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Discussione: Donatella: cammino aragonese

  1. #1
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    Donatella: cammino aragonese



    Una settimana sul Cammino Aragonese

    Ciò che ho sperimentato in questo mio terzo cammino è stata la mutevolezza. In sette giorni ho compreso la rapidità con cui la strada cambia la percezione delle persone, delle situazioni e anche di sè. L’accumularsi ed il disfarsi di opinioni e pregiudizi.

    L’Aragonese è un cammino collaterale, una via di pellegrinaggio percorsa anticamente da chi – come gli italiani - proveniva dal sud della Francia lungo la via Tolosana; attraversa l’Aragona e la Navarra fino a Puente la Reina, dove confluisce nel cammino Francese, che inizia più a nord, da Roncisvalle.
    Essendo più lungo del francese – sei tappe invece di tre – oggi è considerato un cammino secondario ed è praticato prevalentemente da spagnoli o da chi ha già percorso il cammino francese.
    Sono partita una mattina di metà luglio dal passo di Somport, il valico pirenaico che separa Francia e Spagna, reduce da una piovosa settimana nell’Oberland Bernese.
    E’ stato un viaggio solitario nel vero senso della parola. Ho detto a tutti – amici, famiglia, colleghi - che sarei andata al mare, in Croazia: non mi interessava discutere, volevo essere libera persino dalla fatica di difendere le mie scelte. Così mi sono inventata una vacanza oziosa in albergo, riposante e convenzionale, dopo due estati ed un autunno già spesi in Spagna a percorrere il cammino francese. Del resto, devo essere sincera: la vera avventura – l’ignoto, il non provato - sarebbe stata la vacanza in Croazia, dove non ero mai stata.
    Ma avevo una sola possibilità, un solo colpo. E, fra oriente e occidente, le sorti sono cadute ancora ad indicare l’occidente.

    11 LUGLIO – MILANO: NESSUNO LO SAPRA’

    (dal diario)

    A casa
    Sono molto contenta di aver comprato questo bloc notes, mi è capitato sottomano stamattina ed è stato amore a prima vista. Sul frontespizio c’è scritto “spend some time alone”: sembrerebbe un buon augurio.
    E spero lo sia, perché i due precedenti quaderni sono andati smarriti, il terzo, è stato ridotto dalla pioggia ad un insieme di poveri foglietti sbiaditi su cui cerco ancora disperatamente di decifrare brandelli di sentimenti o di episodi. Tre quaderni perduti uno dopo l’altro, come se qualcosa stesse tentando di rimuovere a forza un anno della mia vita.
    Così questo nuovo bloc notes ha anche un valore simbolico: cancellerà questi mesi di angoscia e colmerà i vuoti; e qualunque cosa mi riservi il cammino – pioggia o sole, sfide vittoriose o rese umilianti – le sue pagine daranno consistenza ai giorni a venire.

    Iniziata come una velleitaria boutade nel mezzo di progetti del tutto diversi, l’idea del cammino aragonese è diventata, giorno dopo giorno, un’alternativa seria su cui ragionare. Intanto cerco di capire se la decisione di partire sia solo un ripiego verso qualcosa di noto e rassicurante o se sia dettata da una passione sincera per tutto ciò una vacanza di cammino può offrire. Ciò che so è che il pensiero di un altro anno di attesa mi tormentava più del desiderio stesso di partire.
    Infine il cammino l’ha avuta vinta: l’altro ieri ho comprato il biglietto aereo. Partirò domani e non lo dirò a nessuno, così eviterò rimproveri per l’aver lasciato perdere una bella vacanza balneare in favore dell’ennesima strapazzata.
    Ho preparato lo zaino in mezz’ora, so già cosa mettere: scarpe, calze e sacco a pelo, due ricambi di biancheria e lo spazzolino da denti. Tutto il resto è zavorra.
    Anche questo è bello, l’idea di mettersi in cammino seduta stante, senza rendere conto a nessuno, senza progetti, senza preparazione, senza dover far null’altro che stampare da internet la conferma del volo Ryanair. Partire.
    Sono carica di aspettativa, desideri, fantasie. Simbolo di questo misterioso cammino aragonese, il Monastero di San Juan de la Peña; o meglio, la sua foto, il triplice abside romanico immerso in una remota luce gialla, riprodotto sulla guida comprata a Santiago tre anni fa. Nell’epoca della comunicazione totale, come mi sembra deliziosamente medievale questo decidere un viaggio per la suggestione di una foto intravista su un libro.

    12 LUGLIO – SARAGOZZA: FELICITÀ PURA

    Alla volta di Orio.
    L’entusiasmo per la partenza si divide in mille rivoli di gioia: qualsiasi sciocchezza mi rende felice, il blocchetto, il romanzone scozzese comprato in stazione, la mia stupida iniziativa di mandare a tutti una foto di me che saluto con addosso l’abito che mi ha regalato la Cristina, l’articolo su Santiago apparso oggi sul “Corriere”, e le poesie di Garcia Lorca sfogliate alla bancarella fuori della stazione, il volumetto che si apre proprio alla pagina in cui il poeta menziona Santiago, e questa irrefrenabile voglia di andare. Il treno si muove - buffo quanta voglia abbia di partire - e le conchiglie, e le cose che ho letto, e l’Aragona e i boschi...

    Orio, imbarco.
    Ogni cosa è così facile stavolta: al check in mi è bastato esibire la carta d’identità ed ecco fatto. Tutta questa facilità ha un che di onirico. Nell’attesa ho mangiato un dolcino di polenta e osei: per chi non lo conosce, è una calotta gialla di pasta di mandorle irruvidita dallo zucchero che racchiude un piccolo pan di Spagna intriso di liquore e crema al cioccolato. Felicità pura.
    Scruto la gente destinata a condividere con me le poche ore di questo viaggio, ma non vedo pellegrini, molti sono gli zaini, ma tutti ingombranti o abbinati a scarpe fuori luogo.
    Intanto all’eccitazione sta subentrando una sorta di stanchezza. A Saragozza dovrei trovare da dormire, devo solo scegliere se cercare ospitalità dalle suore che mi ha indicato Gianluca del forum o, male che vada, ripiegare sulla pensione segnalata dalla Lonely planet. Ed ecco che imbarcano, si forma la fila, mi alzo, e la realtà appiattisce il sogno, i progetti e le fantasie.

    13 LUGLIO – CANFRANC ESTACION: EL CAMINO SE HACE ANDANDO

    Saragozza, mattina presto.
    Giornata intensa, ieri. Alla coda per l’imbarco ho incontrato due ragazzi diretti a Roncisvalle, Andrea e Alessandro, abbiamo fraternizzato rapidamente e fatto il viaggio assieme.

    Arrivati in città, abbiamo vagato a lungo alla ricerca di un posto dove dormire, ma fuori del cammino l’ospitalità è merce rara. Respinti dalle suore e dal canonico della cattedrale del Pilar, quando anche la chiesa di Santiago ci ha rifiutato, ho convinto facilmente i ragazzi a cercare la pensione suggerita dalla Lonely Planet, questa Pension Holgado, un alveare al terzo piano di un palazzo in periferia, più conveniente e meno fetida di quanto non mi aspettassi. Il parroco della chiesa di Santiago, una brava persona, ha telefonato invano a mezzo mondo per trovarci una sistemazione, anche se avrebbe potuto semplicemente fidarsi e darci una stanza dove stendere i sacchi a pelo. Ma alla fine ha vinto la diffidenza della perpetua, chiaramente maldisposta, e noi abbiamo battuto in ritirata.

    E’ stato però divertente fare la parte dei postulanti. Uscire per un’ora – giusto un’ora - dalla logica della mercificazione, senza neppure l’abituale protezione di cui si gode lungo il Cammino. Sentir consolidare la propria sfacciataggine ad ogni tentativo, lasciare la compostezza borghese, spogliarsi della sicurezza di chi è solito ottenere pagando, provare la differente consapevolezza di chi invece non ha nulla da perdere, solo da guadagnare, nel chiedere, e nell’insistere.
    Le certezze, le convenzioni, non sono che maschere. Non ricordo dove ho letto che, fra civiltà e barbarie, ci sono forse due giorni di distanza, quelli necessari ad esaurire le scorte di cibo nei negozi. A noi tre, venti minuti sono bastati per trasformarci in zingari.

    Dopo la doccia, abbiamo divorato un panino e due birre in un bar nei dintorni per poi bighellonare per le strade di Saragozza, a chiacchierare, bere birra e guardarci attorno. La città era un forno, l’aria viziata e pesante puzzava di stantio. Siamo rientrati verso le undici e appena rinfrescava.

