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Discussione: Donatella : da Burgos a Santiago

  1. #11
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    Verso le otto mi sono sentita in condizioni di camminare, sono scesa ed ho girato un pochino il paese. Il centro era il tratto mediano della lunga strada principale, costeggiato da negozi, bar e ristoranti. Mi sono fermata ad una pulperia dove ho ordinato una tapa di polpo alla gallega accompagnandola con una birra. Mi hanno servito una porzione enorme e gustosissima di polpo lessato, tagliato a fettine, saltato nell’olio, cosparso di pimento e ricomposto a formare una piramide.

    Ora sono nel bar sotto la pensione per la seconda birra: fumo, televisioni accese, gente che gioca a biliardo, il ginocchio mi fa un male terribile e così i piedi. E dire che la prima parte della giornata era stata deliziosa. Ho iniziato a patire dal momento in cui ci siamo dovuti arrampicare sulla roccia e poi sia l’entrata che l’uscita da Ponferrada sono state un incubo. Da stamattina ho percorso solo 37 km, ma mi sono sfondata le ossa dei piedi camminando per 10km sulle pietre coi sandali, a causa di quello stupido rally. Mi sento la febbre, non riesco a camminare, non ho nemmeno apposto un sello. Non ci si può ridurre così.
    In tutto il giorno ho mangiato appena qualche biscotto e bevuto un’aranciata a Molinaseca, eppure ho cercato di tenere il passo dello svedese, non sopportavo l’idea di fermarmi o di cedere, di arrendermi. E tutto questo senza mai smettere di scambiare con lui in inglese le consuete banalità politically correct. Lui fa il pranoterapeuta ed è molto sensibile all’aspetto salutistico del Camino, che vive come una splendida occasione di fitness, che vorrebbe fosse proposta alle giovani generazioni, per sottrarle alle trappole delle ore piccole e dello junk food. Con la mente aperta del nordico illuminato percorre questi pittoreschi luoghi, ancora intrisi di superstizione medievale, e viaggia con la zucca sullo zaino per meglio entrare nello spirito dell’esperienza.
    Abbiamo percorso l’ultimo tratto di 6 km in un’ora, vale a dire alla velocità di un uomo ben allenato su terreno pianeggiante. Poi mi stupisco che, giunta in albergo, non riuscissi neppure a muovermi.
    E stanotte non ho guardato le montagne meravigliose o il cielo, sentivo la gente girare il film e mi crogiolavo nel tepore del sacco a pelo, non ho neppure fotografato il castello dei templari e non ho comprato cartoline che me ne riproducessero il ricordo.
    Tutto ciò non ha nulla a che fare con la preghiera o col Camino. E’ solo l’espressione peggiore di quella frenesia autodistruttiva che a volte sfugge al mio controllo come una motosega impazzita.
    Ora vado, devo anche restituire la penna alla barista, poiché la mia ha sboccato, giustamente disgustata dalla stupidità e dalla follia della sua proprietaria. Ha un che di emblematico questo essere senza mezzi di espressione - niente fotografie, niente penna, niente sello - proprio nella giornata in cui la frenesia di arrivare ha preso il sopravvento sul Cammino, una giornata di muta follia, insomma, di cui – il suggerimento è inequivocabile - devo cancellare persino la memoria.

    7 luglio 2003 Cacabelos – Vega de Valcarce (26 km)

    Biro nuova, comprata a Villafranca del Bierzo.

    Stamattina ho dormito fino alle otto, stavo ancora male ma soprattutto mi sentivo depressa e svogliata. Ripartire è stato difficile: lo sforzo di ieri mi aveva spaccato in due, non solo le gambe ma anche il morale, mi sentivo asciugata emotivamente.
    Ogni volta mi rendo conto che camminare in compagnia fa macinare più km con meno fatica, ma annulla i ritmi interiori, distrugge il ricordo dei luoghi, impedisce la riflessione. Anche l’altro ieri, non ho visto nè annotato nulla della bellissima salita fra cespugli bassi, fiori ed erica, limitandomi a qualche doveroso apprezzamento scambiato con lo svedese.
    La cruz de hierro, che aveva creato in me tante aspettative, meritava forse un’attenzione meno superficiale; invece ne ho scorto solo gli aspetti eclatanti, la frutta guasta e la paccottiglia, ho lasciato il mio sasso senza convinzione e la moneta con l’arpa quasi per gioco.

    Stamane la tristezza è stata però rapidamente mitigata dal prodigioso incontro con una churreria aperta di primo mattino, un cubicolo in cui vi era posto a malapena per la friggitrice e la signora sorridente che ingannava il tempo leggendo una rivista. Così, dopo il cafè con leche in un american bar tutto velluti rossi e atmosfera stantia, mi sono concessa sei libidinosissimi pezzettoni di churro bollente, appena fritto.

    Nell’uscire da Cacabelos sono riuscita a farmi mettere il sello all’albergue, anch’esso, come quelli di Shagun e di Molinaseca, ospitato in una chiesa, un bell’edificio sulle rive di un fiume dal fondale basso e roccioso. Il rifugio era già chiuso ma una ragazza che faceva le pulizie ha risposto al mio richiamo e, con fare cospiratore (“non si potrebbe, ma…” e perché poi?), si è fatta passare la credencial fra le sbarre del cancello, rendendomela di soppiatto timbrata.
    Due stradini sembravano discutere nuovi ed artistici modi di collocare le beole lungo un interminabile marciapiede. Mi sono chiesta quanti mesi sarebbero stati loro necessari per terminare il lavoro. La strada che da Cacabelos porta a Villafranca, corre sinuosa ed in lieve salita lungo i molli fianchi delle colline, costeggiata da innumerevoli alberi da frutto: Cacabelos è la capitale delle ciliegie.
    Ingolosita da un cartello affacciato sul ciglio della strada, ho comprato un kg di ciliegie gialle e rosa, grandi come piccole prugne, sugose, dolcissime, da una signora che le vendeva nel garage di casa. Me le ha pesate con una vecchia stadera, rabboccandomene un bel po’ e mi ha augurato buon cammino. Ogni augurio istilla nuova fiducia nella mia capacità di compierlo, questo Cammino; è la conferma di un’appartenenza che da sola non saprei scorgere, persa nel mio misurare km e ore, nel continuo pensare al cibo, al ginocchio o alle gambe.

    E’ stato facile arrivare a Villafranca in compagnia di un kg di ciliegie, i cui noccioli ho disseminato come Pollicino lungo tutto il percorso, sfiorata ogni tanto dai camion che mi stringevano fra la massicciata e il fosso. Il Bierzo è davvero un luogo benedetto, colline morbide e accoglienti disseminate di filari, orti, campi coltivati, un trionfo della campagna che rammenta la prosperità, la dolcezza e l’inclinazione disassata delle colline dell’Oltrepo’.

    L’ingresso di Villafranca è sovrastato dalla chiesa romanica di San Giacomo, col magnifico portale del perdono, che consentiva ai pellegrini malati o moribondi la stessa indulgenza che avrebbero guadagnato a Santiago. Mi sono inerpicata sino lì, stremata, sentendomi anch’io prossima alla fine del viaggio. La chiesa era splendida, una sola ampia navata, dominata da una finestrella centrale che inondava di luce bianchissima un grande Crocefisso di legno. Una signora, seduta su una panca, vendeva brutte immaginette. Non avevo pellicola, ne ho comprata una, nel vano tentativo di serbare il ricordo tangibile di tanta bellezza.

    Mentre mi trascinavo fra le salite diagonali ed i selciati pietrosi di Villafranca, ho incrociato un furgone coi ragazzi del film, ci siamo sbracciati. Ho pensato all’immagine sempre più sderenata che avrò fornito e mi sono chiesta se loro, dopo averla sfiorata ripetutamente, si siano alla fine trovati un po’ più coinvolti da questa cosa, che a Boadilla avevano commentato con toni beffardi ma che già a Manjarin avevano guardato con occhi diversi.
    Ho comprato le pellicole e la penna, mi sono presa un cafè con leche e ho riposato un poco su di una panchina in una piazza del centro. Questi ultimi giorni, e soprattutto il peggiorare del dolore al ginocchio, hanno cambiato il mio modo di vivere i tempi, mi trovo costretta a soste più frequenti e più brevi, che però assaporo meno di quanto non facessi all’inizio.

    Dopo l’uscita dalla cittadina per un bel ponte massiccio, il Bierzo si riduce ad una stretta gola entro cui si incassa il Rio Valcarce. Non ho preso la deviazione in montagna per la Portela, tracciata allo scopo di evitare ai pellegrini l’asfalto e il traffico pesante del fondovalle, ma più lunga e particolarmente aspra. La scelta si è rivelata felice, perché il Cammino proseguiva sì lungo la nazionale ma - contrariamente a quanto indicato sulle mie carte - era stato protetto da un robusto guard rail in cemento, mentre la nuova autostrada ha comunque ridotto il traffico ad un rivolo trascurabile.
    Ho chiamato in studio, c’era stata un’udienza importante ma si erano dimenticati della promessa di chiamarmi per farmi sapere com’era andata. Mentre parlavo, costeggiavo una cascatella che scendeva dal fianco della collina e, chiusa fra le mascelle della montagna all’ombra dell’autostrada, mi sentivo triste e dimenticata.

    Poco prima di Pereje ho incontrato Josè il portoghese, che mangiava sotto un albero un panino con la frittata generosamente offerto – mi ha precisato - dalle monache di Villafranca; era in compagnia dell’americana di Seattle, cui ha invece magnificato le proprietà terapeutiche del mio labello. Bisogna dire che sa valorizzare i propri sponsor. Poi mi ha trattenuto mezz’ora a chiacchierare ed a descrivermi i vari rifugi della Galizia. L’americana ne ha approfittato per sfuggirgli, lasciando me a remare, come nella fiaba del barcaiolo. Ma poi sono scappata anch’io, dopo avergli regalato dieci euro per dormire in qualche posto decente.

    Pereje è un pugno di case all’imbocco della superstrada, muri di pietra qua e là rappezzati con la calce, insegne oscillanti, balaustre di legno e tetti di ardesia.
    Sono entrata in questo rifugio nuovo, ancora odoroso di vernice, silenzioso e deserto, e sono rimasta per un po’ a scrivere. Solo il cigolio delle travi, il cinguettio degli uccelli ed il ronzio delle mosche accompagnano le mie incuriosite esplorazioni. Benché sia già l’una ho percorso solo 13 km, ma a Pereje ho tagliato il traguardo dei 300 km, quindi a Santiago ne mancano solo 175. Non mi sembra vero.

    Spero di farcela a raggiungere Vega de la Valcarce ad un’ora decente, così da riposarmi sul serio.

  2. #12
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    Mezz’ora dopo Pereje mi sono fermata in un’area di sosta, stretta fra l’ombra sovrastante dell’autostrada, incassata a mezza altezza nel fianco della collina, ed il letto del fiume Valcarce che correva nel cuore della vallata, nascosto dalla vegetazione. Mi hanno accolto una bella fontana gorgogliante e panche in pietra.
    Ho quindi proseguito lungo la nazionale, con occasionali deviazioni all’ombra dei castagni che conducevano a paesini silenziosi, Trabadelo, la Portela, Ambasmestas, lungo strade secondarie costellate dalle carcasse di grandi alberi abbattuti e lasciati ad ammuffire. A Trabadelo ho stentato ad individuare il rifugio, camuffato da casa privata. Quando sono entrata – una sala con tanti divani dall’aspetto confortevole e un po’ di gente sdraiata oziosamente qua e là – ho spiegato all’hospitalero che volevo solo farmi mettere il sello, al che lui, deluso, me lo ha apposto di malavoglia.

    Ad Ambasmestas, bellissimo nome, una signora molto vecchia seduta all’angolo di una strada vendeva un fascio di bordoni dalle sommità assurdamente elaborate, destinate agli stessi amanti del pittoresco che si comprano le zucche o i cappelli con la conchiglia, primo ingenuo segno di quella commercializzazione del Camino che mi attende sulla via per la Galizia. Poco distante mi sono fermata ad una bella fonte sotto una pensilina di legno, nella grata dello scarico luccicavano irraggiungibili due grosse ciliegie bianche e rosa, le superfici velate come immagini riflesse.

    Dopo Ambasmestas il guard rail di cemento è terminato e mi sono trovata in mezzo alla nazionale, all’altezza di una orribile stazione di servizio, dove si vendevano ciliegie ad un prezzo quadruplo di quello pagato a Cacabelos. Per fortuna ho imboccato subito la deviazione per Vega de la Valcarce e non ci sono più state né autostrada, né nazionale, solo una stradina che attraversava il bosco addentrandosi negli ultimi recessi della valle.
    La poesia si è un po’ incrinata quando mi sono imbattuta in un enorme pilone che sorreggeva il viadotto dell’autostrada, poco prima di Vega. Ma sopra vi era verniciato un bell’augurio francescano, “buen camino buena gente”, sovrastato da un enorme tau giallo.

    *

    Arrivata a Vega mi sono sistemata nel rifugio, accogliente anche se vecchiotto e dotato di docce, lavatrici, corde per stendere. Ho fatto immediatamente una doccia, ho conversato con due arzille signore italiane, partite da Saint Jean con zaini di dieci chili. Ora mi riposo sulla playa fluvial, nome pomposo per un prato in riva al fiume, con panchine, qualche scaletta per immergersi e alberi a fare ombra. Le colline attorno non sembrano tanto alte, eppure mi trovo ai piedi del temibile Cebreiro. Mi piace molto quest’atmosfera da mezza montagna, eppure incontaminata, che ho trovato solo in certe valli remote dell’Alto Adige, ad esempio in Val Venosta. Ho immerso i piedi nell’acqua gelida del Rio Valcarce, per pochi secondi appena, il freddo sembrava spiccarmeli dalle caviglie da un momento all’altro.

