennità e commozione ha annunciato la riapertura del rifugio di Foncebadon, chiuso da centinaia di anni. Secoli. In quel momento mi sono sentita sfiorata dall’ala della storia. Eravamo lì, anche noi pellegrini, anche noi avevano attraversato le montagne, come per secoli altri avevano fatto prima di noi, fino a quel tempo remoto in cui a Foncebadon esisteva un rifugio, e che ora era ritornato, il Cammino si ritrovava sempre uguale a sé.
    Poi Tomas si è messo a scherzare sul fatto di essersi sporcato di pomodoro la cotta con disegnata la croce dei templari, che indossa abitualmente, e l’emozione del momento è passata.

    Finita la cena siamo entrati nel rifugio ed abbiamo chiacchierato a bassa voce con le due ragazze, mentre rigovernavano alla luce delle fioche candele e dei lumini che la corrente si ostinava a spegnere. Poi noi tre pellegrini, io, lo svedese e una ragazza basca, ci siamo arrampicati per una scaletta a pioli fino al sottotetto, tiepido per il calore accumulato durante il giorno.

    Ora sono sdraiata nel sottotetto pieno di materassi, ciascuno con una bella coperta. La lampadina è ancora accesa e sotto la ragazza brasiliana sta finendo di lavare i piatti. Si è spenta la luce, per ultima anche la brasiliana è uscita, siamo solo noi tre questa notte nel rifugio, che può ospitare fino a venti persone. Qui sotto dormirà Tomas, i ragazzi ed il vecchio spagnolo dormono nelle tende nel prato affacciato sulla vallata. Nella notte echeggiano le voci della troupe, ritornata per girare in notturna alcune scene dal più caratteristico dei rifugi del Camino. Mah…

    6 Luglio 2003 Manjarin – Cacabelos (38,5 km)

    Ho dormito splendidamente, il posto era caldino e silenzioso. Alle sette – ci era stato tassativamente vietato alzarsi prima, secondo Tomas i pellegrini devono riposare - ci siamo vestiti al buio e siamo scesi aggrappati alla scala di legno, calando i sacchi a pelo nella stanza sottostante, sovraccarica di oggetti. Mi guardavo attorno, chiedendomi quanti di tutti quei contenitori e barattoli incrostati servissero davvero e quanto fossero semplicemente stati dimenticati. Abbiamo fatto una spartana colazione coi ragazzi di quella strana comune, che forse sarebbe piaciuta a Christy. Una delle ragazze si è scusata per il poco che ci poteva offrire ed io mi sono sentita in colpa per i miei Prince. Li ho offerti, ma non li hanno voluti, voi dovrete camminare.

    Sono fuggita prima degli altri per evitare la raccapricciante toilette di legno (dove “ho visto cose che voi umani…”), ma sul Camino l’intimità è un bene tanto prezioso quanto precario. Mi chiedo se non sia snobismo questa ostentazione di un preteso ritorno alle origini. Perché la cucina a gas sì e un gabinetto chimico, no? In questo compiacimento autoreferenziale, nell’eccesso del caratteristico, ho avuto la sensazione che si diluisse il senso dell’accoglienza. O forse è solo esasperazione per un pomeriggio ozioso che non ha prodotto i frutti che speravo. Del resto non posso addebitare ad altri il peso della mia timidezza.
    Così mi sono ritrovata con Christian, e Iniri, la ragazza basca, e con loro ho proseguito, lungo le ripide curve che scendevano dal Monte Irago. Mentre contemplavamo il mare di nubi, racchiuso dalla massa verde smeraldo delle montagne attorno, un ciclista austriaco si è fermato a chiacchierare ed a scattare una foto, un insegnante di sci dal viso incartapecorito dal sole. Ad un certo punto dalla curva è sbucata un’auto lanciata a velocità folle. Con incredibile prontezza l’austriaco ha raccolto e scagliato un sasso fra le ruote della macchina, che ha rallentato di colpo, poi ha ripreso la bici e se ne è andato molto soddisfatto. Ieri Tomas ci spiegava che le macchine sono un problema serio in questo tratto di Camino, la gente del posto si scatena lungo la bella strada tutta curve, spesso mettendo in serio pericolo l’incolumità dei pellegrini.
    Ci siamo immersi nel mare di nubi e, dopo aver salutato Christian, il cui misticismo salutista imbevuto di rigore filologico gli impediva di proseguire sull’asfalto, io e Imiri in circa un’ora abbiamo raggiunto El Acebo, villaggio montano dalle vie lastricate, dove la nuvola offuscava le sagome delle case di pietra e delle verande in legno scurito dal tempo, come un paese valdostano nella bruma di un mattino di novembre.

