Come può una persona che ha le frecce gialle dipinte nel pilotis sotto casa, e che vede tutti i giorni, non aver mai sentito parlare del cammino di Santiago? Eppure è stato così: non ne ho mai sentito parlare direttamente, ho solo letto. Sono stata folgorata dal diario di Stefano e dall’anima di questo forum, che è l’anima di tanti di voi. Anima che è stata sempre visibile da quando mi sono iscritta, un po’ più o un po’ meno a seconda dei momenti, ma comunque sempre presente. Come se le vostre parole riflettessero una luce… Così ho pensato: non ti giri a cercare il Sole? …e sono partita! È stata un’esperienza bellissima, oltre ogni mia aspettativa, era come sentirsi a casa. Un po’ dopo il ritorno ho desiderato condividerla, per quanto possibile, con chi mi ha fatto innamorare del cammino e aiutato nei preparativi. Anche le parole che non avevo sono arrivate e mi sono commossa: avevo ancora tanto da tirare fuori. Del fiume in piena vorrei lasciarvi qualche frase che racconta un po’ di me e qualche foto...

Tanto tempo a sognare il cammino, a informarmi, a pensare al mio cammino quotidiano, al cammino che devo intraprendere nella mia vita. Le decisioni che prenderò questi prossimi anni so che saranno importanti e che segneranno probabilmente buona parte della mia vita lavorativa e familiare. La voglia di ritrovarmi forte come lo sono stata finora, la voglia di ritrovare la parte migliore di me stessa. La voglia di iniziare una nuova vita, la mia vita da piccola donna insieme al mio grande uomo. Abbiamo deciso di fare questo cammino assieme. Perché vogliamo camminare "juntos": il vocabolario traduce “assieme”, ma quando ci è stato detto per la prima volta a Gonzar, io ho tradotto con l'intuito “uniti”… e mi piace di più!
Non pensavo di cercare qualcosa quando ho iniziato a sognare il cammino, ma cercavo la forza dentro di me. E la volevo cercare anche dentro di noi.

Ricordo i lavoretti nei fine settimana invernali per finanziarmi l'equipaggiamento e il viaggio; le piccole discussioni con mio padre che non è d'accordo e non crede che sia un'esperienza adatta al mio fisico e alle mie comode abitudini; i biglietti aerei presi da febbraio per maggio perché “costano poco e non si sa mai”, fissati subito dopo la mia laurea... La laurea che ancora non c'è, è prossima, ma mi pesa tanto questo periodo e questo ritardo... La decisione di fare questo cammino a maggio presa concretamente una settimana prima di partire per la paura di rubare troppo tempo allo studio... La voglia di fare questo cammino ora, di non rimandarlo. Ancora qualche dubbio, qualche camminata dietro casa, più per voglia di camminare e di liberare la mente che per volermi allenare.