    La stanza era un cubicolo a tre letti affacciato sulla trafficata Avenida Conde Aranda, abbiamo dormito male, tormentati dal caldo, dal rumore e dall’incessante lampeggiare dell’insegna, appesa a pochi metri dalla nostra finestra, come nel racconto di Calvino, “luna e gnac”.

    Ora sono le otto e venti di mattina, i ragazzi dormono ancora, spero di riuscire a svegliarli senza che facciano troppe storie.
    Ieri mi sono trovata bene con loro, sono simpatici, gentili, spiritosi, curiosi; carini di una simpatia immediata, non arrogante né aggressiva né diffidente, gestire i rapporti non è stato per niente faticoso. All’inizio mi ero sentita deprivata e un po’ affaticata, ma poi la sensazione è sparita: come ogni volta, scopro con stupore quanto sollievo la compagnia possa dare.
    Adesso però non vedo l’ora di raggiungere i Pirenei, se non altro perché il caldo qui è davvero sgradevole. Andrea e Alessandro fra un paio d’ore partiranno per Pamplona alla volta di Saint Jean, è il loro primo cammino ed è giusto e rituale iniziarlo varcando il passo di Roncisvalle. Io invece mi dirigerò verso Jaca – che bel suono aspro, arcaico, da Spagna altomedievale, da reconquista, penso al re Sancho, alla regina Urraca, al Cid Campeador – e da lì raggiungerò Somport.



    L’autobus si allontana dalla stazione, ho appena salutato i ragazzi, con un po’ di tristezza, perché so che, non solo non ci rivedremo, ma ci dimenticheremo a vicenda.

    Prima di raggiungere la stazione però abbiamo fatto una principesca colazione a base di caffè e churro, in un bar lungo l’avenida. Guardavo deliziata il pavimento disseminato di mozziconi e cartacce, la televisione accesa alle nove del mattino, tutto era deliziosamente familiare, così spagnolo, così da Camino. I pezzetti di churro erano caldi, appena fritti e questo sarebbe già bastato a rallegrare la mattina.
    Ma poi abbiamo notato, arrotolata su un vassoio, una gigantesca spirale di churro, un anaconda di almeno cinque centimetri di diametro e lungo forse un metro, che la ragazza gentile ha affettato davanti ai nostri occhi sbalorditi e sognanti.
    L’abbiamo divorato, stillante olio e crocchiante di zucchero, mentre mi divertivo a spiegare ai ragazzi la Spagna e il Camino.
    So bene che basteranno pochi minuti dietro le frecce gialle per farne dei pellegrini e so quanto sono superflui i miei aneddoti, i consigli e le raccomandazioni, ma li ho elargiti ugualmente, forse più per me che per loro, in un rituale di trasmissione di conoscenza che fa anch’esso parte del Cammino.

    Sarà il caldo estivo, o forse il contrasto con la soave aria condizionata di questi interni, ma stamattina finalmente mi sono sentita in vacanza, rilassata, contenta, lontana da ogni cosa, non più un soldato – o un carcerato - in licenza.
    Mi fa un effetto strano questo “essere” in Spagna. Le ampie avenidas del centro danno a Saragozza un aspetto monumentale, le strade periferiche sono affollate e gremite di negozi, eppure basta sbirciare dai margini dell’abitato per percepirne l’isolamento così tipicamente iberico. Abbiamo percorso gli spazi immensi della grandiosa stazione ferroviaria di Delicias, uno spropositato parallelepipedo di pietra chiara, un hangar dai marmorei e altissimi camminamenti, attraversato – giù in basso - da sei minuscole coppie di binari. E dalle gigantesche vetrate affumicate si intravedevano le colline gialle e deserte che circondano la città, facendola sembrare una base lunare in mezzo al niente.




    Sto percorrendo una piana accidentata e ispida, terreni calcinati ricoperti di erba secca, ogni tanto varchiamo un fiumiciattolo verde brillante, bordeggiato di alberi polverosi.
    Jaca è stata l’occhiata di un minuto attorno alla piccola stazione delle corriere, il tempo di assaporare un profumino tentatore che usciva dal retro di un ristorante, e poi mi sono scapicollata per agguantare la coincidenza diretta a Somport.

    Somport
    Le montagne attorno sono violacee e imponenti e fa decisamente fresco. Sul bus semivuoto eravamo rimaste solo io e due signore che sono scese con me, tarchiate, capelli bianchi e corti, grandi zaini, sicuramente pellegrine.
    A Somport mi aspettavo di trovare un paese, o almeno qualche casa, invece oltre al passo non c’è nulla, se non una cappella bianca a forma di osso di seppia, una brutta statua di Santiago che sembra fatta di tapparella, la dogana, e l’albergue dei pellegrini.

    Ho vagato qua e là, giusto per scavare un solco, battere una toppa prima di partire. Per un po’ varcato avanti e indietro la frontiera quasi incustodita fra Francia e Spagna –come giocare al mondo senza i gessetti – ma mi sono stancata, e qui non c’è null’altro da fare.
    Mentre scattavo le foto alla fuga dei Pirenei avvolti nella foschia, dal sentiero sottostante sono emerse le teste di una comitiva di pellegrini che si sono riversati come formiche dentro l’albergue. Li ho seguiti, ho preso un caffè, sfogliato il giornale, ma non ho trovato motivi per restare: sono appena le tre, posso camminare e non ho voglia di spendere il pomeriggio a guardare il profilo dei monti.
    Un istante prima di avviarmi, ho guardato ancora verso la Francia, un susseguirsi di conche azzurrine racchiuse fra le montagne, pensavo alla libertà che quella visione ha rappresentato per molti. Chissà quanti profughi sono fuggiti da qui; penso a Irun, a Cerbère, a Port Bou.
    La bellezza nasconde sempre il dolore di cui l’ha intrisa la storia. Strano per chi fuggiva dalle pianure assolate, dalle colline ingiallite e arse, congedarsi dalla patria lungo questi pendii verdeggianti e profumati di fiori. España. Una, grande, libre. E penso all’assurdità della storia, che in pochi anni avrebbe invertito la corrente della salvezza, trasformando la terribile e oscura Spagna, devastata e grondante sangue, nell’ultima via di scampo da un’Europa sommersa dal nazismo.

    Avanti dunque. Scenderò, se riesco, fino a Canfranc Estaciòn, a sei o sette chilometri da qui. Una partenza in sordina, niente benedizioni nè solenni investiture. Ho gettato un’occhiata al cartello che dice “Camino de Santiago” – e chi ci crederebbe qui, tanto lontano… - poi, volte le spalle al passo, non mi è restato che imboccare il sentiero che si inabissava alla sinistra della carretera.


  2. #2
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    Nel rincorrersi, le nuvole rinchiudono il sole, l’ombra si distende e si ritrae, quando la luce sbiadisce un’angoscia istintiva mi stringe la gola, voglia di fuggire, di scendere a valle il più presto possibile. L’aria è tiepida ma incalzante, ho estratto il pile dallo zaino e indossato la bandana blu.

    Mi fermo un istante sul sentiero per raccontare il profumo che sale dai fiori gialli e viola, i pinetti giovani ed i cespugli di rose canine, il rio Aragon, torrentello serpeggiante fra le rive basse ed erbose. Il sentiero scende, incassato in questa valletta, un solco vellutato contenuto nella conca delle montagne costellate di radi abeti; massi e ciottoli sono del medesimo viola delle rocce soprastanti, opachi come gesso, e le frecce gialle seminascoste dagli steli che ondeggiano fra le pietre, strane in questo paesaggio montano.



    Candanchu, stazione sciistica di qualche fama, dista forse solo un chilometro, ma la pace di questo momento sembra difficile da spezzare.
    Mi fermo ancora, davanti ad un iris selvatico, i petali blu notte. Il sentiero si è addentrato fra gli abeti, in sottofondo l’ovattato fruscio del fiume, diverso dal fragore dei ruscelli a Mürren.
    Un gregge si assiepa sul fianco della collina, scendo con calma, scatto foto ad ogni istante per fermare la bellezza di questi posti, il sole, queste rocce che sembrano appena spuntate dalla terra, e l’erba tenera, verde, da alta montagna.
    Sopra ogni cosa aleggia una fragranza intensa e dolce, miscela di tutti questi fiori felici di sussultare alla brezza. Quanti cespugli di rose attorno a me: cammino in un bosco di rose, e abeti, e mirto, e prati di primule.
    In lontananza scorgo una roccia bassa e lunga, piccola Ayer’s Rock brulicante di alpinisti colorati che si esercitano appesi alle pareti. Qui il cammino è solo una variante dell’intreccio di sentieri che si diparte da ogni bivio, gli escursionisti sono molto più numerosi dei pellegrini.

