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Discussione: donatella: cammino di Francesco

  1. #1
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    donatella: cammino di Francesco



    17 luglio 2004 - Sansepolcro

    Il treno scivola lungo le curve dello svincolo ferroviario. Non avevo voglia di partire: quando stamattina è suonata la sveglia ho pensato di rimandare e continuare a dormire. Ho tenuto duro e poi tutto è andato per il suo verso. Mi sono comperata anche la settimana enigmistica: più che un pellegrinaggio, una gita scolastica.

    Non so bene cosa sto facendo: la tentazione di lasciar perdere è forte e non controbilanciata da aspettative intense. Forse il fatto di rimanere in Italia destituisce un po’ di intensità l’anima della vacanza. Eppure voglio entrare in questa cosa, voglio viverla fino in fondo, voglio assaporare ancora lo spazio, la distanza, la libertà totale del camminare. Ma è solo fantasia, l’Umbria mi appare come una specie di cosa verde ed indistinta, riva fatale rivelatasi quest’ultimo anno, imprevedibile cardine della mia vita quotidiana. Penso a quanto l’anno scorso desiderassi andarci, ebbene, ecco qua. Vediamo che ne sarà.

    Vorrei trovare un registro nuovo, differente, ma ormai so che il tono dipende dalla funzione che si attribuisce alla scrittura. Se uso la pagina come strumento per scardinare la superficie della realtà, come lente che consente alla mia anima miope di distinguere le cose, ancora una volta, non farò che descrivere, e descrivere.

    Mi piace quest’ora, la striscia di nebbia che indugia sui campi, la pianura padana in tutta la sua bellezza, l’infinito cantiere dell’alta velocità.
    Il viaggio è gradevole ma non riesco a goderlo fino in fondo, continuo ad essere preoccupata all’idea di non trovare sistemazioni per la notte. So già che ci vorrà qualche tempo per spogliarmi da questi irrigidimenti, intanto qualcosa combinerò, resta sempre la via di fuga di un rapido ritorno a casa. Sono intorpidita dal sonno e non ho voglia di guardare fuori, preferisco avvolgermi nelle preoccupazioni come in una coperta.

    *

    Ad Arezzo ho preso al volo un pullman per Sansepolcro, gomito a gomito con una suora, la mia prima suora umbra. Abbiamo costeggiato Anghiari dal basso, una montagna tornita di costruzioni, una piccola torre di babele, come nel quadro di Brueghel. Poi la Valtiberina si è aperta ai nostri piedi immersa in una nebbia azzurrina di calore.

    Da Sansepolcro sono salita agevolmente al convento dei cappuccini, un posto bello ed accogliente, dove però per me non c’era posto, così sono tornata in paese con la coda fra le gambe, un po’ delusa. Varcate le mura ho imboccato una viuzza e mi sono trovata di fronte ad ristorante che ricordavo di aver visitato anni fa con la mamma. Il ristorante ha un minuscolo albergo a una stella: ecco risolto – dovrei proprio dire ex machina - il problema del posto per la notte.
    Ho aggredito un piatto splendido di tagliatelle fatte in casa col sugo di cinghiale, poi sono passata al dolce, una cialda croccante e burrosa, ripiena di vaporosa crema chantilly e fragole freschissime. Un pranzo celestiale.
    Nel tavolo accanto a me, una compagnia male assortita: un uomo decrepito, immagine stessa di tutto quanto vi è di sgradevole nella vecchiezza maschile, conciona pomposamente il figlio e una ragazza filippina. Il vecchio però è sordo e gli sforzi del figlio di sostenere la conversazione ispirano ansia e pena, egoisticamente anche fastidio. La ragazza filippina assiste serafica.
    Il figlio vive a Londra e probabilmente sta adempiendo alla sua dose annua di dovere filiale. Lo fa con evidente impaccio, domani tornerà a Londra e cenerà al club Oxford-Cambridge, affiliato all’università dove lavora, come ha grottescamente ripetuto più volte, nel – vano - tentativo di farsi ammirare dal padre.

    *
    Percorro le strade medievali di Sansepolcro, affascinata dai monumenti, i bei negozi, l’ordine e la pulizia. Mi rendo conto di enunciare criteri estetici banali, molto padani e prevedibili: negozi, ordine, pulizia, ma non riesco ad esprimere altrimenti lo stupore un po’ ebete davanti a queste strade antiche, piene di gente e colore. Camminando, mi ripetevo come un mantra, sono in vacanza, sono libera, e man mano tale consapevolezza si faceva strada.

    Mi trovo nel museo di Sansepolcro, davanti alla Resurrezione di Pier della Francesca. Come tutti i grandi quadri di cui si sono viste decine di riproduzioni, l’originale sembra in qualche modo più piccolo, più modesto, diverso dall’icona che ci si rappresentava. Eppure la potenza del quadro qui risulta rafforzata proprio dalla relativa modestia delle dimensioni e dell’impianto.
    Aldous Huxley diceva che questo è il quadro più bello del mondo. Io non sono in grado di far altro che accodarmi a questa o quella opinione. Ma certo la figura di Cristo, con quel ginocchio avvolto dai drappeggi che esprime tutta l’energia trattenuta della risurrezione, come una forza pronta ad esplodere; l’intensità dell’espressione, la perfetta costruzione prospettica, l’armonia dei corpi, le linee dei contorni.


    Sono scesa nel sotterraneo, una galleria dalle volte a crociera che ospita reperti ecclesiastici, paramenti, ostensori eccetera. E un fregio in pietra con un bassorilievo staccato dalla facciata di un palazzo del duecento. Tre cavalieri, due a cavallo e uno a piedi, che brandiscono la spada, poi grifoni, un’aquila, e un altro cavaliere. Fantasia romanica e ferocia medievale, volute e masse quadrate, i tre cavalieri soprattutto incutono paura.
    Poi, vesti e paramenti, tripudio di sete e broccati, ricami di accuratezza e complessità persino difficili da decifrare, uno scintillio di oro, argento, fiori, tralci, volute. Infine un’esposizione di chiavi e serrature, dove non so se mi stupisca più la bellezza dei disegni e delle forme o l’ingegnosità dei meccanismi.

    *
    Via Venti Settembre, selciato di pietra, case basse e quadrate, nessuna auto, un’impressione di straniamento. Senza i rumori del traffico, il ventunesimo secolo si fonde nei suoi predecessori. Le vie hanno nomi strani, a volte buffi, forse una peculiarità coltivata ad uso dei turisti. Nelle strette strade laterali, le facciate si fanno popolari, le finestre, più piccole; stenditoi, persiane e piante fiorite si sostituiscono ai frontoni ed agli ingressi di marmo, il silenzio si inframezza a voci e richiami, gente sulle seggiole chiacchiera nella pigrizia del tardo pomeriggio.
    Case ordinate, strade pulite, tutto probabilmente frutto più del benessere che di una buona amministrazione. In una vietta, una pasticceria da cui usciva quel profumo di crema e burro, lo stesso che sentivo aleggiare attorno alle pasticcerie di Porto S. Giorgio la mattina, quando con la nonna e la mamma andavamo a fare la spesa. Ho sbirciato il laboratorio, tre donne vestite di bianco guarnivano un’enorme crostata alla frutta, certo una torta nuziale.

    Osservo un palazzotto d’angolo, architettura finto medievale stile Viollet le Duc. Fantastico sull’eccentrico filantropo di paese che avrà ordinato il fregio nero a grifoni bianchi, più liberty che neogotico, adorno di motti simpatici, “in necessariis unitas, in dubiis libertas”, “suo quisque studio ducitur”.

    Scende la sera, la luce si addolcisce, dalla strada sale l’odore della pietra scaldata, dalle porte esce profumo di carne arrostita, di carbone mentre i sentori della notte calano come un velo, e tutto si mescola.

    Ad un certo punto mi sono persa, continuavo a percorrere strade già viste, mi sentivo in trappola, assurdo in un posto tanto piccolo.Grazie alla cartina, ho ritrovato la direzione ed un irish pub, in una piazzetta asimmetrica e silenziosa. Tavolacci di legno all’aperto sotto ombrelloni quadrati, musica soffusa e Guinness, ecco la mia cena. La pinta è un po’ striminzita, il bordo di schiuma è troppo alto, però la birra è buona, con appena una sfumatura metallica, colpa di un poco assiduo lavaggio dei sifoni. Nel tavolo di fronte quattro buffi ragazzini si accapigliano poi, dopo aver esaurito i rituali imposti dagli ormoni, si mettono tranquilli a parlare di sigarette con piglio da esperti e i soliti discorsi da adolescenti di paese, che si fa, dove si va. Usano strani modi di dire, arcaici, poi, come i bambini che credono di non essere più, finiscono per parlare delle rispettive madri.

    Come mi sento? Come sono? Desiderosa di iniziare, di mettermi alla prova, di affrontare finalmente questa cosa. L’aria è ferma, sono le nove, leggo il mio giallo e ozio. Che nostalgia per il Camino, per il clima che si respira, per il modo in cui si vivono le cose. Spero di riuscire a combinare qualcosa, domani.
    Ho comprato un pacco di biscotti. Ciò che mi crea problemi di identificazione in questo viaggio è l’assenza di una meta. Si ha un bel dire che il Camino vale di per sé e non per l’arrivo a Santiago, ma non è vero. Anche per chi non lo riconosce, il senso del Camino è Santiago, la Cattedrale, l’Apostolo. Ciò che attira, trascina, spinge è la meta. Qui, forse, la natura acefala di questo viaggio è un limite invalicabile. Assisi è solo a metà del viaggio. Ma forse questo aumenta il senso di itineranza, lo spezzarsi delle esperienze. Francesco non si è mai fermato, ha continuato a pellegrinare fino alla fine.
    Avrei voluto salire al convento di Montecasale oggi, ma non mi sembrava il caso di stancarmi ancora prima di iniziare. Ho paura di non farcela, di essere tradita dalle gambe, anche per questo non ho osato allenarmi durante l’anno, non avrei sopportato di non poter partire. Sono le nove e mezza, è scesa la notte, è finita la birra. Andrò, sognando la strada di domani.

  2. #2
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    18 luglio 2004 Sansepolcro – Città di Castello

    Ho cominciato dunque e, per rinnovare l’immortale citazione che ha aperto il diario dell’anno scorso, “fino qui tutto bene”. Alle 6.20 ho trovato un bar aperto, dove ho comprato una brioche calda. Ero molto, molto preoccupata per la risposta delle mie gambe, ma le Lodi di questa mattina mi hanno rassicurato “Padre sai che la nostra fragilità non può resistere a lungo (…) donaci la salute fisica e la serenità dello spirito”. E così sia.

    Seguendo le indicazioni del libro di Angela, sono uscita dal paese attraverso una zona in cui alle cascine si addossavano i capannoni, città e campagna ancora confuse l’una nell’altra. Poi le costruzioni si sono ritirate, lasciando tutto lo spazio ai campi.
    La luce era dorata, l’aria sapeva di menta, the e camomilla, i piccioni si levavano al mio passare, pompando l’aria come se fosse densa.
    Mentre costeggiavo un campo di pomodori mi sono resa conto che il sole stava salendo, rapido, preannunciando una giornata calda. Ho attravesato Grignano, una frazione col suo palazzotto tristemente abbandonato, tre piani da terra, persiane verdi sgretolate e un festone di edera rinsecchita che pendeva dal balcone.
    Alle 7.30 il sole era già alto e la strada si manteneva in piano, consentendomi di allenare le gambe in vista delle imminenti salite. Lunghe distese di campi in cui il solo movimento erano i getti degli irrigatori, i soli suoni, il battito dei miei passi e il canto degli uccelli. In una cascina, un gallo enorme, bianco con riflessi rosa, gonfio come un cuscino sprimacciato, due zampe che sembravano rami.

    Finita la piana, ho raggiunto in mezz’ora il santuario della Madonna di Petriolo, dove mi sono concessa la prima pausa su una panca, ai piedi di un orrendo campanile moderno affacciato sulla Val Tiberina. Da lì sono scesa per una piccola valle, stretta fra le colline verde scuro, un campo di grano maturo a sinistra, qualcosa di verde a foglia larga a destra, in alto si intravedevano le case di Citerna, alle mie spalle il campanile di Petriolo era già minuscolo. Il bordo della strada era una profusione di fiori azzurri, malva o lino, non saprei.
    Un altro campo mentre la strada curvava e si alzava leggermente, spighe piccoline esili e quasi bianche. Ho camminato per un po’ con un signore che portava la bici a mano perché la salita era troppo aspra. Mi ha indicato sentieri ormai scomparsi, divorati dal bosco, e mi ha raccontato di quando da bambino andava a scuola a Citerna arrancando in mezzo alla neve.

    Dopo essere entrata nel bosco, la strada ha continuato a salire fino al santuario degli Zoccolanti. Nella chiesa, suore di clausura vestite di bianco terminavano di cantare il Salve Regina. La grata dietro l’altare era aperta ma la reclusione era un muro tangibile. Mi sono sentita stringere il cuore al pensiero. Attorno al monastero correva il filo spinato…brr.

    A Citerna, una lapide cita ”Questo civile ostello accolse nel luglio 1849 Giuseppe Garibaldi e la sua Anita, oggi 6 agosto 1882 il municipio di Citerna pose questo marmo e non aggiunge parola per nulla togliere all’eloquenza di tanto ricordo”. Carino.

    Una sosta sulla rocca di Citerna, un quadrilatero mal tenuto di pietre gialle con una balaustra affacciata sulla valle, all’ombra di due begli alberi dalle foglie affusolate, raggruppate a ciuffetti su rami sottilissimi. La valle è larga, bassa, vedo le case di Sansepolcro ed il tozzo stabilimento della Buitoni. Mi rendo conto di aver fatto un bel po’ di strada, in tre ore. Il signore in bici mi ha detto che cammino veloce, mi sono sentita lusingata, soprattutto perché credevo di aver assunto un’andatura lenta e rilassata. Starei qui per sempre, all’ombra degli alberi, stesa sui gradini di pietra, ma sono le nove e mezza e devo proprio andare.

    *

    Ho esplorato rapidamente il camminamento coperto che corre sotto le mura, ristrutturato ma tenuto molto male, poi sono scesa verso Monterchi, fra ginestra ed ulivo in fiore. Nonostante la strada fosse stretta e sassosa, lo sguardo spaziava lontano. Una pineta emanava il suo aroma caldo e appiccicoso, ma già i fianchi della collina erano butterati dai cantieri di case in costruzione e giù, vicino all’abitato, il luccichio eccessivo delle lamiere denotava la presenza di un parcheggio.
    A Monterchi mi sono aggirata per il mercato, godendo degli accenti, delle chiacchiere delle donne e dei lazzi dei venditori – così “da mercato”, così medievali, così uguali dovunque – infine ho comprato un panino con la porchetta che mangerò più tardi e che già impesta il mio zaino. Sono andata a vedere il quadro della Madonna del parto, approfittando del piccolo museo per riposare un po’, usare il bagno e bere.

    Fuori del paese ho sostato sotto un albero di prugne, controllata a vista dal contadino. I rami erano carichi di frutti ma troppo alti, così ho preferito cercare fra le prugne a terra e ne ho raccolte tre, non troppo marce e molto buone.