    Avevo appena iniziato a scrivere quando ho intavolato una conversazione con un ciclista romano, belloccio – quasi un sosia di Stefano Accorsi - ma un po’ troppo concentrato su se stesso. Siamo rimasti a parlare oltre due ore, poi alle sette è ripartito per affrontare col fresco la salita di O Cebreiro. Si è discorso, come al solito, del Camino, delle persone strane o buffe incontrate lungo il percorso, degli albergue - ad esempio, a Molinaseca in quanto ciclista ha dovuto dormire all’aperto - delle strade, del tempo. Chissà come ha fatto Davide Gandini ad incontrare unicamente persone con cui scambiare i profondi pensieri di cui ha riferito ne Il Portico della Gloria …

    Del resto sto iniziando a comprendere che sul Camino non si raccoglie niente più di quello che si è seminato e si trova solo ciò che si ha già: il dono è poterlo distinguere con maggior nitidezza.

    Salutato il romano, sono andata al rifugio per mettere il sello, registrarmi e fare un po’ di bucato: in realtà ho solo lavato le calze, sperando che l’ultimo sole del tramonto ne facesse giustizia. Poi ho visitato la chiesa di San Francesco, il cui sello era lo stesso tau riprodotto sul pilone dell’autostrada e col medesimo motto. Anche San Francesco è passato di qui e questo pensiero mi emoziona.

    Ho comprato le barrette di muesli al supermercato ed i biscotti in una minuscola panetteria, stranamente collocata nel seminterrato di una villetta all’inizio del paese. La signora, gentilissima, non sapeva più cosa offrirmi ed io mi sono vergognata di comprare solo un sacchetto di biscottoni casalinghi al burro. La gola mi ha portato poi su di una panchina in riva al fiume, dove ho dato fondo a 750 ml di yogurt dolce “la Asturiana”(buono!).

    Quando credevo di poter scrivere in pace davanti ad un bicchiere di sidro in un bar, scelto dopo accurata selezione fra i tre esistenti nel paese, mi sono imbattuta in Josè, che mi ha presentato a tutto il locale e si è prodotto in manifestazioni di amicizia eccessive, imbarazzanti e forse un po’ alcoliche. Dopo di che nel bar si è improvvisamente creata un’atmosfera da romanzo di Simenon, con la barista slava, sfatta, che biascicava malmostosa un po’ di italiano, l’avventore ubriaco, il barista baffuto ed ingrugnito che mi scrutava con diffidenza. L’anelata pausa di meditazione si è così forzatamente tradotta in un fugace intermezzo, ho ingollato il mio sidro, pagato un paio di giri al mio sempre troppo riconoscente amico e sono fuggita.

    Ora sono approdata in un ristorantino dove spero di poter restare tranquilla e sola. Ho ordinato la zuppa, o meglio il caldo, una specie di passato grezzo di verdura e patate, buonissimo, e me ne è arrivata un’intera bacinella tutta per me! Mi sta sopraffacendo la stanchezza e comunque ho mangiato troppo. L’idea di affrontare O Cebreiro mi spaventa, ma la vicinanza della Galizia è elettrizzante. Vorrei condividere questa emozione con qualcuno con cui ho fatto un po’ di strada, Veronica, la ragazza italiana di Calzadilla, o il ragazzo brasiliano, o Maria, quelli con cui ho condiviso gli interminabili km della meseta, o Federica o Ignatio o Iniri. Non riesco ancora a pensare a cosa farò dopo O Cebreiro. Anche il padrone del ristorante mi ha detto, mangi che domani le tocca la salita più dura.

    Dopo la trota, cioè due trotone fritte con le patate – che però ho lasciato – ho preso la torta di arujo (?) una specie di cheese cake con un caramello liquoroso, buonissimo. Mi sa che stanotte ci vorrà una dose doppia di buscopan, piacevole alternativa all’aulin di ieri sera. Uscendo dal ristorante ho dimenticato sulla sedia il sacchetto dei biscotti e la signora mi ha inseguito in strada per restituirmelo.

    *

    Sono tornata a sedermi vicino al ponte, l’aria è ancora tiepida, gli uccelli giocano nel cielo, gli alberi profumano. In sere così, in posti così, viene il desiderio di rimanere per sempre. A Hontanas sarei rimasta per sempre, a El Acebo, a Rabanal, a Castrojeriz, ad Astorga, a Mansilla, a Carrion. In tutti quei luoghi che ad un primo sguardo appaiono accoglienti e quieti. Poi l’incantesimo si spezza e torno preda del nervosismo che mi induce a fuggire.

    *

    In quest’umida sala al pian terreno del rifugio l’aria sa di muffa, i letti sono in gelido tubolare di ferro. Oltre al mio, solo un letto è occupato ma la proprietaria dello zaino non è rientrata. Oggi ho camminato meno e il fisico me ne è grato, prova ne è che alle undici ancora riesco a stare sveglia, a sfruculiare fra le cartine, a pensare alla strada di domani, a contare e ricontare i km.
    Al rientro, ho chiacchierato un po’ con le signore italiane, che ho scoperto essere le “signore di Prato” con cui Veronica aveva affrontato i primi tratti del Camino.
    Non sappiamo dove sia Veronica, se avanti o dietro di noi, ma probabilmente è a Leon o poco più avanti. Da una tappa all’altra si instaura un ordito fra le persone, fili che vanno e vengono. Il romano mi ha mandato i saluti di Josè il portoghese, ricevuti senza sapere chi fossi io o chi fosse lui. Il tipo sfinito che avevo incontrato per strada è qui al rifugio, ma domani torna a casa, lui è di Ceuta, il possedimento africano della Spagna, ha lineamenti marcati e mi ha spiegato che gli piace molto vivere in Africa perché può scorrazzare nel deserto con la macchina.

    Una delle signore mi ha illuminato: ciò che affligge il mio piede destro non è una misteriosa calcificazione dell’osso, bensì una normale tendinite. Così mi balocco con questo nuovo concetto, e non so se sentirmi consolata o preoccupata. Loro, come quasi tutti gli occupanti del rifugio, domani mattina si faranno trasportare gli zaini in macchina fino a O Cebreiro, è un servizio offerto dal rifugio e dai vari bar o ristoranti di Vega.
    Io preferisco tentare da sola, senza aiuti esterni, sempre che i miei poveri piedi e le gambe lo consentano. Ci sto prendendo gusto, i paesaggi ora sono davvero belli, la strada si consuma, le persone si riconoscono, la Galizia è vicina.
    Non è quell’illuminazione prepotente in cui, con una certa ingenuità, speravo. E’ piuttosto la consapevolezza di vivere un’esperienza unica, percepita nel momento stesso in cui si compie.
    Non so se ce la farò a raggiungere O Cebreiro. Anche il nome incute timore, con quel suono totemico, da entità animale, malevola. Parlando con gli altri ci si rende conto che tutti si sentono come alla vigilia di una battaglia.
    Io ho letto e riletto le mie guide, ho fantasticato mille volte sulla minacciosa altimetria di Mundicamino, immaginandomi in equilibrio sulla linea quasi a strapiombo del dislivello, spaventosa come un abisso rovesciato. Rivedo a caso i momenti di questi ultimi giorni. Ieri, mentre scendevamo dopo Vega de Ambros, nel bosco bellissimo in cui ci siamo fermati a riposare sotto le querce, abbiamo incontrato un vecchietto seduto sotto un albero pieno di foto e santini. Iniri ci ha spiegato che l’aveva incontrato anche l’anno scorso nello stesso posto, che sta lì a soccorrere i pellegrini bisognosi di aiuto o massaggi e poi la sera torna a casa a dormire.

  3. #13
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    Un cane abbaia nella notte. L’altra mattina a Manjarin i galli non smettevano più di cantare, si sono alternati per ore dall’alba alla mattina inoltrata. Formiche e uccellini, le creature con cui ho più avuto a che fare durante questo Cammino. Sottili nastri di formiche mi attraversano continuamente la strada, una delle principali occupazioni durante il giorno è posare i piedi senza provocare stragi.
    E gli uccellini, che saltano fuori dall’erba, dai fossi, dai campi, come lampi variopinti, azzurri, gialli, di ogni sfumatura, colore e dimensione, a coppie, a stormi o da soli.

    Adesso dormo. La signora spagnola che divide con me la stanza sembra un po’ paranoica, insiste perché ci chiudiamo dentro a chiave “per sicurezza”. Chiunque ardisse rubarmi lo zaino ci guadagnerebbe solo qualche malattia, e forse mi farebbe persino un piacere. Ma ora dormo davvero, qui dentro l’aria si è fatta ancor più umida e fredda. La coperta è orrenda ma profuma di pulito, l’ondata estiva dei pellegrini, altro argomento dibattuto, non si è ancora abbattuta su Vega de Valcarce.

    8 luglio 2003 Vega de Valcarce – Alto do Poio (20km)

    Sono uscita molto presto. Ho incontrato la mia compagna di stanza già in mezzo alla via, seduta su un muro a contemplare la notte. Sono passata via ma camminavo molto piano. Quando mi ha raggiunto, circa mezz’ora dopo, si è offerta di portarmi lo zaino, credendo che stessi troppo male per farcela da sola, ho rifiutato, lei mi ha salutato e si è allontanata, non l’ho più vista.

    Alle sei era ancora buio, gli alberi quasi bianchi scintillavano incorporei, ombre argentate nella foschia contro il nero denso delle montagne. In sottofondo nell’oscurità, l’incessante scorrere del Rio Valcarce. La strada si addentrava nel bosco, deserta e sinuosa. Unico suono, il battito cadenzato del bordone di tre tedeschi che poi mi hanno superato procedendo in fila indiana, come i nani di Biancaneve diretti alla miniera. Ruitelan è spuntato dagli alberi, nero e disabitato, un pugno di case e tronchi fra il letto del fiume e la parete della valle.

    Prima di Herrerias la strada ha curvato in discesa e, superato un ponticello di pietra seminascosto fra gli alberi, la valle si è aperta su di un grande prato circondato da un’ansa del fiume. Il silenzio era magico, ma dalla gora stagnante si diffondeva un sentore malsano, la luce era livida, spettrale. Guardavo le montagne che mi si stringevano addosso e cercavo di individuare O Cebreiro.

    Naturalmente, fra le malmesse case di travi di Herrerias neppure un bar aperto. Anche il lussuoso agriturismo all’imbocco del paese era desolatamente buio. Ho quindi soffocato il dolore alla gamba nella materia densa e burrosa dei biscottoni comprati ieri a Vega e mi sono diretta lentamente verso la salita che conduce a la Faba, sfiorata ogni tanto dalle sagome silenziose di altri pellegrini che si allontanavano rapidamente.

    Ora sono le 7.30 e ho fatto appena 4 km in piano, sono seduta su di un ponte, poco fuori Herrerias, di fronte all’inizio della grande salita. Mi gira la testa, mi sento debole e spaventata. Temo di non farcela, ho passato la notte quasi in bianco e fatico persino a godere la straordinaria bellezza di queste montagne.

    *

    Dopo aver fatto riposare una mezz’ora il ginocchio, ho affrontato la salita, senza decisione, solo per capire cosa sarei stata in grado di fare. Il primo tratto era di una durezza quasi iniziatica, tanto era aspro e ripido, poi si addolciva, sia pur continuando a salire. Finché ho potuto, ho seguito la strada asfaltata, ad un bivio ero tentata di prendere una deviazione che portava direttamente verso La Laguna senza passare da Faba ma sono stata bloccata dal solito Guardiano del Camino mascherato da passante di buona volontà, che ha inchiodato l’auto in pieno tornante solo per riportarmi nella giusta direzione.

    Sono così arrivata a Faba, dove la strada finiva - nessun bar, solo una bottega di paccottiglia pseudo celtica en plein air – da lì ho imboccato lo sterrato, sciabordando in un miscuglio di fango, letame e sassi.

    Se la gamba non mi avesse fatto tanto male, sarebbe stata un’escursione di media difficoltà. Ma forte del solito principio che chi la dura la vince, mi sono inerpicata a testa bassa per quei sentieri sassosi, tra i pascoli che via via si aprivano sempre più vasti fra le montagne, fino a Laguna, prima, e a O Cebreiro, poi. Sulla strada i pellegrini erano ormai numerosi.

    Laguna, ultimo paese della provincia di Leon mi è parso un’unica grande stalla, un incredibile villaggio-stalla. Le uniche costruzioni erano enormi rifugi per il bestiame; gli abitanti, uomini, donne e ragazzini dall’aria selvatica, andavano e venivano indaffarati fra le innumerevoli mucche, infangati e muniti di stivaloni di gomma e armati di secchi e bastoni, del tutto incuranti del flusso dei pellegrini che scorreva accanto a loro. L’aria era satura dell’odore di stalla, il suolo una stratificazione millenaria di sterco secco e sottile. Il “punto di ristoro” era un distributore automatico di merendine, imbrattato di fango e paglia e, ovviamente, guasto.