    Al bar di El Acebo abbiamo fatto colazione ed io ne ho approfittato per lavarmi – finalmente - i denti e le mani, mentre Iniri parlava con una signora che conosceva. Siamo uscite dal paese sempre camminando nella nuvola, mentre la strada costeggiava i castagni ed io rimpiangevo una volta di più la mia scelta di ieri, pensando a quanto mi sarebbe piaciuto passare la notte in quel bel villaggio. Un’ora dopo, arrivate a Riego de Ambros, altro bellissimo paesino di montagna, la polizia ci ha fatto abbandonare la carretera, occupata da un rally del campionato di Spagna. Abbiamo ripreso il Camino, calandoci per il letto roccioso di un torrente in secca, fino ad una valletta disseminata di grandi querce e castagni, dove ci siamo fermate a riposare ed io anche a sgranocchiare qualche Prince.
    Lì siamo state raggiunte da Christian e siamo ripartiti assieme. Presto ci siamo ritrovati su di uno sterrato aspro e sassoso, funestato da continui incroci con le rumorose ed instabili macchine del rally, che rombavano su e giù per la valle a malapena protetti da precari nastri di plastica di dubbia utilità.
    Man mano che scendeva verso Molinaseca il sentiero sembrava addentrarsi nel grembo stesso della montagna, per poi curvare a gomito lungo il dirupo sino ad uno spigolo affacciato sulla vallata.
    Iniri ci ha raccontato che l’anno scorso si era seduta proprio lì ad ascoltare la musica e contemplare la valle sotto di lei, stretta e profonda come un cuneo, con le case di Molinaseca sullo sfondo. Quest’anno ha perso il lettore di cassette da qualche parte lungo il Camino, insieme al cappellino e infatti ha tutta la testa ustionata. Iniri ha diciannove anni ma è la seconda volta che percorre il Camino e lo rifarà in agosto col ragazzo. Ieri aveva spiccicato forse due parole, allora oggi ho cercato di capire che tipo fosse e alla fine ho trovato nel calcio il catalizzatore della nostra conversazione, così per tutta la mattina abbiamo parlato, in un esperanto italo-ispano-inglese, di calciatori e dei pochi personaggi spagnoli da rotocalco che conosco.

    Nei pressi di Molinaseca grande subbuglio per il rally, l'evento mondano dell’anno. La gente si accalcava fin sulle creste della montagna, rendendo ancor più difficile per noi farci largo con lo zaino lungo il sentiero. Il rifugio era in una bella chiesona dai fianchi larghi come un magazzino. Avevamo le montagne di Leon alle nostre spalle, eravamo ormai nel Bierzo, la valle che porta al passo di O Cebreiro e di lì alla Galizia.

    Non abbiamo visitato Molinaseca, limitandoci a percorrere le vie esterne al centro, fra le auto rombanti. Ci siamo fermati per una sosta in un bar affollato dagli spettatori del rally dove Christian ha mangiato qualcosa, mentre io ho bevuto solo un succo d’arancia e Iniri ha telefonato per circa un’ora. Avrei dovuto dire ai ragazzi, voi andate, io mi fermo qui a fare un giro per il paese, invece ho lasciato perdere, subendo la compagnia altrui come il consueto male necessario da cui so liberarmi in un solo modo, cioè arrivando alla meta il più rapidamente possibile.

    Dopo la sosta abbiamo ripreso la strada per Ponferrada. In un primo tempo ci ha stupito la rapidità con cui abbiamo raggiunto la città, ma poi siamo stati costretti ad un assurdo aggiramento del centro abitato, sotto il sole, che ci ha portato via oltre un’ora. Iniri mi ha rivelato allora una grande verità del Camino, che ha capovolto tutte le mie precedenti convinzioni: il Camino è “siempre mas largo”, la carretera è sempre più corta. Da qui sorge la domanda, se sono le frecce gialle che “fanno” il Camino, quali sono le ragioni sottintese a queste frecce? E queste ragioni sono sempre legittime?
    Lungo la strada ci siamo separati, Christian è di nuovo andato avanti per conto proprio, poco dopo Iniri si è sdraiata per un pisolino sulla soglia di una villetta disabitata - very pilgrim! – ed io, che volevo arrivare subito a Ponferrada per poi proseguire oltre, ho ripreso la strada, arrancando sotto il sole del pomeriggio.