    Poco dopo Monterchi ho dovuto affrontare una salita faticosissima, al termine della quale ho sbagliato a contare ed ho mancato un bivio. All’altezza di Patrignone ho raggiunto un casale semiabbandonato e circondato da filo spinato, guardato da un enorme pitbull. Immediatamente ha fatto capolino un inquietante ragazzotto muscoloso e tatuato che mi ha invitato ad andare via. Se questo fosse un film, quello sarebbe il quartier generale di qualche organizzazione paramilitare.
    Per fortuna almeno la direzione era giusta, così alla fine ho raggiunto un punto indicato nel libro di Angela e mi sono potuta orientare.
    La salita è proseguita più aspra, io ero sempre più tormentata dalla sete. Stupidamente non mi ero portata acqua, non per distrazione ma nella pretesa di temprarmi. Per fortuna ho trovato un albero di mele, con cui ho potuto dissetarmi. Verso l’una, ho raggiunto una pineta e mi sono stesa fra gli aghi, godendo della brezza che soffiava fra i pini. Ho sonnecchiato un po’, svegliandomi coperta di lappole. Ho rimesso le scarpe, sbattuto bene la maglia ed ho ripreso.

    *

    La strada proseguiva per il crinale in lieve discesa, la Val Tiberina sembrava spalancarsi sotto di me, verde e gialla, piccoli appezzamenti, alberi isolati e snelli, l’impressione di guardare il plastico di un trenino. All’altezza dell’ennesimo casolare ho dovuto deviare per risalire un colle, verso un gruppo di case posate sul cucuzzolo, da lontano sembrava carino e suggestivo e mi sono illusa che ci fosse un bar dove bere quei due litri d’acqua cui anelavo disperatamente.
    Purtroppo a Celle, questo è il nome della frazione, c’era un rélais molto suggestivo ma nessun bar. Il posto era completamente restaurato, il selciato tutto nella stessa identica pietra gialla delle case, ma in modo sobrio e rispettoso e l’assenza di vita era compensata da una sorta di algida bellezza, come una farfalla infilzata su uno spillo.

    Sono scesa dall’altro lato, la valle era stretta, assediata dai boschi, i campi di grano erano strisce o trapezi obliqui, stesi sui fianchi delle colline.

    Da lì è iniziato un tratto massacrante ed inutile, un’ora di arrampicata nella polvere e sotto il sole a picco, solo per raggiungere un crinale attraverso un boschetto e poi ridiscendere. Io morivo di sete, avevo le gambe molli, ma non osavo fermarmi perché non ero sicura della direzione e soprattutto perché non sapevo se sarei riuscita a riprendere.
    Cercavo di sopportare la sete, ma mi sembrava di avere la bocca piena di colla. Inoltre ero digiuna, se si eccettuano i biscotti e le mele, e mi ero scottata fronte, naso, faccia, collo e braccia.
    Ho finalmente raggiunto la cima, non so come, forse solo il pensiero ossessivo dell’acqua mi ha dato la forza di proseguire.
    Poi la strada è entrata in un bosco, la temperatura si è abbassata, facendomi sentire meglio. Il sentiero si è ristretto ma, invece che scendere, come indicato nel libro, ha ripreso a salire. Ero preoccupata, non mi sentivo in condizioni di tornare indietro – e poi dove? – ma, superato un campo di grano sul limitare del bosco, è iniziata la discesa. In una mezz’ora ho raggiunto il fondovalle e mi sono catapultata nel primo bar del paese.
    Ho ordinato un enorme bicchiere di coca, l’ho bevuto d’un fiato, quasi senza accorgermene e, dopo pochi secondi, ho iniziato a sudare, riprova di quanto fossi disidratata. La coca cola era pura libidine, per reidratarmi seriamente ho comprato una bottiglia d’acqua da due litri e me la sono bevuta d’un fiato mentre decidevo se proseguire sulla nazionale per Città di Castello, oppure salire all’eremo.

    *

    Alla fine ho ceduto, ero – non stanca – ma timorosa di tirare troppo la corda. Così ho proseguito lungo la nazionale fra le auto e sono arrivata a Città di Castello. L’avvicinamento è stato lento e sgradevole come sempre, ma ho trovato l’albergo segnalato da Angela, anche se la signora che mi ha ricevuto non sapeva nulla della convenzione coi pellegrini. Appena entrata in camera, mi sono levata le calze e gettata sul lavandino, bevendo ancora, fino a stordirmi.
    Poco dopo mi sono diretta al parco ansa del Tevere. L’ansa non c’è ma c’è il festival dell’Unità. Sono passata un prima volta, quando i capannoni erano chiusi e deserti ma l’erba era fresca ed avevo bisogno di sedermi. Spezzare la scansione delle soste ogni due ore ha sempre effetti deleteri sui piedi. Un gruppo stava provando sul palco, accanto a me cinque signore hanno preso le sedie di plastica e si sono accomodate a chiacchierare. Tutti conoscevano tutti.
    Ho visitato da cima a fondo Città di Castello e come al solito ho girato troppo. Poi sono tornata alla festa dell’Unità ed ora siedo avanti ad un piattone (altro che salamelle!) di tagliatelle all’oca, fagioli con le cotiche e anguria. Tutto buonissimo, come al ristorante. Il clima è placido, da festa di paese, ma io ho solo voglia di stendermi e dormire. Sono stata a Messa, ma ero distratta e persino l’insegnamento di Marta e Maria (“Marta, Marta, tu ti affanni per troppe cose, solo una è la cosa importante, tua sorella Maria si è presa la parte migliore e non le sarà tolta”), spiegato bene da un prete anziano e bravo, mi ha toccato a stento.

    *

    Sono a letto; benché siano solo le nove e venti mi sento ubriaca di stanchezza. Eppure ho percorso solo 26 km, cioè quasi niente. Domani devo stare molto attenta, l’anno scorso ho bruciato il ginocchio proprio il secondo giorno. Prima pensavo a quanto mi manca tutto quello che si trova sul Camino, la stima altrui, la sensazione di rivestire un ruolo preciso e riconosciuto, cose che aiutano a divenire pellegrini dentro.

    In un percorso di questo genere invece è molto più difficile, anche perché la costante preoccupazione circa la giusta direzione toglie spazio ad ogni riflessione. Oggi, mentre salivo faticosamente tra la polvere, sotto il sole a picco e solo tenere lo sguardo fisso a terra mi dava la forza di spingere sui garretti per sollevarmi sino al passo successivo, mi rendevo conto che nella mente mi rimaneva conficcato in sottofondo un tormentone, una frase, un ritornello, a cui si sovrapponeva il pensiero dominante, la stanchezza, la sete, infine sopra ancora – ma con un maggior sforzo di concentrazione - il pensiero del percorso, quello fatto, quello da fare. In tutto questo è difficile insinuare un pensiero astratto, la mente - semplicemente – si rifiuta.

  3. #3
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    19 luglio 2004 Città di Castello – Pietralunga

    5.45, c’è già gente in giro ed ho trovato subito un bar aperto. Il risveglio è stato sgradevole, ero tutta indolenzita, nei muscoli, non nelle ossa. Mi sentivo stanca e demotivata. In queste situazioni si coglie la forza del Camino: l’esempio degli altri, i riti, l’istituzione, ogni cosa ti trascina.
    Mi sono fermata ad un altro bar per un caffè e ho preso, potendo, un bombolone. Il primo morso di ogni bombolone mi riporta ai bar sulla spiaggia, quando la mattina presto arrivavano ancora tiepidi sul cabaret di cartone chiazzato di unto.

    Se ripenso alla giornata di ieri, la rivedo sbriciolata in decine di episodi inconciliabili, come se si fosse trattato di giorni diversi. Così la sofferenza dell’ultimo tratto non sembra più decisiva, come mi era parsa mentre la subivo.
    Risalgo lentamente questa valle coltivata a grano e girasoli. Vorrei essere come gli eschimesi, che hanno sessanta vocaboli per definire la neve, vorrei avere sessanta vocaboli per definire le colline , i campi. Questa è un anfratto triangolare, ultima propaggine delle distese alle mie spalle, chiusa da colli verdi, bassi, a forma di sigaro.

    La strada risale in una galleria d’alberi lasciando il fondovalle. Sono le 6.30 il sole è già alto. Oro giallo è la luce del mattino, ambra e miele quella della sera. All’ombra ristagna ancora il freddo della notte, quell’impressione di solitudine che si accompagna alle tenebre. Molte macchine, anche se non capisco dove vadano o da dove vengano.
    Il disgusto di ricominciare è già un ricordo lontano, offuscato dalla nuova avventura e da quest’ora, che è la mia preferita, quando camminare è bello, sembra naturale come respirare, quasi non ce ne si accorge.

    Percorro una striscia di asfalto che controluce sembra incandescente. Uno stormo di uccelli frulla via dai tralci di un vigneto, i cani abbaiano. In basso scorre un torrente. Dalle stoppie sale un odore appena acido che si perde nel profumo del bosco. L’ululato si è trasformato in un coro lugubre, chissà che cosa l’ha provocato.
    In simili momenti penso che questa sia la vacanza migliore che potessi desiderare. Ieri sera ero stanca e svuotata, il giro inutile per Città di Castello, il mancato riposo per decomprimere lo stress della giornata, mi avevano lasciato abbattuta e infelice, ho pensato di fermarmi qualche giorno per riposare. Ma sapevo che una sosta mi avrebbe trasformato in un topo in gabbia, avrei girato qua e là fino a consumarmi. La strada è l’unica cura.
    Dopo una curva mi trovo ai piedi di una parete di roccia, un ponte coperto ad una sola corsia fatto di tubi innocenti arrugginiti, costruito per proteggere la strada dai massi. E sotto il torrente si allarga in una serie di secche rocciose, lambisce un praticello e scende dolcemente, gradino dopo gradino, in mulinelli gentili e dall’aria innocua.
    Mi sono fermata un attimo, siedo su questo prato madido di rugiada e guardo l’acqua intorbidata dal muschio mormorare sommessa ai miei piedi. E’ troppo presto per soffermarsi, devo riprendere.

    *

    Sto salendo per una strada larga, fra i pini, il profumo mediterraneo della ginestra si mescola a quello aromatico della resina. Poco fa, al bivio, mi è capitata una cosa buffa. Una signora che lavorava al proprio orto mi ha sentito cantare e mi ha fatto i complimenti, osservando che dovevo essere contenta, se cantavo. Forse aveva ragione.
    Poi mi ha detto che il tragitto fino a Pietralunga sarebbe stato lungo e mi ha chiesto quello che chiedono tutti, “abita a Pietralunga?” Ieri il ciclista mi ha domandato se abitassi a Castello. Italia contadina, profonda, dove l’andare in sé e per sé rappresenta ancora un’eccentricità inconcepibile.
    I primi tornanti sono stati duri, ma ho resistito ed ora il pendio si addolcisce, alternando tratti aspri a salite come questa, nelle quali posso dedicarmi ad assaporare i profumi della natura ed ad individuare le poche piante che conosco.
    All’improvviso si è alzato il canto dei grilli. Ieri, mentre arrancavo dopo Patrignone, ad ogni mio passo dal sentiero sconnesso e polveroso si levavano centinaia di cavallette, facendomi sentire una sorta di divinità indiana scesa sulla terra.

    La strada scende seguendo la cresta della collina, alla mia sinistra le ginestre, i rami ritti come candelabri ornati di fiamme gialle, campi di grano cintati modellano la sinuosità del terreno. Ai pini si alternano le robinie, ornate di strani baccelli panciuti. Ora è segale, esile, cartacea, di un biondo slavato, quasi bianco. A destra il campo scende a precipizio contro il fianco alberato di un’altra collina, odore di erba tagliata, secca, pino.
    8.30, fa già molto caldo. In un orto ho visto un animale stranissimo, bianco con penne folte e becco rosso, più affusolato di un’oca e più gonfio, ondeggia come un tacchino ma ha il collo più corto. Ieri ho visto delle gallinelle piccolissime, poco più di piccioni, sono galline donde, mi ha precisato orgoglioso il padrone. Qui i casali appaiono per lo più abitati e ancora attivi, Mi piace questa contaminazione fra civiltà moderna e contadina, non c’è certo il culto del nuovo, ogni cosa è vecchia, impolverata, reca i segni di un uso ripetuto e decennale.

    Piedi e gambe mi richiamano all’ordine, non posso ignorare il minimo segnale. Non c’è altro che il ciglio della strada, così mi accomodo all’ombra di un pino fra l’erba alta e pungente. Anche stavolta mi sono quasi assopita. La mente vaga, stanca come il corpo e poco intenzionata a cimentarsi in riflessioni impegnative o complesse.
    In Spagna non ho visto una bellezza paragonabile, forse più indietro, nei Pirenei che non ho conosciuto. Qui, persino il bordo della strada è un luogo paradisiaco. Niente di francescano in questo, tuttavia. I rami del pino adorni di strane palline, formano sopra il mio capo un reticolo quadrato contro il cielo quasi indaco.
    Il sole si fa sempre più caldo e tra poco potrebbe diventare insopportabile. E’ strano, sono rimasta qui venti minuti e non ricordo nulla, come in un sonno. Mi sono lasciata solo cullare dalle sensazioni, l’erba pungente, la frescura, la luce, i ronzii, i fruscii e, meno ancora, il rilassamento dei piedi e delle spalle, della schiena. L’impressione di cedere tutto il mio peso alla terra.

    *

    I pini e la pendenza lieve ricordano un altopiano dell’Alto Adige. Farfalle maculate, bianche e nere, si posano numerose sui fiori. Ieri, in un momento di crisi, forse il peggiore, ho scoperto che la fatica della salita si attenua se si tiene la testa bassa sul sentiero, in modo da non percepire visivamente la pendenza. Sembra una sciocchezza, ma funziona.
    In due giorni ho imparato a prestare attenzione alle altimetrie, così da sapere esattamente cosa mi aspetta. E’ una considerazione banale, ma capisco che la gamba per la montagna comincia dalla testa, soprattutto per chi – come me - l’affronta da sola, senza avercela nel sangue. La strada è divenuta bianca, larga e polverosa e si addentra in un bosco di querce e noccioli.

    Ho raggiunto la Pieve di Saddi, un luogo deludente ed abbandonato, qualche vecchio ponteggio per scongiurare crolli importanti e vari rottami abbandonati fuori della casetta adiacente. Mi sono scalzata ed ora sto qui, all’ombra del rudere, avvolta in un nugolo di moscerini che tento buddisticamente di ignorare ma senza effetto.
    L’orgoglio di aver percorso 15 km prima delle undici, si smorza nel fastidio e nel disagio di questo posto poco accogliente. Metto i sandali e cerco qualcosa di meglio, ma non c’è scampo, i moscerini mi assediano, attratti forse dal sudore o dal colore sgargiante dei miei abiti.
    Mi sono spostata sotto un pino ed ho dormito un’ora, ignorando gli insetti, meno molesti sotto l’albero, cullata dal vento fresco e dal canto degli uccellini, stesa fra paglia e lappole. Mi sento un po’ debole e istupidita, piena di spighe come un cane randagio. Sto bene. Eppure è difficile descrivere l’abbandono. Prima, mentre salivo, pensavo a quanta fatica io faccia per rivolgere il pensiero in preghiera, anche in luoghi come questi. Spiace abbandonare le riflessioni superficiali o compiaciute - che durano un istante e sono sostituite da altre altrettanto frivole - e rivolgere il pensiero al Signore. Non è certo il paesaggio, ciò che ispirò Francesco. La fede è a monte e la fede viene dalla disciplina, dalla preghiera. Ma la sola disciplina che riesco ad impormi è quella delle gambe. La mente è un cavallo viziato ed eccentrico.