    Dopo Laguna la strada ha preso ad arrampicarsi più ripida, poi ha curvato ad anfiteatro attorno ad una distesa di pascoli e ancora non era possibile intravedere la meta. In un punto il Cammino era – per la prima volta – mal segnalato, ma ho ritrovato il fedele compagno della meseta, un monticello di pietre con fiori e bigliettini sulla sommità, che mi indicato la giusta direzione.
    Infine, la gioia di incontrare il cippo che sancisce l’ingresso in Galizia e, poco dopo, la prima pietra miliare che annuncia 152,5 km a Santiago. E’ stato un attimo ed ho raggiunto un muro, dopo un tratto che mi è sembrato interminabile ho scorto una feritoia, l’ho attraversata: ero a O Cebreiro.

    Mi sono trovata in uno spiazzo dominato da una croce di pietra come ne ho già viste, la natività da un lato, il Crocefisso dall’altro. Lì i tre tedeschi di stamattina si guardavano attorno affannati e increduli, si affacciavano alla balaustra che dava sullo sterminato panorama di cielo e colline, la Galizia si stendeva sotto di noi.

    Ho curiosato per il villaggio, poche case disposte nei dintorni della chiesa, un nucleo perfettamente conservato, sottilmente artificioso. Le pallozas, capanni di pietra dal tetto di paglia, caratteristici del luogo, sono prevedibilmente ben restaurate. Tutto è ordinato e pulito e costa più caro. Dalla chiesa romanica fuoriesce una musica sacra che contribuisce all’atmosfera. Anche la chiesa, seppur armoniosa e bella, più che curata sembra azzimata e la suggestione che ne risulta sa un po’ di maniera. Ho chiesto il sello ed il responsabile vi ha gentilmente aggiunto una caramella, dono prezioso per i tempi difficili.
    Mentre vagavo, un signore dall’aria eccentrica mi ha porto imperiosamente un foglietto che conteneva una “preghiera del pellegrino”. L’avevo già vista, appiccicata al vetro infangato di una catapecchia su a Laguna, nei pressi del punto di ristoro, e mi era parsa intrisa di quel sentimentalismo che – ad eccezione di Rabanal – sembra essere la sola chiave cristiana di interpretazione del pellegrinaggio che ho trovato proposta lungo la via. Non a caso ho sentito molta più affinità con Rabanal, il cui spirito è così simile a quello di Taizè.

    Sono entrata a far colazione in un bel bar, affacciato su di una veduta spettacolare, crinali e crinali di verdi montagne nebbiose. Mi sento sfinita, persino il cafè con leche è arrivato troppo tardi per darmi vera gioia. Il rifugio apre all’una ma non è certo lo zaino a crearmi problemi. Non so davvero cosa fare, devo decidere se scendere per tre km fino al rifugio successivo o restare qui ad oziare per un giorno intero e far riposare la gamba. E’ una giornata splendida e, se la tengo ferma, la gamba dopo un po’ smette di farmi male.

    *

    Ho pagato il cafè con leche, poi sono andata ancora in giro fra i radi barettini e negozietti per cercare un posto dove dormire ma, al di fuori del bel rifugio affacciato sulla vallata, tutte le camere erano care. Non volevo replicare l’ozio snervante di Manjarin e poi non mi sentivo del tutto convinta di rimanere in questo posto troppo caratteristico, troppo carino.
    Alla fine ho deciso di andare: è presto, la gamba tiene ancora e la carretera fino ad Hospital da Contesa dovrebbe essere abbastanza pianeggiante.

    *

    Sono scesa per 5,5 km e verso le due sono arrivata ad Hospital da Contesa. Il paese sembrava deserto, mi sono fermata all’albergue immerso nel silenzio, una soluzione di compromesso fra andare e restare. La discesa è stata agevole, la strada era ampia, ariosa, rallegrata dalla vista mozzafiato di montagne, nuvole, ponti. A Linares, la delusione di scoprire che quello che le mie carte qualificavano come un ristorante era invece solo uno spaccio particolarmente miserando. Ho comprato un pezzo di pane dall’aria rafferma ed un chorizo piccante ed ho proseguito, rosicchiandoli tristemente.
    Ma ora, lavata e – nei limiti – ripulita, sdraiata sul sacco a pelo nella fresca penombra, penso di aver fatto la cosa migliore. Certo O Cebreiro era più bello, più alto e umido, qui la campagna è battuta dal sole, i campi superano i pascoli ed il rifugio è piuttosto anonimo e squallido, ma il sito è così lontano da tutto da essere affascinante. Cercherò di dormire.

  4. #14
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    Ho dormito fino alle cinque. Al risveglio il rifugio, da silenzioso ed accogliente, era diventato una bolgia brulicante. Ho ritrovato la signora spagnola di ieri, fermatasi per una dormita. Mi ha detto che sarebbe ripartita quando il sole fosse sceso, perché intendeva arrivare a Triacastela, distante 16 km. Parlando con lei mi sono resa conto che anch’io non volevo restare in quel posto affollato, confinata in un paese privo di negozi o bar, senz’altro cibo che un pezzo di pane stantio e le barrette di muesli.
    Così, visto che dopo tre ore di sonno le gambe sembravano fare giudizio e la giornata era radiosa, ho ripiegato il sacco a pelo, rifatto lo zaino, ceduto il letto ad una coppia di tedeschi conosciuta ieri al ristorante a Vega e me ne sono andata. Uscendo ho incontrato Imiri, che arrivava stravolta da Villafranca, in compagnia dello svizzero portoghese di Mansilla e dell’inglese di Villalcazar.
    Come in un gioco di carte, le persone si rimescolano, si perdono e si ritrovano. A O Cebreiro ho rivisto l’americana di Seattle conosciuta due giorni fa sulla strada per Cacabelos col messicano e la svizzera, ed incrociata ieri dopo Pereje in compagnia del portoghese. Ho ritrovato lì anche la svizzera, che a sua volta festeggiava il proprio incontro coi tre tedeschi di stamattina, e mi ha gentilmente aveva offerto di consultare la sua splendida guida in tedesco. Ciò mi ha confuso, perché il tremendo fastidio epidermico che provo nel sentirla parlare esattamente come mia cugina si scontra necessariamente con la sua cortesia e con la considerazione obbiettiva che lei non ha nulla a che fare con quella strega.

    Ho attraversato Hospital da Condesa, tanto letame, poche case e un paio di stalle, una signora anziana attaccata ad una bombola di ossigeno posata sul davanzale di una finestra, scrutava con indifferenza il viavai di pellegrini. Nel mezzo del paese, un gioiello: una chiesina vetusta, mura di sottili lastre sovrapposte in pietra grigia, invasa dall’erba, un piccolo portico riparato, la torre campanaria tozza e quadrata, una minuscola campana assicurata ad un telaio di legno e la spada-croce dei templari svettante a sovrastare la facciata.

    Imiri mi aveva avvertito che la strada fino ad Alto do Poio sarebbe stata faticosa. In realtà mi è piaciuto camminare sul bordo delle montagne come lungo un balcone affacciato sulla Galizia. La giornata si manteneva splendida e l’aria era sottile, all’Alto di San Roque il grande pellegrino bronzeo sembra lottare, sfinito ma indomito, contro la tempesta. Alla fine sono arrivata alla sommità dell’Alto do Poio, dove sorge questo hostal decrepito e solitario che mi ricorda tanto l’albergo di Vermiglio, lungo la strada che porta al passo del Tonale. E qui ho deciso di fermarmi per la notte.

    *

    Sono seduta tra l’erba sul bordo di uno sterrato alle spalle dell’hostal. Dopo essermi sommariamente rinfrescata, sono uscita ed ho imboccato una salita, pensando di raggiungere una qualche altura da cui godere la vista di enormi panorami, invece ho trovato solo piccoli pini e cespugli e la via che prosegue in due direzioni: anche questo è un insegnamento.

    Sopra di me un grande cielo, anche questa sera la luna è sorta. Ho tolto i sandali, e assaporo l’asciutta freschezza dell’erba. Finalmente ho la possibilità di soffermarmi, scrivere e riflettere con calma. Con fatica e mille reticenze cerco di mettere a fuoco il senso di questo mio andare, forse un’occasione per imparare a mettermi a disposizione, anche se non so di che cosa ed anche se so che dovrei saperlo. E’ ancora troppo poco, me ne rendo conto. Vorrei riuscire a rivolgermi a Dio con slancio filiale, eppure ancora adesso la preghiera per me è frutto di costrizione e fonte di angoscia. Non sono una turista o una trekker, la mia mancata adesione alla linea politica dell’Apostolo Giacomo nella gestione della prima comunità di Gerusalemme non mi ha impedito di immettermi in questa millenaria corrente alla ricerca di qualcosa. Per uscire dall’ovvio occorre definire i termini. Cosa significa quindi cercare? E’ solo lasciare spazio a pensieri non direttamente connessi al mio quotidiano?

    Capisco il salmista che urla e geme nella notte ma non trova il Signore: persino io, che non mi sforzo neppure più di tanto, soffro di questa assenza, diretta conseguenza del mio stesso silenzio.
    In questi giorni ho colto innumerevoli segni di affetto, il dolore alla gamba che è sparito nei punti peggiori della salita a O Cebreiro, le fragoline selvatiche colte poco fa sul ciglio della strada dopo la delusione di Linares, le tante persone gentili che mi hanno indicato la giusta direzione, le telefonate giunte nei momenti di crisi, noia o fatica. Le nubi sulla meseta e il sole sulla Galizia, il volo delle cicogne all’alba, la churreria aperta alle otto del mattino nel giorno in cui più avevo bisogno di un sostegno, morale o materiale, per mettermi in cammino. Ma il mio cuore, seppur consapevole, resta serrato. Non sono ancora pronta e alla fine, il solo senso è quello indicato da Guccini, riconoscere che il mio essere qui quanto meno vuol dire “che bisognava volare”.

    Su questa pista polverosa è passato arrancando un ciclista. Poco dopo è ripassato e mi ha salutato tutto pimpante mentre schizzava per la discesa, oziosamente mi chiedo cosa ci sia alla fine di questa strada, ma non intendo fare un solo passo in più per scoprirlo. Ora rimetto i sandali e torno.

    *

    La signora del bar-emporio di fronte al mio sgangherato ma non economico hostal mi ha tenuto a chiacchierare mentre bevevo il sidro. Appena entrata mi ha fatto sedere, “siedi, riposati”: La stessa premurosa sollecitudine di Tomas di Manjarin quando mi ha ceduto il suo letto per un sonnellino, la mia stessa sensazione di inadeguatezza. Mi ha raccontato qualcosa di sé, dei suoi figli, delle ragazze che la aiutano. Lei assiste i pellegrini da cinquant’anni, è una persona gentile e malinconica. Guardando suo marito, un vecchio decrepito dallo sguardo assente, ho provato una grande pena per lei, confinata su questo colle dove piove quasi sempre e d’inverno non passa nessuno. Mi ha detto orgogliosamente che un libro italiano aveva parlato di lei: “sai, dicono anche che mi chiamo Remedios”. Così le ho mostrato il passo della guida, lo stesso che mi aveva portato lì. Poi chiacchiere da Camino, sempre le stesse.

    Poco dopo sono rientrata all’hostal e mi sono bevuta un altro sidro, il primo sidro gallego finalmente assaporato in pura e perfetta solitudine. Dorato, frizzante, fresco e dolce, come quello bretone non picchia in testa, mentre quello che raramente bevo a Milano mi fa lo stesso effetto di un cattivo vino bianco.
    Ora sono a tavola, Non è stata una cena memorabile ma avevo una fame porca, come sempre. Mi si sono materializzati davanti la solita zuppa, il solito nodino, un inatteso uovo fritto dalla consistenza cartacea e un po’ di patate. Ho fatto fuori un cestino di pane e assaggio finalmente la torta di Santiago, una specie di biscottone alle mandorle e zucchero. Anche stasera la gamba mi duole ed ho molto sonno, non credo che ce la farò ad ammirare il tuffo del sole fra le montagne come avevo progettato.

    *

    Sono a letto, in questo lettone, gonfio, accogliente e sintetico come una signora cicciona avvolta in una vestaglia dell’Upim. Ho spalmato la pomata sul ginocchio, fatto la doccia, sono rientrata nell’armonia del creato ed ora dormo, anche se sono solo le 21.30 e il sole è ancora alto. Sento che compiere un solo passo in più sarebbe un affronto ed una pericolosa provocazione verso la mia gamba e vanificherebbe la scelta di dormire all’hostal.
    Il pensiero torna così al rifugio di Hospital ed alla fuga di oggi pomeriggio, alla confusione e all’accumulo di gente, la situazione resa ancor più insopportabile dalla sporcizia dei bagni, privi oltretutto di sapone e carta igienica. Sembrava davvero un’ultima Thule da disperati. Ieri a Vega, il posto in sé era cadente, ma era accogliente, piacevole. Pensieri oziosi anche questi, dai tempi di Callisto, pregi e difetti dei rifugi sono l’argomento prediletto dei pellegrini.

    9 luglio 2003 Alto do Poio – Sarria (km 30,5)

    Un’alba incantevole. Sotto di me, ad occidente, si stendono verdi-grigio i Montes de Oribio, appena lambiti dalla luce dell’alba. Scrivo mentre cammino, l’aria sa di pino, le ginestre sono ancora chiuse nel sonno, il cielo è d’un’opacità perlacea, gli uccellini cantano. Nei punti in cui il sole illumina le colline, la sfumatura grigia si fa di un giallo limone. Uscendo dall’hostal ho ammirato per un attimo l’affiorare del sole in una caligine rosa, sospesa sulle montagne a oriente, ma il desiderio di un caffè mi ha reso ottusa a tanta bellezza e una volta uscita dal bar era troppo tardi per fotografare.

