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Discussione: Donatella : da Burgos a Santiago

  1. #21
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    Dopo cena sono uscita a passeggiare lungo il limitare del bosco, qui siamo in alto ed il cielo è un vertiginoso coperchio posato sulla sommità degli abeti. Ho camminato fino ad una vecchia fonte in marmo, una rovina semisommersa dalle foglie secche, odore di putredine, atmosfera inquietante, sono rapidamente risalita sul sentiero che costeggia il bosco e poco dopo sono rientrata.

    Ora sono sul mio letto, guardo la grande sala di pietra popolata di letti a castello, a malapena illuminata dall’ultimo chiarore del crepuscolo che entra dalla mezza porta. Sono cessati anche i sussurri ed il viavai dal bagno.

    Domani i sardi intendono svegliarsi alle cinque e mezza ed io spero di seguire il loro esempio. Oggi ho percorso 37 km, il che non è affatto male. Davanti a me i due inglesi, che hanno ignorato il resto della compagnia per tutta la serata, si spogliano senza alcun problema, rivelando orridi e finocchieschi slip neri. La luce sbiadisce. L’ultima notte sul Camino si conclude così, in mezzo a gente che non conosco, molto più vecchia di me, con cui non ho nulla in comune.
    Sono le dieci, la luce non è più che il riflesso della pagina bianca nel buio.
    Ora dormo, dalla strada arriva il rombo delle auto, sicuramente vanno molto lontano, forse arrivano persino a Santiago.


    13 luglio 2003 Santa Irene – Santiago (23 km)

    Sono uscita da Santa Irene alle sei meno un quarto. Ho disceso l’Alto di Santa Irene nella notte fonda, mentre la massa nera dei pini si stringeva attorno alla nazionale, le cime chiudevano il cielo in un’ellissi. Rare macchine mi sfrecciavano accanto e accendevano di luce bianca i tornanti che poi ripiombavano nel buio.

    Poco prima di Arca la terra si è spianata, ai pini sono seguiti gli eucalipti. La strada si è allargata in un’ampia curva, costellata di installazioni deserte. La luce livida dei fari allo iodio suggeriva una desolazione da paesaggio americano. Ho raggiunto il grande rifugio di Arca mente i primi pellegrini si allontanavano alla spicciolata nel buio, in fretta ed in silenzio.
    Ero convinta di trovare un bar aperto nei dintorni del rifugio, invece la sola cosa illuminata era l’insegna del distributore di benzina; la mia colazione è così consistita nella bustina di zucchero che avevo conservato dal viaggio in aereo, ingoiata camminando mentre mi allontanavo.

    La strada ormai piana ha attraversato, noiosa ed interminabile, case, campi e frazioni addormentate. All’altezza di Amenal era abbastanza chiaro perché potessi entrare nel Camino senza rischiare di perdermi, mi sono quindi inoltrata nell’ennesima foresta di eucalipti.

    Dopo un’ora di continue salite e discese per sterrati sassosi e coperti di polvere, sono sbucata davanti alla pista dell’aeroporto di Labacolla, l’ho costeggiata fino a questa rotonda, dove il Camino si ricongiunge con la strada, e mi sono seduta ai piedi di un’altra grande e brutta statua al pellegrino.
    Stanotte ho dormito malissimo, mi sento già molto stanca, evidentemente lo zucchero non è bastato, mancano 12 km e mi sembrano mille, spero quindi che il Camino si mantenga dritto, all’aria aperta e, se possibile, asfaltato.
    Accanto a me sfilano visi divenuti familiari in questi ultimi giorni. Labacolla era il luogo dell’abluzione rituale prima dell’arrivo a Santiago, ma non ci sono fontane, qui. Sono le otto, la luce è biancastra, torbida, l’aria è umida e spessa. Dal cielo coperto piombano poche gocce tiepide, la mia prima pioggia, il dono del Camino per la mia abluzione.

    *

    Dopo Labacolla, il Camino ha seguito una traccia incomprensibile, fra sentieri stretti in mezzo ad una specie di terra di nessuno di boschetti e cespugli, percorsi da un’unica fila indiana di pellegrini silenziosi ed incupiti. Poi sono iniziati i paesini dei dintorni di Santiago. Il bisogno di un caffè si era fatto morboso. Presso un pugno di costruzioni dall’aria residenziale ho trovato il primo bar aperto, gremito da gruppi di ragazzini e servito con placida indifferenza da una signora che ignorava la fretta. In un soprassalto di esasperazione me ne sono andata, sebbene fossi quasi sfinita e in pieno calo di zuccheri.
    Il paese successivo, El Poio, ostentava un certo numero di bar aperti. Così, ai piedi di una chiesa secentesca dove si stava già celebrando la Messa, ho finalmente trovato dove prendere un cafè con leche ed un kit kat molliccio. Questa del kit kat è stata l’ultima lezione di Maria, che a Palas del Rei me ne aveva magnificato le proprietà energetiche.

    Uscita da El Poio la strada si è immersa in una bella campagna ondulata di eucalipti ed alti alberi, che si alternavano a cascine e campi. Ad un certo punto i ceppi chilometrici sono spariti, prova evidente della malafede della Xunta de Galicia, sono convinta di aver percorso almeno tre km a vuoto, girovagando fra le colline.
    Ogni salita sembrava decisiva e invece preludeva ad un nuovo tuffo fra gli eucalipti. Davanti a me procedeva una compagnia di ragazzi spagnoli afflitti da uno sgradevole eccesso di vitalità, per cui ridevano, cantavano, ballavano il samba, suonando fischietti e percotendo un catino, fino a che loro stessi non sono stati sopraffatti dalla crudele ed evidente inanità di quel girovagare. Poi mi sono mescolata ad un gruppo di pensionati spagnoli privi di zaino, probabilmente appoggiati ad un pullman. Anche per loro il clima festoso da gita di classe si è rapidamente mutato in smarrita perplessità quando il Camino ha imboccato un interminabile stradone fra terreni incolti lungo cui ogni tanto si scorgevano squallidi edifici seminascosti nella boscaglia.

    Superati una discoteca in rovina, la sede della radio gallega ed un brutto campeggio, abbiamo valicato l’ultima collina e raggiunto finalmente San Marcos, un paesino risistemato meglio degli altri, anche se non quanto sarebbe lecito aspettarsi per l’ultima tappa prima di Santiago. Lasciato San Marcos si sale finalmente all’ultimo e più importante luogo simbolico del Camino, questo Monte do Gozo, un collinone con un gigantesco monumento sulla cima, un posto del tutto privo di bellezza. E’ anche vero che quando il dito punta il cielo, l’imbecille guarda il dito. Il significato del monte è solo quello di essere un dito puntato verso Santiago e forse è da imbecilli lamentarsi per la bruttezza del sito. L’assenza di suggestione era dovuta anche al fatto che non si vedeva quasi nulla. Oggi Santiago era solo la massa disordinata di cemento che si stendeva nella vallata poco più avanti, soffocata fra le nuvole basse.