    Sto rosicchiando il croccante al sesamo comprato stamattina al bar di Città di Castello. Ho dimenticato le riflessioni sul camminare fatte poco prima di arrivare qui e che mi ero ripromessa di trascrivere. Ho finito di ripulire dalle lappole la maglia indiana - ormai lacera ma cui sono profondamente affezionata - e quella rosa presa da decathlon. Sono le 12.30, non è l’ora migliore per mettersi per via, ma è tempo di andare.

    Ripartire è il momento peggiore, due forze si contrappongono, il corpo non vuole riprendere ed anche la mente stenta ad accettare il ritorno alla fatica, ai dolori. Solo la necessità trascina, fino a che non riesce ad asservire corpo e mente, e a volte ci vogliono anche mezz’ora di disgusto, repulsione e malumore, prima di rientrare con la testa nel cammino. Camminare e stare fermi sono come il giorno e la notte, inconcepibili l’uno all’altro.

    *

    L’avvio non è stato traumatico come temevo ed ora scendo lievemente per questo sterrato sassoso. Un ultimo sguardo alla pieve: è un peccato che sia abbandonata, l’abside esagonale è molto bello e le mura snelle si levano alte sulla vallata, sarebbe un complesso splendido se restaurato.
    Ho bevuto un sorso alla fontanella maleodorante che Angela garantisce come potabile ed ho bagnato la bandana, per proteggermi dal sole.
    Contrariamente alle indicazioni di Angela, dopo il primo tratto la strada si è inerpicata allo scoperto per oltre due chilometri, mentre avrebbe dovuto scendere sin dalla Pieve. Finalmente, all’ingresso di una bella pineta, l’inclinazione si è invertita. Comincio ad avere sete, nonostante il sorso attinto alla pieve. Cammino a mezza costa, la parete è roccia arida e friabile, sostenuta solo dalla vegetazione foltissima, quercioli soprattutto, dai piccoli tronchi rugosi e contorti e dalle foglie piccole e fitte, e poi ginestre, pinetti, felci ed alti cespugli.

    Ogni tanto si apre una radura sbilenca di erba verde, costeggiata da alberi più alti. Eppure, nonostante tutto questo verde, non c’è una goccia d’acqua, un lucore di umidità, un rivolo.
    Ed io penso all’acqua, vivo mille volte la sensazione di ieri, quando ho accostato alle labbra il vetro verde del bicchiere colmo di coca cola, l’istante in cui ho sentito la grossolana densità del vetro, ho percepito l’alito gelato della bibita…Oggi non ho sete come ieri, e comunque ho con me una piccola scorta, anche se ciò è contro i miei principi di spartana resistenza, l’ho portata solo come misura di emergenza.

    L’orizzonte si è aperto verso montagne più scure, nude, grigie. Attorno, le colline sono coperte di boschi con chiazze gialle e verdi, grano e pascolo; nei prati, camomilla e denti di leone, tronchi abbattuti da troppo tempo che hanno assunto una tinta caramello. Lungo il bordo crescono i rovi, ahimè ancora senza frutti, le mele e le prugne di ieri sono solo un ricordo.

    Lo sterrato si è trasformato in una stradina asfaltata che è scesa sino ad un torrente e poi è risalita per una pendenza tutto sommato lieve, ma interminabile. Alla lunga il caldo e la fatica mi hanno tagliato le gambe, così mi sono sbattuta – è la parola giusta- in un angolo pieno di polvere e foglie secche, non ce la facevo più. Ora la brezza mi ha abbassato la temperatura corporea e i piedi respirano. Dovrei essere vicina, ma non ne ho la certezza. Sono rimasta ad ascoltare il sudore che mi scendeva dappertutto ed il vento che lentamente mi raffreddava.

    *

    Chissà come mai l’ultimo tratto è sempre così duro. Superata l’ennesima curva, ho trovato la deviazione per il paese ma – seguendo le indicazioni di Angela - mi sono diretta verso la zona residenziale nel bosco, ovviamente in salita. Poco prima, quando credevo che sarei morta di sete, mi ero imbattuta in un melo, per quanto la sete di oggi non fosse niente di paragonabile a quanto avevo patito ieri.
    Ho mangiato un paio di meline e ripreso fiato. Alla fine ho raggiunto la cima dell’ultima collina, dove sorge questo albergo che sembra un enorme chalet col tetto a punta, assurdamente non rifinito, all’interno mattoni e calce a vista, pareti in cemento senza battiscopa.
    Nella mia stanza, due letti a scomparsa non scompaiono affatto e incombono sulla mia testa in una nicchia di compensato. Ho fatto il bucato, lavando i pantaloni rossi perché erano pieni di fango e la maglietta, perché doveva essere lavata. Ho spalmato il miracoloso Prep sulle spalle, piagate come quelle di Ben Hur alla galea, e sui piedi, gioendo di questa multifunzionalità da unguento medievale.. Ho scritto alla Michela ed alla Elena. Infine mi sono coricata ed ho dormito fino alle cinque, poi sono scesa in paese, distante almeno un paio di chilometri, con una valutazione ottimistica. La galoppata valeva la pena, Pietralunga è piccolino ma tenuto amorevolmente, alto (ahimè) su una collina, una parte della cinta di mura e molte case perfettamente restaurate.

    Purtroppo il ristorante consigliatomi da una signora incontrata per via era chiuso. L’altro era così fetido che, dopo un rapido sguardo al menu, ho aspettato che il cameriere fosse fuori vista, mi sono alzata e sono scappata senza voltarmi.

    In ogni caso mi era rimasto impresso il salone dell’albergo, l’ambiente così pieno di tavoli in stile “la montagna incantata”. Così, dopo aver comprato una frolla profumata da una signora gentile in un piccolo panificio, sono risalita, forse troppo velocemente, tanto che sento qualcosa di antipatico nel ginocchio e vorrei prendermi a calci.
    Ho cenato in questo salone affacciato sulla vallata, affollato da comitive simpatiche e poco rumorose. Il primo era un piatto di ditalini con un sugo di patate e salsiccia, poi ho preso una bistecca e mi hanno portato il dolce, una torta paradiso ed una boccia piena di albicocche buonissime.
    Mentre davo fondo alla frutta, ho notato che una signora accanto a me aveva il libro di Angela sul tavolo ed ho scoperto che anche lei sta facendo lo stesso cammino.Abbiamo chiacchierato a lungo, parlando del giro, di Santiago, di noi. Dopo un po’ questo parlare mi squilibra, mi sento a disagio con me stessa. Temo di aver parlato troppo, di essermi esibita, di aver esagerato. A volte odio persino il suono della mia voce. Anche ora non riesco più a recuperare il filo dei pensieri.

  4. #4
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    Dal terrazzo arriva un tango, mi piace ascoltare da lontano, qui è pieno di vecchi che se la godono. Il posto è bello, avrei potuto godermelo anch’io, se non avessi preferito scendere a Pietralunga, incapace, come sempre, di restare ferma. Il ragazzo dell’albergo dice che la strada di domani è lunga almeno 33 km e non 27 come diceva Angela, e che la prima parte è molto dura, poi scende. Mi ha dato una brioche da portare via, e una barretta, che fa il paio con la frolla che ho comprato in paese. Ora mi stendo a leggere, sono le 11 e mi farò cullare dalla musica che sale dalla pista da ballo.

    20 luglio 2004 Pietralunga – Gubbio

    Mi sono alzata alle 5, volevo uscire prima della tipa, già so che oggi andrò piano, quindi voglio almeno starle davanti. E’ già chiaro e Pietralunga si staglia pallida contro il cielo. Non so se ce la farò, sono preoccupata per il ginocchio. La discesa dall’albergo è stata rapida e agevole. Ho chiesto indicazioni ad un signore a bordo di una jeep della “comunità montana alto Tevere umbro” - i cui cartelli sono stati ieri miei costanti compagni nel bosco - dopo un’iniziale perplessità ho trovato il bivio, diverso però da quello indicato da Angela ed ho iniziato a salire, per il momento in modo accettabile. Dal cantiere di una casa in ristrutturazione esce un incongruo pavone.

    *

    Ho incontrato la ragazza di Milano, si chiama Alessandra, e abbiamo fatto un tratto di strada assieme. Parlando, due ore sono volate via.
    Abbiamo percorso tornanti ampi e dolci in mezzo ad una campagna verde e tranquilla, colline coperte di boschi e pascoli con un’aria da enclave bucolica, riparata da tutto. Dopo l’abbazia di San Benedetto Vecchio, siamo scese fino ad un fiume e di lì abbiamo imboccato uno stradello che attraversa una valle di alberi e piccoli appezzamenti, umida, risonante del canto degli uccelli.
    Mi sono fermata ad una casetta per far riposare i piedi e restare sola. Questa ragazza è simpatica ed interessante – compagna, ex scout, appassionata di ciclismo e trekking, insegnante - ma la conversazione uccide contemplazione e riflessione. Temo che finisca come quando sono andata in Irlanda con la Paola, quando il viaggio si è ridotto alla registrazione meccanica di cose appena intraviste, descritte col senno di poi.

    Qui è talmente bello, oltretutto, il cortiletto di cemento col suo albero di mele, una pompa dell’acqua, la scala esterna che sale fino all’ingresso del piano superiore, il rampicante sul muro. L’aria è umida e profuma. Ho bevuto un sorso alla pompa e riparto.

    *

    La prima salita davvero dura ha eliminato la mia convinzione di essere ormai rodata per la montagna, nessuna novità insomma: resto la stessa mezza sega di sempre.
    Appena le otto, e il sole già picchia, sarà una giornata lunga. Rispetto a ieri qui la natura è più curata, i dorsi delle colline sono campi o pascoli accuratamente rasati, che recano i segni circolari delle macchine, dominati da pochi alberi solitari, l’impressione è di armonia e pacato controllo, il buon governo di Ambrogio Lorenzetti.
    La strada sale meno ripida, secondo le altimetrie dovrei aver fatto più di cento metri di dislivello ed essere ora a quota 653. Fra un po’ toccherò i 712 ed il massimo dovrebbe essere 744. Numeri. Ma come posso descrivere il paesaggio? Di fronte a me la pendice della collina scende ripida in un imbuto, colma sul fondo di alberi fittissimi, per poi risalire in un pascolo raso, costeggiato di verde. Sulla cima lontana una piccola mandria, il suono dei campanacci arriva sino a qui.
    Dall’altro lato la collina precipita oltre il bordo di un campo, dal fondo emergono solo le sommità di alte querce, come i giganti di Dante. Poi si rialza, di fronte, mezza alberata e mezza rasa, con filari che segnano capricciosamente i campi in forme ondulate.

    *

    Sono rimasta sdraiata per un po’ in un bosco di pini, perseguitata da una strana bestia ronzante e gialla che ancora non cessa di aggredirmi. Non mi sento stanca, anche perché la distanza percorsa è proprio poca, ma l’idea di stendermi all’ombra dei pini mi attraeva irresistibilmente.
    Poco fa ho sentito il mio amico; distratta dalla telefonata ho imboccato un sentiero sbagliato, per fortuna l’ho capito subito, altrimenti mi starei ancora aggirando fra i pascoli del fondovalle.
    Temo di essere stata un po’ noiosa al telefono, sono troppo concentrata su questa cosa, non ho argomenti, né sono in grado di riflettere su questo. Ora lo sto “facendo”, non ho il tempo o la capacità di pensare al senso del camminare. Mi piace e mi sento molto felice, mi sento parte di questa natura stupenda, come gli insetti o le bestioline che sento frusciare fra i cespugli. Tutto ciò che sono in grado di desiderare è che la strada si mantenga in piano o di trovare una fonte.
    Percorro un’altra pineta, mi sento Ulisse con le sirene, l’odore di resina mi alletta con immagini idilliache di frescura e riposo. Ho trovato per terra la maglietta della ragazza di Milano, uguale alla mia. Ciò significa che, almeno, la strada è giusta.
    Fuori dalla pineta, la temperatura si alza di colpo ma il panorama è splendido, tutto il dorso di un’enorme collina rossiccia, boscosa al centro e coltivata alle estremità, mentre il sentiero da una parte costeggia una pineta e dall’altra sovrasta la vallata. Che bellezza straordinaria. Sono sbucata su di uno sterrato più ampio. La distanza mi dà le vertigini, davanti a me un interminabile susseguirsi di crinali deserti, gli ultimi poco più che linee confuse all’orizzonte. A volte si intravede un casale seminascosto fra gli alberi. Dove andrò? Come farò ad arrivare? Arriverò mai?
    Sono scesa ancora, fino ad un avvallamento che ospita una bella cascina ristrutturata, balle di paglia, macchine agricole, due cani puliti e ben tenuti. Ho notato che qui in Umbria i cani sono piccolini ed appaiono curati.

    Lungo il dorso della collina, un trattore manovra su un campo solcato da ampie scie gialle. Poi la strada ha ripreso ad inerpicarsi ed il paesaggio si è ristretto fra alte siepi. E la fatica e la sete mi hanno reso sempre più difficile pensare a qualcosa che non fosse l’interminabile lunghezza del percorso.
    Oltretutto, devo aver mancato un punto di riferimento indicato da Angela, una cappella, così che ho anche perso la nozione della distanza percorsa ed ho temuto di avere sbagliato direzione. Nel frattempo mi ha chiamato Ornella e, chiacchierando prima con lei e poi con Anne, un po’ di strada è andata via. Mentre guardavo per terra cercando conferme, ho scorto l’impronta di una calzatura sportiva, piccola, forse della ragazza di Milano, e mi sono rinfrancata.
    Dopo una svolta, finalmente è apparsa la pianura, una scacchiera gialla e verde disseminata di cipressi. Poco oltre ho raggiunto una frazioncina e questa chiesa, col sagrato ombreggiato dagli ippocastani.
    Ho sonnecchiato sdraiata su un muretto, in equilibrio precario, del medesimo mezzo sonno spossato già provato altre volte. Mi sento debole, istupidita dalla fame ma soprattutto dalla sete.

    *

    Superata la chiesa, ho intravisto l’insegna di una tabaccheria, un negozietto microscopico traboccante di roba, desolatamente chiuso. Dalla vetrina occhieggiavano irraggiungibili decine di bottiglie d’acqua minerale da due litri. Mi sono sfacciatamente affacciata alla finestra di una casa adiacente ed ho interpellato la famiglia che stava pranzando. Un ragazzo si è alzato da tavola e mi ha mostrato il campanello, al cui suono è accorsa una vecchietta, che ha aperto il negozio, così che ho potuto impossessarmi dell’anelata bottiglia da due litri.
    Seppure assetata, l’ho bevuta con calma, inframmezzandola a pezzi della crostata presa ieri a Pietralunga ed ai preziosi biscotti di Sansepolcro.
    La strada è lunga e il ginocchio inizia a lamentarsi, meglio riprendere in fretta. Cibo e acqua mi hanno rimesso in sesto, ho percorso piacevolmente la via alberata per Monteleto ed ora mi trovo all’imbocco della piana Eugubina, mi attende una decina di chilometri di rettilineo serpeggiante sotto il sole. Meglio delle salite, non c’è che dire, ma sarà comunque faticoso.