    Sto scendendo per la carretera perché il Camino, che la sovrasta parallelo, è in terra battuta e finchè dura l’effetto dell’aulin preferisco non sottoporre il mio ginocchio a pietraie o saliscendi troppo bruschi. Sopra di me ride e scherza un gruppo di ragazzine spagnole che arriva da Hospital. Mi sono svegliata tardissimo, devo aver dormito almeno otto ore, grazie all’aulin, al sidro, alla stanchezza, al lettone ciccione…

    *

    Ho oltrepassato Viduelo, dove il Camino abbandona definitivamente la carretera. Al bivio ho incontrato la ragazza di Seattle che, seppure con le gambe vistosamente fasciate, stava imboccando la discesa sassosa. Nel vedermi mi ha dato voce, credendo che non avessi visto la deviazione: ho percepito la sua muta riprovazione quando le ho spiegato che proseguivo per la nazionale. Le mie carte confermano che perderò uno dei tratti più belli del Camino e mi sento sottilmente in colpa, ma so anche che è una strada ripidissima e tutta sassi e semplicemente non ho osato affrontarla coi sandali. Così ho proseguito, sporgendomi di continuo verso il precipizio, nel tentativo di afferrare un brandello della bellezza cui avevo vilmente rinunciato.

    Le nubi fluttuano nel grembo delle colline, le cui cime verde scuro ora hanno assunto i riflessi dorati del mattino avanzato. La luce è marina, ingannevolmente mediterranea, ad ogni curva mi aspetto irrazionalmente l’apparizione del mare. Potrei essere in Costa Azzurra o sulla Costiera Amalfitana o in Sardegna, se non mancasse il profumo del mirto. Sotto di me da un tornante all’altro si moltiplicano invece le colline, solcate da accurati terrazzamenti simili a bassorilievi, i fianchi lambiti da queste nuvole, bianche e fumose come vapori di un mare australe. Lontano spicca giallastra la cava di Triacastela, da dove i pellegrini prelevavano le pietre che avrebbero deposto al cantiere della Cattedrale di Santiago.

  5. #15
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    Mi hanno appena superato due imbecilli su quelle bici in cui si pedala sdraiati: altro elevato argomento di conversazione fra pellegrini infatti è il novero dei tipi strani che incontrati lungo il Camino.

    *

    Sono arrivata a Triacastela in tre ore, ho percorso cioè 13 km ad una velocità fra i 4 e i 5 km all’ora. Il mare di nuvole ora è sopra di me e la luce è grigia, l’aria densa.
    La discesa è stata lunga e verso la fine piuttosto noiosa, ma tranquilla se eccettuo una piccola disavventura occorsami per mera stupidità. So benissimo, per triste esperienza personale, che in montagna certe sciocchezze non si devono fare mai e a mia discolpa posso solo dire che ero esasperata dall’incessante susseguirsi delle curve, fatto sta che ho ceduto alla tentazione di tagliare un tornante particolarmente lungo attraverso quello che sembrava un innocuo prato in lieve pendenza. Mi sono trovata invece a scendere, coi sandali e sbilanciata dallo zaino, lungo una parete ripidissima, coperta d’erba e piante spinose, che terminava in un profondo ed invalicabile fossato, invisibile dall’alto.
    Tuttavia, anche se ero fuori dal tracciato “ufficiale”, il Camino – meno preoccupato della filologia jacobea di quanto non siano i suoi adepti - ugualmente mi ha protetto, consentendomi di scorgere l’unico punto in cui una gobba del terreno creava una sorta di ponticello che scavalcava il fossato, da lì sono risalita sulla strada senza aver rimediato altro che qualche graffio e un po’ di paura.

    Man mano che mi avvicinavo al fondovalle, i campi coltivati e gli alberi succedevano ai pascoli e, ai rilievi del terreno, i recinti in filo spinato. Entrando in paese ho incontrato la signora spagnola di ieri (mi chiedo cosa ci facesse ancora Triacastela alle undici, se aveva dormito lì) e il tipo col turbante, il portoghese svizzero brasiliano amico di Josè, lasciato a Hospital ieri pomeriggio.

    Sono passata davanti ad un allettante bel posto coi tavolini all’aperto, ma ho preferito bere il cafè con leche in questo bar, popolare e forse più autentico ma del tutto privo di cibarie, se si eccettuano alcuni enormi polpi che fanno capolino da un freezer. L’austerità non sempre paga.

    A Triacastela il Camino si sdoppia, seguendo la nazionale si raggiunge il monastero di Samos, molto bello ma isolato, mentre, attraversando la valle di San Xil, priva di strade, si percorrono nove km in meno. Intendo prendere la via più breve ma prima di avviarmi devo fare provviste, perchè il prossimo paese, Calvor, è privo di negozi o bar e dista comunque 12 km.

    *

    Sono in un bosco, sulla via per San Xil, inizialmente funestata da schiacciasassi e betoniere, con giovani operai accaldati che sovrintendevano di malavoglia a pentoloni maleodoranti di catrame bollente; poi il sentiero si è progressivamente inoltrato per luoghi magici e silenziosi, il rumore dei motori si è perso nella natura, fra le ombre verdi ed i riflessi del sole che appare e scompare. Mi sono fermata per riposare, ora odo solo il canto degli uccelli, il fruscio del vento fra gli alberi, lo scroscio lontano dell’acqua. La foresta di Broceliande.

    A Triacastela avevo comprato pane e formaggio in un supermercato, affrontando la folle spesa di € 8 per una piccola forma di quel queso del Cebreiro che Maria mi aveva raccomandato. Il formaggio non mi sembra gran che, rammenta una crescenza, più compatta e dal sapore un po’ acido, ma è bello stare seduta sul ciglio della strada, spalmarlo funambolicamente sul pane e mangiare appollaiata fra la polvere e le rocce.

    Mentre mi dedicavo allo spuntino, da un sentiero fra gli alberi è emerso un uomo. Mi ha salutato e ha detto qualcosa, aveva i pantaloni tenuti su con la corda ed era tutto impolverato, eppure aveva il piglio del padrone del bosco. Lo sguardo, o qualcosa che ha detto, mi hanno rammentato un vecchio soldato repubblicano, anche se forse era troppo giovane per aver visto la guerra civile. Ma forse era un’ombra. Poi mi ha salutato ancora e se ne è andato per un sentiero laterale.
    E’ ormai mezzogiorno, ho sei ore per arrivare a Sarria, che dista 17 km oppure a Calvor 12 km, spero solo di riuscire ad alzarmi. La frescura e la pace del luogo invitano a restare, ma sono sirene, indugiare non ha senso, berrò il mio latte alla fragola “La Asturiana” mentre cammino.

    *

    Il sentiero procede per una valletta bellissima e boscosa, a pochi metri corre il torrente e ogni tanto si incontrano casine in pietra o piccole frazioni, una cascina, la stalla e la cappella. Mi sento dispersiva e frivola come la bambina della barzelletta che raccoglie i funghetti nel bosco, mi perdo dietro ad ogni scorcio, vago da una pietra ad una foglia, ad un muretto. Ciò contrasta con la consueta marzialità del mio andare, ma è il mio primo incontro con la Galizia e tutto mi appare insieme nuovo e familiare, così simile alla campagna delle fiabe ed a quella – in essa confusa – dei ricordi. Vorrei fotografare e raccontare ogni radura, ogni baluginio della luce sulle foglie, ogni corridoio di rami, però la strada sale e non posso perdere altro tempo.

    *

    Dopo un’aspra salita sbuco sull’asfalto, e mi trovo davanti ad una vasca traboccante di acqua putrida e nerastra su cui ristagnano scorie verdognole, una grande e pacchiana conchiglia di cemento da cui scende un filo d’acqua, un anfiteatro di pietra polverosa a mo’ di sedile. Ho attinto con la tazza blu al magro zampillo ma dopo un breve sorso ho sputato tutto, l’acqua è amara. Memore degli ammonimenti di Callisto attendo da un momento all’altro di stramazzare al suolo. Nel mentre, meglio ripartire e allontanarsi da questo luogo squallido e inospitale.

    *

    Giunta all’altezza dell’abitato di San Xil ho fatto una piccola deviazione per vedere la chiesa e sono stata ricompensata dall’incontro con una signora gentile i cui occhi verdi e i capelli rossi garantivano un sangue celtico al cento per cento. Mi ha raccontato che anche lei ha fatto il Camino da sola, tanti anni fa. Si è lasciata fotografare, dopo essersi frettolosamente rassettata ed aver raccolto il grembiule, in un gesto che mi ha ricordato tanto la nonna. Sul limitare del villaggio mi sono imbattuta in un branco di mucche che tornava dal pascolo, condotto da un pastore sciancato che si aggrappava alla coda dell’ultima mucca.

    Intanto una strana nebbia diffondeva una luce da fiaba nordica, in contrasto con l’aria ferma e afosa. La strada proseguiva, affacciata su dirupi incappucciati di una caligine che li faceva sembrare scogliere lontane. Ero all’Alto de Riocabo. Foschie elfiche, erica, boschi e rocce, il paesaggio rammenta, non l’Irlanda come è, ma l’Irlanda immaginata, quella dei film goduti al chiuso delle proprie abitazioni. Un’Irlanda impossibile dove non fa freddo e non c’è vento.

    Poco dopo, un qualche nervo del piede ha deciso di ribellarsi e mi sono dovuta sedere di nuovo, azzoppata, sul ciglio della pista di terra che correva fra pascoli e campi delimitati da siepi e muretti di pietra. Nonostante il cielo coperto, faceva sempre più caldo.
    Certo la Galizia è molto più bella della meseta, però nella meseta ogni due per tre c’erano panche per riposare e fonti di acqua fresca. Qui per riposare non rimane che accoccolarsi in qualche modo sul ciglio di queste strade polverose, che immagino trasformate in torrenti di fango alla prima pioggia.

    Ho rimesso sandali e calze e sono ripartita. Il sentiero ha attraversato un minuscolo villaggio deserto e si è inoltrato nel bosco, incassandosi gradatamente; ad un certo punto camminavo fra pietre coperte di muschio che lasciavano intravedere roccia bianca cristallina, gli alberi facevano ricadere i rami a formare una galleria verde. Sembrava possibile imbattersi in qualche entità silvana, della stessa sostanza di quella luce nebulosa. In una radura ho oltrepassato un ruscelletto sovrastato da una lastra di pietra a guisa di ponte. Tutto era piccolino e quasi fatato. Una volta ancora il bosco ha ceduto il passo ai campi e poco dopo un cartello annunciava che mancavano poche centinaia di metri alla “Casa do Franco”. Mi aspettavo la villa di qualche riccastro megalomane, invece sono approdata in un posto favoloso, una vecchia casa di pietra in mezzo alla campagna, adibita a bar e ristorante. Un miraggio divenuto realtà. Chissà se tutta la Galizia è così, elfica e costellata di simili case accoglienti.

    Mi sono seduta fuori, sotto un ombrellone, mentre il vento soffiava leggero. La perfetta beatitudine avrebbe dovuto essere santificata da una birra, ma mi sono ripromessa di astenermi dall’alcol finché cammino, così ho ripiegato su di una spremuta. La radio suonava, sembrava di essere al mare. Un cagnone dormiva nella sua cuccia di legno, dall’interno del locale si diffondeva un delizioso aroma di cipolle arrostite. Alla radio una voce cantava in spagnolo con accento italiano, sembrava Gianni Morandi. Erano le tre. In un angolo dell’orizzonte, file e file sovrapposte di alberi si perdevano nella foschia. Secondo i miei calcoli mancavano circa 3 km a Calvor. La beatitudine si stava trasformando in sonnolenza, quindi ho pagato e sono ripartita.

    Il rifugio di Calvor, identico a quello di Hospital, era deserto, ad eccezione della custode e di un elettricista, giunto a riparare non so quale guasto. Anche il sello era il medesimo di Hospital: sono i rifugi gestiti dalla Xunta de Galicia.
    Mi sono seduta scalza su di una panchina davanti all’ingresso, ascoltando oziosamente i discorsi di un gruppo di spagnoli arrivati pochi minuti dopo di me. La custode del rifugio ci ha spiegato che a Sarria non c’era più posto e che sarebbe stato meglio rimanere lì. A Calvor però, proprio come a Hospital, non c’era assolutamente nulla. Sia io che gli spagnoli abbiamo perciò preferito tentare la sorte e siamo ripartiti.
    Dopo qualche tempo li ho lasciati andare avanti e mi sono goduta il paesaggio ed il sentiero che proseguiva per 6 km in lieve declivio verso la città. L’andatura più lenta che ho ormai acquisito, interrotta da frequenti soste, mi sta consentendo di coprire distanze ragguardevoli senza danneggiare ulteriormente la gamba. Certo, sarebbe meglio, come sulla meseta, raggiungere la meta entro le due, ma non è più possibile, per percorrere 30 km mi sono state necessarie sette ore. Mi rendo conto però che non ho solo cambiato passo, ho anche invertito i valori: come mi aveva anticipato la cugina della Michela, il cammino si dilata ormai sino a riempire senza rimpianto l’intera giornata.