    Ho messo l’ultimo sello alla ermita del Monte do Gozo, una chiesetta imbruttita dal restauro in corso, davanti alla quale qualche ambulante vendeva caffè e altri generi di conforto di bassa lega. I ragazzi che mi avevano preceduto chiacchieravano seduti su un muretto.
    Poco oltre si apriva l’ingresso al complesso che occupa tutto il fianco della collina rivolto verso Santiago. E’ una struttura anonima, pacchiana come la descrivono le guide. Una via di mezzo fra un centro sportivo sul genere del Monte Stella ed una fiera campionaria, con brutte botteghe assolutamente fuori luogo.
    Sono entrata in un bar del complesso solo per riposare un istante ed ho preso un caffè, costoso, alla faccia dei pellegrini. Finito il caffè me ne sono andata, seguendo disciplinatamente il tragitto indicato dalle frecce e realizzando quasi subito che stavo spostandomi troppo rispetto alla strada principale. Dall’alto della collina vedevo infatti chiaramente che, se avessi seguito le frecce, avrei costeggiato la città sino all’altra estremità, allungando il tragitto almeno di un paio d’ore.
    Piovigginava ed ero esasperata. Mentre rovesciavo un torrente di improperi contro la Xunta de Galicia, le nubi si sono diradate e, fra le maglie della recinzione del complesso, ho finalmente intravisto le torri della Cattedrale.

    Non sono Davide Gandini, non ho pianto, non ho intonato il te deum, Ero semplicemente sbalordita, colpita da questa visione, accidentale e violenta come un pugno. Ero arrivata.

    *

    Nel discendere dal Monte do Gozo sono riuscita a sottrarmi all’ultima trappola della Xunta de Galicia, grazie ad un signore che mi ha dato le indicazioni necessarie per riportarmi sulla strada “giusta”, quella tracciata nella memoria e nei cuori. Sono scesa dal Monte ed ho ripreso la N547 proprio all’altezza del ponte su cui sorge il cartello stradale che segna l’ingresso in città. Il viaggio, almeno quello geografico, era terminato.
    Ho risalito lentamente la periferia di Santiago, non brutta ma insignificante nella desolazione della domenica mattina. Ora sono seduta su un muretto in una piazza ancora lontana dal centro, anche se non so quanto lontana. Il cielo è grigio, non c’è quasi nessuno in giro. I piedi mi fanno un male porco, sono quasi sei ore che cammino senza aver fatto altro che brevi ed inutili pause, senza mai aver levato le scarpe.
    Da quando sono entrata in città le frecce hanno ripreso ad accompagnarmi e forse è solo il loro filo invisibile che mi trascina e mi sorregge nel proposito di arrivare per mezzogiorno alla cattedrale.

    *

    Sulle scale dell’Officina del Pellegrino la coda è interminabile, ma non mi importa. In questo momento non mi importa più di nulla.

  2. #22
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    Una volta oltrepassato il quartiere di San Lazzaro sono stata finalmente in vista del centro; ho attraversato una strada all’altezza della Porta del Camino, da cui entravano ed entrano tuttora i pellegrini, ed ho imboccato una via stretta e lunga in lieve discesa, case vecchie costellate di negozi, poi ho dovuto sedermi su una panchina per riprendere fiato, ero al limite della resistenza fisica.
    Sono ripartita, nelle strade semivuote il mio passo risuonava sul selciato, le vecchie case avevano ceduto il passo a palazzi maestosi ma la vista della Cattedrale tardava. Sono sbucata in Praça de Cervantes, dove ho trovato una mappa che, nella mia confusione e stanchezza, non riuscivo a decifrare. Ho seguito una freccia e mi sono trovata nella Rua de Arzabacheria, la strada degli argentieri. Lì ho alzato gli occhi ed ho compreso di essere finalmente arrivata.

    Sono entrata nella Cattedrale dall’ingresso laterale, pochi istanti dopo l’inizio della Messa. Immediatamente sono stata colpita dalle navate, alte e maestose, in un susseguirsi di archi romanici ancora più impressionante per la prospettiva obliqua da cui li osservavo. Con mia grande delusione il botafumeiro, il grande turibolo che, secondo Imiri, viene fatto volteggiare ogni domenica per le navate, penzolava inerte in un angolo. La chiesa era gremita ed io stavo davvero male: appena varcata la soglia ho appoggiato lo zaino, tolto le scarpe e sono crollata su di un gradino, il dolore al ginocchio mi impediva persino di alzarmi quando la funzione lo richiedeva. Ma mi sentivo talmente fiera di essere lì ed orgogliosa al limite dell’arroganza. Ostentavo con superiorità il mio non reggermi in piedi a tutti i pii turisti che mi guardavano con disapprovazione assistere alla Messa semisdraiata sui gradini e scalza.

    La chiesa è bellissima, imponente, straripante di tesori. Ne ho vista solo una parte perché subito dopo è iniziata un’altra Messa. Così sono riuscita ad alzarmi, aggrappandomi al corrimano, ho ripreso lo zaino e sono uscita, camminando lentamente, ancora frastornata. Poco oltre la soglia ho incontrato i tre sardi di Santa Irene. Ci siamo salutati con grande effusione, sembravamo grandi amici e non casuali commensali di una sera. Ho detto loro che non intendevo andare all’albergue, anche Imiri me lo aveva sconsigliato, e mi hanno suggerito l’indirizzo di una pensione, l’hostal Santa Rita, che a loro volta avevano recuperato in un qualche rifugio lungo la strada. Come nella canzone Samarcanda, a nulla mi è valso fuggire in capo al mondo per sottrarmi a Santa Rita.

    Prima di tutto però sono venuta qui all’Officina del Pellegrino. Un palazzo antico a ridosso della Cattedrale, mura sgretolate, una coda che si snoda sulle scale, zaini abbandonati ovunque, sguardi ancora vitrei. Guardo e riguardo la mia credencial, chissà se andrà bene, chissà se mi daranno la Compostela. Ma alla fine non mi interessa, io la strada l’ho percorsa e questo è ciò che conta. Non è ancora tempo di fare resoconti, sono ancora, mi sento ancora, nel pieno del Camino, in mezzo a questa gente, come me sudata e zoppicante, che stringe la credencial tutta sgualcita.

    Ecco finito.

    Il ragazzo al banco mi ha fatto un paio di domande, ha controllato i timbri e mi ha rilasciato questo attestato in latino in base al quale “Dona Donatillam Capizzi” ha compiuto il Camino fino a Santiago pietatis causae.
    Sono troppo ubriaca di stanchezza per realizzare che è finito tutto, i sassi, la strada calpestata, l’erba che scorre sotto i miei occhi, la sola cosa più piccola e statica di me.