    Poco prima dell’abitato di Candanchu, una Madesimo pirenaica, agglomerato artificioso di alberghi moderni e impianti di risalita, ho incontrato le rovine dell’hospital di Santa Cristina, che per secoli ha offerto ai pellegrini il solo rifugio su questo versante degli spaventosi Pirenei ed oggi non è che un angusto rettangolo di pietre rase al suolo.

    Canfranc Estaciòn
    Dopo Candanchu la discesa si è mantenuta lieve e piacevole, consentendomi di rincorrere pigramente questo o quel pensiero. Cercavo di riadattare la mente ai ritmi del cammino, di ritrovare l’istintiva accettazione del dilatarsi dello spazio.

    La vista delle frecce riportava confusamente a galla i ricordi degli altri miei cammini, così diversi l’uno dall’altro e così complementari: il primo, solitario, tutto sensazioni e impressioni, l’altro, in gruppo, tutto emozioni e conflitti. Ogni cammino è formato anche dal ricordo dei precedenti, ma oggi mi apparivano più vividi i ricordi del secondo cammino, così ricco di persone, di aneddoti.
    Eppure la compagnia è contemporaneamente un sostegno e un limite. Anche oggi con Andrea e Alessandro, pur trovandomi bene mi sentivo affaticata, ed esasperata per lo scorrere di tutte le cose che non potevo afferrare, occupata com’ero a gestire il dialogo. La libertà è una severa maestra, ed esigente.



    L’albergue Pepito Grillo inalbera un’insegna con l’immagine del grillo parlante, “Pepito Grillo”, appunto. E’ una vecchia costruzione a due piani col tetto a punta, sorge all’inizio dell’abitato fra le case mezze diroccate della parte vecchia del paese, poco lontano dalla stazione in rovina. Qui attorno tutto è cadente, alberghi chiusi, bar smantellati. Il paese nato è con la stazione e sembra morire con essa.
    L’albergue però è accogliente, scale, ballatoi, pavimenti, tutto è rivestito di legno. La ragazza che lo gestisce mi ha assegnato una bella stanza mansardata.
    Il giorno è ancora luminoso, ma sono ormai le otto e mezza, mi organizzo meccanicamente mentre ripenso a quante cose ho fatto fino ad ora.
    Sto bene, eppure non mi sento “in cammino”: non mi stupisco, non basta seguire le frecce per un paio d’ore, o srotolare il sacco a pelo. Ci vuole tempo per entrare in quello stato d’animo impercettibile che rende meccanico il camminare, che fa interiorizzare l’esperienza, la rende parte di te. Per dirla con Machado, “El camino se hace andando”. Il cammino si crea camminando.



    La stazione internazionale di Canfranc era, con quella di Lipsia, la più grande d’Europa, megalomane fiore all’occhiello della Spagna franchista, un edificio lunghissimo e snello dal tetto d’ardesia. Ora dai muri transennati occhieggiano solo finestre cieche. Nel 1975 è caduto un viadotto dalla parte francese, la linea internazionale si è interrotta e non è stata ripristinata, e la stazione, abbandonata, è andata lentamente in rovina. Sopra le impalcature arrugginite sventola un enorme drappo con il giallo e rosso d’Aragona, un cartello annuncia l’imminente restauro. Il binario finisce nell’erba: serve soltanto il trenino ad un unico vagone che una volta al giorno da Jaca si spinge fino a Canfranc Estaciòn.

    Il paese si sgrana lungo la riva destra dell’Aragon, un crescent di vecchie case dalle facciate di legno scuro. Empori dalle vetrine polverose espongono i medesimi souvenir, qualche bar dall’aria dimessa, dovunque cartelli che avvisano di non parcheggiare sotto i tetti, il rischio è la caduta di lastre di ghiaccio. Una passeggiata pedonale corre alta sull’argine, un paio di bancarelle danno un tocco balneare, i soliti peruviani ed un furgone che vende churro: ne ho comprato tre pezzi, che il tipo ha estratto fumanti da una bacinella di acciaio.
    Uscita dalla stazione varco il ponte, sotto, l’Aragon si spalma su grandi vasche quadrate che scendono in salti progressivi accanto ad una spianata erbosa affollata da uomini che giocano a petanque. La Francia, in fondo, è a un tiro di sasso.

    Ho esplorato il poco che c’era da esplorare, sono entrata e uscita dai negozi, alla ricerca di cibo o forse solo di ispirazione, qualcosa che mi suscitasse una fantasia. Ho curiosato fra i pochi libri esposti e mi sono comprata “Capitano Alatriste”, il primo volume della saga di Perez Reverte, ambientata nella Spagna del seicento. E’ in spagnolo, lo leggerò lentamente e mi durerà tutta la settimana.
    Pensando che, essendo in montagna fosse possibile trovare latte appena munto, mi era venuto il capriccio di cenare con un litro di latte. Invece il ragazzo del negozio non capiva cosa intendessi per latte “fresco”, pensava mi riferissi a latte “freddo”, ed insisteva nel propormi il latte a lunga conservazione, facendomi capire che l’idea di un latte non a lunga conservazione gli sembrava estranea e barbara. Così ho lasciato perdere ed ho scoperto poi che “latte fresco” in Spagna si dice “leche del dia” e non è per niente comune, neppure in altre zone del paese.

    Supero i negozi, mi faccio largo fra gli uomini ammassati fuori della panetteria dal grande bancone che funge anche da bar. I boschi di abeti risalgono selvaggi e scuri il dorso della vallata, sfiorano il limitare del paese. Un pannello racconta della Jacetania e dei suoi antichi popoli, ma mi affascina di più il successivo, che narra la storia della stazione e dei traffici oscuri dei nazisti, del contrabbando di wolframio in tempo di guerra.

    Alta sopra il paese, una chiesa moderna, le cui pareti in mattoni rossi ricordano l’architettura di certe chiese di Milano. Alcuni ragazzi hanno appena terminato le prove per un concerto di questa sera, entrando li incrocio mentre si avviano con gli strumenti avvolti nelle custodie.
    Raggiungo finalmente l’officina del turismo, ancora aperta. Un signore ciccione mi fa compilare un modulo e mi consegna la credencial, impartendomi con aria solenne una sorta di impacciata benedizione. E così sia, dunque.



    Finalmente in possesso della credencial, che mi garantirà l’accesso a tutti gli albergue di pellegrini, risalgo una scalinata e raggiungo un terrazzo dove sorge la decrepita caserma dei pompieri. Tutto mi sembra sgretolato, vecchio. Attraverso un giardinetto, scendo nuovamente sulla strada, l’abitato sembra finito; invece, dopo una curva, il paese muta aspetto. Ecco ristoranti, bar, bersò: e Canfranc si rivela una fiorente stazione di villeggiatura.

    Due lunghi grandi blocchi di edifici, come case popolari dei primi del secolo, si fronteggiano sulla strada in declivio, quattro piani e il tetto trapezoidale, muri rosa, tetti a lucernario e tante finestre. I colori hanno qualcosa di ligure ma le forme, le punte, i legni, gli spioventi richiamano l’eco di inverni terribili.
    E alle spalle di queste costruzioni, scopro una casa ancora più bella, anch’essa lunghissima, ampie volte aguzze decorate con travi traforate, portoni ad arco, balconi verdi in legno che spiccano sulle pareti bianche, un’architettura singolare e affascinante, un misto di Baviera e le antiche scuderie di San Siro, un che di montano, ma inconfondibilmente spagnolo nei capannelli di gente che conversa e ride fuori da un piccolo bar, e tanti comignoli e lucernari. L’estate, in una delle sue forme, qui.

    E dovunque profumo di fiori e di neve. Quante forme assume la montagna, penso all’algore perfetto dell’Oberland Bernese, alla verde dolcezza della valle di Schuol, alla solitudine inquietante della valle Spluga, all’isolamento di Isola di Madesimo. E qui, qualcosa di ancora diverso.
    Scendo ancora, altre costruzioni, meno curate. Mi imbatto in un grande palazzo, in posizione splendida, eppure i mattoni a vista si sbriciolano ed i balconi sono anneriti dalla muffa.
    Alla fine del paese, la fine vera, ho trovato questo bar “la Duanilla”, una costruzione stretta fra una chiusa e l’imbocco del tunnel per la Francia, cuscini imbottiti, arredo vagamente esotico e il tetto coperto di rami, tanta gente che beve l’aperitivo, mi accomodo, le ragazze sono gentili, la birra è buona e mi sento molto contenta.