  6. #16
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    Sono arrivata tranquillamente a Sarria verso le cinque. Qui si sfiorano i fatidici cento chilometri da Santiago, è il momento di verificare il più frusto luogo comune del Camino, quello dell’insostenibile affollamento dei rifugi in Galizia. Ho ritrovato gli spagnoli di Calvor seduti sconsolati in un prato alla periferia della città. Mi hanno detto che il rifugio era pieno e che avrebbero alloggiato nell’albergo lì di fronte, che pure chiedeva una somma spropositata. Ci siamo dati appuntamento a Portomarin per domani ed io ho proseguito alla ventura verso il centro.

    Sono salita verso la parte alta della cittadina. Accanto alla chiesa, un mio attimo di esitazione ha favorito l’incontro dickensiano con una vecchia sdentata e vestita di nero che mi ha abbordato con fare sinistramente lascivo, proponendomi di andare a casa sua e dormire con lei. Per un attimo tutta la letteratura da pellegrinaggio è sembrata prendere vita e sono scappata inorridita.
    Ritornata nel ventesimo secolo, lungo la via principale della città vecchia ho ottenuto la preziosa conferma che, oltre al rifugio comunale ormai saturo, in città c’era anche un rifugio privato, che si trovava a pochi metri. Ho seguito senza indugio l’indicazione ed ho trovato posto. Il rifugio è ospitato in un lungo un tunnel di pietra scavato nel cuore della città. Il fatto che sia privato significa che applica una tariffa € 6 in luogo del solito donativo – del resto a Rabè avevo pagato € 7 - e che è dotato di coperte, bagni e docce decenti, anche se il cortile posteriore, adibito a stenditoio, sembra recuperato di peso da un set sulla guerra di Bosnia.

    L’approccio dei gestori dei rifugi privati è singolare: si presentano con un fare a metà fra l’impacciato e l’insinuante, come mezzani di una casa da gioco clandestina che offrano piaceri sibaritici ad un prezzo che sanno esorbitante.
    E misura di quanto si è diventati pellegrini dentro è data dal fatto che dal canto nostro ci si vergogna di sentirsi gratificati dal privilegio e si rimpiange la spesa, senza più considerare che si sta parlando della differenza fra un donativo di € 3 ed una tariffa di € 6, fra una branda in camerata con la coperta ed una senza coperta, fra una doccia senza serratura ed una col gancio per appendere la borsa, cose tutte che attribuiscono alla sistemazione privata una patina di lusso quasi orientale.

    Comunque mi considero fortunata: a dar credito alle leggende, in Galizia mi aspettano giorni di accampamenti all’aria aperta o nelle stalle, bieche trappole e sfruttamento spietato.

    L’ampia camerata, scavata nella roccia e priva di finestre, è buia e silenziosa, i bagni erano puliti e deserti, i letti a castello sono vuoti e il mio sacco a pelo è il solito paradiso morbido e fresco, se solo non fosse così macchinoso e rumoroso il riavvolgerlo all’atto della partenza...

    *

    Ho dimenticato la penna nel rifugio, i miei giri per Sarria sono stati quindi meccanici e privi di sapore. Sarria non è la graziosa cittadina sul limitare del bosco, un po’ francese e un po’ austriaca, che mi immaginavo, bensì è un paesone, cresciuto male e disordinatamente.
    La zona vecchia dove si trova il rifugio non ha neppure la facile bellezza della pietra antica, è solo vecchia, cioè polverosa, fatiscente, sgangherata. La parte bassa, moderna, assomiglia, in peggio, ai quartieri costruiti sull’Adriatico negli anni sessanta.
    Ho bevuto una birra in un locale sulla sommità della scalinata che porta al rifugio, l’ho ingollata malamente e di un fiato, disturbata dalle escandescenze di un tizio che inveiva contro la Chiesa, e sono uscita appena possibile.
    Non avevo voglia di cenare, i menu del dia con le loro costolette arrostite mi hanno stancato, così sono scesa verso i quartieri nuovi, alla ricerca di qualcosa di “buono”, di speziato, di esotico, con cui riscattare la bruttezza che mi circondava. Sono entrata in una pasticceria, allettata da un profumo soave di dolciumi e forno, ma non c’erano brioches e l’enorme bignè al cioccolato che ho comprato aveva lo sgradevole sapore del pandoro industriale del supermercato.
    A quel punto mi sono rifatta con un Magnum comprato in un bar pieno di uomini dallo sguardo obliquo e mentre lo sgranocchiavo ho raggiunto il minuscolo passeggio lungo il fiume, che ospita la sola parvenza di mondanità della cittadina. Poco più di centro metri con cinque o sei birrerie, tavolini all’aperto, panchine e un po’ di struscio. Ad un tavolo ridevano e chiacchieravano la svizzera in compagnia di un gruppo di altri pellegrini, tutti visi noti, ma non abbastanza perché mi chiedessero di aggregarmi. Ho invece trovato una cerveceria della Estrella Galicia e mi sono bevuta la seconda birra seduta al banco mentre leggevo il giornale mezzo in castellano e mezzo in gallego, piacevolmente immersa nell’affascinante vita balneare dell’estate galiziana.

    Non so cosa farò domani, tutto dipende dal ginocchio e da Godzilla, la vescica emersa ieri sotto il mio piede sinistro, fio inevitabile della camminata senza soste fino a Cacabelos.
    Ho ritirato il bucato dal cortile bosniaco battuto dal vento ed ora spero di svegliarmi presto e di andare via altrettanto presto. Sono le dieci e mezza, l’unica lampada diffonde ancora una luce color mattone, ma tutti dormono. Col senno di poi penso che avrei potuto restare a Calvor e finire il formaggio, oppure sostare in quell’hostal familiare sopra il bar tra gli alberi nell’estrema periferia di Sarria, un sobborgo rurale un tempo forse pittoresco, ora minacciato da una orrenda costruzione di sei piani che incombe sul Camino come una rovina.
    Del resto, è così. Esiste un Camino in negativo, quello delle occasioni perdute, quello “di tutti i posti in cui non si vivrà, di quello che non facciamo e non faremo” per dirla con Guccini. I luoghi tralasciati, gli albergue non visitati, San Nicolas invece di Castrojeriz, Rabanal o El Acebo invece di Manjarin, Molinaseca o Ponferrada invece di Cacabelos, Leon o Hospital de Orbigo invece di Villadangos, Pereje invece di Vega, O Cebreiro o Triacastela invece di Alto do Pojo.

    Ora mi stendo nel sacco a pelo e tento di dormire.

    10 luglio 2003 Sarria – Gonzar (33 km)

    Ripiegare silenziosamente il mio frusciante sacco a pelo è stato più complicato del solito, ma poi sono uscita rapidamente. Il bar accanto all’albergue apre presto, così alle 6.20 ho potuto prendere il cafè con leche e scoprire il trionfo della nazionale colombiana al Tour. La mamma ne sarebbe stata felice. And so do I. La gamba mi preoccupa e non ho molta voglia di andare.

    *
    Uscita da Sarria per una discesa che costeggiava il muro posteriore del cimitero, mi sono subito trovata in mezzo ad una bellissima campagna. Campi e boschetti, gli uni a racchiudere gli altri in un continuo alternarsi, e muretti di sassi coperti di rovi e felci e l’odore della rugiada e della menta nell’aria; alberi decrepiti avviluppati dall’edera, i primi gruppetti di pellegrini, un ponticello di pietre annerite all’ombra del grande ponte della ferrovia. Mi sono fermata un istante di fronte alle rotaie ad assaporare quest’alba. Sono le sette, il cielo bianco lambisce le cime degli alberi e sembra appannarle. Nel silenzio risuona il canto di innumerevoli uccelli, ad occhi chiusi sembra di essere in un paradiso orientale e non già in questa selva celtica. Tanta dolcezza quasi addomesticata non ha nulla della maestosità distante del tratto fra Vega ed Herrerias dove gli alberi scintillavano all’insinuarsi dell’alba ed io avanzavo come in una galleria oscura sotto la greve ombra delle montagne, la gamba martoriata e la paura dell’imminente incontro con O Cebreiro.

    *

    Sono sbucata in un campo, grano pesante per l’umidità a sinistra, rigoglioso mais lucente alla mia destra. L’aria è fresca ma densa, mi sento chiusa sotto una cupola grigio perla. Il canto degli uccelli si è attenuato, a ondate sale quell’odore ormai familiare, dolciastro, quasi di frutta marcia, che promana dalle stalle; come l’odore, così anche il letame delle mucche è da giorni una presenza costante lungo la strada, evitarlo è un’inutile fatica. Lo sterco dei cavalli è invece un buon segno, in difetto di frecce gialle rassicura sulla direzione, poiché sinora i soli cavalli che ho incontrato erano montati da pellegrini.

    *

    Barbadelo è un villaggio di case in pietra dalle forme irregolari e dagli angoli smussati, tetti di ardesia, galline, cani semiaddormentati, mucche; una chiesa scorta a malapena, di sbieco, confusa fra le cascine e la folla dei pellegrini. Sul limitare, il rifugio, uguale a tutti gli altri rifugi gestiti dalla Xunta di Galicia. Ho percorso 4 km in un’ora, scrivendo. Mi chiedo se le persone che ho incontrato per via siano già arrivate a Santiago o se siano rimaste indietro, mi chiedo se rivedrò qualcuno. Sono le otto ma la luce non è mutata, ancora il sole non si vede. E’ come muoversi in un autunno perenne; solo gli odori sono sbagliati, non c’è aroma di legna o di muschio o di funghi.

    Poco prima di Barbadelo ho incontrato due ragazzine, una stava rimettendo sul ciglio della strada mentre l’amica la sorreggeva; facevano parte di un gruppo in cui stamane mi ero già imbattuta più volte. Mi sono fermata, ma non avevo nessuna medicina utile nello zaino e comunque sapevo – ma non avrei saputo dirlo in spagnolo - che quando si sta male di stomaco l’unica cosa da fare è stare tranquilli e bere acqua. Mi sentivo inutile e impacciata, non ho potuto fare altro che offrirmi di portarle lo zaino. Lei nel frattempo si era ripresa ed ha declinato. Intanto erano arrivati gli altri membri del suo gruppo, ho salutato e me ne sono andata.

    *

    A Rente il bar era gremito da uno di questi gruppi di ragazzini che dopo Astorga si incontrano con frequenza sempre maggiore. Non erano neppure le nove e mi sono fermata più per usare il bagno che per vera stanchezza. La padrona era giovane e imbronciata, non aveva nulla dell’abituale cordialità dei baristi. Penso al bar accanto all’albergue di stamane, che lavorerà solo coi pellegrini, ho preso solo un caffè, eppure il barista mi ha augurato calorosamente buon cammino,a dimostrazione che lo spirito di accoglienza non è incompatibile con lo sfruttamento commerciale del Camino.
    Guardavo oziosamente le merendine industriali della medesima marca presente in tutti i bar, la cioccolata solubile che bevono i ragazzini, sicuramente più goduriosa del caffè, questo però molto più pilgrim. Mi sono detta che devo mantenere una parvenza di austerità e che queste leccornie ipercaloriche e appiccicose mi fanno ben poca gola, in realtà ho maturato una certa contorta disciplina per cui mi permetto alcune cose ed altre no. Mentre uscivo dal bar arrivava la ragazzina che si era sentita male, accompagnata dalle amiche, mi ha rassicurato che stava meglio, era stata solo colpa della colazione che le si era “rivoltata nello stomaco”.

  7. #17
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    Ancora il sole non era sorto quando, circa al km 104, mi sono fermata sul ciglio della strada per riposare un po’ coi piedi scalzi: a furia di camminare coi sandali sulle pietre, le caviglie sono più provate del solito. E’ passato l’inglese di Villalcazar, mi ha chiesto se andava tutto bene e poi è ripartito. La gente mi circonda, mi segue da presso o mi precede, è come essere su una scala mobile. Ricordo la strada verso Calzadilla, quando raggiungere le persone che scorgevo all’orizzonte mi richiedeva anche un’ora.
    I villaggi si avvicendano, cascine circondate da baracche, tutte in pietra, generalmente abitate, appezzamenti minuscoli, ossessivamente cintati, incontriamo contadini affaccendati e contadine coi grembiuli a fiori, che vanno e vengono. Chissà di cosa sono specchio questi luoghi, è ancora una civiltà o sono meri residui?
    Avevo appena rimesso scarpe e calze quando ad un signore che passava si è spezzata una cinghia dello zaino. Gli ho offerto le mie spille da balia e abbiamo sistemato precariamente lo zaino. Le sue amiche ci hanno raggiunto e lui si è messo a proclamare entusiasticamente la miracolosa coincidenza che ha portato la cinghia a spezzarsi proprio davanti a me, che possedevo le spille da balia. Così, troppo intento a ringraziare il fato, si è scordato di ringraziare me e di salutarmi quando sono ripartita.

    Ho raggiunto il cippo del km 100, altra meta simbolica. Il cippo, colorato e coperto di scritte, stava per sfuggirmi, defilato in una rientranza insignificante della strada. E’ sufficiente percorrere questi ultimi 100 km per ottenere la compostela. Pensando a chi è partito da St. Jean potrebbe sembrare una previsione ingiusta, ma in realtà, al di là delle chiacchiere da Camino, la questione non importa a nessuno. Da parte mia rimpiango ogni chilometro che non ho percorso fra St. Jean e Burgos.