    *

    Sono sdraiata sul ciglio di un fosso, sotto una quercia, fra stoppie piangenti e il vento che mi soffia attorno.
    In questo viaggio, grazie ad una maturata cautela ed alla minor durezza dei tratti, riesco a strappare un maggior numero di questi minuti di pura contemplazione, di contatto con la terra, con ciò che cresce sul suolo, come in quei giorni a Tellaro. Che bello sentire la folata del vento arrivare, far fremere le prime foglie, estendersi e spandersi. L’aria è calda e fresca assieme, arrivare alla fine mi importa relativamente.
    Sembra di essere in un quadro di Giotto, o Pier della Francesca. Eppure è una bellezza così pagana. Devo trovare la forza di alzarmi, non posso continuare a sonnecchiare, mi sa che ho proprio finito la benza. Sostituisco le scarpe coi sandali e cambio le calze, inutile rovinare ed impolverare quelle messe pulite stamane.

    *

    Arrivare a Gubbio è stata dura, per la prima volta ho ritrovato la fatica della distanza pura e semplice, quella della meseta, quella da riempire e basta. La strada attraversava la piana, sinuosa ed interminabile. Poi un signore mi ha offerto un passaggio - che ho declinato - e mi ha precisato che mancavano solo 3 km. Ed ecco Gubbio, come dipinta sul fianco della collina, di colpo il disgusto per questo camminare lento e insulso si trasforma in gioia ed entusiasmo.
    Arrivata a Gubbio, incredibilmente non sentivo più la stanchezza, ed è stato un bene, visto che trovare una sistemazione ha richiesto altre scarpinate. Dai frati di S. Francesco nessuno rispondeva né al telefono né al citofono. Perplessa e infastidita ho provato a chiamare le suore al numero indicato da Angela. Mi ha risposto una voce flebile e incerta, rivelatasi poi una suora vecchissima, che mi ha confermato che la ragazza di Milano mi aveva preceduto anticipandole il mio arrivo. Quindi il posto per me era già pronto. Un piacere enorme, un episodio da Camino.
    Dopo l’ultima scalata, ho raggiunto il monastero affacciato sulle mura più alte e, se la stanchezza non fosse prodigiosamente scomparsa, non so come avrei fatto ad arrivare fin lassù
    Ho preso possesso della cameretta - molto monastica, dai vetri sinistramente molati ad altezza d’uomo o meglio di suora - ho fatto una doccia precaria nel minuscolo bagnetto comune, pieno di cartelli dal contenuto vagamente minatorio, e sono scesa a vedere Gubbio, anche se la testa mi ciondolava.

    Gubbio mi è sembrata un osso di seppia, perfetto e senza vita. Negozi di ceramiche tutti uguali, uomini tozzi seduti fuori da bar tutti uguali, pochi e solitari negozi per turisti, non ho trovato un forno né ristoranti segnalati da Slowfood.
    La piazza del Comune però mi ha folgorato: il nulla perfetto e, nell’angolo, il palazzo bianco immerso nella luce abbacinante del pomeriggio.
    Poco altro nei miei giri, ho comprato una bottiglietta da mezzo litro, lasciando che l’eroismo cedesse al buon senso, e un pacco di biscotti. Focacce neanche a pensarci. Ristoranti decenti zero.

    Così, ho seguito il consiglio di una signora incontrata mentre cercavo le suore ed ho preso la funivia.
    Ora sono sulla terrazza del “colle eletto del Beato Ubaldo”, come direbbe Dante, colle che domina Gubbio e la piana, un catino dai bordi bassi e tutte le colline e i monti circostanti.
    Ho finalmente davanti a me la tanto agognata birra e vedo, vedo, file e file di colline e montagne, onde azzurrine nella foschia, i tetti di Gubbio, geometrici e quadrati, marrone bruciato e la piana, riquadri gialli e verdi costellati di case e piccoli agglomerati: è come essere in aereo.
    In fondo, alla mia sinistra la valle ribolle e si rialza in colli disordinati. Attorno a me i castagni, le querce, i pini fluttuano al vento mentre la luce si va ingiallendo sulle loro foglie.
    Da qui posso dominare lo spazio: in questi giorni in cui lo spazio è una componente essenziale della mia vita, comprendere con uno sguardo ciò che ho coperto palmo a palmo dà un senso alla mia impresa.
    Non so scorgere la strada compiuta, ma la sento dentro di me, ancora la vedo, vedo quel varco fra le colline, l’enorme distanza che ho coperto, le vallate che ho superato in un solo giorno ed è come se questo spazio mi appartenesse. Nell’ora del tramonto i profumi si fanno più intensi, ora sale il pino mescolato a qualcosa di più dolce e aromatico.

    Girando per le strade di Gubbio, nel totale disinteresse per tutto quello che mi circondava, ho ritrovato quell’atteggiamento da pellegrino che avevo maturato un anno fa. La gente, i negozi, tutto un po’ mi infastidiva, un po’ mi lasciava indifferente.
    E mi sono sentita di nuovo una pellegrina, anche se non so di che cosa. Così tengo il fazzoletto sul capo a marchiare orgogliosamente questa identità, così come dormo sul ciglio della strada o sui muretti, così come non me ne frega niente di nessuno e di niente.

    Sono le sette e mezza, devo andare, fra poco parte l’ultima corsa di quella raccapricciante funivia, non guardare in basso continuavo a ripetermi, ma non bastava e, mentre si alzava il vento, il pensiero di Cavalese mi ossessionava.

    *

    Ho deciso di cenare al pub scozzese, mi sono seduta all’aperto in mezzo alla strada deserta e mangio una piadina pancetta e scamorza, accompagnata da una birra piccola. Il giorno sbiadisce, in fondo alla via si affacciano montagne scure. Strano posto Gubbio, silenziosa, non c’è neppure un po’ di struscio, se penso alle folle di Città di Castello o Sansepolcro, non riesco a capire. Dato che non è concepibile una città di provincia senza struscio, mi chiedo qui dove sia il luogo a ciò deputato.

    Scrivo tanto, troppo forse, mi ripeto e scrivo cose inutili. Penso molto a ciò che scrivo, se possa avere un qualche interesse, se abbia un senso, dopo il Camino, scrivere qualcosa, se scrivere ogni cosa addirittura mentre la faccio non renda monotona e insulsa la stessa narrazione. Se non stia tentando di comporre una postilla o un’appendice di una cosa irripetibile.

  5. #5
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    21 luglio 2004 Gubbio - Biscina

    Sto uscendo. Ho indugiato dieci minuti sulle mura per aspettare la ragazza di Milano, cui ieri ho restituito la maglietta, ma ancora non scende. Così do un ultimo sguardo alla lunga pianura illuminata - chiarore opaco della prima alba, strisce di foschia che stanno per evaporare - e scendo, comincio.

    Ho trovato aperto il bar in piazza e ne ho approfittato per rimpinguare le mie riserve alimentari con due brioches e prendere un caffè. Poi sono venuti il secondo bar ed il secondo caffè. Stamattina mi sento di malumore e demotivata. Qui, al contrario che sul Camino, non c’è alcuna spinta, tornare indietro sarebbe facilissimo e non porterebbe onta alcuna. Neppure c’è una forte motivazione ad andare avanti. Insomma, è solo il quarto giorno e già mi chiedo chi me lo faccia fare.

    *

    Alla chiesa della Vittorina ho faticato un po’ ad individuare la direzione per le spiegazioni non troppo perspicue di Angela. Da qui fino ad Assisi dovrò infatti seguire il Sentiero Francescano della Pace. Solo grazie alla mia capacità di leggere le cartine urbane, ho trovato questo sentiero, i cui realizzatori dovrebbero essere mandati a Santiago a pedate, per imparare a tracciare e segnalare i percorsi.
    Imboccato il sentiero, ho scorto camminare avanti a me la ragazza di Milano, una figura azzurra che ho raggiunto in dieci minuti, come ai bei tempi sulla meseta. Abbiamo proseguito assieme, com’era logico, visto che percorriamo la stessa strada con gli stessi ritmi.


    Il percorso è stato piacevole ma non emozionante come quello di ieri. Dopo un primo tratto in pianura, piuttosto noioso, ci siamo inerpicate per le colline. Poi, fra un salire e uno scendere, ad un certo punto abbiamo scorto, remoto, il castello di Biscina ed abbiamo costeggiato, collina dopo collina, avvicinandoci lentamente, dentro e fuori del bosco, ora in piano, ora sulla cresta.
    Gli spazi sono immensi, anche oggi abbiamo incontrato appena un pugno di costruzioni isolate. Le indicazioni di Angela si sono rivelate spesso approssimative, insomma tanta fatica ma nessuna vera sofferenza.

    Mi trovo forse in uno dei posti più belli che abbia mai visto, mi ricorda la Francia, per la piacevolezza dell’ambente, la percezione del paesaggio, l’armonia fra l’uno e l’altro. E’ l’agriturismo del castello di Biscina, una tenuta da 350 ettari con un gruppo di casolari ristrutturati sulla cima di una collina lambita ai bordi da una pineta, al centro di un circo di verdi colline ondulate, che si allargano una dietro l’altra, e in fondo, alle spalle, le stesse montagne calve che dominano la piana di Gubbio. La proprietaria ci ha messo a disposizione, in quanto pellegrine, uno di questi splendidi casolari.

    Sono sdraiata in un prato che degrada a precipizio nella valle dell’invaso del Chiascio, dove la diga in costruzione formerà un bacino artificiale. Alle mie spalle, il casolare in pietra gialla, di fronte a me, il castello. Soli rumori il getto dell’irrigatore e il frinire delle cicale. Il vento danza, mi gira attorno, tiepido e gentile. Vorrei addormentarmi qui.

    Certo un po’ mi pesa la strada in compagnia, però ho pensato che continuare a descrivere ogni singola collina finisse per diventare un esercizio arido e, se proprio ho bisogno di contemplazione, posso dedicarmici ora. Ma il sonno mi afferra e stento a tenere gli occhi aperti.

    L’aria profuma di menta, da lontano sale una foschia che vela l’orizzonte, gli uccelli si librano nel cielo, come direbbe il Salmista, “tutto canta e grida di gioia”.

    *

    Mentre io oziavo e chiacchieravo al telefono con la Cristina, Alessandra ha fatto un bagno in piscina. Più tardi siamo scese al castello qui di fronte, mura perfettamente ristrutturate ma senza infissi, un lavoro lasciato a metà. Abbiamo immaginato che i proprietari avessero voluto adibire il castello a relais ma che non fossero riusciti a sostenere la spesa.
    Accanto al castello, una chiesetta inquietante, diroccata, le pareti imbarcate all’inverosimile, trattenute all’esterno da briglie d’acciaio e all’interno da una struttura di putrelle arrugginite infestate dall’ailanto. Che senso abbia un simile accanimento terapeutico, non capisco.
    Abbiamo lasciato volentieri e rapidamente quel posto lugubre e pieno di insetti, e siamo scese in paese, un agglomerato di tre case a pochi chilometri.

    In una posteria, gestita dalla zia novantenne della proprietaria dell’agriturismo, abbiamo comprato quello che c’era, pane raffermo, formaggio, un po’ di salame.
    Abbiamo bevuto una birra al tavolino sulla strada, sgranocchiando biscotti salati, serviti dalla nipote minus habens della proprietaria, che ha rovesciato tre quarti di una bottiglia di birra nel tentativo di versarla nel bicchiere. Ma, con quella che potrebbe benevolmente essere definita parsimonia di altri tempi, dopo averci venduto il pane secco al prezzo di quello fresco, l’anziana signora ha rabboccato un bicchiere con l’altro e via.

    Risalendo abbiamo incontrato la proprietaria, che ci ha invitato ad andare nel suo orto a raccogliere ciò che volevamo per farci un’insalata. Così abbiamo dato il via ad un’incredibile caccia al tesoro immerse nel terriccio fino alle caviglie, recuperando un cespo di insalata, una cipolla, due cetrioli.
    Ma abbiamo anche visto un’anguria piccolissima e tre zucchine grandi come i barilotti dei Sambernardo, poi meloni, pomodori.
    Abbiamo cenato sedute fuori, mentre imbruniva. Formaggio, pane, salame ed un’insalata scondita. Ma le verdure erano tanto fresche e saporite che il condimento ne avrebbe rovinato, e non esaltato, la bontà.

    Ora sono sul divano troppo corto del bell’appartamento. Nella piscina poco distante sguazzano i ragazzi della famiglia olandese accanto a noi, anche se sono le dieci di sera. Ho ceduto volentieri il letto ad Alessandra, io aspetto che tutti si ritirino perché voglio uscire fuori a godere la notte.

    Oggi non mi sono stancata, il tragitto è stato breve e non ho dolori. Razionalmente posso dire che la compagnia è positiva, ma mi sento lo stesso come impastoiata.
    Certo, un eccesso di contemplazione diventa onanistico o di maniera, mentre la compagnia consente di accentuare il lato avventuroso delle cose, il divertimento, lo scambio. Però mi pesa anche solo l’idea che le mie decisioni debbano preventivamente filtrare attraverso il rapporto con un’altra persona, mi sembra di non riuscire così ad assaporare fino in fondo l’avventura. Eppure i miei spazi, i miei tempi ci sono lo stesso, forse devo solo imparare a gestirli diversamente.

    Sono uscita, la notte è tiepida, se non ci fossero le luci sarebbe perfetto. Soffia un vento lieve che monta e poi diminuisce, vedo di fronte a me le colline come grumi neri, più scuri della stessa notte.
    Sotto di me la terra è rugosa, scoscesa, l’aria smossa dal vento è ancora tiepida, i grilli friniscono. Nella vigna qui di fronte le foglie della vite si muovono, grandi e silenziose, le fronde di quest’albero invece stormiscono secondo il turbine del vento.
    Non è vera notte, guastata com’è dalla luce artificiale dei lampioncini disseminati nel prato. Alla mia sinistra rosseggia cieco il castello. Il cielo è di un nero lucido, come giaietto, incrostato di stelle. Sono scesa scalza dietro un albero che scherma la luce dei lampioni, nella valle le luci baluginano come lumini in una chiesa, di fronte si alza un chiarore sovrannaturale, forse il riflesso di un invisibile paese annidato nella valle. L’erba era fredda sotto i miei piedi, il terreno sconnesso. Questa notte calda non mi spaventa, solo, la vorrei più buia.
    Non riesco a pensare a Francesco: anche se percorro le sue stesse strade e forse sono sotto le medesime stelle, non mi riesce di inserirlo nel mio contesto.
    Una stella lampeggia, scorgo anche le nebulose come schiuma attorno alle costellazioni. Dice il Salmista, “Chi è l’uomo perché te ne curi?” Chi sono io, qui sotto?

    Questi giorni di vita selvatica, a contatto con l’ambiente esterno, mi hanno reso così familiare con le cose, il suolo, l’aria, l’erba, che ora sdraiata qui mi sento a mio agio come un animale insonnolito.
    Un bagliore sale da dietro le colline, disegnandone il contorno, come sagome di un presepe. Mi sono infilata nel sacco a pelo, col pile e due magliette, mi si chiudono gli occhi, nessuna suggestione, solo un vago senso di benessere…

  6. #6
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    22 luglio 2004 Biscina - Assisi

    Ci siamo alzate alle 5 ed abbiamo fatto colazione all’aperto, mentre le colline si tingevano di rosa e la foschia si alzava. Sono le 5.45, gli uccellini cantano, noi ci mettiamo in cammino. Attraversiamo un bosco fitto di carpini, la luce filtra a malapena, l’aria è umida, densa, attorno a noi, a perdita d’occhio, solo questi boschi sottili.