    Scrivo e intanto i cammini si mescolano e forse ritornare maschera solo il desiderio di rivivere quei giorni di tre anni fa. Come se un nuovo cammino potesse risvegliare le vecchie emozioni. In fondo, anche il cammino d’autunno di due anni fa era stato bello e gratificante, chissà che anche questo non si riveli una gioia e la fonte di bei ricordi. Per ora sto bene e sono contenta, sono le nove e venti andrò a mangiare il churro della bancarella in piazza, poi c’è il concerto in chiesa, alle dieci e mezza. Esco dal bar e mi affaccio sul fiume. Da una specie di toboga l’acqua che arriva dalla montagna si riversa nella chiusa a ondate, possenti e rumorose come vere onde marine.



    Risalgo alla volta del rifugio, il paese si sgrana lungo l’Aragon, dall’altra parte gli abeti sono alti, i tronchi nodosi.
    Ripasso davanti alle belle case rosa, settimana prossima inaugurano la Station Tavern, un ristorante realizzato in un palazzo ad imitazione di quelli più antichi. Guardo l’insegna e provo una fitta di rimpianto, e penso a quanto mi piacerebbe ritornare solo per vederlo aperto, e tornare quando la vecchia stazione sarà finalmente ristrutturata e la linea internazionale ripristinata, e tutto sarà bello e nuovo e la storia riavvolta in modo che non ci sia nulla di rotto, triste o in rovina.

    La bancarella del churro era chiusa, resto con la fame e la delusione, nonostante le schifezze mangiucchiate, mi sento come se fossi stata mandata a letto senza cena. Fa freddo, l’ombra dell’inverno incombe anche in piena estate. Voglio solo tornare all’albergue e dormire.
    Scende la sera, la notte in montagna è uguale dovunque, quello sbiadire del cielo e l’incupirsi delle cime, l’accentuarsi dei crepacci, lo stringersi del cuore, il bisogno di rifugiarsi nel proprio buco, nella propria tana, nel sacco a pelo.
    Strano come in tanti anni di cammino non abbia mani trovato la forza di affrontare a capo scoperto il calar della notte, mentre ho perso il conto delle albe accolte nel bosco, delle levate a notte fonda, delle marce solitarie nel buio. L’ora del lupo non mi inquieta tanto quanto il crepuscolo.

  3. #3
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    Mi ero finalmente stesa nel sacco a pelo, avevo preparato tutto per la partenza di domani e mi apprestavo a leggere in santa pace. All’improvviso l’altro pellegrino che occupa la stanza ha attaccato bottone. A tutta prima sosteneva di voler dormire ma che, bontà sua, mi avrebbe lasciato leggere qualche minuto. Poi ha iniziato a chiacchierare, facendomi perdere tempo prezioso, mentre la sola cosa che volevo era restare sola in compagnia del capitano Alatriste.
    Gli ho dato un po’ corda, mi sono presentata, ci siamo mostrati le foto scattate sino ad oggi, però ho messo in chiaro che domani mi alzerò molto presto, visto che ho concordato con l’hospitalera la colazione per le sette. L’albergue è pieno di escursionisti e bisogna fare i turni, ma a me va benissimo. Alla fine il tempo è così poco.

    14 LUGLIO - JACA: LE TARTARUGHE NINJA

    Canfranc Estacion
    Alba, colazione abbondante sui tavolacci del rifugio, Fremo per la voglia di cominciare, il cielo è azzurro, il soffitto risuona dei colpi sordi dei passi sul legno, gli altri si apprestano a scendere per il loro turno di buon pane, marmellata, biscotti the e succo di frutta. E’ sceso anche lo spagnolo, ma io sono più rapida, ormai ho finito, lo saluterò e schizzerò via.

    Sulla strada
    Attimo di pausa, davanti alla Torre de los Fusilieros, un fortino a forma di fungo all’imbocco della gola, dovrei aver mantenuto un discreto vantaggio.

    Ho ridisceso il paese, ancora deserto nella sbiadita luce del primo mattino. Per un po’ ho costeggiato la carretera, poi sono scesa sul lato sinistro del fiume, anche se un cartello avvertiva che le piene avevano rovinato l’argine. Ma il cartello era vecchio e non avevo più voglia di asfalto. Mi volto, la valle sembra richiudersi alle mie spalle, imprigionata fra i fili che si dipartono dai tralicci come matasse.
    Me la prendo comoda, dovrei entrare nella logica del puro camminare, riempire la giornata col solo atto dell’andare, ma paradossalmente questo esige una dose di indifferenza verso il paesaggio che ancora mi riesce difficile, sono ancora troppo vulnerabile alla bellezza.
    Il sentiero si insinua sassoso e serpeggiante attraverso un boschetto di noccioli e carpini, questa balza che sovrasta il fiume non dovrebbe meritare neppure una parola; così si accumulano i mille boschi che ho visto, i sentieri che ho percorso, eppure tanto pochi, sporadici nella mia memoria, tanto che l’imprinting originario è ancora quello dell’estate in Germania quando avevo sei anni.

    Sono finita in una ragnatela enorme e appiccicosa, spero di non aver addosso il proprietario – immediato il pensiero alla scena raccapricciante di Indiana Jones - per fortuna un ciclista evidentemente pazzo mi ha superato, schizzando a tutta velocità in questo inferno di ciottoli, così le prossime ragnatele le sfonderà lui anche per me.

    La galleria si è allargata e fatta più umida e scura, l’aria è densa e greve di odori, sembra di essere in Galizia. Un ponte, una cascata, ma già la montagna si apre, troppo presto forse, in vista i tetti di Canfranc Pueblo e una stazione di servizio, è bello però questo mescolarsi di bello e brutto, di cambiamento e incontaminato. E’ qualcosa che non ti fa sentire in una bolla come in Svizzera, dove l’evidenza della perfezione contrasta ancora più con la consapevolezza del marciume che si accalca alle sue porte ben serrate. Il coraggio di camminare in mezzo al brutto permette di capirlo e di coglierne anche il fascino, a volte, le pieghe, o ti dà la capacità di scorgere l’esistente…

    (ricordando)
    Una foto ogni tanto, e poi due minuti a scrivere, e poi un’altra foto, e quell’angolo, quel cespuglio…un paio d’ore dopo la partenza, proprio mentre vergavo le poche righe qui sopra, inevitabilmente sono stata raggiunta dallo spagnolo – non me l’aspettavo, ho lanciato un urlo che devono averlo sentito fino a Somport - e mi è rimasto appiccicato fino a Jaca, facilitandomi forse l’andare, ma rovinandolo completamente.

    Del tragitto successivo non ricordo quasi nulla, forse appena i sassi del sentiero. La bella chiesa di Canfranc Pueblo, le cui linee sembrano riprodurre la massa bassa e poderosa delle montagne, le strade acciottolate su cui si aprivano gli spioventi delle costruzioni. Tutte cose appena intraviste, fotografate di sbieco, senza piacere. Abbiamo varcato il fiume ad un guado che sembrava fatto apposta per scalzarsi e restare coi piedi in acqua, invece siamo passati oltre, abbiamo superato l’imboccatura delle grotas de las brujas (le grotte delle streghe) senza degnarle di uno sguardo.

    Mi ha detto di fare l’agronomo, vive a Valencia ma è di origine andalusa e si chiama Miguel Angel.

    Donatella e Miguel Angel, come le tartarughe ninja, ho pensato con un sussulto di orrore.

    Un dentone grande e grosso, dai lineamenti marcati, una specie di Fernandel giovane... Non era molto addentro alla storia della Spagna e mi ha fatto impressione sentirlo menzionare Primo de Rivera col solo nome, Josè Antonio. Però che ne so io, di queste cose? Non aveva nulla di avvincente da raccontarmi, pur essendo agronomo: sugli alberi o sugli animali mi aveva insegnato di più Luciano sul cammino di tre anni fa. Non gli interessavano le differenze fra la lingua italiana e la spagnola, l’unica cosa che lo appassionava era il resoconto del suo viaggio in Colorado anni fa, con la sorella e il fidanzato.
    Io ero così seccata da non riuscire neanche a guardarmi intorno, non mi riusciva di far buon viso a cattivo gioco, ero demoralizzata. Avrei voluto fermarmi in un bar, prendermela comoda, invece ho dovuto galoppare, perché non vedevo l’ora di levarmelo dai piedi. Abbiamo superato i paesi per strade sassose che hanno provato le mie caviglie, tre paesini si sono avvicendati rapidamente, non ho neppure fatto fatica, alla una e mezza eravamo arrivati.