    *

    L’hostal Santa Rita si trova in una zona appena fuori del centro, vivace e piena di negozi, e costa solo € 12 per notte. E’ al quinto piano di un palazzo e sembra un pensionato da film neorealista, nella stanza manca il bagno ma, assurdamente, c’è un piccolo televisore. Imiri aveva ragione, vale la pena di alloggiare in queste pensioni piuttosto che nell’albergue, che dicono decentrato, gremito e piuttosto malandato. Ora però devo riprendermi e uscire, per godermi Santiago ed andare a trovare l’Apostolo in convenienti condizioni d’animo.
    Mi sento triste, di quella tristezza infantile che coglie senza motivo quando si è molto stanchi e si regredisce ad un tempo in cui si piangeva allo stesso modo per la fame, per il sonno o per il dispiacere.

    *

    Ho parlato con la Michela, che si è resa conto del mio stato di confusione mentale e mi ha ordinato di andare subito a mangiare qualcosa. Così sono entrata in un bar piuttosto bello vicino all’hostal ed ho ordinato un piatto di calamari fritti e una birra, mi sento istupidita per la stanchezza. Del resto non si può camminare per sette ore con solo un kit kat nello stomaco. I calamari sono buonissimi ma io continuo a sentirmi triste. Forse ho solo bisogno di rilassarmi, forse patisco la sensazione che non mi stia rimanendo nulla.

    *

    Mi sono lentamente riavuta ed ho ripreso l’esplorazione del centro di Santiago; i portici mi ricordano Bressanone, se non fosse per la profusione di chiese barocche e monasteri. Le vie seguono un andamento ondulato, attorno alla cattedrale i piani si moltiplicano, salite, discese, passaggi, stento a ritrovarmi. Dopo giorni e giorni di strade e deserto, l’occhio è attratto immediatamente dai negozi traboccanti di cose, soprattutto gioielli e bigiotteria, ma anche paccottiglia, formaggi tetilla e torte di Santiago a centinaia. I locali si susseguono, dai bar più ordinari ai posticini dall’aspetto moderno e accattivante, i ristoranti espongono crostacei e polpi giganteschi dall’aspetto gessoso ed infelice. Però ho anche trovato due forni che vendono pane dall’aspetto genuino, brioches e pane alle noci, e nelle vie non immediatamente a ridosso della Cattedrale ci sono residui di vita non inquinati dall’industria turistica.
    Ho percorso la Rua San Roque fino al convento di Santa Clara, qui i negozi acquistano un aspetto più quotidiano ma le case sono ancora antiche, le vie serpeggiano e domina la pietra, ho trovato una panetteria pasticceria molto bella e in cui aleggiava un buon profumo. Ho comprato due paste, una ciambella ricoperta di glassa, che mi incuriosiva perché ne avevo viste esposte di identiche in molte pasticcerie, e una specie di mousse al formaggio che speravo più pannosa e invece si è rivelata troppo formaggiosa. Le ho mangiate subito, seduta su di un muretto di fronte al convento, mi sentivo molto vagabonda mentre armeggiavo col pacchetto della pasticceria e mi imbrattavo di panna montata davanti alle auto di passaggio.
    Poi sono rientrata nel centro, cercando un locale dove sedermi a bere qualcosa, ma non avevo ancora confidenza coi luoghi, mi sentivo a disagio all’idea di entrare in qualche ritrovo elegantino per turisti e non ero riuscita ad individuare un posto che si confacesse al mio stato d’animo particolarmente vulnerabile. Così mi sono seduta su di un marciapiede sopraelevato sotto i portici e sono rimasta ad osservare le persone che si avvicendavano nella via, chiacchierando o sbocconcellando dolciumi. Pochi visi conosciuti, ma riconoscevo facilmente i pellegrini, alcuni appena arrivati altri già ripuliti.

    Sono stata ancora nella cattedrale, affascinata dalla complessità delle forme, la varietà degli stili, la grandiosità, l’imponenza; guardando tutto questo ogni passo compiuto per raggiungere Santiago appare pienamente giustificato. Mi sono affacciata al Portico della Gloria, nome che, grazie a Davide Gandini, sin dalla partenza era stato il simbolo dell’arrivo a Santiago. Tuttavia, non so per quale motivo, me l’ero figurato come una specie di arco di accesso alla piazza. Sono rimasta sbalordita dalla bellezza della pietra scolpita, le figure sembrano davvero prendere vita sotto i miei occhi. Non ho mai visto niente di simile. Sono scesa nella cripta dove sono custodite le reliquie dell’Apostolo, quelle che, infine, costituivano la ragione del mio viaggio. Non ho saputo articolare non dico una preghiera, ma neppure un pensiero.

    *

    Ho girato ancora, ho percorso più volte il centro da un’estremità all’altra. Sono sbucata in un parco affollato da gente che passeggiava e si godeva l’ozio del tardo pomeriggio, sono rimasta un poco a guardare pigramente il passeggio. I piedi mi facevano ancora tanto male, ma il cibo mi era entrato in circolo e non mi sentivo più prossima a mancare.
    Riflettevo sulla straordinaria esperienza che in questa città accomuna individui tanto diversi. Il solo fatto che tante delle persone abbiano affrontato fatiche improbe per arrivare, attribuisce alla stessa città un’aura di speciale intensità. Mi era stato detto che l’arrivo a Santiago sarebbe stato deludente, che nulla avrebbe potuto davvero compensare la carica trasmessa dal Camino. Io invece sto scoprendo proprio in questo essere qui una pienezza che purtroppo non so descrivere.

    I locali sono numerosi, ma è facile individuare quali siano trappole per turisti sprovveduti che spacciano pesce e polpo a prezzi vergognosi. La mia guida menzionava con accenti entusiasti un ristorante di cui non dava l’ubicazione, così mi sono testardamente inoltrata in ogni immaginabile anfratto del centro, fra questi imponenti palazzi in pietra, disseminati di negozi e negozietti quasi tutti uguali, fra i vicoli e le stradine in continuo saliscendi. Non ho trovato il locale indicato – secondo me è solo un espediente degli autori della guida per favorire le esplorazioni – ma ho adocchiato una tenda che sporgeva, nella minuscola traversa di una via che scendeva da Praça de Cervantes verso Rua San Roque, alla tenda corrispondeva un piccolo ristorante il cui menu proprio mi ispirava. Purtroppo non avevo considerato che è domenica e quando all’ora di cena sono ritornata, la saracinesca era infatti inesorabilmente chiusa.
    Allora ho ripiegato su di un locale nascosto in una parallela poco lontano, un posto informale in stile libertà per i compagni in carcere, ma dove uomini anziani bevono mescolati ai giovani e si ascolta musica gallega folk, molto celtica. Ho ordinato al bizzarro proprietario un piatto di peperoni arrostiti, simili ai nostri peperoncini verdi, ma più piccoli e più teneri. Lui ha smesso il broncio con cui mi aveva accolto, si è diretto nel retro e me li ha arrostiti sul momento, servendoli con una tonnellata di pane ed una buona birra Estrella Galicia.

    La birra ora si mescola al sonno e mi rende torpida, è meglio andare. Sono indecisa su cosa fare domani. Potrei andare al mare, rientrare in giornata e dedicare tutta la giornata di martedì a Santiago, però mi attira di più l’idea di dormire a Finisterra. Devo comunque tornare ancora nella Cattedrale, oggi ero troppo frastornata per vedere bene e capire le cose.