    *

    Siamo a Valfabbrica. Per un po’ abbiamo seguito una strada asfaltata, ma inutilizzata e deserta, che costeggiava la diga, poi ci siamo incamminate lungo un tratturo polveroso e battuto dai camion che lavorano al sinistro cantiere della diga.
    In paese un vigile molto gentile ci ha riempito di informazioni e munito di una cartina del Sentiero Francescano della Pace, poi abbiamo finalmente fatto colazione ed ora – mentre scrivo - Alessandra è all’ufficio postale e rispedisce a casa un po’ di cose, nel più puro stile del Camino.

    Ho sentito Ornella per una sciocchezza di lavoro, ma non il mio amico. Mi spiace, avevo tante cose da raccontare, gli avrei detto di stanotte, di cosa ho provato quando ho dormito nel prato, o della caccia nell’orto e di tutte le cose di ieri, della signora che ha girato la macchina solo per rassicurarsi che avessimo l’olio e il sale per condire l’insalata, della vecchietta di 91 anni che faceva i conti a mente nel bell’emporio di paese destinato a morire con lei.

    *

    Lasciata Valfabbrica siamo entrate in un bosco e per un bel pezzo il sentiero è salito e salito. Dopo qualche incertezza ad un bivio, siamo scese fino ad un ruscello e risalite, sbucando dal bosco sulla cresta e da lì continuando a salire allo scoperto. E’ stata una camminata faticosa, soprattutto perché l’ultimo tratto di saliscendi è stato percorso tutto sotto il sole.
    Ad un certo punto, oltrepassata una collina, ci è apparsa la massa poderosa della Basilica di S. Francesco. Da lì non è stato facile, la strada è impazzita ed i saliscendi si sono fatti più scoscesi, mentre il sole ci surriscaldava.
    Quando siamo arrivate ai piedi della cittadella, la ricerca dell’ostello ha richiesto mezz’ora di peregrinazioni lungo la via inferiore esterna: asfalto, camion e questo sole implacabile. Abbiamo raggiunto l’ostello di Assisi, un bel casale di tre piani in pietra gialla, verso le due e mezza, quasi collassate per il caldo.
    L’ostello avrebbe aperto solo alle quattro, così ci siamo gettate sulla pompa per annaffiare. Per un po’ l’acqua è uscita bollente, poi si è raffreddata ed ho bagnato la testa, la bandana, tutto. Infine, bagnate fradice, ci siamo attaccate alla canna, come naufraghi morti di sete.
    Ora siamo sdraiate nel prato di fronte all’ostello. L’erba è fresca e gli alberi ci fanno ombra. Abbiamo mangiato pane e pomodori qui nel prato, pomodori dolcissimi e succosi comprati a Valfabbrica, il pane molliccio e intriso come piace a me.
    Ho tolto le scarpe, non riesco a ragionare lucidamente; pur avendo mangiato, mi sento ottenebrata. Gli uccelli gareggiano con le cicale. Eravamo in vista di Assisi quando mi ha chiamato il mio amico. Gli ho raccontato di Alessandra e lui mi ha chiesto se riesco a prendermi i miei spazi. Questa è una domanda seria cui in quel momento non potevo rispondere.
    Devo essere sincera, oggi la scarsa attrattiva del paesaggio avrebbe forse reso la tappa molto sgradevole, se percorsa da sola. Invece così è andata abbastanza bene e non mi sono affaticata. Del resto è inutile chiudersi in queste logiche assolute, bisogna anche fare tesoro di ciò che accade. Mi rendevo conto che il viaggio da sola stava diventando ripetitivo, adesso ho molti più episodi da raccontare e il tragitto pesa meno.

    *

    Ore dopo. Mi sono rintanata in un barettino fetido in cima ad Assisi, via dalla pazza folla, via da tutto. Qui i turisti arrivano radi, alla spicciolata, mentre più ci si avvicina alla chiesa di S. Francesco, più l’assedio della robaccia si fa insostenibile. Girando per le strade è difficile apprezzare la bellezza della città, ancora viva comunque sotto la crosta di pattume. Vorrei rivedere gli affreschi di Giotto, ma soprattutto quelli di Simone Martini, quella santa Chiara così sinuosa, gotica, la spira avvolgente del collo, una Lauren Bacall del duecento. E il cavaliere, con quello sguardo chiaro, sereno, da templare nordico.

    Mi piace questo bar, nella sua banalità che rasenta lo squallore, il barista dalla barba malfatta, il televisore acceso, il videopoker, il giornale di ieri tutto stropicciato, mi sento tranquilla e rilassata, posso scrivere.
    Non so, nonostante i buoni propositi, i tentativi di razionalizzare, ancora la mia giornata finisce per risolversi in queste fughe, nella ricerca di un qualche pretesto per isolarmi. Perché non trovo un equilibrio?
    Basta, inutile piangere sul latte versato. Farò così, arriverò a Spoleto e mi inventerò qualcosa. Ora però devo (devo, appunto) dirigermi verso S. Francesco, dove ho appuntamento con Alessandra per la cena.
    La birra mi rende vaga e sonnolenta, però ha fatto il suo dovere, cancellando un po’ di infelicità e quella sensazione di fallimento.

    *

    Abbiamo mangiato molto bene, nello stesso posto dove ero stata ad ottobre, con una spesa ragionevole.
    Siamo tornate attraversando una città immersa in un buio arroventato, sentivamo il calore emanare dalle pietre. Abbiamo varcato le mura e imboccato il sentiero che scendeva verso l’ostello. La notte era completa, non oscurata dalle luci, eppure il cielo restava come opaco, grigiastro, non aveva quel nero giaietto di ieri sera a Biscina. Nell’uliveto abbiamo trovato una lucciola, che si è messa a zigzagare disperatamente per sottrarsi ai nostri maldestri tentativi di catturarla.

    Nella stanza fa un caldo insopportabile, le pietre continuano a restituire la calura del giorno. Non ho visto nulla di Assisi, tranne lo struscio ed i lastricati, ma assurdamente è rimasto con me il pensiero dell’altra volta, quando sono venuta per la marcia.
    La ragazza dell’ostello è cordiale ma stupida, la signora è solo stupida. Insieme, le due menti diaboliche hanno maturato la sconvolgente consapevolezza del fatto che, essendo io nata nel 1963, non potevo avere meno di 26 anni, come erroneamente avevano indicato nel tesserino rilasciatomi questo pomeriggio. Tale illuminazione le ha purtroppo folgorate a mezzanotte passata, ma loro non hanno esitato un istante a buttarmi giù dal letto, costringendomi a scendere da basso in camicia da notte per regolarizzare la mia dubbia posizione. E sganciare i sei euro di differenza.

    Ora, volente o nolente, dormo. Ho spento tutto: dalla finestra vedo un riquadro di cielo opalescente, l’aria è ferma, pesante.

    23 luglio 2004 Assisi – Spello

    Siamo a Spello, in una bella stanza, rimediata dopo varie peripezie. Ci siamo alzate alle 4.50. La piana di Assisi buttava ancora calore come una pietra ollare e la salita all’eremo delle carceri è stata rapida ma faticosa.
    All’eremo era già aperto un baracchino ed abbiamo preso l’agognato caffè e due bottigliette di acqua, ottenendo in sovrappiù un sacco di consigli non richiesti dal gestore malato di gallismo.
    Siamo salite nel bosco per un sentiero stretto e sassoso, fino alla cima, o quasi, del monte Subasio. Dall’alto la piana appariva sconfinata, allettante, ispirava il desiderio di spalancare le braccia e buttarsi in volo. Non so se fosse l’enormità dello spazio, l’inclinazione della montagna appena illuminata dall’alba o l’ipnotica geometria delle forme e dei colori, così lontani, velati, inconsistenti.

    La poesia è presto terminata. Dal Subasio il sentiero era segnato malissimo fino a scomparire dietro ad un recinto di recente costruzione, che Angela non menzionava affatto. Un po’ scavalcando, un po’ arrampicandoci, grazie anche all’esperienza scout di Alessandra, abbiamo mantenuto la costa, seguendo il recinto fra piccoli crepacci, l’erba alta, i cardi e le spine, graffiandoci e riempiendoci di pappi e lappole. Alla fine, nella più grande esultanza, abbiamo ritrovato il sentiero e siamo rientrate nel bosco, iniziando la discesa verso Spello.
    In due o tre ore abbiamo raggiunto le porte di Spello, dove ci siamo tuffate in una fonte gelata che arrivava dalla montagna, condividendo la gioia con un grosso motociclista assai più accaldato di noi.

    Siamo entrate in paese e, in un giardino, abbiamo mangiato il pane al formaggio comperato ieri ad Assisi, ed abbiamo iniziato la cerca.
    Le suore segnalate da Angela ci hanno detto che accolgono solo gruppi e ci hanno indirizzato da una certa Maddalena, senza altro aggiungere. Fortunatamente, alcuni operai anziani e molto gentili che si riposavano in una panchina accanto alla nostra, ci hanno fornito molte e complesse istruzioni per arrivare da questa Maddalena, istruzioni che vedevano come elemento fondamentale una fantomatica “strada di gomma”.
    Dopo svariati giri e la sosta in una bar gestito da una ragazza simpatica, la mitica strada di gomma si è materializzata sotto i nostri occhi, niente altro che un vicolo con un tratto ricoperto da un tappeto di gomma, come quello della metropolitana.
    Una volta rintracciata l’abitazione della misteriosa Maddalena, una voce al citofono ci ha detto che loro non accoglievano proprio nessuno, né sapeva a chi indirizzarci.
    Demoralizzate e perplesse, siamo risalite in paese e abbiamo suonato il campanello dalle monache agostiniane di Maria Maddalena, dove abbiamo avuto un colloquio surreale attraverso la grata con un gruppo di suore di clausura, gentilissime, che ridacchiavano fra loro come bambine nel sentire il resoconto delle nostre traversie. Purtroppo la foresteria del convento era inutilizzabile per i lavori in corso, così siamo tornate dalla nostra amica barista che ci ha dato un elenco di affittacamere.
    Finalmente, in cima ad un susseguirsi di archi, viuzze, stradette, finestre infiorate, abbiamo trovato questa bella casa e la sua proprietaria, la gentile signora Margherita, che ci ha aggiornato su tutti i pettegolezzi di Spello, illuminandoci in particolare sulla misteriosa Maddalena, una specie di suora laica che ha creato una comunità di donne perdute e dickensianamente si arricchisce mandando le sue adepte a lavorare gratis come domestiche o badanti. Un personaggio piuttosto losco, stando alla signora…

    Qui è bello e siamo molto felici, ora dopo la doccia cercherò di dormire un po’.

  7. #7
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    Scrivo nel corridoio, abbiamo spento tutte le luci e spalancato le finestre per lottare contro il caldo. Spello è un gioiellino pieno di fiori. Ci siamo bevute una birra sulla terrazza del bar della nostra amica, poi la cena – ottima e abbondante - in un posto spartano infine un giro per quei meravigliosi saliscendi, dove non so se sia più piacevole guardare in alto o in basso, le geometrie dei gradini, riquadri incastonati gli uni negli altri a formare linee sinuose, serpentine o rettilinei. E le torri di Properzio, due cilindri cavi, orbite vuote che svettano nella notte come torri di guardia affacciate sulla piana brulicante di luci.
    Oltre la porta a vetri, l’intraprendente signora annaffia di nascosto – l’acqua sarebbe razionata - il suo lussureggiante giardino. Dormo, la stanchezza mi è crollata addosso come un macigno persino il ginocchio mi duole. Domani ci alzeremo tardi, il treno è alle nove, spero di farcela anche se adesso è più difficile, sono più stanca, forse meno motivata. Eppure è come se ora cominciasse la terza parte della vacanza.

    24 luglio 2004 Spello – Stroncone

    Anche se la sveglia era stata grandiosamente puntata sulle sette e mezza, alle sei e cinquanta eravamo entrambe già sveglie. Da parte mia ero già sveglia alle cinque e mezza e per ingannare il tempo ho finito il brutto giallo comprato alla stazione. Dalla finestra, una fuga di tetti e la sagoma scura di una collina, il cielo è limpido. Pioverà domani, dicono.

    *

    Foligno alle 9.30 è già un forno. Sono sola. Ancora adesso non riesco a decifrare completamente questo mio atteggiamento, o modo di sentire che sia.
    Io non sono come quelle persone che partono da sole perché si credono forti e determinate come davanti ad una prova ma, appena trovano compagnia, si sentono restituite alla propria dimensione naturale e ci si buttano a pesce. Alessandra è partita sola, ma è stata contenta di unirsi a me, per lei la vacanza era migliorata dal fatto di essere in compagnia. Per me invece essere da sola è la vacanza. Per me la solitudine è gioia, è una boccata di ossigeno in una vita soffocante. Non dover rendere conto a nessuno.
    Ci pensavo durante il giorno e mi stupivo che certe persone riescano a passare da una schiavitù all’altra, senza alcuna interruzione e senza soffocare. Una rete continua di rapporti, senza un attimo di tregua, senza un istante di libertà. Dipendere, dipendere continuamente, dover scegliere, mediare, valutare, chiedere continuamente.

    Io e Alessandra siamo state molto bene, abbiamo camminato ma anche parlato moltissimo, bevuto, mangiato, accumulato episodi minimi ma particolari, di quelli che colorano una vacanza, l’arrivo ad Assisi, il bagno sotto la pompa, l’avventura sul monte Subasio, la ricerca di Maddalena, le ore ed ore di chiacchiere, perse a scambiarsi aneddoti, idee ed avventure. Ed ora inizia qualcosa di nuovo.

    Sul binario, un gruppo di suore francescane, minute. Davvero l’Umbria è il regno delle suore. Il treno mi porterà a Terni, interrompendo così il tragitto, cosa di cui non mi pento, questo non è il Camino ed io ho altri progetti.
    Ieri ci siamo affacciate al belvedere, poco oltre il residence della signora Margherita e abbiamo visto il profilo dei campanili di Assisi e tutta la strada percorsa e, ancora una volta, ci siamo stupite della capacità di colmare distanze così enormi, semplicemente camminando.

    Non so cosa farò, deciderò quando sarò a Stroncone. Ero anche stanca di questa pianura soffocante, di questo continuo sole, vorrei altezze e alberi freschi.

    *

    Spostarsi in treno è talmente diverso che non mi sembra neppure di percorrere gli stessi luoghi. Forse non sono abbastanza pellegrina da aver assimilato il piacere totale del terreno, del paesaggio sentito palmo a palmo. Questa lentezza a volte mi è pesata, così come a volte mi è pesata la tortuosità di alcuni tragitti. Però già mi stanca la gente attorno, mi stancano le loro chiacchiere, che sembra mi rimbombino direttamente nelle orecchie.

    *

    Ho attraversato Terni su un pullman urbano giallo, bello vedere così la città, lentamente, faticosamente, ma seduta. La patina di Terni mi ricorda Torino, non la città in sè, piuttosto una sorta di aura, un colore dei muri, un’impressione delle strade, un non so che di severo e sabaudo.