Ecco, tanto tempo a sognare, a prepararmi (più di testa che di gambe a dir la verità), eppure mi ritrovo come improvvisamente sul cammino, come se tutto quello che avessi letto o fatto fosse niente. Siamo partiti da Astorga. Sono stati 14 giorni intensi, di cui 10 e mezzo di cammino, ma sono stati un soffio. Il mio fisico ha reagito bene: tanto appetito, nessuna vescica, qualche capriccio dell’alluce valgo e della testa del femore, ma bastava un cuscino sotto le ginocchia per addormentarmi. Sette o otto giorni di pioggia, spesso leggera, a volte un po’ meno. Una ragazza si gira “granito”: grandinava… Ogni tanto sole, sempre al momento giusto. Tanto fango, tanti silenzi, il ritornello quotidiano di rime sceme in spagnolo-veneziano ripetute a due… tanta pace ovunque. Io ho il pregio/difetto di non accorgermi di ciò che stona, oppure sono talmente fortunata da non imbattermi in questo quasi mai, oppure non mi soffermo e vado oltre. Nessuno che russa, neanche se siamo in camerate da 60 posti. La stanchezza c’è, ma è una stanchezza piacevole. A casa, nel mio letto e con tutte le comodità non dormo così bene. Nessun ricordo negativo in particolare. Solo sarei voluta rimanere ancora un po’. Il ricordo più bello sono dieci minuti di salita verso il Cebreiro. Da quel momento il cammino è cambiato un po’ per me. Fino ad allora mi fermavo spesso: mi aggiusto le scarpe, cambio le calze, prendo qualcosa dallo zaino, faccio una foto. Io che dicevo: “vai, non mi aspettare, ci vediamo più avanti” e lui che si fermava ogni volta, quanto è stato paziente! Poi una piccola incomprensione, non ricordo neanche per cosa, e mi trovo a camminare da sola verso il Cebreiro. Ne avevo bisogno. Dieci minuti e solo i miei passi nel fango e nel silenzio. Ricordo ancora bene quel momento. Riempio gli occhi del viola delle vallate. Poi una vicenda che vorrei tenere per me e qualcosa scatta. Ora sento che sarà il nostro cammino, che è importante per me che mi aspetti. Da quel momento ho sentito la necessità di fermarmi meno frequentemente, abbiamo trovato davvero il nostro equilibrio e ho vissuto il cammino, come dire, più sciolta, senza preoccupazioni…Quello che doveva accadere sarebbe accaduto. E il caso ha voluto che, per motivi diversi, ci siamo trovati le 4 notti successive a compartire lo stesso letto. Sono stata felice che fosse rimasto solo un ultimo letto, due volte; sono stata felice di svegliarmi alle 2 per il freddo e portarmi il sacco a pelo sopra nel suo letto per scaldarmi; sono stata felice di non aver trovato posto in albergue e di aver proseguito di appena un km perché inaspettatamente una signora anziana ci ha aperto le porte di casa… e ci ha dato un solo letto, questa volta grande!


Tutto il resto è stato il nostro cammino. Questo che ho raccontato è stato il mio cammino. Quello che mi è rimasto dentro. Il senso di comunione fraterna che si respira, al di là di ogni apparenza, di ogni età, di ogni credo, di ogni nazionalità ed estrazione sociale. Gli incontri, la corsa per un abbraccio, il rispetto, la serenità nel viso delle persone, i segni della Fede portati nel lavoro, come le croci sugli horreos e l’ospitalità. I silenzi, i paesaggi, la Messa del pellegrino a Triacastela, l’arrivo a Santiago, la scritta con le conchiglie a Finisterre, il vasetto di miele ripulito con le dita e gli yogurt spremuti.

Un frammento di un mondo migliore, in cui tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri, ognuno con la sua diversità. Un mondo in cui l’uomo non sia ossessionato dal voler controllare tutto: in cui ci sia ancora un piccolo spazio per la Provvidenza divina e umana. In cui si voglia ancora correre il rischio di metterci nelle mani degli altri e di sentirci impotenti e fragili. Come quando eravamo bambini.

Mi piace pensare all’umanità nella storia come un unico popolo in cammino. Il cammino non sono le strade da percorrere, ma la nostra vera essenza che dobbiamo ritrovare: ognuno la sua e tutti insieme quella dell’umanità. Ogni vita è una strada da percorrere, ma non esiste che una strada. I due estremi di questa strada sono la Creazione e l’Umanità Unita, che spero un giorno riuscirà ad esistere su questa terra. Allora ogni uomo di ogni tempo sarà riuscito a terminare la propria strada. Arriviamo se tutti arriviamo. Se non la percorriamo assieme ci perdiamo.








Ora il cammino sulle strade di Santiago è finito. La forza dentro me stessa la devo trovare adesso. La forza di diventare quella che voglio essere, di essere migliore. Però il cammino mi ha insegnato che questa forza non la potrò trovare da sola. Ho bisogno degli altri e spesso uno sconosciuto può esserti tanto vicino da donarti ciò di cui non pensavi di avere bisogno, e che invece è vita.

Un grazie ancora a Stefano per aver fatto sì che la voglia di condividere con lui che mi hai aiutato all’inizio si sia trasformata in parole, utili per tirare fuori da me altre emozioni finora non liberate.