    *

  3. #23
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    Ora dormo, non ricordo nulla di ciò che è passato, solo lampi di immagini casuali. Astorga, la salita a O Cebreiro, gli immensi campi di grano della meseta, il filare di alberi verso Leon. Sono le undici, ma ciò non conta, non devo più alzarmi all’alba.

    14 luglio 2003 Santiago - Finisterra

    Sono nella churreria adocchiata al mio ingresso a Santiago, ad un angolo di quella Rua San Pedro che ieri mi era sembrata interminabile.

    Stamane, uscita dall’hostal mi sono diretta rapidamente verso la lontana stazione delle corriere; sapevo di avere pochissimo tempo perché ieri mi ero procurata gli orari dei pullman all’ufficio del turismo. Sulla circonvallazione ho raggiunto una fermata d’autobus ed ho preso al volo il n. 10. Una volta a bordo, con tanto di biglietto timbrato, mi sono resa conto che era la prima volta che salivo su di un mezzo di trasporto dopo la partenza da Burgos. Un gesto tanto banale come prendere un autobus, in quel momento era dirompente come il primo banchetto dopo il Ramadan. Appena arrivata ho visto sfilare via il pullman, così devo trascorrere in qualche modo le due ore che mancano alla prossima partenza per Fisterra.
    Oggi Santiago è luminosa sotto il sole splendente; mi spiace andare via ma temo che un domani potrei rimpiangere l’accidia che mi avesse bloccato ad un passo dall’estremo confine della terra. E forse rimanere tre giorni a vagare per le strade del centro potrebbe rivelarsi un esercizio sterile.
    Dopo aver lasciato lo zaino al deposito bagagli, sono risalita per una stradina che si trasformava in un sentiero inerpicato sul dorso della collina, fra cespugli e terreno incolto, singolare brandello di campagna nel cuore della città alta. Infine sono sbucata in prossimità della Porta del Camino.

    Il churro era freddo e duro, ma l’ho amato lo stesso. So che mangiare churro qui al nord è come mangiare arancini di riso a Domodossola, ma ci sono passioni più forti del buon senso o della geografia. La barista e due avventori parlano degli amori di un’attrice sposata con un cubano, di cui già Imiri mi aveva raccontato lungo la strada per Ponferrada; sviscerato l’argomento, sono passati ai massimi sistemi: conta più il denaro o l’amore? La discussione è avvincente ma ora andrò.

    *

    Sono stata di nuovo nella Cattedrale, ho vagato ancora per le strade di Santiago, semideserte per il lunedì; nella Praça do Obradoiro ho incontrato un sacco di gente appena arrivata, in quella fase in cui si stenta a rendersi conto di avercela fatta. Fra loro ho riconosciuto i ragazzi dell’albergue di Gonzar, la ragazza che stava male a Barbadelo, i signori di Calvor che non trovavano da dormire a Sarria.
    Ritornando verso la stazione dei pullman allo scadere delle due ore, mi sono fermata per un caffè in un barettino nella rua de Pastoriza, una lunga via popolare a ridosso del centro, piena di negozi di alimentari e di bar. Il caffè era solo un pretesto per assaporare l’atmosfera da provincia francese del bar “Perù”, che mi avevo intrigato all’andata: bancone di formica, tavolini quadrati, sedie, un frigo, una macchina del caffè a pompa come le vecchie napoletane.

    *

    Mi muovo in pullman senza rimpianti, provo anzi un grande piacere nel risalire orgogliosamente le colline che ho disceso con così tanta fatica, per parafrasare a rovescio il generale Diaz. E poi proprio la diversità di prospettiva, nell’identità dei luoghi, mi consente di apprezzare ciò che ho vissuto, prima che sia appannato o cancellato dal ricordo. Appena mi sono allontanata da Santiago, il breve accenno di sole di stamane è scomparso ed il cielo è tornato dell’abituale tonalità grigio perla.
    Qual è la differenza fra il percorrere a piedi i campi ed i boschi e le siepi e gli orti che ora sfioro coi sandali di Ermes? Ora non vedo più il singolo filo d’erba, la colonna di formiche, la pietra, il ciuffo di sterpi, le bacche del rovo ancora verdi, le crepe nella linea bianca della strada, le sconnessure dell’asfalto. Ogni palo, albero, cartello non è bramato, guardato, contato e ricontato prima di essere finalmente raggiunto, ogni cosa si confonde con la successiva.

    Un’immensa valle boscosa si stende davanti ai miei occhi. I sottili e spellati tronchi degli eucalipti si slanciano verso il cielo, dove fanno esplodere il loro ombrello di foglie.
    Secondo le carte, questo oscuro paesino schiacciato sul bordo di un grande fiume piatto dovrebbe essere Santa Comba, campi di mais disegnano trapezi irregolari sui fianchi ondulati delle colline, è la Val do Doubra.
    Ho odiato gli eucalipti, che ho assunto a simbolo delle assurde giravolte nei boschi cui sono stata costretta negli ultimi due o tre giorni. Adesso, forse 0a causa di questi strani alberi, forse per il cielo così basso che sembra premere direttamente contro il suolo, provo violentemente la sensazione di trovarmi un una terra di frontiera, estranea e inospitale. Davvero sto andando verso la fine del mondo, là dove l’estremo occidente già non è più occidente.

    Mi sento angosciata o forse sono le troppe curve. Mi chiedo come sarà questo mare. Mi ero sbagliata, raggiungo solo ora Santa Comba, un paesone brutto come Arzua, Melide, o Sarria ma, come quegli altri, pieno di vita, ed anche qui tale vitalità sembra contrastare col predominio del colore grigio delle tozze case che si affacciano sulle vie.
    Dal pullman ho intravisto un mercato ed un baracchino di churro, nonché una panetteria con una bancarella all’esterno che esponeva pile di empanadas, ciò che consentirebbe a Santa Comba la promozione a pieni voti nella mia classifica personale delle città vivibili. In un istante si esce dall’abitato, ed è di nuovo campagna, strade sconnesse, curve, castagni, abeti ed eucalipti.

    *

    Sono a Finisterra, piove. Una pioggerella sottile e quasi trascurabile ma che intride abiti, capelli, zainetto occhiali calze. La splendida mattinata a Santiago ha fatto sì che non mi curassi di premunirmi contro la pioggia, così sono arrivata in questa plaga solitaria in sandali, senza poncho e senza bandana, lasciata a Santa Irene. Scesa dal pullman ho seguito sotto la pioggia la strada che costeggiava la costa fino ad una curva dalla quale si vedeva la parte finale del promontorio ed un grande faro, che ho scrupolosamente fotografato. Poi, vinta da questa pioggia e questo vento, ho ripiegato verso il paese, ormai fradicia. Così ho visto, se non toccato, Capo Finisterre. Ingloriosa conclusione che sta al compimento del Cammino nella esatta proporzione del rapporto che sento fra me e gli altri pellegrini.