    Sono a Stroncone, davanti all’ingresso del paese antico, seduta ad un tavolino della terrazza che dà sulla vallata. La padrona del bar mi ha servito una coppa enorme di the alla pesca gelato. Non ho sete ma il piacere è il medesimo, unito all’ombra dell’albero e ad una lieve brezza che sembra spirare dai boschi alle spalle del paese.
    L’autista del pullman mi ha accompagnato fino al bivio, sono scesa alla minuscola frazione di Colmarino e una signora grossa e anziana si è alzata faticosamente dalla sedia per indicarmi la direzione per l’ostello, che purtroppo era chiuso. Ho telefonato, la titolare è a Terni e arriverà alle due, così sono risalita in paese per bere qualcosa e passare il tempo. Lo zucchero nel the disegna pigre volute prima dell’ultimo sorso.

    *

    L’ostello è carino, deserto e tutto per me. La titolare è gentile, sul modello di altre già incontrate in questo viaggio, donne intraprendenti che hanno terra, case, attività e da ogni cespite traggono il suo profitto. Ho fatto una doccia e il bucato, ora mi stendo in questa bella camerata a quattro letti, e cerco di riposare finché fuori resta il caldo. Domani dovrebbe piovere. Ho dormito un po’, perché mi girava la testa. Del resto avevo mangiato solo un gelato in tutto il giorno. Alle cinque sono uscita nel sole del pomeriggio. La stradina sale verso il paese in mezzo agli alberi da frutto: fichi, prugni, albicocchi, meli, ulivi.
    Il vento soffia, forse foriero dei temporali che imperversano al nord. Dalle colline alla mia sinistra si affacciano nubi gonfie, un lungo fronte, bianco e schiumoso.
    Domani dovrò scollinare nella valle reatina e farlo sotto la pioggia potrà essere un problema. Forse è davvero cambiata la pressione, la biro non mi scrive più.

    *

    Bello il centro di Stroncone, antico, ma senza quell’alone posticcio che hanno Gubbio, Assisi o anche Spello, benché questa sia più fine, così coperta di fiori.
    Qui, dalle pietre non è stata rimossa la patina di sudiciume, i muri restano scrostati e sbrecciati, i gradini sono dissestati, modellati da secoli di passi ineguali.
    Strani vicoli come corridoi, salite e discese, mura sconnesse dietro cui spuntano alberi da frutto, orti ai piedi degli spalti. E nelle vie risuonano voci in albanese. Gli albanesi hanno ripopolato un borgo che altrimenti sarebbe morto, mi spiegava prima la signora del bar. La trovo una cosa bellissima.
    Non c’è nulla dell’Umbria iconografica, questa è Italia che vira già verso il sud. Un pezzo di Italia di cinquant’anni fa. Affacciata su queste basse mura, guardo verso la collina, dove in parte il bosco è stato raschiato via per far posto agli ulivi, macchie argentate circondate da mille sfumature di verde. Chissà da dove salirà la strada di domani. Una signora ha trascinato lentamente la propria seggiola nel vicolo ed ora stende le gambe.
    Ho percorso un altro vicolo strettissimo, pieno di fiori, affollato come un salotto di gente seduta che conversava; dopo qualche rampa e molte curve sono arrivata in cima al paese. Vedo una valle ondulata, confusa in una foschia verdolina, sull’orizzonte la riga nera di colli dall’aria inaccessibile e in mezzo una chiazza sottile e lucente, forse un lago. Secondo la cartina dovrebbe essere il lago di Ripasottile ma le colline che lo dividono da qui mi paiono troppo basse. Quante case, anche giù nella vallata.
    Nel cuore della parte “nobile” del paese, dove le volte sono più ampie ed i gradini meglio tenuti, una signora gentile mi ha indirizzato all’ascensore interno al paese, rassicurandomi che “non era pericoloso”. Una catena di ascensori consente di salire dai piedi alla cima del paese, pur lasciandone intatta la struttura. Questa provincia profonda riserva strane sorprese.

    *

    Sono nella chiesa di S. Francesco, che stupidamente all’arrivo avevo scambiato per la chiesa del cimitero. E’ bruttina, piena di cose, ma ugualmente la presenza del Signore prescinde da queste considerazioni.

    Sto cercando di riflettere su questi giorni. Penso che anche l’incontro con Alessandra abbia avuto un senso. Quando ero svogliata mi ha consentito di affrontare la strada senza fatica e di fortificare il corpo, le gambe. E poi, cercando di studiare lei, ho capito meglio me stessa nel confronto. Il mio essere più forte, la sincerità della mia esigenza di solitudine, il mio sapermi organizzare più rapidamente. La mia autonomia sostanziale e non necessitata.
    Riprendo il cammino forse con una maggiore consapevolezza. Ho scoperto la gioia di chiedere. Di condividere la gentilezza altrui. Devo fare tesoro di questa essenzialità nel rapporto con la terra, col cibo, la frutta che mi ha dissetato, l’acqua delle fonti, l’ombra degli alberi. Non posso illudermi di subire (scelta lessicale già eloquente) una conversione improvvisa, ma in questa parodia inconsapevole della vita francescana posso trovare piccoli segni di ciò che è importante e ciò che non lo è.
    Marta, Marta, diceva il Vangelo di domenica ed ora che per un attimo tiro le fila, tutto torna. Devo stare attenta a mantenermi nell’ambito dell’esperienza concreta, i voli emotivi possono gratificare qui, nel silenzio di questo santuario rotto solo dal cinguettio degli uccellini, ma sono semi gettati fra le pietre. Per ora basta. Ho tre giorni per capire che forse non è entrato dal cuore o dalla mente, ma che dai piedi, dalla gola, dalle membra, forse mi è entrato il messaggio di Francesco. E spero che queste parole, scritte qui dentro, non siano arroganti, blasfeme o profane.

    *

    Sono ritornata nel bar di oggi pomeriggio, seduta ad un tavolo che guarda sulle colline basse, ricciute, irregolari come maretta nervosa. In fondo, come incastrata, giace Terni. Soffia il vento, la bassa pressione sta risucchiando l’aria di temporale dal nord. Ho trovato un ristorante, sembra un posto carino, nel ventre di una porta medievale, due falò accesi, l’antro di Mangiafuoco o qualche segreta romana.
    Oggi in treno una signora parlava di un posto dove c’erano rovine, antiche – diceva - romane, o almeno dell’ottocento.
    Mi ci voleva questa giornata di ozio. Domani è San Giacomo e per i pellegrini di tutto il mondo è un giorno di gioia, il culmine dell’anno santo. Che nostalgia.
    Questa è vacanza, questa pace, questa sensazione di armonia, il sole velato, il riverbero sulla collina, le sensazioni insieme acuite e distorte dalla birra. L’attimo bello. Il sentirmi in comunione con le pietre, gli uccelli che si insinuano nelle feritoie, l’insetto che mi si posa sul ginocchio. Il qui ed ora, non condivisibile, non comunicabile.

    Forse sono una privilegiata, chi vive in una foresta di rapporti non prova mai nulla del genere.

    *

    Senza saperlo – il fiuto raramente mi inganna - sono capitata in un locale segnalato dalle osterie d’Italia. Un ambiente carino, profumo di vecchi muri e legna, soffitto annerito e incurvato, antro è proprio la definizione azzeccata. Un numero di osterie d’Italia a mia disposizione, e pane toscano umido, compatto. Mi sono concessa l’antipasto, uovo con tartufo di Norcia e focaccia fatta in casa.
    Un capriccio, il tartufo si sentiva poco, del resto lo scorzone estivo è poco più di un vago profumo, però la focaccia era buona e Brillat-Savarin diceva che l’uovo al tegamino è il piatto più difficile da preparare. La pasta ai fiori di zucca era passabile, sebbene troppo condita e arricchita da quegli inutili pomodorini che hanno sostituito la rucola degli anni novanta. L’agnello era molto buono, cicciotto e arrostito. I dolci niente di che, le solite cose a base di cioccolato e pere e i sufflè, ho passato la mano.
    Un altro di questi locali di nuova concezione, insomma, ibridi fra le trattorie e i ristoranti, dove il senso dell’osteria è mantenuto solamente nell’uso di certi ingredienti o nella rivisitazione di piatti tipici. Ma non basta, secondo me, e rimango con una sottile delusione, nonostante la spesa contenuta, trenta euro, rispetto al tono del locale ed al livello dei piatti.

    *

    Lontano, Terni è un alveare di luci, il cielo è rosa e la tempesta non è arrivata. Dagli ulivi sale l’odore della notte. Le nove, devo tornare a Colmarino. Ho preso un gelato, comprato due paste per domani mattina, chiacchierando coi ragazzi del bar e pendendomi poi di aver divulgato i miei programmi, sarebbe meglio non spiegare che c’è una ragazza che gira da sola per il sentiero, questo non è il Camino. Ma la calma, la compostezza dell’ambiente è tale che questi timori metropolitani giungono solo dopo.

    Percorro la strada per Colmarino, è quasi buio, la luce è solo un chiarore, il cielo è di un grigio perla e quel grigio perla è l’unico chiarore ancora percettibile, il resto sono ombre e foschia.
    Un cane abbaia, anche i grilli tacciono. Strane piste fra le colline, luci bianche indicano forse le strade lontano, un pugno di punti gialli, forse è Rieti.
    Qui di fronte, tre lumini rossi rischiarano una cappelletta, sono arrivata al frutteto. Solo gli ulivi trattengono qualche riflesso argenteo, gli altri alberi sono frange nere contro il cielo sbiadito, la notte scende rapida, sembra portata dal vento.
    Stroncone, giallo, luminoso lontano alle mie spalle, la strada scende fra le colline nere come in una grande buca scura e gli alberi sembrano chiudersi su di me. Nell’uliveto il frinire dei grilli è metallico, più acuto di quello delle cicale.

    *

    Ho fraternizzato per un po’ coi proprietari di questo ostello. Mi hanno mostrato e spiegato il panorama, le luci arancione erano quelle di Narni, il lago era quello di Narni. Hanno ereditato il casale di famiglia ed hanno pensato di adibirlo ad ostello, soluzione meno costosa che impiantare una pensione o un agriturismo. In pratica hanno riempito di letti a castello le stanze e rifatto i bagni, niente altro. Mi hanno raccontato le difficoltà coi vicini per far accettare loro l’idea dell’ostello e la raffica di controversie e denunce che ne sono lo strascico.
    Tra poco dormirò, mi fa male un orecchio, speriamo che regga ancora qualche giorno. Sono sola in questo posto deserto che risuona dei miei passi, tra un attimo andrò a guardare la vallata, anche se la luna sbianchisce lo splendore della notte. Sono rimasta un po’ a osservare le stelle che trapuntavano il cielo nero, ma avevo sonno e stava salendo il vento. Temo per domani, spero di non rimanere bloccata qui dalla tempesta. E’ quasi mezzanotte, ora di dormire.

  8. #8
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    25 luglio 2004 Stroncone - Consigliano

    Dopo una notte tormentata, sono stata blindata dalla signora che ha ripreso a lamentarsi per i suoi guai col vicinato, incurante del fatto che fossero solo le 5,25. Io le ho dato retta ed ho promesso che le avrei segnalato il nome di un avvocato di Terni. Sono fuggita molto volentieri.
    Da Stroncone a Greccio sale un sentiero attrezzato, di cui ho preso ieri in edicola la cartina. All’inizio ho faticato un po’ nonostante il caffè della signora e le due frolle comprate ieri. Sono arrivata ad una chiesina, poco più di un altare riparato da una tettoia, ho fotografato una cornice strapiena di piccole foto tessera, lasciate a mo’ di ex voto.
    La sagoma di una fontanella mi ha illuso, ma ho scoperto che non è collegata: questo percorso è stato sistemato da poco e i lavori non sono terminati. Superata la chiesa infatti, il bel sentiero lastricato si è trasformato in una brutta salita sassosa dove pezzi di asfalto mescolati alle rocce mi hanno indotto a pensare che quella pista sconnessa un tempo fosse una vera strada poi abbandonata e sgranocchiata dalla montagna.

    Il cielo era coperto, l’aria pesante. Mi sono incamminata per una stretta vallata, immersa in un’umidità terribile, dalla forra alla mia sinistra provenivano strani fruscii. Infine il bosco si è aperto in una galleria di carpini, ed ho visto distintamente Stroncone lontano, all’altra estremità della valle.
    Il mio stomaco era ancora sottosopra. Contrariamente all’anno scorso non ho la bella fame selvaggia di allora, mi nutro senza piacere, ingozzandomi meccanicamente di pane e quasi non ricordo ciò che ho mangiato.
    Dopo un’altra sgradevole arrampicata su un ghiaione, ho incontrato un bivio. Ero molto indecisa ma, voltandomi, ho trovato la lapide del “letto di San Bernardino”, una delle attrazioni del sentiero, grazie alla quale ho potuto orientarmi. Al bivio successivo non sono stata così fortunata, le strade erano identiche ed ho imboccato quella di sinistra, che sembrava seguisse la costa della montagna, perdendo così dieci minuti. Ritornata nella direzione giusta, ho ripreso a salire e raggiunto la strada asfaltata. Penso di poter ringraziare l’allenamento con Alessandra, che non si fermava mai, preferendo camminare lentamente ma con un passo costante, mentre io tendo a macinare la distanza fino a stramazzare come i cavalli dei film western. Sono le 7.25 ed ho già percorso 9 km: niente male, 4.5 km all’ora in salita nel bosco…

    Ho raggiunto i Prati di Stroncone poco prima delle otto, la strada è stata abbastanza piacevole, in lieve salita o in piano. Mi sono seduta in un bar ad un tavolino all’aperto. per un caffè ed un bicchiere di minerale. Accanto a me una famiglia romana sovrappeso, con tanto di nonna in stile Aldo Fabrizi, aggredisce enormi maritozzi traboccanti di panna montata, affondando con evidente piacere il viso e impiastricciandosi bocca e mani, come in un film di Ferreri.

    Fra pochi km entrerò nella provincia di Rieti. Ieri notavo che da queste parti la gente è più cupa, meno solare che nella parte alta dell’Umbria e l’accento ha già un che di laziale. La galoppata in salita mi ha spompato, mi sento già stanca come se camminassi da ore. Anche se il baracchino della porchetta e le altre attrazioni sono chiuse, il posto si sta affollando, fra poco inizia la festa patronale – S. Giacomo! - e oggi sarà un giorno di pandemonio, meglio andare, si sta anche alzando il vento ed io sono sudata fradicia.

    *

    Sto percorrendo i Piani di Ruscio, un altipiano chiuso fra le colline, affollato da mucche che brucano pigre i bassi cespugli.
    La strada non ha terrapieno, è solo una pista nell’erba. Questo sì è pellegrinaggio medievale allo stato puro, potrei essere in una scena di Brancaleone, o Lady Hawke, o il Viaggio della sposa. Ora il piano si restringe, le colline si fanno più vicine, mi hanno superato due ciclisti. Sull’erba rasa spuntano folte ginestre, felci, alle mucche si sono sostituiti i cavalli. Qui me li vedo i frati procedere cantando e pregando, come in Francesco giullare di Dio.
    L’aria è satura di umidità e di mosche, la strada serpeggia piana all’ombra di querce grandi e spaziate, come in un bosco delle fiabe, accogliente ma riposto e ombroso. Forse è l’erbetta bassa e così verde ad ispirare tanta familiarità.