    Il paesaggio si è ripetuto per ore, recinti in pietra, siepi, campi, corridoi alberati. Un continuo salire e scendere su strade sterrate o sassose che mi ha distrutto i piedi. Per un po’ ho camminato in una luce resa opaca dall’umidità, poi verso le undici è esploso il sole.
    Mi sentivo infastidita dalla forzata convivenza con la carovana di pellegrini che si muoveva in sincrono con me. Era un continuo incrociarsi, superarsi, salutarsi e risalutarsi, ancora e ancora, fino a che il saluto diveniva un cenno frettoloso, quasi imbarazzato. Dal bar di Rente ho ripetutamente incrociato una famiglia spagnola di quattro persone, in tutte le composizioni possibili. Lo spagnolo dello zaino ha rimediato alla trascuratezza del primo incontro, salutandomi con sempre rinnovato calore ognuna delle numerose volte che ci siamo in seguito ritrovati. In ogni caso, tolta la poesia delle prime ore, non è stata una bella tappa e la sua brevità in km ne ha accentuato l’interminabile durata.

    Molto faticosamente, sono scesa fino a Portomarin. Il nome mi aveva suggestionato e mi aspettavo qualcosa di lacustre, liquido, un’Avalon templare circondata dalle acque. Il fiume Mino è grande, ma non è un lago. Il paese è stato ricostruito senza soverchia cura sulla sommità di una collina ed ora lo si raggiunge per un lungo ponte stradale; poi occorre salire una ripida scalinata che ha messo alla prova il mio baricentro. In centro, una strada a portici popolata di graziosi negozi corre innaturalmente lungo un dosso a schiena d’asino. La chiesa-fortezza templare è un parallelepipedo merlato, con un rosone nella facciata, una vera chiesa militante. Sulla soglia una ragazza gentile mi ha messo il sello. L’interno è spoglio e nulla maschera gli spigoli acuti dove le pareti si incontrano come in una scatola di marmo, trasportata sulla cima della collina quando la diga ha sommerso il vecchio paese.
    Ho pranzato in un ristorante sotto il portico di fronte alla chiesa, ambiente da pensione anni cinquanta, caldo gallego e arrosto di vitello, poi ancora torta di Santiago come dolce.
    Però ero inquieta e insofferente, sono andata in un supermercato e mi sono comprata il sapone da bucato oltre ad un litro di yogurt dolce de “La Asturiana” che ho ingurgitato sdraiata nell’erba di questo bel parco che sovrasta il fiume, circondata da pellegrini che pranzavano o semplicemente oziavano sotto gli alberi. Avevo anche individuato un negozio di torte, ma si potevano acquistare solo torte intere e ci sono limiti imposti dalla decenza. E comunque nello zaino non avevo posto per un’intera torta.

    Mi piacerebbe proseguire fino al prossimo paese, ma il piede è davvero conciato, temo che Godzilla, ormai ingigantita a dismisura, mi abbia già fatto infezione. Sono già stata in farmacia a comprare cotone idrofilo e un ago, oltre a una confezione di cerotti speciali che, a detta della farmacista, avrebbero dovuto essere migliori di quelli che ho portato con me. Prima di prendere una decisione devo comunque raggiungere il rifugio per tentare di medicarmi e, all’esito, fare il punto della situazione.

    Le vesciche sono un grande spartiacque sociale sul Camino. Non contano gli strappi o le distorsioni, le persone si distinguono fra quelli che hanno le vesciche e quelli che non le hanno. Alla sommità di questa casta privilegiata stanno quelli che non le hanno mai avute. Io facevo orgogliosamente parte della categoria ma Godzilla mi ha ora giustamente ricondotta all’umile consapevolezza della mia fragilità.

    *

    L’albergue di Portomarin, una vecchia scuola riadattata, è una vera bolgia, fa sembrare quello di Astorga un esclusivo resort polinesiano. Nel susseguirsi di stanzoni stipati di letti a castello, ho trovato una camera semideserta ed ho iniziato a medicare come potevo il povero piede.
    L’impresa era pressoché disperata perché dovevo prima disinfettare piede ed ago, poi giustiziare il mostro, disinfettare nuovamente, quindi lavare via il disinfettante per applicare il cerotto sul piede pulito. Il tutto fra un bagno lurido e privo di appigli al piano terreno ed una camerata polverosa e priva di acqua al primo piano, col piede sinistro a rischio infezione ed il ginocchio destro quasi inutilizzabile.
    Nel mentre, un tedesco stagionato dal sorriso tutto denti, assurdamente simile a Padre Livio, vagava per la stanza con addosso solo un paio di slip incredibilmente succinti, ostentando un’espressione di estasiato stupore per la propria stessa avvenenza. Io avevo assunto il più vitreo dei miei sguardi da marine e continuavo la mia disperata lotta contro la setticemia, lui mi sbirciava di soppiatto per verificare se condividessi il suo entusiasmo per la sua mise.
    Per fortuna poi l’imbarazzante situazione si è risolta con l’arrivo di alcuni spagnoli che conoscevo, abbiamo chiacchierato quindi, perché loro si fermavano, mi hanno salutato e fatto gli auguri per il piede, ed io, zoppicando, sono uscita.

    *

    Sono a Gonzar, in un piccolo rifugio, ben diverso dal serraglio di Portomarin, per quanto anch’esso rientri nell’ormai consueto standard fetido e impersonale dei rifugi galiziani. Il contrasto di questi dormitori mal tenuti coi graziosi ed accoglienti albergue che ho trovato sulla meseta o nel Bierzo non potrebbe essere maggiore. La mia stanza – una delle due esistenti – è strettissima ed ospita a malapena tre letti a castello allineati in fila indiana. Mi ha accolto un gruppo di servizievoli ragazzi spagnoli che dormono in quella stessa stanza, il letto che occupo era l’ultimo disponibile.
    Sono arrivata con estrema fatica. Da Portomarin il primo tratto del Camino si addentrava piacevolmente lungo una pista sopraelevata fra i pini. Poi la strada si è affiancata alla statale ed ho percorso circa sette km di saliscendi sotto il sole battente, sull’asfalto molliccio che diffondeva calore come una stufa puzzolente. Grazie all’ora ed alla canicola però mi sono trovata finalmente da sola: tutti i miei involontari compagni di viaggio di stamattina devono essere rimasti a Portomarin. Ho scambiato quattro chiacchiere volanti con due ciclisti veneti i quali, mentre arrancavano lungo una salita, mi hanno rantolato che non avrebbero fatto cambio coi pellegrini a piedi per tutto l’oro del mondo.

    Mi sono fermata una prima volta, fra la polvere e l’asfalto, in un punto dove il bivio della strada con uno sterrato diretto ad una cava creava una sorta di ansa battuta dai camion, ed una seconda volta in un’area di sosta maleodorante ed infestata dalle mosche. Ho raggiunto Gonzar alle cinque passate e non credo che avrei potuto fare un passo in più, per la prima volta non ho neppure avuto la forza di visitare il paese. Al rifugio ho dovuto medicare di nuovo Godzilla, mostruosamente risorta dalle proprie ceneri più gigantesca che mai, cosa non facile in un bagno senza chiave, senza carta igienica, senza un qualsiasi punto pulito dove appoggiarsi. Però grazie al pezzo di sapone comprato a Portomarin mi è riuscito di lavare i pantaloni, la maglietta gialla e la bandana e questo è un grande conforto.

    Mi sono trascinata penosamente fino al bar accanto al rifugio, gestito da una stirpe di minus habentes troppo occupati a discutere col proprio commercialista per dare retta ai malcapitati pellegrini bisognosi di ristoro. Una volta ottenuta la loro attenzione, il sogno di bermi una birra in pace è comunque sfumato perchè sono stata avvicinata da un’inglese che stava raccogliendo impressioni per una serie di articoli, da pubblicare nella rivista della comunità britannica del paese del sud della Spagna dove vive.
    Lei era piuttosto simpatica e cercava di camuffare l’intervista sotto le spoglie di una conversazione amichevole “Che cosa ti ha colpito di più sul Camino?”, “Qual è stata l’esperienza più bella?”. Io però mi sentivo ridicola e non avevo peraltro intenzione di finire citata in un articolo ad uso di zitelle sassoni confinate in un contesto tardo coloniale stile James Ivory, così sono stata evasiva ed ho sciorinato i soliti luoghi comuni da Camino, di cui ormai possiedo un florilegio di tutto rispetto, affascinandola coi miei elenchi dei “tipi strani” del Camino, ottimo materiale per un pezzo di colore. Poi me la sono filata.
    Il non essere riuscita a tirare tranquillamente le fila della giornata davanti ad una birra mi ha messo di malumore. Oggi ciò che faccio mi viene fuori difettoso, come un dolce mal riuscito. Ho anche paura che il piede mi si infetti e sono tanto stanca.
    Da basso un ragazzo, molto giovane e molto compreso di sé, è rimasto tutto il pomeriggio seduto con le gambe incrociate a scrutare fuori da una finestra con aria mistica. Braccia rubate all’agricoltura. Chissà come mai cose che a Taizè mi sembravano normali ed ammirevoli, ora mi fanno prudere le mani. Il vento fa danzare le cortine, nell’altra stanza un gruppo di inglesi – anch’essi tutti molto giovani – chiacchiera instancabilmente. Resterò qui sdraiata per un po’, solo l’idea di alzarmi mi fa sentir male.

  8. #18
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    11 luglio 2003 Gonzar – Leboreiro (27km)

    Sono le otto, mi trovo in un bar sperduto a Ventas de Naron, un altro gruppo di case, di pietra o mattoni traforati, buttato così in mezzo al niente. Il sole non è ancora spuntato, ho camminato per un’ora e mezza nella nebbia lungo la carretera e ora posso finalmente concedermi un cafè con leche in questo bar fra le stalle nel mezzo del bosco.

    Alla tele trasmettono in diretta immagini della fiera di San Firmin, un altro mondo: qui tutto dorme immerso nella nebbia, a Pamplona splende il sole e la piazza è piena di gente che canta e scandisce inni. Nel bar una ragazzina sinoamericana si lascia andare ad urletti, imbarazzanti e del tutto inappropriati, eccitata come se stesse assistendo ad una partita di rollerball, e scrutata con sommo disprezzo dal barista.

    Ieri sera mi sono coricata alle nove, vestita, senza neppure la forza o la voglia di andare a mangiare qualcosa. Poi la morbidezza del sacco a pelo mi ha trascinato in un gorgo da cui non sono più riemersa.

    Mi sono alzata nel buio, sono scesa ed ho trovato il mio bucato appallottolato in un fagotto umidiccio ai piedi delle scale. Dio stramaledica gli inglesi, sono stati loro, lo so. Così, cammino coi pantaloncini corti e senza felpa, ho appeso tutto il resto allo zaino, sperando che mi si asciughi in questa nebbia appiccicosa.
    Non credevo che oggi sarei stata in grado di camminare, invece, prodigio o forse miracolo, dopo molti giorni di sandali sono persino riuscita a rimettere le scarpe. Non so tuttavia quanta strada riuscirò a percorrere, mi sento già sfinita.

    Prima, avanzando fra gli abeti, l’erica e certi pinetti pelosi, pensavo a quanto poco io abbia saputo cogliere dagli innumerevoli messaggi del Camino. Ho percepito solo cose già presenti nella mia mente o meramente legate al fisico. Metafora della vita anche in questo, quando il timore per la salute o i piccoli capricci quotidiani fanno perdere di vista la bellezza delle stagioni, i grandi pensieri o gli insegnamenti dell’esistenza.

    Belli i tori che corrono per le strade di Pamplona, la feria sembra un avvenimento pacifico e simpatico, i tori, vitelloni a spasso per caso; qui sto proprio bene e non ho voglia di riprendere la strada, in ogni caso non intendo proseguire oltre Palas del Rei, ammesso che riesca ad arrivarci.

    *

    Cammino nella foschia, odore di pino e canti di uccelli. Non un concerto come ieri mattina, bensì un canto acuto e solitario; la rugiada gocciola sulle foglie, lungo la strada centinaia e centinaia di rovi in fiore: fra un mese il Camino sarà un succulento tripudio di more. Chissà come mai la sosta in quel bar mi ha tanto ritemprato, sono bastati un barista simpatico, l’esuberanza e i canti della gente di Pamplona, la pubblicità della Navarra, un buon caffè ed ecco rinnovata la capacità di proseguire. Prodigi del Camino.
    Mai come ieri ho temuto di non farcela, per il male, la stanchezza fisica e la spossatezza emotiva . Ho percorso quasi 400 km ne mancano solo 77, la beffa sarebbe atroce.
    Questa Galizia è bella solo nelle prime ore del mattino, quando la nebbia e il fresco della notte non si sono ancora trasformati nella cappa di umidità che poi affligge l’intera giornata. E’ strano quanto poco profumino questi boschi: in Italia un bosco all’alba è una ragnatela di aromi. Qui, non sento nulla.

    Un gallo canta in lontananza. La stradina, benché sinuosa e solitaria, è asfaltata e in dolce pendio, e ciò raddoppia la mia gioia.

    *

    Mi prendo un attimo di pausa in equilibrio su un mattone fra l’erica; la pianura si è aperta a ventaglio in lieve discesa, rivelando a perdita d’occhio un alternarsi ondulato di campi e boschetti. Sono passati gli spagnoli incontrati ieri al rifugio di Portomarin e, vedendomi scrivere, mi hanno chiesto se stessi facendo i compiti. Mi chiedo perché mai continuo ad essere superata da gente che conosco.