    Ho trovato una stanza in un piccolo hostal che avevo adocchiato dal pullman e che ho scoperto raccomandato dalla Guide de Routard, dove una stanza ha il prezzo incredibile di € 15. Mi sono asciugata e sono tornata in giro, per cercare un posto decente dove bermi una birretta prima del sonnellino.

    Cammina cammina, sono arrivata in posticino favoloso rannicchiato in fondo al porto. Un bancone in un ambiente stipato di cesti di bottiglie, ghiacciaie, scaffali, fusti della birra, dove entrano a malapena tre tavoli, con un piccolo bersò coperto di rampicanti e una griglia per cuocere il pesce che mi ricorda tanto la Grecia. Sono stata infilata in un tavolino striminzito, facendo sloggiare la figlia cicciona del proprietario, che ora guarda imbronciata una telenovela sudamericana particolarmente deprimente, trasmessa dal televisore qui di fronte; le ho offerto di sedersi al mio tavolo, ma non mi ha degnato di uno sguardo. Il pane è buonissimo, poi ho preso una sardina arrostita sulla brace semplicemente deliziosa, scandalizzando il cuoco, “una sola?” ha commentato con un ghigno, e una porzione di calamari altrettanto buoni. Mi commuove l’idea della brace in strada, riparata dalla pioggia con un ombrellone. Ho ritrovato Christian lo svedese, che è arrivato a piedi nel tempo che io ho impiegato ad arrivare in pullman e domani riparte per la Svezia. Ci siamo salutati al volo, lui era con alcuni amici del rifugio seduto ad un tavolino sotto il bersò, io non volevo incrinare la perfezione del momento con altre chiacchiere inutili.
    Ho divorato un cestino di pane, fuori non piove quasi più. La telenovela trasmessa in televisione sta assumendo toni trucidi, ma anche qui si sta svolgendo una tragedia familiare, il vero motivo del malumore della figlia cicciona è infatti che lei vorrebbe andare da qualche parte ma la madre implacabile ha rifiutato il permesso perché è troppo giovane. Lei allora dopo aver protestato a lungo si è chiusa in un mutismo sconsolato, mentre i familiari commentano la questione nell’andirivieni fra una portata e l’altra.

    Finalmente sazia, sono rientrata in albergo ed ho dormito sino alle otto, poi ho ripreso a girare sotto la pioggia, alla scoperta di Fisterra. Si sente poco il mare, forse perché oggi cova, insidiosamente tranquillo sotto la pesante cappa delle nubi.

    In un negozio di artigianato galiziano ho trovato qualche chiarimento circa la vicenda della Prestige, la petroliera che meno di un anno fa ha fatto naufragio riversando una marea nera che ha devastato le coste della Galizia. A questo si riferisce il grido “nunca mais”, “mai più” che ha unito l’intera regione in un sussulto di indignazione, adesso anche un poco commercializzato. Mai più il petrolio, mai più la rovina dei pescatori, la distruzione di un ambiente marino bellissimo e fragile, mai più l’abbandono di un paese e dei suoi abitanti in nome dell’interesse prima, della gestione centralizzata della catastrofe e dell’insabbiamento, poi. Chapapote è il miscuglio di petrolio e alghe che ricopre, impiastra, sommerge spiagge e fondali. Ci si rende conto immediatamente di quanto quella tragedia abbia segnato il modo di pensare delle persone. Qui come a Santiago non passano più di cinque minuti senza incontrare un riferimento alla nave maledetta, al petrolio, alle operazioni di pulizia, all’inquinamento. Mi sono comprata una maglietta nera con la scritta nunca mais, sentendomi stupida come una turista americana, ma incapace di resistere al desiderio di omologazione. Del resto col freddo che fa si è rivelata utile: rientrata, l’ho potuta usare come liseuse, perché la camicia da notte da sola era troppo leggera.

    Il paese è raccolto, in questo assomiglia alle cittadine liguri, vicoli stretti, feritoie. Le case sono però della solita pietra, grigia o gialla, e quelle più recenti in muratura. Ho faticato ad orientarmi nel dedalo di saliscendi attorno al porto, un po’ disassato rispetto al centro, che è invece orientato sulla spiaggia più a est. Sul porto si affacciano costruzioni di cemento, adibite a magazzino od occupate da persone che riparano reti, più avanti sorge un fabbricato che ospita la camera frigorifera e la capitaneria del porto, in paese ho trovato un garage stipato di gabbie per le aragoste.
    Dopo aver esaminato tutti i ristoranti del paese sono entrata in quello che mi ispirava di più, l’unico peraltro dove altre persone stavano cenando. Così ho finalmente mangiato il polpo, ottimo seppur leggermente inferiore a quello di Cacabelos, ed una specie di zuppa con coda di rospo e frutti di mare, buona anche se forse poco saporita, ciò che non faceva onore agli ingredienti, di grande freschezza e qualità. Il flan infine era effettivamente fatto in casa e non industriale, come dimostrato dai buchini che lo crivellavano delicatamente. Se oggi pomeriggio non mi fossi mangiata mezza pagnotta da mezzo chilo del pane all’uva più buono della mia vita, onore alla panetteria Velay di Fisterra, questo avrebbe potuto essere un pasto equilibrato.
    Ora sono in albergo, i piedi ed il ginocchio, col riposo di questi giorni, si stanno lentamente riprendendo, già riesco a salire le scale senza zoppicare troppo, mentre i miracolosi cerotti di Portomarin hanno ormai debellato Godzilla.

  4. #24
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    15 luglio 2003 Finisterra - Santiago

    Sono al bar Tearron, di fronte al porto. E’ una mattinata lugubre, fredda e ventosa, ideale solo per rimanere al caldo in un bar e bere caffè bollente. I pescatori devono essere usciti da tempo, attorno a me ci sono solo vecchi, nella rada solo barchette. La pioggia e la mia naturale lentezza hanno impedito che riflettessi su ciò che mi circondava. Solo ieri sera, osservando gli operai uscire dopo la fine del turno dalla camera frigorifera, colto qualcosa di questo paese di pesca e di emigranti. Anche se il mare resta calmo, il vento e il cielo ispirano un clima torbido, inquietante, da pecheurs d’Islande. Non per niente la chiamano Costa da Morte.

    *

    Il pullman parte, il mare di Fisterra resterà sempre uno sconosciuto. Ero troppo condizionata dal freddo, dalla pioggia e dalle abitudini del Camino, per cui ho familiarizzato più con croci e chiese che non con questo mare metallico, silenzioso come una bestia in agguato.

    Costeggiamo una casa, che con questo tempo appare spaventosamente cupa. Nei dintorni della costa gli horreos poggiano su fungoni di pietra e non su muretti come nell’interno. Li ho odiati ferocemente, gli onnipresenti horreos, ripostigli sopraelevati per il mais decorati con croci e pigne o guglie di pietra. Li odiavo perché erano troppi e, nel loro moltiplicarsi all’infinito, impersonavano il mostruoso proliferare della interminabile campagna gallega.