    *

    Ho raggiunto il valico, nella foschia intravedevo la valle. Sono arrivata al convento di Greccio alle 9.30, vale a dire in quattro ore. Ora riposo un pochino.
    Visitare il convento non mi ha dato alcuna emozione. Ho avuto l’impressione di esplorare gusci vuoti. Mi disturba l’alone di sensazionalismo con cui vengono mostrate le grotte, il refettorio, il dormitorio, la mensa, di Francesco. Tutti luoghi angusti, freddi, quasi inumani. Quasi a voler strappare a forza il grido di orrore. Penso che sia un’enfasi volutamente anacronistica, le condizioni di vita nel duecento erano molto diverse dalle nostre, ciò che a noi ora appare insostenibile era normale per i poveri di allora. E soprattutto mi sembra un voler ridurre Francesco ad una sorta di fenomeno.

    Ho trovato invece emozionante un ritratto, forse originale, di Francesco che si tiene la mano sull’occhio malato, molto diverso dal giovane sereno con gli occhi chiari che ho visto a Subiaco.
    La campana chiama alla Messa, ma non andrò, devo riprendere il cammino, appena mi fermo mi sento colta da questa opprimente spossatezza, vorrei solo stendermi e dormire.

    *

    All’APT ho trovato una ragazza entusiasta e gentilissima che mi ha coinvolto nel discorso del Cammino di Francesco, questa iniziativa dedicata ai santuari del reatino, io le ho parlato di Santiago. Mi ha dato la piccola credencial che hanno creato apposta per questo cammino. Le ho fornito l’indirizzo del sito di Luciano, le ho raccontato del diario e di Angela e del suo libro e del Camino. Ci siamo scambiate indirizzi e promesse. Adesso vado verso Greccio Paese, poi si vedrà.

    *

    Sono a Greccio, sui gradini sbrecciati a fianco di una chiesa affacciata alta sulla piazza. Poco fa, ho preso il cappuccio meno caro d’Italia con una ciambella all’anice buonissima, friabile e di un bel giallo oro, probabilmente fatta dalla stessa barista.
    Qui sta salendo un corteo nuziale, tra un po’ arriverà la sposa. Chissà perché ai matrimoni gli uomini si abbigliano come comparse ad un film di mafiosi e le donne come protagoniste di un’opera lirica.
    La gente sale fra gli alberelli di limone ornati di tulle e mi guarda perplessa. Io, esibizionista come sempre, ricambio i loro sguardi con aria di sfida. In basso, sulla piazza raccolta nel grembo di queste colline, una fontanella da cui sgorga acqua buonissima.
    La sposa non arriva e quasi mi sento contagiata dalla frenesia dell’attesa. Ma ho ancora due o tre ore di cammino e sono le dodici meno un quarto, anche a costo di farmi linciare dalla folla per avere incrociato la strada della sposa, andrò.

    *

    L’ostello di Consigliano è accogliente, pulito e deserto, una villa dai soffitti affrescati immersa in un parco. Il percorso non è stato né brutto, né faticoso, anche se ho faticato a ritrovarmi con le indicazioni ed ho dovuto chiedere più volte.

    Scesa da Greccio, ho costeggiato la sinistra abbazia romanica di S. Pastore. Una costruzione piuttosto grande, deserta e recintata. Le finestre sembravano cieche, anche se alcune avevano già i vetri, il recinto pullulava di cani aggressivi, non mi sarei stupita se il posto fosse il rifugio di qualche setta nazista che progetta di conquistare il mondo.
    Ho sbagliato un bivio ma l’ho ripreso subito e mi sono trovata in un cunicolo soffocante, chiuso fra le mura dell’abbazia e una parete di alberi, dove per la prima ed unica volta in questo viaggio ero un po’ inquieta. Mi sentivo come avvolta in un’atmosfera maligna. Mi aspettavo da un momento all’altro di imbattermi in un pazzo armato di sega elettrica.
    Poco dopo sono entrata in un boschetto, ancora qualche errore – in questa tappa le indicazioni di Angela si sono rivelate troppo approssimative – e in un paio d’ore eccomi qui. Il paese antico è lontano, in alto.
    Mi piacerebbe un temporale, che attribuisse un senso a questo cielo coperto. Ho fatto una doccia ma continuo a sentirmi lo stomaco chiuso come un pugno. Ho sonno, del resto è domenica e sono in piedi da undici ore. Mi ha chiamato la Michela e abbiamo chiacchierato e riso dieci minuti.

    *

    Ho dormito fino alle cinque poi ho fatto un po’ di bucato, mi sono aggirata fra le sale dell’ostello, enormi e silenziose, mandandomi messaggi cretini con la Michela e sentendomi molto felice. Poi sono salita alla parte alta del paese e ho vagato per le stradine fiorite, osservandone archi, case, porte, gradini.
    Come a Stroncone, nessuna leziosità, nessuna belluria. All’ingresso del paese, una chiesa enorme, sproporzionata, barocca. Ho preso un pezzo di pizza bianca e temo che questa sarà la mia cena, perché non ho trovato ristoranti.
    Mi piace questo paese, i quartieri formano agglomerati distinti, ciascuno raggruppato attorno ad una chiesa, non ci sono bar perché la strada è un unico salotto, con le persone sedute a gruppi sui gradini o sulle sedie a chiacchierare.
    La pianura davanti a me è una bassa scodella verde scuro, grandi pascoli si estendono fino al limitare del bosco, punteggiati da cascine sparse qua e là. La chiesa è costruita su di un bastione poderoso: il paese era una fortezza, oggetto di un assedio di cui ancor oggi si celebra la ricorrenza, dovunque vi sono fiori.
    Il colore è un alternarsi di giallastro, grigio e rossiccio, attorno i muri hanno tutte le pietre a vista, mescolate con calce, senza intonaco. A volte sulla pietra domina il mattone, mattoni sottili e lunghi, rosso cupo.

    Sono ridiscesa ed ho trovato un ristorante lungo la statale. Poiché era presto, mi sono consolata con una birra media dalle dimensioni di una piccola, assaporata in un bar affollato di ragazzi, in una terrazza coperta che lasciava intravedere il cielo striato grigio e azzurro.
    La gente qui non ha nulla della bonomia degli umbri. Mi sembrano scostanti, certe donne scrutano con sguardi obliqui, diffidenti. Anche le persone più gentili mantengono una durezza di fondo, una strana scabrosità. La lingua è ormai apertamente laziale.
    Domani andrò a Rieti, almeno spero. Ecco, l’ennesima differenza col Camino: questo percorso rimane un susseguirsi di tappe, non ti possiede, come fa invece il Camino.
    Forse il fatto di essere in Italia, forse la costante possibilità di prendere un treno o un bus. O semplicemente perché il Camino è unico. Ho progettato cosa fare dopo Poggio Bustone, se ci riuscissi sarebbe bellissimo. Voglio arrivare a Leonessa e poi da lì risalire fino a Cascia.
    Oggi pensavo a quanto è differente il camminare nei boschi e in piano, in salita e in discesa. In piano ciò che conta è la distanza, lo spazio è esteso, visibile, mentre nel bosco appena si vede il passo successivo, lo spazio è tortuoso, mutevole.

    Al ristorante ho preso un piatto di maltagliati di sola acqua e farina, scivolosi, compatti, con un sugo a base di carciofi, funghi e olive, una meraviglia. E poi una porzione enorme, davvero laziale. Dalla televisione sopra il mio tavolo hanno trasmesso i festeggiamenti a Santiago, c’era anche il re Juan Carlos, che è salito alla statua dell’apostolo, ho visto il botafumeiro, i fuochi che oscuravano le torri della cattedrale, che commozione. Ed io qui, così lontana.

    Insieme all’agnello scottadito mi hanno portato una splendida focaccia calda. Ma ora devo andare, anche se vorrei finire di vedere la terribile Elisa di Rivombrosa, dialoghi grotteschi e recitazione legnosa. Eppure, in questo salone da trecento coperti, affollato da non più di otto persone, me compresa, il romanzone mi ha fatto compagnia e mi dispiace abbandonarlo. Però sono le nove, si sta facendo buio e devo ancora pagare l’ostello.

  9. #9
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    La perturbazione che ieri ha devastato il nord sta per rovesciarsi sul centro, spero di non bagnarmi troppo domani. Dal cortile si sente il chioccolio dell’acqua che scende nella fontana. Tornando dal ristorante mi sono resa conto che in questo paese il suono più intenso e ricorrente era quello delle voci che uscivano dalle finestre, dai giardini, dalle strade, non quello delle auto. Quanto è antimoderno tutto ciò.

    26 luglio 2004 Consigliano – Rieti

    5.30, eccomi per strada, il cielo è limpido ma l’alba è lontana, il paese è una massa opaca, solo a est l’azzurro si fa trasparente, mentre le nuvole nere, forse, si allontanano verso sud.
    Non ho molta voglia di salire, ma così è. Dal paese sono discesa, risalita ed ora riscendo in una via molto buia nel bosco che ora costeggia un vigneto, il fronte delle nubi sembra avanzare verso di me.
    Le indicazioni di Angela continuano ad essere approssimative, ma adesso mi aiuto anche coi cartelli del Cammino di Francesco. Presso una cascina tre cagnini mi hanno aggredito, bellicosi. Sembravano appena usciti da un film di Walt Disney, uno nero, uno bianco uno rosso. Li ho ignorati ed ho proseguito.
    Al termine di una salita sfiancante ero già fradicia di sudore, benché fossero solo le sei. Ho tolto la maglietta più pesante ed ho ripreso, ma la sudata mi ha fatto bene, mi sentivo molto meno un relitto, sono persino riuscita a mandare giù una pasta frolla comprata ieri in gelateria.
    Una pausa brevissima su una spianata affacciata su questi colli reatini, prevedibilmente più cupi, meno coltivati, coperti da un’impenetrabile coltre di alberi verde scuro. Alle mie spalle il sole ha sbriciolato il fronte nuvoloso ed ora sorge, libero e giocondo. Sono le sette meno venti, forse sulla nazionale troverò un bar. Quanto mi sembra lontana l’Umbria, a pensarci.

    *

    La salita fino al paesino di S. Elia è stata micidiale, forse ho esagerato l’andatura, fatto sta che mi sento assurdamente debole. La piazza di S. Elia è dominata da un enorme abside, addossato ad una stamberga cadente, sembra di essere dentro un quadro di rovine settecentesco. Al posto del pastorello, nella piazza si aggirava un grosso signore pelato che spazzava i residui della grande festa patronale che stanotte si è protratta sino all’alba. Ancora S. Giacomo.
    I due bar del paese erano, naturalmente, chiusi. Del resto in paese tutti gli abitanti dovevano essere collassati a letto a riprendersi dall’orgia appena terminata.

    Da S. Elia sono scesa fino a Fonte Colombo. Il convento di Fonte Colombo mi è piaciuto più di Greccio. Facile definire suggestivo un eremo francescano, ma qui le testimonianze materiali della vita del santo appaiono meno melodrammatiche del solito, l’atmosfera è più forte. Forse sono rimasta colpita dai ricordi dell’operazione agli occhi, forse perché la cappellina della Maddalena preesisteva e noi ci poniamo come lui, spettatori in quel luogo carico di intensità.
    Dal retro dell’eremo si scende lungo gradini che portano ad una serie di cappellette. Un cartello spiegava come S. Francesco avesse fatto tacere gli uccellini che disturbavano la sua preghiera e come essi tacciano ancora oggi. Non un solo cinguettio infatti si levava dagli alberi.
    Mi sono scalzata nella cappella di San Michele, una grotta riadattata con una finestrella da cui sembrava entrare l’intero bosco, tanto forte era il contrasto fra il verde vivo di quel riquadro ed il bianco delle rocce, appena passate con la calce. Ero lì, un po’ persa nei miei pensieri, quando sono entrati sette o otto giovani frati, alcuni ospiti ed altri del convento. Mi hanno guardato – orrore, una ragazza semisdraiata e a piedi nudi nella loro chiesa – ed hanno finto di ignorarmi. Gli ho sorriso, godendo crudelmente del loro imbarazzo. Nessuno mi ha chiesto chi fossi, se volessi un po’ d’acqua.
    Dopo un po’ sono risalita all’eremo, ho terminato di guardarmi attorno, ho timbrato la piccola credenziale ed ho preso un sentiero in terra battuta che scendeva nuovamente per il bosco.
    E’ difficile per me, soprattutto lungo un cammino, fermarmi in raccoglimento. L’impeto ad andare, l’adrenalina del cammino, la concentrazione sul percorso, mi sento come quel moscone che non a caso ronzava nella cappella della Maddalena e mi ha seguito nella chiesa dell’eremo.

    Sono seduta all’ombra di un cespuglio, lungo la discesa da Fonte Colombo, circondata da arbusti di menta e rosmarino. Appena mi muovo, i profumi salgono in complesse miscele. Mi sono addormentata fra la menta, i sassi e l’erba secca, cullata dal canto delle cicale ed il rombo dei camion che sale dalla superstrada, con la testa appoggiata alle scarpe. Levarsi le scarpe è come entrare in casa, ogni spazio diventa un salotto, un letto. Ho dovuto costringermi ad una sosta ed appena si è interrotta la corrente, sono crollata. Ora devo riprendere il cammino, la piana di Rieti è proprio qui sotto. E’ una terra di miracoli questa, capace di trasformare un angolo della strada in un cantuccio accogliente, muscoso e profumato di erbe odorose.

    *

    A volte, quando riprendo, riposata, nel pieno del cammino, e vedo la mia ombra, bella, massiccia, con lo zaino e la bandana, e sento la strada sotto i miei piedi, e la prospettiva che ce ne sia ancora tanta da percorrere, mi sento completamente soddisfatta, realizzata, felice.

    Poche curve sassose ed eccomi in pianura, di fronte ad una stranissima piantagione di alberi da frutto, collegati fra loro da neri tubi di irrigazione a formare un gigantesco reticolo. Intravedo la nazionale, e non ci sono alternative: arrivare a Rieti sarà lunga e rigida, il sole picchia.
    Mentre camminavo lungo la nazionale mi sono imbattuta in un vagabondo slavo, abiti laceri e scarpe rotte, con cui ho diviso l’ultima acqua. Mi ha ringraziato ed augurato buon viaggio.

    *

    Solo un istante. Sono a Rieti, su una panchina accanto ad una fontana di acqua freschissima, a momenti esploderà il temporale. Non ho trovato posto nel convento – e per scoprirlo ho scalato invano la collina di S. Antonio – ma scendendo, ho trovato un baracchino che vende la porchetta di Poggio Bustone. Adesso assaporo questa meravigliosa porchetta, grassa, morbida e speziata, in una pioggia di foglie, fra i vortici e i tuoni, sentendomi molto, molto pellegrina. All’inizio del viaggio sapevo che sarebbe arrivato un momento come questo, in cui il qui ed ora avrebbe contato mille volte più della preoccupazione per il futuro. Non ho un posto dove dormire, sta per piovere, e invece di affrettarmi da qualche parte, indugio sulla panchina a scrivere ed assaporare la porchetta. E mi sento così bene.
    *

    Dopo ore e ore di ricerca infruttuosa e frustrante, ho ripiegato sull’albergo che avevo notato al mio ingresso in città. Al monastero cui ho telefonato per primo non c’era posto, da lì le suore mi hanno fatto rimbalzare da un convento all’altro. Suore, suore, suore, suore, suore! come nella canzone di Ricky Gianco. La più gentile, una clarissa baffuta che mi parlava da dietro una grata e – l’unica - mi ha chiesto se avessi pranzato. Dacia Maraini dice che “hai mangiato?” è la più grande delle frasi d’amore.
    Certo, ho sfiorato un mondo, colto rivalità e ascoltato i commenti salaci di un ordine nei confronti dell’altro. Sono persino riuscita a fare una gaffe con la superiora delle Clarisse di San Francesco, che mi consigliava di rivolgermi al convento di S. Lucia. Ingannata dal fatto di averla trovata in chiesa e non dietro una grata, le ho chiesto se mi indicava la strada e lei mi ha risposto, non sono di Rieti e non sono mai uscita da qui. Mi sono sentita gelare. Mai. Uscita. Da qui. Ho varcato la porta della chiesa – io che potevo - quasi di corsa. Quando finalmente l’ho rintracciato, ho scoperto che il convento di S. Lucia era adibito a museo da dieci anni…

    Alla fine, estenuata, dopo essere stata respinta dal Divino Amore, dal Bambin Gesù, dalle Clarisse di San Fabiano, da quelle di S. Francesco, dalle benedettine, dalle Clarisse Apostoliche di S. Lucia, ho guccinianamente detto “al culo tutto il resto” ed ho telefonato all’albergo. Mi sentivo sottilmente a disagio, come per una sconfitta. Ma i piedi mi facevano male e non sapevo più a che santo – o suora - votarmi. Per compensare, salterò la cena, mi farò casomai un altro panino con una birra.