    Poco fa, a Ligonde, 75 km da Santiago, una bancarella tenuta da una ragazza americana offriva caffè imbevibile ed opuscoli edificanti, omaggio di un’organizzazione cristiana americana che invia volontari sul Camino per assistere i pellegrini. Da uno di quegli opuscoli ho scoperto che Giacomo Minore, il reazionario responsabile della comunità di Gerusalemme, è persona diversa da Giacomo Maggiore, l’Apostolo. E questo, nel sciogliere le mie estreme riserve ideologiche, mi ha grandemente rallegrato. Ho preso anche un bellissimo cartoncino che reca 75 versetti tratti da altrettanti salmi, per ogni km è riportato il salmo il cui numero corrisponde al chilometro: ci ho messo un po’ per capirlo, ma è stata una bella scoperta. Una risposta alla mia richiesta di una spinta, di una motivazione esteriore, ma fino a che non riceverò lo Spirito, le parole serviranno a poco. Ed è davvero lo Spirito che mi manca in questo Cammino. Di conseguenza, le guarigioni prodigiose, gli incontri, le rassicurazioni, le oasi nel deserto valgono in quanto tali, ma perdono l’importanza ed il valore di segni dell’amore di Dio. Senza la Carità, sono meno di un cembalo che tintinna.

    Ora riprendo in quest’alba silenziosa, vediamo dove riesco ad arrivare, la sola prospettiva di poter tenere le scarpe conforta le piante martoriate dei miei poveri piedi. Ho incrociato ripetutamente un papà che percorre il Camino coi suoi due bambini, molto seri e compresi, con tanto di bastone e zaino.

    I paesini si susseguono dolcemente lungo un bel percorso serpeggiante. Secondo le mie guide, a Eirexe avrei dovuto imbattermi nella più bella e barocca delle croci del Camino. Invece, assurdamente, mi è sfuggita, sfumata via fra le siepi, i cespugli, gli alberi e i miei pensieri svagati.

    *

    A Brea il Camino rifluisce nella nazionale e la costeggia in una striscia polverosa appena incassata fra siepi e campi. Poco dopo il bivio mi sono fermata in un barettino accogliente, una cascina riadattata, prendendo l’ennesimo caffè come pretesto per usare il bagno ma anche per spezzare il ritmo, peraltro non sconsiderato. Come sempre qui in Galizia, il sole non si era ancora fatto largo, ma era caldo e si procedeva in una luce irreale.

    Qualche tempo dopo ho risalito l’Alto del Rosario, ultima vetta del Camino ma poco più di uno spiazzo tirato a ghiaia, nei dintorni qualche costruzione di legno gestita dalle suore in stile campo scout: da lì è iniziata la discesa attraverso una zona residenziale alla periferia di Palas del Rei.
    Giunta in paese verso mezzogiorno, ho visitato la chiesa di San Tirso, che ha il bel portale menzionato dalle guide. Il prete, accampato nel giardinetto accanto alla chiesa, mette il sello a chi lo chiede e anche a chi non lo chiede; io titubavo, perché avevo quasi finito l’ultima pagina della credencial,lui mi ha apposto ben due timbri, ma fortunatamente di spazio ne è rimasto.

    Il cortile del rifugio era già affollato di persone in attesa dell’apertura; poco distante, sotto una grande tenda con tavolini e musica gallega a palla, ho incontrato Maria in compagnia di altre persone, tutti intendevano arrivare fino a Melide, distante oltre 12 km. Sono rimasta un po’ con loro a parlare, poi me ne sono andata alla ricerca di cibo.

    Ho scelto un ristorante alla buona, arredato con tovaglie bianche e stampe di pesci alle pareti. Lungo la strada avevo divorato un pacchetto di biscottini, quindi non mi sentivo particolarmente affamata ma, non sapendo se nel prossimo rifugio avrei trovato da mangiare, ho preferito premunirmi.
    Mi hanno portato un pane caldo, basso e morbido, crosta croccante e una mollica bucherellata che ancora tratteneva i vapori del forno, una delizia. Dopo essermene divorata due cestini ho aggredito il caldo gallego, qui una zuppa di erbette, fagiolini e patate, con un aroma datogli forse dal brodo, forse da qualche salume utilizzato nel soffritto.
    Il merluzzo è buonissimo, cucinato in umido con le patate, si disfa al solo guardarlo ed è condito col pimento che gli da un saporino speciale. Il dolce era un flan industriale, sfacciatamente servito dentro la confezione di plastica. Ora vado, mi sento un po’ meglio e meno sfinita, ma non so quanto ancora riuscirò a proseguire.

    *

    All’uscita di Palas del Rei mi sono imbattuta in un monumento al pellegrino, due statuine che si fronteggiano in uno stile da teatro dei burattini. Stavo girandogli attorno alla ricerca di un’inquadratura che lo rendesse meno dozzinale quando sono stata assalita da almeno cinque persone, convinte che stessi imboccando la strada sbagliata ed ansiose di riportarmi sulla retta via. Ho spiegato loro che volevo solo fare una foto e che sapevo da che parte andare – era difficile confondersi nel profluvio di frecce gialle – ma tutti quanti mi hanno sorvegliato fino a che non mi hanno visto avviata nella giusta direzione.

    Dopo Ponte del Rei, un pezzo di carretera, poi ho ripreso il Camino e sto finalmente percorrendo un tratto di bosco davvero piacevole, il primo dopo San Xil. Il sentiero è relativamente piano e corre, sterrato ma non sassoso, fra muretti bassi e alberi. A volte la strada si sopraeleva lungo un passaggio lastricato, sono i correidoiros, passerelle di pietra gettate sui punti in cui il sentiero tende ad allagarsi nei giorni di pioggia.
    E’ uscito il sole ed il vento fa luccicare le foglie, disegnandone cantando i contorni sul terreno. Non è lo stesso paesaggio di ieri mattina, lo trovo più sereno, meno opprimente: i campi sono più vasti, i muretti più bassi. Mancano ancora otto km a Leboreiro, ma se trovo un posto carino mi fermo prima. Se non ci fossero le frecce, in questo dedalo arboreo mi sarei smarrita mille volte. Le guide ammoniscono di fare molta attenzione ai segnali e comunque, se ci si perde, di procedere sempre verso occidente. I piedi e le gambe è come se vivessero di vita propria, un istante stanno bene, poi lanciano segnali sinistri. Ora come ora vorrei solo dormire, cullata da questo venticello.

    *

  9. #19
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    Sono approdata ad un paesino sul limitare del bosco, San Julian, menzionato a malapena dalle carte. Poche case di pietra gialla, un albergue in costruzione che sarà inaugurato l’anno prossimo, una chiesina romanica di cui ho potuto fotografare solo la bifora posteriore, con un arco scolpito di ammirevole semplicità. Silenzio, il sole, tanti piccoli cantieri per riordinare il poco che c’è. Uno di quei luoghi di niente che colpiscono il cuore.

    Ho risalito il letto di un torrente lungo una salita interminabile quasi priva di indicazioni, rischiando anche di farmi schiacciare da un fuoristrada carico di cacciatori, fino a che sono approdata al rifugio di Casanova, un bel posto in mezzo al bosco. Mi sono seduta ad un tavolo di pietra per una breve sosta, preferisco andare ancora un po’ avanti, poi, se trovassi un hostal o una camera potrei dormire e riposarmi, altrimenti cercherò posto all’albergue di Leboreiro, che, secondo le mie carte, da qui disterebbe circa 4 km.

    Nell’incongrua cabina telefonica alle mie spalle, un elettricista spagnolo chiacchiera concitato da quelle che mi sembrano ore, forse sta discutendo un guasto come a Calvor. Il vento fa ondeggiare gli alberi, da una stalla invisibile arriva un penetrante odore di animali.
    Nel cortile del rifugio un potente getto fuoriesce rumorosamente da una vasca di pietra, ma non ho voglia di entrare a bere. Stranamente in Galizia l’acqua è cattiva, nel bosco quasi tutte le fonti recano un cartello che avverte che l’acqua non è potabile. Mi rimetterò calze e scarpe.
    Prima pensavo a come ogni giorno plasmi ritmi differenti. Oggi ho mangiato con calma al ristorante e ripreso la via, altre volte ho fatto un’unica tirata fino a sera. A volte vado piano, mi distraggo facilmente, altre volte macino strada senza neppure guardarla: una delle poche certezze acquisite sul Camino è che il solo modo di consumare rapidamente la strada consiste nell’astrarsi da tutto quanto non sia necessario al porre un piede davanti all’altro senza inciampare.

    *

    Ho ben festeggiato l’ingresso nella provincia de La Coruna – la provincia di Santiago – grazie ad un gruppo di simpatici stradini che, all’uscita del bosco, hanno ben pensato di non avvertire che era appena stato gettato bitume bollente sul sentiero. Come sulle sabbie mobili, per me ed un gruppo di ragazzi olandesi, una volta entrati è stato troppo tardi per tornare indietro. Pece e piume: ora le mie scarpe sono rivestite di una crosta alta un centimetro di ghiaia e catrame mentre io ho la sensazione di camminare come un astronauta.

    *

    Sono arrivata a O Leboreiro, un piccolo villaggio con una chiesa romanica sul cui arco di ingresso in pietra grigia è scolpita un’austera Madonna in trono; mi sono subito accorta con costernazione che il rifugio indicato nelle carte non esisteva o meglio, che era un prefabbricato di legno incustodito con un solo stanzone vuoto in cui dormire per terra. La prospettiva di percorrere gli altri 5 km che mi separavano da Melide non mi attirava affatto, ma la sola alternativa visibile era un agriturismo dall’aspetto artefatto incontrato 2 km prima. Ho chiesto lumi e soccorso al titolare di un’officina accanto al finto albergue e lui mi ha consigliato un albergo sulla nazionale, che altrimenti non avrei visto, perché provenivo dal bosco. Così ora sono in un vero letto, ho una stanza bellissima a soli €18 (onore all’hostal “dos alemanos”), dopo aver fatto la doccia e – prodigio – essermi lavata i capelli.
    Non mi sembra vero non dover fare equilibrismi in doccia con gli asciugamani, lo zainetto e la biancheria, non dover cercare di procurarmi il sapone e disporre di vera carta igienica, poter appoggiare le mie cose dove capita e non doverle radunare tutte attorno a me come una chioccia coi pulcini, potermi lavare tranquillamente e poi ficcarmi a letto.

    *

    Mi sono faticosamente svegliata, ho trafficato con Godzilla ed ora temo di aver provocato la temuta infezione, visto che il piede mi brucia terribilmente, nonostante i cerotti di Portomarin, davvero portentosi. E’ una giornata bella e luminosa, sto bevendo il sidro nel bar dell’albergo mentre leggo la Voz de Galicia. Mi piace leggere i giornali in estate, mi restituisce a quella dimensione un po’ ingenuamente edonistica delle vacanze popolari cui sempre mi sottraggo per scelta ma verso cui nutro poi un lieve, inconfessato rimpianto.

    *

    Santiago si avvicina, almeno in termini di spazio fisico e mi rendo conto che in questi ultimi giorni alcune cose sono cambiate. La scelta fra albergue e hostal è ormai puramente economica, il desiderio di socializzazione è venuto meno, gli sforzi di ciascuno sono concentrati sulla strada, non c’è più spazio per nulla che non sia l’andare: amici, incontri, monumenti, nessun diversivo vale più la perdita di tempo che richiede. Rispetto al percorso compiuto, 56 km sono ormai talmente pochi. Non si parla d’altro che del tempo che si progetta di impiegare per arrivare a Santiago.
    E’ stata una bella giornata, un conforto dopo l’abisso in cui temevo di sprofondare ieri. Ma ogni giorno sta a sé, davvero ad ogni giorno basta la sua pena e davvero a volte sembra che tale pena sia esattamente la porzione di fatica o sofferenza che ciascuno è in grado di sopportare.
    Questo lascia perplessa, la logica sotterranea che intravedo in ciò che mi accade, anche le cose più piccole: poco fa mentre scorrevo le recensioni dei ristoranti ho letto del queso col membrillo ed ho intensamente desiderato mangiarne. Guarda caso, per la prima volta da che sono in Spagna, al ristorante di questo albergo servono queso con membrillo come dolce. Una logica, dicevo, e nessuna emozione unificatrice, nessuna agnizione. Forse il mio è un atteggiamento infantile: per dirla con la parabola del ricco Epulone, avrei anch’io Mosè e i profeti, ma evidentemente non ho voglia di leggerli.

    Ho mangiato bene qui in albergo, ero sola nella grande sala ristorante e la signora non sapeva più cosa fare per me, ho assaggiato finalmente un po’ di salumi spagnoli, poi l’immancabile nodino ed il queso di cui parlavo prima. La stanchezza mi sta sopraffacendo. Ho fatto bene a non arrivare fino a Melide, sul giornale ho letto che il rifugio già ieri traboccava, e certo i prezzi degli alberghi saranno stati sicuramente più elevati di quanto pago in questo bel posto, ma ora vado, ho freddo ed ho davvero bisogno di dormire.

    *

    Sono le dieci e mezza, dopo l’ennesima operazione di chirurgia podologica, e dopo aver contato e ricontato senza soverchio costrutto i km da percorrere domani, è giunta l’ora di dormire. Non ho voglia di alzarmi presto, ma le previsioni del tempo sono funeste e rientrando ho visto una cappa di nuvole ostruire il cielo come un’ala nera.