    E poi aveva un modo di fare che mi infastidiva, era di quegli uomini che prendono confidenza dopo pochi minuti, che danno ordini. Tienimi questo, aspetta lì, fammi una foto, fermiamoci qui, prendi una spagnoletta, eccetera. Io, col passar del tempo ero sempre più irritata, mi sentivo deprivata di tutto quello che mi piaceva: soffermarmi, fotografare, scrivere, sostare ad un bar. Decidere. Mi sono incupita, ho iniziato a tacere ed a pensare come liberarmene. Non si trattava semplicemente dell’inconveniente di un pomeriggio: se inizi a camminare con qualcuno per qualche giorno, poi finisci per diventare parte di una coppia ed io non volevo assolutamente gettare al vento questa vacanza tanto desiderata, tanto necessaria, solo per essere gentile con un estraneo invadente. Non facevo che pensare a tutti quei giorni spesi ad assecondare il mondo intero, i giorni e giorni di pause pranzo consumate ad ascoltare i discorsi su argomenti di cui non mi importava, a sprecare nel nulla il poco tempo di cui mi è dato disporre, e volevo assolutamente che questi pochi giorni fossero come volevo io, e basta. Mi sentivo in preda al panico.
    Tuttavia non volevo umiliarlo dicendogli la cosa più semplice, voglio camminare da sola, lui era gentile con me, e non avrebbe capito. L’avevo inquadrato, sapevo che si sarebbe sentito offeso o ferito e mi spiaceva. Non era colpa sua se si era trovato sulla mia strada. Una ragazza normale probabilmente, sarebbe anche stata contenta.

    Finalmente, quando ho visto che ha reagito con curiosità mista ad un’artefatta indifferenza ad una mia lunga telefonata – era la Cristina ma non gliel’ho detto - mi si è accesa la flebile lampadina di una speranza.
    Sui fogli che mi ero stampata da internet ho visto che a Jaca il rifugio apriva alle 16, così ho concepito una sorta di piano. Ho iniziato ad inventare un “amico”, che doveva arrivare dall’Italia a Saragozza, forse, perché ancora non lo sapeva, dato che lavorava in ospedale e non aveva ancora ottenuto il permesso, e che forse avrei dovuto aspettare a Jaca, dove io in realtà non intendevo fermarmi.
    Nel frattempo mi sono messa a tirare come una disperata – cosa che, quando sono arrabbiata, mi riesce benissimo – e all’una e mezza abbiamo raggiunto Jaca, posta sulla sommità di una collina al termine di una salita mostruosa. 22 km, su sentieri di montagna, in sei ore senza pause. Mica male.

    Confidavo nel fatto che la sera prima il tipo aveva espresso l’intenzione di non fermarsi dopo soli 22 km, e che quindi, trovando il rifugio chiuso, non avrebbe avuto motivo di attardarsi oltre. Io allora, accampando l’arrivo del mio misterioso fidanzato, sarei rimasta, mi sarei concessa una pausa lunga e avrei poi ripreso alla volta del paese successivo, una volta passato il pericolo.
    Mentre attraversavamo Jaca però, ho notato i negozi e le strade del centro antico piene di gente allegra e mi sono detta, ma chi me lo fa fare di ripartire, io mi fermo qui sul serio, mi scollo di dosso il tipo e poi… sciambola! Negozi a raffica, birra, cibo, foto, pagine e pagine di appunti… Internet! Si!
    Arriviamo al rifugio, chiuso, come mi aspettavo. Fingo di restarci male e dico beh, vado a fare un giro, tanto penso proprio che il mio amico arriverà domani e mi raggiungerà qui da Saragozza. E tu cosa fai? Riparti? Se avesse detto di si, sarei stata più gentile e gli avrei offerto una birra. Invece lui, no, sono stanco, mi fermo anch’io (Ma come? Non aveva sostenuto la sera prima che 22 km erano pochi?). E questo ha confermato i miei timori: se non avessi fatto qualcosa, il mio cammino se ne sarebbe andato a remengo.

    Lui mi dice, andiamo a mangiare qualcosa, in attesa che riapra l’albergue? Ed io, no grazie io non mangio, vado a guardare i negozi, ci vediamo alle 16, ciao. Ho girato l’angolo e sono andata alla disperata ricerca di un albergo economico. Il primo che ho visto era troppo elegante, il successivo sembrava carino, invece si è subito rivelato abbastanza squallido, nonostante i 39 euro di prezzo. Poi mi sono pentita, avessi cercato con calma, avrei trovato un paio di hostal più economici nelle vie a ridosso del centro. Ma tant’è. What price freedom.
    Per consolarmi mi sono fatta una doccia, ho allagato il bagno e ridotto la stanza ad un porcile, ho mangiucchiato un po’ del dolce comprato a Canfranc (oltretutto, avevo una fame tremenda) poi ho dormicchiato fino alle 16, quando, secondo i miei calcoli, finalmente aperto il rifugio, il malcapitato sarebbe stato a dormire. A quell’ora mi sono rivestita e finalmente sono uscita. E il film ha ripreso a srotolarsi secondo il progetto originario.

    (dal diario)
    Jaca
    Una giornata sfibrante e lunga, non tanto per la fatica, quanto per lo stress. L’intromissione forzata dello spagnolo mi ha guastato tre quarti della giornata. Ora però, dopo una bella doccia e una dormita mi sento meglio. Appena sveglia ho divorato il dolce buonissimo preso ancora caldo in un’affollata panetteria a Canfranc, un quadrato di sottile pasta ripiegata e spolverata di zucchero, ripieno di sciroppo alla cannella e burro.
    Sono uscita a spasso per Jaca, piena di negozi e monumenti.

    Prima di dedicarmi all’arte, mi concedo una sosta in questo Pilgrim Cafè che, nonostante il nome pacchiano, ha un bel salone rivestito di pietra, grandi finestre e tavoli di legno.
    Voglio vedere la cattedrale, poi la cittadella militare, proprio qui di fronte.
    Poco da dire, questa è la risposta, la vacanza è nell’assaporare questi momenti, nel leggere il libro di Perez Reverte in spagnolo.
    Guardo fuori, le nuvole si addensano, il tempo sta cambiando nonostante il caldo terribile.

    Ripenso a questa mattina: mentre io e lo spagnolo camminavamo lungo una strada polverosa e piena di sassi, mi ha chiamato la Cristina.
    E le dicevo di essere in Croazia e inventavo di trovarmi in una spiaggia all’ombra dei pini, e che stavo camminando sulla riva del mare, le parlavo del profumo della lavanda, dei ristorantini lungo la strada, della pensione dove avevo trovato da dormire.
    La strada serpeggiava ed io continuavo a raccontare, le descrivevo Spalato, ed il palazzo di Diocleziano, attenta a non incespicare lungo lo sterrato sconnesso, mentre il bosco si sfaceva nella campagna, mentre il tipo mi guardava senza capire con chi stessi parlando.
    E con lui sbiadivano la strada, la polvere e il caldo, ascoltavo la mia stessa voce e quasi ci credevo a quella me che in quel momento camminava sulla battigia, diretta ad un aperitivo sulla veranda affacciata sul mare Adriatico.

  4. #4
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    Ho girato e rigirato per il centro storico di Jaca, giocando a guardarmi le spalle, ho visitato la cattedrale – si celebrava un matrimonio e la navata traboccava di fiori bianchi – e le altre chiese; poi ho trovato un internet cafè, ho scritto alla Paola e contemplato i negozi, annotato mentalmente tutti i ristoranti che mi sembravano adatti per la cena, scattato milioni di foto. Ho studiato la struttura della città, cercato di imparare le vie, le direzioni.
    Insomma, mi sono dedicata a tutto quello che mi piace fare, sempre attenta a non farmi beccare dal tipo e nel contempo preparandomi qualche frottola credibile, tipo che il mio amico stava per arrivare la sera stessa e che preferiva fermarsi in albergo (anche se tenevo questa scusa proprio come extrema ratio, un conto è vestire i romantici panni dell’Angelica fuggitiva, meno gratificante doversi fingere zoccola da albergo a ore).
    Infine mi sono diretta alla cittadella, una costruzione a forma di stella, circondata da un fossato. Ho guardato dentro ed ho sperimentato lo stupore, quello autentico, infantile, del non provato, del mai visto: sotto di me c’erano almeno una dozzina di cervi, cervi adulti dai palchi enormi e vellutati, e cerbiatti giovani senza neppure un accenno di corna, tutti oziosamente intenti a brucare l’erba del fossato.
    Poi, non so come, sono riuscita a mescolarmi ad un gruppo di turisti e ad entrare senza pagare nel cortile della cittadella; non mi interessava il museo militare, volevo solo fotografare la bandiera spagnola che garriva al vento.
    L’insieme mi ricordava un po’ les Invalides, una versione più gialla e rustica, la piazza d’armi poligonale circondata da un porticato, le costruzioni incorporate nel muro. L’atmosfera militare, unita al mio status di abusiva mi inquietava, così – preparando per ogni evenienza la scena della stupida turista italiana che non sapeva si dovesse pagare l’ingresso - sono uscita di soppiatto e mi sono sistemata nel bel parco circostante, scrivendo per un po’.
    Ma ora il crepuscolo porta con sé nubi bluastre e l’aria fredda scende rapida dalle montagne, meglio andare.