    Abbiamo superato Cebillon, una cittadina di villeggiatura, una sorta di Stresa gallega, ed ora siamo nella prospiciente e brutta Cee, dove, specularmente, si lavora e non si villeggia.

    Il pullman si inoltra nell’infinita campagna senza sole, l’ambiente è appena allietato dalla radio gallega. Cercherò di dormire un po’.
    Iniziano gli eucalipti, le cui foglie cadenti e pendule rendono ancora più triste il paesaggio. Meglio guardare i cespugli di felce e ginestra, i pinetti e l’erica, così bretoni e capaci di evocare il sole e il vento. Ma ora mi perdo in questa campagna, le case di pietra nera, i paesi di poche costruzioni, stalle e finestre cieche, muretti rivestiti di muschio, la distesa di colline ondulate coperte di bosco che è facile certo simile a quello che incontrarono le truppe romane o i pellegrini tanto arditi da voler concludere il Camino a Finisterre. Il verde scuro del paesaggio è punteggiato qua e là di piccoli agglomerati grigi, il versante di ogni collina, una volta raggiunto, rivela solo una nuova distesa di pini ed eucalipti offuscati dalla nebbia.

    *

    Sono arrivata a Santiago quasi a mezzogiorno. Ora alloggio in un piccolo hostal dietro l’università, che ho trovato per caso. Al Seminario Maior purtroppo non c’era posto, così mi sono avviata verso l’hostal Santa Rita, fetido ma economico e vicino al centro.
    Da Praça de Cervantes ho imboccato per errore una via lunga e stretta, piena di negozi di un genere più ordinario di quelli delle vie adiacenti, Rua da Caldereira. In una traversa ho notato un’insegna che mi attirava, “Hostal La Paz de Agra”, con l’indicazione di rivolgersi al bar-ristorante La Zingara. Così ho fatto ed ho scoperto che l’hostal era consigliato dalla Guide de Routard. Il padrone del bar mi ha accompagnato in questo palazzo antico, scale e corridoi da casa ottocentesca, camere piccoline ma accoglienti, € 23 col bagno in pieno centro di Santiago, cosa potrei desiderare di più? Certo, vorrei poter restare altri due o tre giorni invece che uno solo.
    Ora andrò in giro, visto che per il momento non piove, anche se il tempo è freddo e nuvoloso, ciò che mi ha indotto ad indossare la canottiera, il solo indumento non putrefatto che ancora possiedo.

    *

    Nelle vie attorno alla Praça Rioja, vicino all’hostal Santa Rita, ho scoperto una zona moderna, così piena di bei negozi da sembrare parigina. Ho trovato un supermercato in cui fare la spesa domani, proprio in prossimità della fermata del pullman per l’aeroporto. Ho visitato anche alcune librerie ben fornite e ricche di libri sulla Galizia, fra cui ho visto un libro fotografico che raccoglieva tutto il materiale relativo alla vicenda del Prestige, con toccanti fotografie dei volontari, della loro lotta disperata contro la rivoltante crosta di petrolio, della devastazione della costa, delle manifestazioni e della vera e propria sollevazione popolare che è seguita al disastro.
    Non l’ho comprato, a malincuore, costava troppo, e mi sono limitata ad acquistare una guida illustrata al Camino, forse non l’ideale da portare con sé a piedi, ma bellissima per le foto e la descrizione dei monumenti.
    Con l’occasione mi sono letta a ufo qualche guida ai ristoranti, giusto per farmi finalmente un’idea, ed ho scoperto che il “Quatros Vientos”, quello individuato l’altro ieri dopo lunghi giri e che più mi ispirava, era annoverato fra i cinque o sei ristoranti di Santiago che vale la pena di provare. E’ consolante scoprire che il fiuto ancora non mi inganna.
    All’ora di pranzo mi ci sono quindi recata e, finalmente l’ho trovato aperto. E’ un posticino defilato, alla buona, ma genuino e non fasullo come quelli sulle vie principali. Il menu era scritto su di una lavagna appesa al muro ed in cucina si intravedeva affaccendata la madre del ragazzo che serviva ai tavoli. I pochi tavoli erano affollati da studenti e pensionati, un ambiente da film neorealista. Ho preso una fantastica fabada, zuppa non di fave bensì di fagioli, ed un cocido cioè il famoso piatto di carne lessa e verdure. Questo non era sontuoso come quello di Astorga ma era buono ed abbondante e scaldava in questa giornata umida e piovosa. Il pane è eccezionale, secondo solo a quello assaporato a Palais du Rei.

    Ho visitato il museo dei pellegrinaggi, in una casa antica ristrutturata. Non ho visitato altri monumenti, un po’ perché rifuggo dal pagare per visitare mostre o musei, un po’ perchè voglio godere fino in fondo questa liberà assoluta di movimento, non sopporto l’idea di rinchiudermi a guardare cose, consumando il tempo che è quasi agli sgoccioli. Così preferisco vagare per le strade a comprare libri, cibo e regali. Tra un po’ rientro in albergo e vado a dormire, domani sarà una giornata orrenda.

    *

    Le otto e cinque, fuori piove a catinelle ed io mi trovo in quello che è senza dubbio il bar più fetente della Spagna intera. Il padrone non sembra normale, e l’unico avventore è un vecchietto che commenta ad alta voce “Gente”, il telegiornale strappalacrime e scandalistico del primo canale. In questo posto tutto è vecchio, annerito, persino il bicchiere in cui mi hanno servito la birra è lurido, non so da che parte bere. Le pietre sono annerite ed ingiallite dal grasso e dal fumo,una patina brunastra ricopre ogni cosa, la cassa decrepita, la macchina del caffè a pompa, il caminetto, la vetrina, i piatti appesi al muro, le lastre sconnesse del pavimento.

    Sono andata ancora nella Cattedrale, non è possibile restarne lontani. La Praça do Obradoiro è una conca di marmo di bellezza indescrivibile, ma l’interno della Cattedrale è una casa, si resterebbe tutto il giorno a contemplare gli archi romanici, le cappelle, l’altare dell’Apostolo, traboccante di oro e di luce, la cripta con le reliquie, cuore pulsante del Camino, con cui è così difficile venire a patti.
    E il Portico della Gloria, dove la gente fa la coda per infilare le mani nella colonna che rappresenta l’albero di Jesse e battere il capo contro la statua di Mastro Mateo. Alcuni ostentano un raccoglimento assurdo in rapporto al paganesimo dei rituali, ma la statua dell’Apostolo accoglie ciascuno con speciale benevolenza e le statue dei profeti conversano amabilmente, in un atteggiamento di tali naturalezza e serenità che non si sarebbe creduto possibile fermare nella pietra. Sull’architrave i patriarchi accordano oziosamente i propri strumenti ed intanto chiacchierano fra loro, preparandosi tranquillamente a quel concerto celeste di cui ci è data solo una fuggevole anticipazione.
    Sono finalmente salita alla grande statua duecentesca che sovrasta l’altare e che secondo il rituale i pellegrini devono abbracciare. Dopo pochi gradini mi sono trovata immersa in un tripudio d’oro e cherubini e la meraviglia immediata, infantile, la sensazione di essere in cielo, sommersa e quasi accecata dai riflessi dell’oro che traboccava e scintillava. E’ stato un attimo, i gradini sono terminati, ho raggiunto e sfiorato le spalle del Santo, poi sono scesa, di nuovo nell’ombra, sulla terra.