    Nel placido intontimento che precede il sonno, i salmi in inglese mi trascinano prepotentemente a Taizè. Mi sento una pellegrina sperduta: invece che procedere sostenuta dalla fede, procedo alla cieca in cerca di un sostegno. Cosa avrà in serbo per me l’Apostolo? E ci sarà poi qualcosa in serbo per me?

    12 luglio 2003 Leboreiro – Santa Irene (37 km)

    Sono quasi le nove, ma cammino da appena mezz’ora. Ho viziosamente dormito fino alle otto per ritemprarmi appieno in vista della tappa odierna. Ho preso un cafè con leche al bar dell’albergo, gentilmente offerto dal proprietario. Ed ora percorro lo sterrato parallelo alla nazionale verso Melide, sperando con ciò di consumare un po’ del catrame che da ieri mi riveste completamente le suole, ovidiano contrappasso per il mio peccato di predilezione verso l’asfalto.
    Piegata ma non vinta, oggi intendo comunque sottrarmi all’assurda tirannia di tutti quegli artificiosi sentieri nel bosco. Mi sembra di percorrere una sorta di “percorso naturalistico iacopeo” graziosamente disegnato secondo i capricci della solerte Xunta de Galicia. Non credo neppure per un istante che il “vero Camino” possa essersi sviluppato senza lasciare traccia per quel dedalo di saliscendi boschivi, il Camino medievale giace sepolto sotto l’asfalto ed il traffico della nazionale.

    Varcato un bel ponte romano, sono entrata a Furelos, dove un prete grande grosso e cordiale ferma i pellegrini a dieci per volta sulla soglia della chiesa, li fa accomodare e tiene loro una breve conferenza sulla chiesa e sullo stranissimo crocefisso di legno il cui braccio, staccato dalla croce, pende verso terra, forse divelto dal peso dei peccati dei troppi pellegrini o forse per alleviare loro quegli stessi peccati. Certo la statua è singolare e mi emoziona il pensiero della sua unicità.

    *

    Melide sorge grande e sbracata sulla sommità di una collina, atmosfera da cittadina dell’Adriatico meridionale, le vie si dipartono larghe dalle rotonde come petali di un fiore sfatto. Benché sia mattina avanzata, la città pullula di gruppi di giovanissimi pellegrini che si attardano nei bar, ho incontrato anche la ragazzina che stava male a Barbadelo, coi suoi compagni.
    Ho attraversato la città e sono scesa rapidamente dall’altra parte, sperando di trovare un bar accogliente, in periferia o in un paesino dei dintorni, invece la nazionale si è subito inoltrata in un folto bosco, che non ho potuto gustare perché dovevo prestare la massima attenzione ai camion.

    Quando la foresta si è diradata, mi sono imbattuta in un’area di sosta, dove sono rimasta 45 minuti a scrostare oziosamente il catrame dalle suole con la punta del coltello navarro: in realtà assaporavo il fresco dell’erba e il vento che mi soffiava attorno. Non ho voglia che tutto finisca, non ho voglia di arrivare. Ma ora devo andare, è solo mezzogiorno e devo ancora fare tanta strada. Sto camminando meglio di quanto non mi capitava da giorni ma la testa non c’è proprio.

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    Verso mezzogiorno sono arrivata a Boente, un paese a circa 8 km da Melide, dove ho visitato la chiesa di San Giacomo. Man mano che ci si avvicina a Santiago, in prossimità delle chiese stanziano persone che offrono una breve visita guidata e il sello. Così è stato a Portomarin ed a Furelos. Qui c’era una ragazza aiutata da un signore anziano che conosceva l’Italia e persino il Duomo di Milano, ma la chiesa era poco significativa, ho fotografato l’altare solo per ricambiare la loro gentilezza. Poi mi sono infilata in un bar, dove ho finalmente assaggiato la bevanda a base di latte e cacao che popolava da giorni le mie fantasie. Una parete del bar era ricoperta da incongrui cappellini da baseball. Sono uscita ed ho imboccato il Camino, con l’intenzione di riprendere la carretera prima possibile.

    Ho raggiunto Arzua, in parte arrampicandomi penosamente su sentieri sassosi, pensati forse da un addestratore dell’esercito, in parte arrancando lungo la carretera sferzata dal sole. Prima di uscire dal bosco, al rifugio di Ribadiso, ho incontrato la svizzera e l’ho aiutata a collocare un cartello sul sentiero con cui avvisava gli amici che lei si sarebbe fermata lì. Ero tentata di rimanere anch’io e riposarmi un pomeriggio in quel bel rifugio di pietra in riva al ruscello, fra i boschi, l’ombra e la frescura, ma ciò significava perdere un giorno, mentre io voglio fare il possibile per arrivare domenica. Così, sebbene accaldata e a malincuore, ho ripreso la strada; questa, dopo una grande curva, ha lasciato i boschi e si è riversata nel rovente e interminabile rettilineo verso Arzua, fino al brutto e sciatto ingresso in città. Case mal costruite a più piani, coi soliti mattoni traforati, tanta polvere, un accumulo incosciente ed inconsapevole.

    Proseguendo verso il centro ho percorso la via principale, rallegrata da negozi che espongono belle cose e quesos de Arzua, e sono arrivata a questa bella piazzetta alberata, circondata da casette basse e bianche. Mi sono seduta ad un tavolino all’ombra degli alberi, e mi sto godendo una coca cola. Faccio sempre più schifo, imbrattata d’asfalto come sono, le magliette appese allo zaino che non asciugano mai. Devo approfittare di questo breve riposo, se intendo davvero arrivare a Santa Irene, che dista ancora 15km e quindi almeno tre o quattro ore. Mi attira il nome da monastero greco, l’idea che sia una località in mezzo ai pini, l’ultima altura prima della discesa verso Santiago.

    *

    Poco fuori Arzua ho incrociato i ragazzi inglesi del rifugio di Gonzar, che non riuscivano a trovare la strada, ho indicato loro la direzione ed ho imboccato la nazionale davanti ai loro occhi perplessi, sentendomi una vecchia volpe del Camino. La carretera attraversa la vallata in un un’ampia curva, scavalcando campi, boschetti, sentieri polverosi, torrenti e qualche capannone. La più fiorente industria di Arzua, dopo quella dei formaggi è quella dei finimenti per cavalli.

    La N 547 correva lunga, diritta e arroventata dal sole, accanto a me sfrecciavano irridenti i pullman color indaco dell’impresa Feire, con l’indicazione “Lugo – Santiago”.
    Ad un certo punto ho lasciato la nazionale e ripreso il Camino, stupidamente allettata da una stradina piana, fiancheggiata da alberelli di aspetto innocuo che lasciavano presagire gradevoli e sopraelevate scorciatoie, in un paesaggio toscaneggiante.
    Dopo pochi metri mi sono ritrovata in un inferno vegetale, interminabili corridoi polverosi tagliati entro fitte macchie di eucalipti, che si susseguivano intervallate da prati incolti racchiusi entro muretti incrostati di licheni.
    Ho camminato oltre un’ora con la sensazione come Alice di muovermi solo per stare ferma: anche i fatidici 500 metri fra un cippo e l’altro parevano innaturalmente dilatati.
    Così, appena il rumore delle auto mi ha suggerito la vicinanza della carretera, ho abbandonato il diabolico intrico e mi sono entusiasticamente gettata in direzione dell’asfalto.

    Sono sempre più convinta che queste gimcane abbiano ben poco a che fare col Camino. Persino il mio libro e i fogli di Mundicamino lasciano trasparire una certa perplessità. Non che costeggiare la nazionale sia una passeggiata, anzi. A questo punto della strada però, preferisco la calura, l’odore di catrame, il rumore dei camion, alla frustrazione che nasce dall’impressione di girare a vuoto.

    Dopo circa un’ora che procedevo sotto il sole, non avevo ancora incontrato né fonti né bar quando, finalmente, all’imboccatura di una strada secondaria ho scorto un’insegna che oscillava sotto un pergolato. Sono entrata nella piccola costruzione in pietra spingendo la porta accostata ed ho sbirciato nella penombra. Era un posto stranissimo, un emporio da romanzo di Faulkner, sul bancone arrugginito spiccava un antidiluviano sifone per il seltz, ogni spazio era stipato di scatoloni e oggetti vari.

    Dal retro è arrivato un signore decrepito che in un sussurro mi ha faticosamente spiegato che il bar era chiuso ma che ne avrei trovato uno poco più avanti. Mi è spiaciuto, ero ammaliata da quella semioscurità polverosa.
    Poche centinaia di metri dopo ho raggiunto un locale anonimo sul ciglio della strada, gremito di ragazzetti del paese che se la ridono alle mie spalle. Morivo di sete ed ho preso una birra enorme, violando le mie stesse regole. So che ora uscire sotto il sole non sarà il massimo, ma avevo bisogno di quella gratificazione che l’acqua o una bibita non possono dare, il potersi annullare nell’abbondanza del boccale colmo, bere e ribere a sazietà.

    Spero di trovare un posto dove dormire prima di Santa Irene, che dista circa una decina di chilometri.
    Non riesco a rendermi conto che domani forse sarò a Santiago. Non so bene come rapportarmi con questa cosa. Varie volte mi sono chiesta come ci si sentisse a mettersi in cammino, non già per il cammino in sé come facevo io, bensì col preciso intento di raggiungere la tomba dell’Apostolo. Ora, approdata quasi all’altro capo della strada, capisco che la differenza non è poi molta, è il pellegrinaggio a santificare il santuario e non altrimenti.

    Non credo che piangerò come Davide Gandini se mai arriverò sul Monte del Gozo e scorgerò le torri della cattedrale, certo non mi sento in grado di cogliere nulla di ciò che quelle torri hanno rappresentato per milioni di pellegrini più degni di me. Forse non mi sento pronta, forse vorrei che la strada proseguisse ancora.
    Sono quasi le cinque e sono ancora lontana, devo rimettere le calze e riprendere la strada. Chissà fino a quando reggerà il mio ginocchio. Mi sono comprata un Magnum per contrastare gli effetti dell’alcol.


    *

    Nella lieve ebbrezza indotta dalla birra ho divorato il gelato senza quasi accorgermene. Poco dopo ho incontrato nuovamente Josè il portoghese, che mi ha impartito un’altra lezione: mi ha spiegato che il lato sinistro della strada è il lato del pellegrino. A dire il vero ho sempre tenuto la sinistra ma lo facevo semplicemente per sicurezza, nella convinzione che stando a sinistra le auto che sopraggiungono mi avrebbero visto in anticipo, mentre i malintenzionati non potrebbero comunque accostare contromano. L’enunciazione di Josè ha invece consacrato la mia empirica constatazione e la riveste di solennità. Abbiamo parlato un po’, poi lui – che pure è smaliziato circa la fantasia di “Jacobeo” nel tracciare i sentieri - si è inoltrato fra gli eucalipti, stupito che io mi mantenessi sulla strada. Staccarsi dal Camino è infatti una scelta estrema di solitudine, non tanto per l’esclusione dal contatto con gli altri pellegrini, quanto per la perdita della compagnia del sentiero, della consolazione delle frecce, del conforto dei cippi chilometrici.

    Mi sono fermata ancora ad un bar-emporio poco più avanti, per bere senza alcun piacere un succo di ananas e far respirare i piedi. Mancano almeno altri cinque km, il padrone del bar dice che ci vorrà anche più di un’ora. Uomini entrano ed escono, altri commentano il mondiale di motociclismo.

    *

    Sono arrivata in un posto incantevole, un rifugio privato poco dopo l’Alto de Santa Irene, raggiunto con grande fatica alle sette e dieci di sera. Il rifugio è una vecchia casa di pietra in una radura a ridosso della strada, con le pareti bianche e le travi a vista, mente i bagni e le docce sono una poesia. Il mio letto ha coperte e lenzuola, è collocato in una nicchia in pietra grigia all’estremità della grande stanza comune, e riceve la luce da una mezza porta, aperta sul bosco.
    Sono scesa nel giardino, una radura erbosa chiusa fra altissimi pini neri, le cui cime sembrano sfilacciarsi nella foschia, mi sono seduta su una panca di pietra a scrivere. Sono felice di essere in un luogo tanto bello alla vigilia dell’arrivo a Santiago. Il rifugio comunale era a poche centinaia di metri di distanza e mi è bastata un’occhiata per decidere.

    Ho cenato nella sala comune, arredata come un cottage di montagna, insieme agli altri ospiti, una coppia spagnola di mezza età, un signore austriaco partito da Linz e una coppia di coniugi sardi con un’amica, anch’essa sarda, che percorrono il Camino in autobus. La cena non è stata eccelsa, il solito caldo ed il solito merluzzo oltre a frutta sciroppata, che io detesto; il cibo, il modo di fare delle ragazzine che gestiscono questo splendido posto, tutto suggeriva l’impressione che qui lo spirito imprenditoriale prevalesse sullo spirito di accoglienza, e questo mi ha un po’ guastato la serata.

    Pensavo che l’occasione conviviale potesse essere il miglior coronamento per l’ultima sera; mi figuravo di cogliere in zona Cesarini una di quelle splendide alchimie del Camino tanto magnificate da Davide Gandini e dai suoi epigoni. Invece i due inglesi, uomini di mezza età, hanno mangiato per conto proprio, l’austriaco pensava solo al proprio piatto ed i due spagnoli si sono messi ad elogiare il governo italiano, suscitando le ire dei tre sardi. Insomma, ritrovarmi la vigilia dell’arrivo a Santiago a parlare di Berlusconi – non importa in quali termini – è stato davvero l’epilogo più avvilente che potessi immaginare.

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