    (ricordando)
    Sono passata alla chiesa di Santiago ed ho chiesto al sacerdote se potevo avere il timbro sulla credencial. Il prete - un biondo aitante che parlava italiano e assomigliava a padre Ralph - mi ha avvisato che di li a poco, dopo la Messa, si sarebbe tenuta la benedizione dei pellegrini, implicitamente invitandomi a partecipare. Uscita di chiesa ho girato ancora un po’, indecisa, non ne avevo molta voglia, però, vinta dai sensi di colpa verso il prete biondo che era stato tanto gentile, e poi mi pareva davvero brutto intraprendere un cammino senza benedizione… insomma all’ora della Messa sono rientrata in chiesa, con somma circospezione, ed a funzione iniziata. La chiesa era piena ed io mi sono seduta in fondo, continuando a studiare comunque di sottecchi le vie di fuga, nell’eventualità che il tipo fosse spuntato fuori da qualche parte.
    Quando è stato il momento di inginocchiarsi, mi avvicino ad un banco e, ormai tranquilla, mi inginocchio. Terminata la preghiera, rialzo la testa e, a pochi centimetri dalla mia faccia, noto una maglietta di Decathlon. La osservo oziosamente, pensando alla diffusione di Decathlon in Spagna, poi, finalmente realizzo, guardo meglio e…mi rendo conto che, sul banco avanti al mio, a meno di 50 cm di distanza da me, era seduto Miguel Angel…!!!
    Ancora adesso non capisco come ho fatto a non vederlo, immagino che sia entrato dopo di me, e mi rendo conto che in tal caso, non avrebbe potuto non vedermi … Altro panico, ormai mi ero ficcata in una situazione senza alcuna possibilità di uscita onorevole o decente, il mio comportamento non aveva giustificazioni. Ma in quel momento la sola cosa che mi preoccupava sul serio era che mancavano pochi secondi allo scambio della pace, lui si sarebbe voltato e mi avrebbe beccato.. insomma dovevo decidere immediatamente cosa fare.
    La mia estetizzante tendenza al melodramma mi tentava a restare per assaporare il gusto di un’apparizione teatrale, ma in cambio di un lepido beau geste mi sarei ritrovata al punto di partenza e, in più, patendo, uno sputtanamento epocale.
    Così, approfittando di un momento in cui gli occhi di tutti erano fissi sul sacerdote, mi sono alzata dal banco e, fingendo indifferenza, mi sono spostata sulla sinistra e mi sono nascosta dietro una colonna. Già.
    Finita la Messa, il prete ha chiamato i pellegrini all’altare per la benedizione, il tipo si è fatto avanti assieme ad altri tre o quattro ragazzi, mentre io mi sono allontanata dalla colonna, retrocedendo verso il fondo della chiesa ma rimanendo ferma e in piedi - nella speranza che il prete mi notasse e apprezzasse debitamente, almeno lui, la mia pia solerzia – poi, approfittando del generale movimento verso l’uscita, sono scivolata via.

    (dal diario)
    Sono in una piazza nei pressi dell’albergo, davanti ad una bella birra, sotto un albero, con un piatto di noccioline, mais, mandorle e nocciole salate, nel pieno della movida jacetana. Tutti bevono, chiacchierano, fa tanto estate spagnola, è bello anche solo essere qui, il clima è quasi il medesimo che in Irlanda. Più spensierato, forse. Finalmente sto bene, mi sento serena e appagata.
    Poco fa sono risuonate per la strada le note di una fisarmonica suonata da un mendicante, e all’improvviso alcuni pensionati - turisti andalusi, gli stessi cui mi ero mescolata alla cittadella - hanno iniziato a ballare tenendosi sottobraccio ed occupando tutta la strada. Ballavano e ridevano come matti sotto lo sguardo pieno di riprovazione dei severi aragonesi di Jaca.
    Mi è spiaciuto perdere la benedizione, i preti erano stati molto gentili e sarebbe stato bello per una volta iniziare col crisma del pellegrino. Però quel che è giusto è giusto, ed io non me la meritavo – a tacer d’altro, e conviene tacerne – anche perché so già che non arriverò a Santiago. Spero di riuscire a raggiungere il monastero di San Juan de la Peña domani, vorrei partire con calma e godermi questa tappa. L’ora si sfilaccia, la gente si alza, è il momento di cercare un posto in cui cenare.



    Ho girato troppo, e ho pagato cara l’indecisione, approdando in un ristorante che ho scelto solo perché offriva sia la famosa carne di agnello aragonese, il ternasco de Aragon, sia la sopa de migas, una specie di zuppa asciutta di briciole di pane.
    Prevedibilmente, non mi sono trovata bene, ed ho dato la colpa al ristorante turistico, ed alla spesa inconsulta di 15 euro oltre a iva; sono delusa, per la spesa e per essere finita – io! - in un postaccio per turisti.
    Mi sento come chi abbia speso tutti i risparmi per comprare un aggeggio difettoso. Detesto tutto questo. Ancora non so cosa vorrei, e forse l’insoddisfazione deriva dalla consapevolezza di quanto fosse vano, e inconsistente, e meschino, il mio anelito alla libertà. Il fantasma di ciò che desidero mi si disfa fra le mani.

    Dopo cena, l’ennesimo giro per il centro, evitando accuratamente i dintorni del rifugio dei pellegrini, ed ora finalmente a nanna. Domani mi alzerò tardi e devierò dal cammino per visitare San Juan de la Peña, inoltre la meta finale è abbastanza vicina a Jaca. In parole povere, dovrei aver distanziato definitivamente il tipo, che ieri mi aveva confermato di non voler visitare il monastero. La triste ed ingloriosa vicenda è finalmente finita e, comunque sia, me ne sono sbarazzata. La mia vacanza sta per ricominciare.

    15 LUGLIO SANTA CILIA DE JACA: LE SIRENE

    Lungo la strada
    Percorro uno sterrato a lato della statale, una strada piana e relativamente sgombra che mi consente di scrivere senza fatica. L’orologio segna già le dieci, sono partita molto tardi, attorno alle otto e venti, e tutto per una colazione taccagna e deludente, come del resto era prevedibile, visto l’albergo. Stupida.
    Ho tentato di consolarmi al pensiero che era domenica ed era stato giusto poltrire fino alle sette e mezza, ma erano frottole. Avrei dovuto avviarmi non oltre le sette: l’aver barattato il piacere di camminare all’alba per il miserabile piatto di lenticchie offerto da quella sordida locanda mi fa sentire ancora più male.
    Le strade di Jaca erano deserte, i bar erano chiusi, pareva proprio che non sarei riuscita ad integrare dignitosamente i biscotti rancidi e la fetta biscottata che hanno costituito tutta la mia colazione. Quando stavo per abbandonare ogni speranza ho trovato una panetteria aperta, ma ho perso altro tempo, a causa di una flemmatica signora che ha acquistato tonnellate di provviste.

    Tempo. Non riesco a liberarmi dall’assillo degli orari. Anche ora, che dovrei essere nominalmente “libera”, mi sento costantemente spinta a spezzettare il giorno in parti minuscole, a ciascuna delle quali appendo un obiettivo, passando dall’una all’altra, non già come l’ape passa di fiore in fiore, ma come una mosca impazzita e ubriaca, alla continua ricerca di una gratificazione indefinita e impossibile.
    Il malessere che sento non è il frutto del conflitto fra pulsioni “buone” e “cattive”, il virtuoso richiamo della strada contro il peccaminoso indulgere alla gola, oppure – ruotando il prisma - la corrosiva pulsione alla fretta contro il desiderio di un rapporto consapevole e contemplativo col cibo. No, esso è piuttosto l’inevitabile conseguenza della frizione fra due ossessioni concorrenti, nessuna migliore dell’altra. Quanto sono forti e profondi i condizionamenti, e quanto più cammino mi ci vorrebbe per essere davvero libera.