    Appena uscita dalla porta de la Azabacheria ho incontrato Veronica, ci siamo riconosciute con entusiasmo. Ho pensato che davvero Santiago è l’immagine della Città di Dio, in cui ci si ritrova tutti nella gioia. Davvero è un luogo prezioso e perfetto. E se mi aspettavo qualche speciale compenso per aver compiuto il Camino, ho ottenuto invece una risposta: Essere arrivata qui è in sé il dono più prezioso, il solo premio all’altezza dell’impresa.

    Siamo rimaste per oltre un’ora a chiacchierare, io, Veronica e le sue amiche, due ragazze di Iseo e una di Milano, incuranti del vento sempre più freddo, poi ci siamo date appuntamento dopo cena. Avevamo tantissime cose da dirci, i giorni di Mansilla e Sahagun erano talmente lontani.
    Una volta salutate le ragazze, ho ripreso a girare per le strade, sotto la pioggia che si faceva via via più fitta; dovevo terminare gli acquisti, dopo aver passato due giorni a progettare e verificare tutti i negozi del centro: il tempo per dormire ormai era svanito. Sono rientrata in albergo solo per posare le cose e indossare il poncho, inaugurandolo finalmente proprio l’ultimo giorno a Santiago.
    Poi mi sono comprata una pasta, per mera golosità, nella pasticceria di Praça de Cervantes, che si è rivelata meno buona di quanto non credessi, ed ho vagato ancora oziosamente fino ad arrivare in questo posto fra la circonvallazione e l’università, troppo vecchio e troppo squallido perché potessi resistere dall’entrarvi, nell’ora in cui ormai i negozi si avviano alla chiusura.

  5. #25
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    A furia di girare, sia pure solo nelle strade del centro, ho compreso che, come mi è servita Dublino per capire l’Irlanda, così ho colto qualcosa della Galizia solo attraverso Santiago. La mia sensibilità metropolitana non è in grado di afferrare una terra senza una mediazione culturale. I campi e le case che detestavo passando ora assumono un senso ed un’identità nello sguardo allontanato della città. Al di là di quello che rappresenta per i pellegrini, Santiago è infatti un luogo molto vivo, non solo per la quantità di bar, ristoranti, locali e negozi: la vitalità traluce dalle iniziative annunciate dalle scritte e dai manifesti sui muri o nelle vetrine, si sente che è una città universitaria. In questo momento il filo conduttore è naturalmente il motto nunca mais, esibito dalle persone e nei luoghi più disparati, con una trasversalità che in Italia è stata possibile solo per le nostre velleitarie bandiere arcobaleno.

    *

    Ho lasciato il bar fetido, dopo aver ricevuto un sms dalla Veronica che mi indicava dove raggiungerle. Sono arrivata mentre finivano di mangiare in un posto in Praza del Cervantes, Manolo, un’icona del Camino, dove con € 5,80 erano servite porzioni pantagrueliche. Ciò mi ha fatto pentire amaramente di aver rinunciato alla cena per una birra ed una pasta dolciastra e appiccicosa. Siamo rimaste più di un’ora a raccontarcela, mentre piatti straripanti di cibo sfrecciavano sotto i miei occhi rammaricati. Anche loro si sono imbattute a più riprese nella troupe cinematografica, ed anzi hanno fatto da comparse in qualche scena; anche loro hanno conosciuto Josè, il pellegrino dalle cento credenciales. Anche loro hanno colto con perplessità la strana logica sottesa alle frecce, le inspiegabili deviazioni verso un paese, o un esercizio.
    Mentre stavamo uscendo dal locale sono stata avvicinata dal capo del gruppo della ragazzina che era stata male a Barbadelo, il quale mi ha detto che io e la ragazzina dovevamo fare una foto insieme, perché dopo quell’episodio per lei ero diventata una specie di angelo. Quel mattino mi aveva visto arrivare quando stava male le ero rimasta accanto fino a che non si era ripresa, per poi sparire nella nebbia.
    E al di là degli aspetti magici, ha continuato, avevo dato a quei ragazzini un grande esempio di come ci si deve comportare nel Camino. Relatività dei giudizi, io mi ero sentita così goffa e inutile in quell’occasione. Comunque abbiamo fatto una foto insieme, io e Pili, così si chiamava la ragazzina, ed ho dato loro il mio indirizzo, così se vengono a Milano eccetera. Pentendomi subito dopo per essere stata forse troppo invadente, sarebbe stato meglio mantenere lo status di angelo incorporeo. In ogni caso l’episodio mi ha colpito profondamente, non sono abituata a rappresentare niente per nessuno e di colpo mi trovo elevata al ruolo, sia pure involontario, di angelo custode. E poi la sensazione di essere stata uno strumento, un segno del Camino io stessa. Mi sentivo esaltata, cercavo di spiegarlo alle altre, ma non mi riusciva.

    Uscite di lì e congedateci dalle ragazze di Iseo che tornavano al rifugio, io Veronica e la ragazza di Milano siamo andate nel locale alternativo che avevo scoperto l’altro giorno, dove mi sono fatta una birra e un panino enorme al prosciutto, come quello che l’altro giorno avevo visto servire ad un ragazzo seduto accanto a me. Lì abbiamo ricominciato a chiacchierare del Camino, delle avventure e dei rifugi, fino alle undici, rivivendo e scambiando ognuna di noi le proprie vicende, rivedendo nella memoria tutti i luoghi e le persone. Così è terminata la mia ultima sera sul Camino, nell’amicizia, nella condivisione, nei ricordi e nella birra.

    Da quando sono partita non ero mai stata in giro fino a così tardi ed anzi era la prima volta che vedevo la notte dalla strada. La ragazza di Milano aveva avuto disavventure spaventose con le ginocchia, al punto da avere impiegato quasi dieci ore per superare O Cebreiro e da aver visitato più volte i centri pronto soccorso ed ora, con le gambe ancora tutte fasciate, poteva camminare solo molto lentamente. Ci siamo salutate, Veronica tornava al rifugio, la ragazza di Milano si dirigeva al suo hostal, io sono rientrata subito in albergo, percorrendo velocemente le strade buie e vuote di Santiago. Poi ho preparato lo zaino.