    Sono seduta nell’erba, sulla riva del fiume Velino. Poco fa, quattro anatre si sono avvicinate facendo schioccare minacciosamente i becchi, poi qualcos’altro ha attirato la loro attenzione e sono fuggite. Ho girato Rieti, cercando le solite cose, una birreria, un posto dove comprare cibo, qualche angolo da fotografare. Ho preso un pezzo di pizza ed un gelato, ho comprato pane e pecorino, ho esplorato tutte le strade del centro da un estremo all’altro, studiando l’ennesimo volto della provincia italiana. Qui sono più aperti che nei paesi, le persone sembrano più simpatiche.
    Tanti giovani, una bella libreria, tanti bei vestiti, però i negozi di vestiti e scarpe sono dovunque, quelli di cibo sono prevalentemente più vecchi e radi. E questo è un segno di morte. Le case sono strette e alte, tutte intonacate, anche se qui attorno nessuna supera i canonici tre piani. Ma queste descrizioni supponenti e superficiali mi hanno stufato, basta.

    Scende la sera, dal fiume arriva odore di acqua e alghe, sembra di essere al lago, all’improvviso non c’è più nessuno.

    *

    Sto mangiando una grossa fetta di anguria, servita col limone, sotto una tenda in piazza della Repubblica. Peccato che non ci sia nessuno, ma l’anguria è buona e la situazione – così popolare, così normale - troppo libidinosa. La televisione a palla del signore che vende le angurie rende ancora più piacevole il tutto. Ma come tutte le più belle cose, anche la mia fetta è terminata, sono un po’ stanca, andrò. La notte è fresca, per i temporali e l’umidità di queste colline selvagge. Da lontano,oltre il fiume, arriva la musica di un concerto.

    27 luglio 2004 Rieti – Poggio Bustone

    Stamattina il risveglio alle cinque è stato duro. Il letto era comodo, avevo dormito poco: quanta voglia di spegnere la luce e dormire fino alle otto.
    Poi ho resistito, mi sono alzata, ho pagato l’albergo e, appena ho preso a camminare, è stato come se mi fossi tuffata in acqua e nuotassi via, come le anatre di ieri.
    Sono arrivata al santuario della Foresta abbastanza rapidamente, la strada era asfaltata, la pendenza dolce ed io ci ho dato dentro. Purtroppo è presto ed il santuario è chiuso. Il luogo è molto bucolico, si apre su di una valletta coltivata ad orto, armoniosa come una stampa settecentesca, mentre dall’altra parte il santuario si affaccia sulla pianura e le colline circostanti. Ho terminato i biscotti di Sansepolcro, ho letto un po’ e adesso, di malavoglia e infreddolita, mi avvio. Come l’anno scorso, non so risolvere questo conflitto. Questa disciplina – alzarsi presto, camminare fino a sfinirmi – mi pesa, eppure non riesco a farne a meno. Il desiderio di oziare, riposarmi, attardarmi, è un desiderio fasullo, ma non per questo meno tormentoso.

    *

    Una brutta discesa nel bosco, il sentiero era fradicio e fangoso, alla fine anche ostacolato da un albero caduto. Ho proseguito ed ho trovato i familiari cartelli marroni, poi sono sbucata su una carrareccia bianca, che mi ha portato dolcemente su e giù per queste colline. Ho chiamato il mio capo - non ci sentivamo da prima che partissi - ed Anne e le conversazioni mi hanno accompagnato lungo la bella e panoramica salita fino qui.
    Mi trovo in una frazione idilliaca di Cantalice, sulla cresta di una collina a pascolo e vigneto, dall’altra parte affacciata sulla pianura. Le nuvole basse indugiano, ma il sole è già caldo. Sono seduta al tavolino di un bar sulla strada. Ho preso un cappuccio e letto il giornale, me la sto prendendo comoda ma è il solo modo di recuperare un po’ di entusiasmo, sono le nove e cinque.
    Mi sto rilassando troppo, è il momento di rimettere le calze e andare. Poggio Bustone è lontano, schiacciato su una collina qui di fronte, ai piedi di montagne spaventosamente alte che non so come farò a superare. Ho stupito il barista ordinando un caffè dopo il cappuccio, ma avevo bisogno di tenermi su, oggi gira male.

    *

    Cantalice è stata una sorpresa, schiacciata contro le rupi bianche, una piazza sovrastata dal castello e affacciata su una fuga di tetti. Scendere lungo il dedalo di scale ad angolo retto è ancora più bello, ad ogni gomito, un cortiletto, un portoncino, un arco. Passo sotto un festone natalizio ormai secco, rami di pino decorati di nastri bianchi.

    *

    Il cielo è un po’ coperto e la strada non è male. Ad un bivio, io ed un cagnino nero desideroso di giocare abbiamo sbagliato direzione. Siamo ritornati, ma anche il sentiero parallelo, che correva sul ciglio a mezza costa, mi lasciava perplessa. Ho rimandato a casa il cagnino, ed ho proseguito. Il sentiero, stretto e impegnativo ma gradevole, era stato ripulito di recente, i cespugli tagliati, i rami potati, tutto per renderlo praticabile. Mi affascinava osservare l’opera di chi l’aveva riaperto, gettando pietre nei punti instabili, segnando i rami che ostacolavano il passaggio, spargendo paglia e foglie sul percorso. Alla fine sono sbucata sulla strada asfaltata che mi ha portato ad un minuscolo gruppo di case e poi si è rituffata nella macchia. Un’altra differenza col camminare all’aperto è che nel bosco il singolo passo ha una sua rilevanza, gli ostacoli si susseguono, la concentrazione è maggiore, non è possibile cogliere d’insieme la distanza.

  10. #10
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    Ho ripreso a salire, faticosamente, per un sentiero infestato da insetti particolarmente aggressivi. I segni del Cammino di Francesco agevolano moltissimo l’andare. Non sono numerosi ma nei punti critici è sempre possibile trovarne e risolvere le indecisioni, al punto che anche la loro assenza è eloquente.
    Alle 11.20, terminata una salita ho imboccato un cammino a mezza costa ed ero già in vista del paese. Era presto così mi sono fermata a sgranocchiare un po’ di Biancorì.
    Dopo una curva, sono arrivata ai piedi di Poggio Bustone, sparso a ventaglio sulla vallata, miscuglio di pietra, intonaco e cemento armato.
    Finestre, finestre, finestre, tutte dirette verso il meraviglioso panorama di fronte. L’ultimo tratto è stato faticosissimo, basta la minima pausa a spezzare le gambe, anche se a posteriori non sembrava questa gran salita. Sono salita ancora e ancora, stupendomi per quanto fosse alto questo paese… Ad ogni rampa ne susseguiva un’altra, ancor più ripida.

    Mi sono seduta un istante sulla panchina di fronte al monumento ai caduti delle due guerre. E’ straziante vedere quanta gente sia morta in paesi così piccoli, vedere i medesimi cognomi ripetersi due, tre, quattro volte e più. Trentatre caduti solo nella prima guerra mondiale, più dieci per cause di servizio, mentre nella seconda, diciassette soldati, undici partigiani e sei civili Fra marzo e aprile 1944 devono esserci state rappresaglie, perché i partigiani sono morti tutti in quei giorni.

    Al termine dell’ultima salita ho raggiunto infine il santuario. Il posto è carino, incastonato nella collina al limitare del bosco, il frate mi ha dato una bella stanza dove ho steso il sacco a pelo. E’ l’una, ora dormo, poi mi riprenderò, andrò in esplorazione, visiterò il paese e cercherò di capire se la cosa di domani è fattibile.

    *

    La terrazza del bar è gremita di uomini che chiacchierano e giocano a carte. Anche questo è un bel paese, vivo, pieno di gente che sale, scende, si saluta, risale e riscende per queste vie che sono anche cortile, gallerie, ballatoio, simili ad un disegno di Escher. Prevalgono gli anziani, ma non mancano giovani, bambini, uomini. Resto tuttora indecisa sulla strada da percorrere domani. A furia di chiedere qua e là mi sono fatta un’idea.
    Dalle cartine ho realizzato che Leonessa giace in linea d’aria a pochi chilometri nella valle parallela a questa, ma non esiste una strada diretta, è necessario ripercorrere tutta la vallata sino all’imbocco e risalire la valle di Leonessa, il tutto per circa una trentina di chilometri di nazionale. E’ tutto il pomeriggio che cerco di scoprire se esistano invece sentieri che scavalchino il crinale e raggiungano la provinciale che dal Terminillo scende a Leonessa. Nella cartina questi sentieri risultano, ma volevo capire che tipo di percorsi fossero, se fossero tracciati bene, se fossero segnati, se vi fosse rischio di smarrirsi o addirittura cadere. Purtroppo non c’è una pro-loco, ed ogni persona cui chiedo mi rimanda a qualcun altro. Vedremo.

    *

    Appena alzata sono salita allo speco di S. Francesco. La strada si dipartiva dal santuario, lunga e durissima, una successione di gradini alti e stretti per un dislivello di oltre cinquecento metri. Lo speco era una chiesina scavata nella roccia, un posto straordinario, protetto da una rete entro cui erano incastrate centinaia di croci fatte con rametti legati fra loro. Sono rimasta un po’ all’interno, sbrecciato, pieno di muffa e umidità, da fuori arrivava il mormorio della conversazione di due ragazzi francesi ospiti del monastero.
    Nel corso dei giorni la persona di Francesco ha assunto spessore, come se tutti questi cimeli, in sé vuoti, accumulandosi restituissero un’ombra della persona di questo santo eccezionale.
    Il libro di Angela riporta anche molti brani significativi della sua vita e delle sue parole e alla fine, non già, come credevo inizialmente, nei paesaggi, bensì nei luoghi, negli episodi, ho iniziato a percepire qualcosa. Salendo a questo speco, così lontano, così impervio, pensavo a quanto più impervio doveva essere ottocento anni fa, ed alla futilità della ricerca di solitudine in un tempo in cui ogni angolo garantiva la quiete.
    E come, riunendo i punti di un disegno che ripercorro ormai da dieci giorni, ho realizzato nel cuore la grandezza di Francesco. La sua totale consapevolezza di essere una creatura di Dio e la coscienza della sua vita condotta con tale consapevolezza. In Francesco forse si compie l’unione fra uomo e Dio.
    Il suo rinnovamento del messaggio cristiano è così evidente, e la modernità della sua opera. Non c’è nulla di medievale nel suo modo di concepire la fede: è come se il Vangelo fosse ripulito, attualizzato, o meglio: in Francesco, l’attualità del Vangelo risalta come un cristallo nella polvere.

    Ha ragione Angela, solo alla fine si capisce il disegno. Vorrei forse ricominciare. Però se arrivo, se ce la faccio domani a raggiungere Leonessa, ho ancora tempo. Vorrei tornare ad Assisi. Domani sarà la giornata decisiva, per questo è essenziale non sbagliare itinerario.

    *

    Sono ridiscesa in paese. Di fronte a me la pianura, così apparentemente vicina, l’aria sta rinfrescando ed io ancora una volta non so cosa fare, se andare a fare la spesa, comprare allo spaccio quella ricotta dall’aspetto tanto accattivante e ingozzarmi di schifezze oppure tenere duro e andare al ristorante qui accanto. Quanto sono brevi le illuminazioni e quanto è facile lasciar rifluire la mente fra queste rassicuranti banalità. Eppure è così e non so impedirmelo.

    La quiete induce come sempre alla beatitudine, le voci sono un mormorio, la luce si addolcisce, dal bar esce la musica di un juke box, in questi momenti nulla mi importa, se non – vagamente – l’idea di riempirmi lo stomaco.
    Tutto è come rallentato, ondeggia al ritmo del vento, gli alberi, le voci, la musica, i movimenti delle persone. Le cadenze qui sono più umbre che a Contigliano e, del resto, dalla cartina si vede che l’Umbria è più vicina. Mi sento decisamente infreddolita, e non ho nulla con me oltre alla maglietta che indosso.

    *

    Sono passata dall’eremo per indossare qualcosa di pesante ed ho chiesto informazioni al frate pelato, accento toscano, pantaloni coi tasconi e solo un tau per indicare l’abito. Non mi ha saputo aiutare e mi ha suggerito di chiedere al ristorante.

    Ogni titubanza vinta, mi sono quindi diretta al ristorante. L’antipasto di salumi è sontuoso, il pane ha la crosta durissima e la mollica compatta e umida, il primo salume, forse una mortadella di Campotosto è aromatizzata al finocchio ed ora assaggio il resto. Il salame è un ciabuscolo stagionato, sa di pepe e di qualcosa a metà strada fra il tartufo e il sapone, buonissimo. Anche la coppa ha un lieve sentore di finocchio, mentre la schiacchiata sa più di selvatico. Insomma mi sto godendo ogni cosa, anche il prosciutto, salato e saporito.
    Le tagliatelle erano molto buone, con la consistenza elastica della pasta fatta a mano, poi ho preso la salsiccia alla griglia e la cicoria ripassata col peperoncino.

    Il padrone del ristorante è stato molto gentile, ma non mi ha saputo dare molte informazioni. Secondo lui è possibile salire lungo la strada fino a Fonte Petrignana e da lì dovrebbe essere possibile trovare le tracce dei sentieri che portano giù alla strada per Leonessa. In ogni caso non era sicuro nemmeno lui e mi ha dato il numero del soccorso alpino, non si sa mai…

    *

    Sono alla finestra, la luna è alta nel cielo e diffonde una luce livida, che sbianchisce ciò che è bianco e non illumina ciò che è nero. Sotto, i cespugli dondolano come alghe alla corrente, cantano i galli e un cane abbaia, lontano.
    Alla mia sinistra subito la montagna, nera, irta di crepacci; dal corpo del convento sale il suono di acqua e di passi, le luci si spengono. Lontano, scorgo Rieti, le stelle sono pallide, alcuni alberi sono fili d’argento intessuti nell’ordito più oscuro. Il vento mormora e il fruscio delle foglie si mescola col gocciolio dell’acqua. Il vento sale a folate, le foglie sembrano dibattersi. Sono le dieci passate, chiuderò la finestra.
    Lo zaino è pronto, posso stendermi nel mio magnifico sacco a pelo, al riparo del vento che monta sempre più rabbioso. Dormirò.

    Al resto, ci penserò domani.

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