    Mentre aspettavo fremendo il mio turno, è entrato nella panetteria il prete biondo: ripensando alla patetica pantomima di ieri, sono arrossita come una stupida ma lui ha fatto finta di nulla, limitandosi a raccomandarmi di non andare a San Juan de la Peña per il sentiero, ma di mantenermi sulla strada per Santa Cilia fino al bivio dell’Hotel Aragon ed imboccare lì, e non prima, la deviazione.
    Identico consiglio mi era stato impartito ieri dalla signora dell’Oficina del Turismo di Jaca. Pare infatti che il sentiero diretto sia segnato molto male e che un sacco di escursionisti si siano smarriti. In più, mi ha spiegato il prete, ci sono due salite durissime e l’intero tragitto non è molto più breve della carretera. Ho ringraziato, acquistato una – costosissima - torta piatta e uno yogurt e sono uscita dal negozio, senza che però diminuisse la sensazione di disagio e imbarazzo.



    All’uscita del paese sostava un capannello di gente. Mi sono attardata, sperando vanamente in un saluto o un incoraggiamento, invece nessuno mi ha badato.

    Sulla carretera deserta è sfilata ora una colonna militare, una decina di camion carichi di soldati diretti chissà dove. Finalmente il sentiero si è ritratto in basso verso l’argine, mutandosi in una pista tranquilla, cosparsa di fiorellini viola pallido. Ho superato una cascina grande, bella, ma completamente in rovina, le finestre sfondate.
    Poco oltre la strada ha attraversato nuovamente la carretera e si è trasformata in un tratturo di polvere gialla e sassi che bordeggia a mezza costa campi disseminati di piccole querce.
    Supero la deviazione diretta per San Juan de la Peña, una pista per capre che si inerpica sul fianco nero della collina, mentre la strada per me prosegue piana e piacevole, ciuffi di lavanda si alternano al mirto, ai pini e ai lecci.
    Arrivo ad un fiumicello dalle rive fitte di cespugli di ginestra, l’acqua trasparente e picchettata di bolle si increspa attorno ai sassi bianchi, intorno svolazzano farfalle dalle ali color crema bordate di marrone, mi tornano in mente le farfalline dei Pirenei, blu della stessa tonalità degli iris. Una torre di guardia sovrasta il fiume dall’alto della collina. Tutto invita alla sosta: il canto dei grilli inframmezzato dai trilli di un uccellino, i refoli di aria fresca che fanno ondeggiare gli steli e vibrare le foglie, il pattinare tranquillo di insetti filiformi sul pelo dell’acqua. Mi lascio tentare, vergo queste poche righe poi guado agevolmente e risalgo il basso argine; attraverso un boschetto e sbuco su una stradina asfaltata.
    Secondo la grossolana cartina dell’Oficina del Turismo, all’altra estremità troverei Atarès, da cui si diparte la seconda pericolosa parte del sentiero per San Juan de la Peña. Ma io non sono il dottor Livingstone e non cedo al tranello di quell’asfalto dall’apparenza mansueta, so che mi porterebbe al centro famelico della plaga inconoscibile, a malapena abbozzata sulla cartina, i cui cerchi indistinti e minacciosi mi ingoierebbero senza pietà. Hic sunt leones, meglio stare alla larga.

    Risalendo, la strada si fa più sassosa e si inoltra nel folto del bosco; poi, sul gomito di una curva gli alberi si spalancano e mi scopro alta sulla valle solcata nel centro dalla nazionale, netta come un coltello. Una mappa circolare sopra un cippo di pietra mi aiuta a decifrare il paesaggio, leggo i nomi delle cime una ad una, un gruppo di case lontane – Santa Cilia de Jaca – in questa solitudine sembra una metropoli.

    Poco dopo, ecco l’incrocio col fatidico Hotel Aragon. Il fatto che le guide ne facessero una pietra angolare della tappa mi aveva indotto a figurarlo come una sorta di accogliente stazione di posta, invece è un luogo anonimo e per nulla invitante. In realtà sorge sul luogo di un crocevia importante ai tempi del monastero. Ma io proseguo, non avendo né fame né sete, sul cammino anche una deviazione di cinque minuti è una perdita di tempo.

    Costeggio il retro dell’albergo, il sentiero attraversa in diagonale un prato e all’improvviso finisce nel nulla. Fermo una macchina - la seconda, in realtà, la prima mi ignora e mi sorpassa, mentre gli scaravento dietro furibonda una serqua di imprecazioni - ma non ci sono errori, l’autista mi conferma che per raggiungere San Juan c’è solo la carretera. Mi aspettavo una stradicciola nel bosco e mi ritrovo a percorrere un asfalto nuovo e caldo come un cataplasma.

  5. #5
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    Ho sostituito le scarpe da trekking coi sandali e mi sento più leggera. Mi sto addentrando fra il verde di una valle laterale, so dove mi trovo, eppure i conti con la cartina dell’Oficina del Turismo non tornano. Ma il vantaggio dell’asfalto è che ti porta lui, quindi continuo a camminare senza pensare troppo, approfittandone per guardarmi attorno.
    A sinistra corre un fosso mentre a destra, le colline coltivate a grano cedono ad una striscia di mais giovane; per i primi chilometri incontro qualche villetta o una casa colonica restaurata poi, man mano che avanzo la valle si restringe e non c’è più spazio per casette e campi.

    Di fronte a me si staglia una dorsale massiccia, modellata in pieghe enormi, come un’immensa coperta. Man mano che mi avvicino, il folto degli alberi lascia intravedere una roccia strana, dentellata, friabile; alla mia sinistra, fra la roccia e il fiume, occhieggia una capanna nascosta dai pioppi, della stessa pietra gialla delle rocce circostanti.
    Non riesco a scorgere la meta e non so capire fino a dove dovrò spingermi. Finora non è stato un tragitto faticoso ma procedo lentamente perché le gambe mi pesano, forse sconto le tre ore di cammino, la mancanza di soste.

    Si alza il vento, un uccello si libra roteando nella corrente tiepida di mezzogiorno. Adesso le rocce sembrano enormi manciate di terra ammucchiate frettolosamente e lasciate lì a coprirsi di boschi. Curva dopo curva, la strada sale sensibilmente e questa è forse la ragione della mia fatica. Oltrepasso alcune costruzioni isolate ma il paese ancora non si vede. Hanno strani comignoli, alti, cilindrici, larghi e massicci come piccole ciminiere, che lasciano intuire quanto debba essere rigido l’inverno.

    Alzo ancora lo sguardo e finalmente scorgo le prime case, ormai sono nei pressi di Santa Cruz de Seros, una schiera di costruzioni innegabilmente moderne rovina l’immagine che mi ero prefigurata.
    Ed ecco una fonte, mi fermo e bevo fino a stordirmi: sono arrivata.


    Santa Cruz de los Seros
    Sono seduta ad un tavolino sul terrazzo dell’Hotel Santa Cruz. Di fronte a me si erge la chiesa di Santa Maria, gialla e romanica, fondata nel 992 dalla mia vecchia amica, la regina Urraca. Il corpo centrale è più alto del consueto per la strana sala superiore sovrastante la navata centrale che, come ha spiegato la guida, forse veniva utilizzata dal capitolo delle suore: quante cose si ignorano della vita quotidiana di un tempo.
    Penso anche a quanto dovesse essere diversa la percezione dello spazio: Quella che alla mia sensibilità di oggi sembra un esilio inospitale ed isolato, mille anni fa era una residenza prestigiosa, un convento ricchissimo e potente per principesse e nobildonne, la cui influenza si estendeva per centinaia di chilometri.

    Appena arrivata avrei voluto solo riposare, bere, sedermi, ma il complesso monumentale chiudeva alle due e mi rimordeva la coscienza ad omettere una tacca sul mio ruolino di marcia di “brava turista pellegrina”, categoria che sa essere spesso arida e spiacevole.
    A volte penso con nostalgia alla sciatteria noncurante di quando ero arrivata in Galizia, tre anni fa. Ricordo me stessa mentre attraverso la piazza principale di Arzua. Sporca, abbrutita, devastata, drogata di antidolorifici, la biancheria grigiastra appesa ad asciugare allo zaino, indifferente ad ogni cosa, persino al cibo. Avrei potuto imbattermi nel Taj Mahal e non l’avrei degnato di uno sguardo. Libera.