    Entrata finalmente in città, la sola cosa che mi è piaciuta di Ponferrada - la sola che ho notato accecata com’ero dalla frenesia di proseguire – è stata il castello dei templari, una costruzione tutta torrioni, torrette e ponticelli rampanti, bandiere e stendardi che garrivano al vento. Purtroppo avevo finito la pellicola e non ho potuto fotografarlo. Nei pressi del castello ho incontrato Josè, il pellegrino portoghese che mi ha raccomandato di andare avanti perché al rifugio era arrivato un gruppo di 60 persone e non c’era più posto.

    In centro c’era una sorta di sagra medievale e, mentre vagavo fra le bancarelle cercando un posto dove sedermi, ho incontrato Christian.
    Avevo progettato di riposarmi un po’, girare per Ponferrada, bere qualcosa, comprare la pellicola, invece ho rosicchiato un pezzo di sabbioso cioccolato alla cannella offertomi da Christian e sono ripartita con lui, facendomi trascinare in una mostruosa camminata di 14 km, prima attraverso l’interminabile e squallida periferia di Ponferrada, poi per altri quattro paesi, tutti desolatamente privi di alberghi o pensioni di sorta.
    Poco fuori Ponferrada abbiamo incontrato un gruppo di pellegrini che si riposava accanto ad una fontanella, una ragazza svizzera munita di una splendida guida del Camino in tedesco, un’americana di Seattle che mi ha scambiato per una compatriota a causa della maglietta ed un messicano dalle gambe devastate per uno strappo muscolare. Abbiamo camminato assieme per qualche km, poi ad un certo punto io, che non sopportavo la parlata della svizzera, troppo simile a quello della mia odiata cuginastra svizzera, mi sono staccata; sono partita col mio passo più veloce, consapevole del fatto che, se mi fossi fermata – anche solo ad un semaforo – non sarei mai riuscita a ripartire. Dopo un altro po’ Christian mi ha raggiunto ed abbiamo ripreso insieme.

    Per i primi dieci km il percorso è stato decisamente brutto, una strada polverosa fra campi insignificanti e sterpaglia, che congiungeva agglomerati piatti e privi di qualsiasi attrattiva. Ad ogni paese cercavo di individuare un luogo ove fermarmi per dormire, ma invano. Come in “passaggio a nord ovest”, sapevo che una semplice sosta sarebbe stata inutile e pericolosa, dovevo arrivare in fondo. Negli ultimi cinque km, da Camponaraya a Cacabelos il sentiero è salito inoltrandosi fra boschetti, vigneti e canali, consentendoci di godere finalmente della decantata bellezza della valle del Bierzo.
    Io mi sentivo ormai male dalla stanchezza e dalla sete, tuttavia, per rabbia o per puntiglio, non intendevo distanziare Christian e volevo raggiungere al più presto Cacabelos. Lui, dal canto suo, essendo bionico e soprattutto provvisto di una disgustosa imbracatura interna per bere munita di cannuccia che mi ricordava sinistramente “Dune”, non accusava alcun cedimento né ha mai provato la necessità di fermarsi.
    Alle porte di Cacabelos, un parco giochi ha rivelato una fonte, bella, grande, con un getto forte e intenso come una lama di ghiaccio. Mi ci sono letteralmente gettata sopra, fulminando con lo sguardo un bambino che stava andando a bere. Sono rimasta attaccata al getto per almeno cinque minuti, non mi sembrava neppure di bere, era come se con ogni sorso mi entrasse nei polmoni una boccata d’aria fresca.

    Cacabelos mi è apparso come un’unica interminabile sequela rettilinea di costruzioni ad un piano, gente seduta fuori dalle soglie, aria prospera da villeggiatura adriatica anni sessanta. Quando abbiamo raggiunto il centro sono entrata nel primo hostal, una pensione sopra una pulperia, scintillante per pulizia e marmi. Stavo malissimo e anche attendere nel bar che il proprietario recuperasse la chiave mi è sembrato uno sforzo superiore alle mie capacità. Ho salito le scale dietro al proprietario solo con la forza di volontà e solo perché non avevo scelta. Una volta entrata in camera, sono rimasta per oltre un’ora seduta sul letto senza riuscire a muovermi od articolare pensieri coerenti.

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