    16 luglio 2003 Santiago - Milano

    Sono in un bar nei pressi dell’università, un posto piccolo e tranquillo con tanti giornali ed un dolcino ad accompagnare il caffè. Il tempo è gelido ma sta tornando il sereno. Sono uscita presto, poco dopo le sette ed ho scoperto il mercato di Santiago, proprio dietro l’università, pieno di pesce e verdure e carni e salumi, il tutto in una costruzione di pietra grigia fra il romanico ed il funzionale; ho scattato tante foto mentre i banchi via via si riempivano, il ghiaccio si ricopriva di pesci lucenti, filze di salamini e salsicce erano appese ai ganci, enormi pezzi di carne erano scaricati dai camion insieme a catini traboccanti di interiora sanguinolente, colorate ceste di frutta e di verdura circondavano donne dall’aria indurita che vendevano verdura fuori del mercato.
    Ho comprato tre salamini da un signore serio e un formaggio da una vecchietta, poi pendendomi per aver ceduto alla lusinga del pittoresco.
    Ma forse non siamo in Italia ed io sono abituata a pensare male e comunque tre euro per un formaggio possono anche starci, anche ove fosse roba del supermercato eccetera eccetera. Fotografavo ogni cosa, vergognandomi profondamente, ma incapace di resistere a tutti quei colori, ai visi lusingati delle signore anziane, a quei lineamenti celtici seminascosti dalle cataste di verdura.

    Sono tornata nella cattedrale, stentando a separarmi ma anche incapace di vivere fino in fondo l’obbiettivo del mio Camino. Ho salutato la grande statua dorata di San Giacomo, nella chiesa ancora silenziosa per l’ora mattutina, pochi fedeli si raccoglievano qua e là, il flusso dei turisti non era ancora iniziato. Sono stata al Portico della Gloria per ammirare ancora una volta la serenità e la noncuranza dei visi scolpiti e congedarmi dal Santo che accoglie benevolo i pellegrini. Poi sono uscita dalla mia porta, la stesa da cui ero entrata tre giorni fa, estenuata e zoppicante.

    Ho girato ancora per trovare un bar che fosse insieme aperto e decente e sono approdata a questo bar Transi, affacciato sulla cinta esterna, come del resto il bar Maximo di ieri sera. Sono quasi le dieci, è ora di andare, Per strada ho incontrato la svizzera, incrociata tante volte dal giorno di Ponferrada, ci siamo congedate, entrambe già tristi per altre separazioni.
    In tutti questi giorni non ho neppure pensato di andare all’albergue di Santiago per vedere chi c’era, per ritrovare altri volti conosciuti. Era talmente normale incontrare per strada i compagni del Camino che neppure mi è venuto in mente di farlo. Mi spiace di non avere più rivisto Imiri.

    *

    E così alla fine l’impresa Feire mi ha avuto. Quei pullman color indaco che sulla N547 sfrecciavano beffardi, tentazione e vivente dimostrazione di come sarebbero potute essere le cose. Ora un pullman dell’impresa Feire mi porta verso l’aeroporto. Al supermercato ho comprato un queso de Arzua, un trancio di jamon serrano ed un pezzo di membrillo da mangiare col formaggio.
    Nella libreria gallega di fronte alla fermata non ho invece resistito e mi sono comprata il cd di nunca mai:, con ciò ho terminato le spese. E’ uscito il sole. Questa zona è carina, vivace e non turistica, dietro e lungo Rua Correo, ci sono “un sacco di bei negozi” e nessuno di loro vende giaietto, conchiglie o croci templari.
    Ripercorro a ritroso la strada lungo cui arrancavo domenica ed ecco, la cattedrale non si vede più persa fra le curve di queste colline urbanizzate. Sono alla stazione dei bus, per le strade affluiscono nuovi pellegrini, altri ripartono. Secondo El Correo Gallego, a giugno sono arrivati 8.800 pellegrini, ex quibus, una.

    Ed ora via, verso l’aeroporto di Labacolla, che ho costeggiato faticosamente domenica. Eppure vista dall’esterno Santiago appare un luogo ancora selvatico. Colline spelacchiate, a metà costruite ed a metà lasciate in balia della vegetazione.
    San Lazaro, come mi era sembrata lunga la strada, domenica. Ecco ancora la cattedrale, da lontano mentre il pullman sale verso il Monte do Gozo. Ed ecco davanti a me la Galizia, il mare verde che attraversavo sabato, e Labacolla, e il bar dove ho fatto colazione domenica, semisvenuta e dove ho comprato il kit kat. Ripercorrendo la strada mi rendo conto anche delle enormi distanze che ho percorso, a conferma della mia convinzione che a piedi ciò che cambia è solo il tempo, non lo spazio.

    *

    Sono in aeroporto, ho finito gli acquisti, tonnellate di soldi gettate via. Ora mi godo una bella birra e un ultimo churro, questo estremo oggetto del desiderio, anche se freddo e sassoso.
    Ricapitolando i giocattoli che mi sono comprata posso annoverare, il libro sul Camino, la conchiglia nera di giaietto, la crocina nera coi bordi in oro, la maglietta nunca mais e la cassetta omonima, in fondo non è molto, se penso che forse sarà tutto quello che mi resterà di Santiago.
    Lo zaino è appesantito dal formaggio e prosciutto appena acquistati, non è difficile intuire che tutto questo comprare ha lo scopo di esorcizzare il distacco, da una parte, e la paura del rientro, dall’altra.
    Ieri sera con le ragazze ho rivissuto i giorni del Camino, così repentinamente offuscati dall’ozio in Santiago. Non so quando è terminato il mio viaggio, se nel momento in cui sono salita sull’autobus diretto alla stazione delle corriere, se ieri sera salutando Veronica, se domenica, nell’entrare nella cattedrale, se stamane, uscendo dal portale di Praça de Imaculata, se ora, in questo salone.
    Forse il Camino è terminato quando mi sono fermata ed ho smesso di ricordare la strada percorsa, ho iniziato a comperare cose superflue e sono tornata ad essere una turista; quando ho sentito nuovamente il morso dell’angoscia per ciò che mi attende.

    *

    Sto sorvolando la Spagna, ma il tetto di nuvole impedisce la visuale. Ho sentito tanta gente, ciascuno attende il mio ritorno, sovraccaricandomi di aspettative. Quella che per me è stata un’impresa, per gli altri è stata una vacanza e come tale avrà il suo prezzo. Ho la mente vuota, non desidero nulla. Ed ecco il mare, quello vero, il mediterraneo. L’aereo sembra allontanarsi dalla costa ma ora plana virando verso Barcellona sotto di me e lo splendido sole mi rammenta che è estate.

    Stiamo arrivando a Malpensa ed intanto ho rifatto il conto dei km, col libro e le cartine, ho scoperto di aver camminato 488 km con una media di 30,5 km al giorno. In questo modo mi sembra di aver ritrovato in parte quello che ho fatto, i ricordi si fanno ancora più fiochi.

    Il bellissimo viaggio è finito. Un viaggio greve, pesante, intensamente fisico, ma anche ricco di segni, fitti come una pioggia di stelle cadenti. Segni concreti, di una materialità medievale, ma che potevo sempre leggere come metafore di verità, ora assolute, ora banali. E l’ultima rivelazione, la più sconvolgente, quando mi sono resa conto che, a prescindere dalle mie aspettative e dalle mie scelte, ero stata fatta io stessa segno, traccia nella storia, tessera del Camino. Non nobis Domine.

    Di fronte agli altri, mi resterà l’impresa, il resto non si può raccontare.

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