    Ma mi sono fatta forza ed ho visitato malvolentieri la chiesa, seguendo la guida per una scala stretta e inquietante fino alla torre campanaria. Poi, ho raggiunto questo albergo-ristorante sovrastante il piazzale ed ora, mentre seduta all’ombra sorseggio un bel the freddo, fra i bicchieri e le cicche dei precedenti avventori, finalmente sto bene.

    Fuori della chiesa sostava l’allegra comitiva dei pensionati andalusi, gli stessi che ieri ballavano per strada tenendosi a braccetto al suono della fisarmonica. Mi sono attardata ad ascoltare divertita queste signore chiacchierare animatamente sventolando i loro abanicos, i ventagli che tanta parte fanno della vita quotidiana in Spagna. Pensavo a mia nonna e riflettevo che le signore di mezza età sono uguali in tutto il mondo, e che questa è una cosa bellissima e che forse un mondo modellato su di un’immagine femminile sarebbe un posto migliore.
    Però poi penso all’assassina di Erba o alla torturatrice di Abu Ghraib, e le carte tornano a mescolarsi. Il male sa assumere qualsiasi forma.

    Lungo la strada
    Cammino già da quasi due ore sotto un sole ardente, è l’una ed ho appena scoperto che i km da Santa Cruz de los Seros a San Juan de la Peña non sono quattro come credevo, bensì otto, tutti in salita dura per tornanti tortuosi come un cavatappi. E questo spiega finalmente le apparenti incongruenze della cartina. Il paesaggio è incantevole, la strada salendo si inoltra in questa gola di rocce rosse e pini.
    Per la prima ora e mezza aguzzavo lo sguardo ad ogni curva, sperando di scorgere il bagliore di un tetto, il riflesso di un campanile, ma non vedevo altro che pini, terra color mattone e la striscia rovente dell’asfalto che sembrava attorcigliarsi sulla costa della montagna. E le curve si susseguivano l’una all’altra, in una filza interminabile.
    All’improvviso, l’ennesima svolta si è spalancata su una balconata e mi sono sorpresa a sormontare l’intera vallata e tutta l’Aragona, fino al profilo cinerino dei Pirenei.
    Da qui scorgo Santa Cruz de los Seros, ora soltanto un lontano grumo di case all’estremità del sinuoso nastro di asfalto.
    E la vista, finalmente, dà senso, conto e soddisfazione, alla fatica.
    Riparto.

    San Juan de la Peña
    Altri tre km, percorsi col cuore più leggero ed eccomi in vista del monastero, un sito incredibile, che merita la gita e forse persino il viaggio in Spagna.
    Dire semplicemente che si tratta di un “monumento scavato nella roccia”, secondo la definizione corrente, non esprime il compenetrarsi di pietra e roccia che ho davanti agli occhi. E’ difficile rendere la sensazione della massa incombente, descrivere la pietra granulosa, aspra e rossiccia, che trabocca e sembra colare sulle pietre del monastero come una pasta troppo lievitata.

    Sono fuggita qui, sul bordo del chiostro schiacciato dalla montagna, per riposarmi e soprattutto bere.
    Stupidamente, ho lasciato all’ingresso lo zaino, dimenticando di prendere la borraccia ed ora che dovrei iniziare la visita mi sento intontita dalla stanchezza e dalla sete. Alle spalle del chiostro, la roccia stilla un filo d’acqua sottile che scivola lungo le barbe del muschio entro una piccola vasca di marmo. Mi attacco a quell’esile filo tentando di inumidirmi almeno la bocca e recuperare un po’ di equilibrio. Poi torno, mi scalzo e resto seduta sul ciglio guardando i capitelli romanici, bellissimi ma restaurati in modo forse troppo artefatto, troppo pulito; ascolto oziosamente la guida descriverli uno ad uno. Mi chiedo chi fosse la gente che lo scultore aveva sotto gli occhi mentre li scolpiva. Che mondo avesse sotto gli occhi lo scultore mentre li scolpiva.
    Dal chiostro, un arco gotico dai bordi sfrangiati conduce alla chiesa interna, con quell’abside trilobato la cui immagine in penombra animava da tempo le mie fantasticherie; sull’altare, il simulacro del Graal in vetro rosso non stona affatto. Alle mie spalle la luce entra a fiotti da tre grandi finestre ad arco, mi ricordano la casa di granito de “l’isola misteriosa”. Scendo nei recessi umidi e oscuri della sottostante chiesa mozarabica, un freddo millenario mi afferra le ossa, mi chiedo come facessero i monaci a sopravvivere qui dentro.
    Scatto una foto col flash e solo nella fotografia posso distinguere gli affreschi rovinati della cappella, consegnati al buio perenne



    La guida racconta la storia del monastero, fondato nel 1025, e successivamente riformato secondo la regola di Cluny. Narra dei re aragonesi sepolti nel piccolo pantheon e dei nobili che riuscivano ad ottenere, se non di essere sepolti fra queste sante mura, almeno di essere menzionati in qualche breve iscrizione sulla parete, ciò che già era segno di grande prestigio.

    Esco in strada, intirizzita e desiderosa di ripartire. Una riga, un istante prima della tenzone. Sono quasi le cinque, pertanto non mi spingerò fino al secentesco monastero superiore, oltretutto la salita è dura.
    Nei pressi dei bagni (che acqua buonissima e gelida usciva da quei rubinetti!) ho notato la freccia che indicava una galleria alberata dall’aria accattivante. La ragazza della biglietteria mi ha confermato che conduce al sentiero segnato verso Santa Cruz, più breve della carretera, solo quattro km invece di otto (adesso capisco l’equivoco in cui sono incorsa all’andata); che prosegue in piano per un po’, poi si impenna fino ad un crocevia ben segnalato, dove è sufficiente seguire l’indicazione per Santa Cruz e da lì è tutta discesa. Lei lo fa tutti i giorni, ha aggiunto. Questo, forse, o piuttosto l’idea di affrontare di nuovo, seppure in discesa, quegli interminabili otto km di asfalto, hanno fatto sì che cedessi facilmente alla prospettiva dell’avventura solitaria fra le montagne.

    Lungo la strada
    Ora mi trovo davanti ad un’apertura del crinale, poco più in là intravedo un gruppo di tralicci abbandonati scendere per la costa della montagna, la valle si apre ai miei piedi, racchiusa da una fila di montagne, e un’altra valle e un’altra ancora fin dove le cime più scure dei Pirenei chiudono l’orizzonte.
    Sotto di me il bosco appare silenzioso e verde, un mare immobile e minaccioso pronto ad ingoiarmi. E alti colli più nudi, ispidi e ostili che si smorzano in campi gialli e deserti solcati da strisce terrose e gialle che non suggeriscono altro che desolazione e solitudine
    Per un po’ il sentiero si è inoltrato salendo nel bosco, come mi aveva spiegato la ragazza poi, dopo che al crocevia ho preso la direzione per Santa Cruz, il sentiero ha preso a scendere vertiginosamente, mutandosi in un imbuto ripido di massi instabili che mettevano costantemente a repentaglio le mie gambe ed il mio equilibrio. Quando sono entrata in una galleria buia dal fondo quasi verticale coperto di sassi mi sono sinceramente preoccupata e, per la prima volta da quando sono partita da Milano, quasi pentita di essere sola. Poi la galleria si è trasformata in un sentiero aspro ma non così ripido e scivoloso, e infine sono sbucata qui. Ora il peggio sembrerebbe passato, però è meglio avviarsi: via il dente, eccetera.

    Santa Cruz de los Seros
    Finalmente è finita. Ingannata dal fatto che di fronte a me il terreno precipitava in una scarpata, mi sono diretta con decisione per il sentiero sulla destra. Man mano che procedevo però, invece di dirigersi verso il fondovalle la strada si inerpicava ed appariva sempre meno battuta. Dalla carta ho capito che stavo risalendo verso la montagna adiacente a quella da cui ero appena discesa, così sono tornata indietro fino allo spiazzo da cui vedevo la vallata ed il paese, decisa, nella peggiore delle ipotesi, a calarmi di sotto lungo i tralicci e cercare la pista che solitamente viene tracciata per gli uomini della manutenzione.

    Invece, per fortuna, a furia di perlustrare ho trovato un pezzo di plastica a bande bianche e rosse che qualche anima pia aveva legato ad un tronco. Da lì, un varco impercettibile si apriva fra i cespugli e serpeggiando conduceva giù, evitando la scarpata. Neppure il tempo di esultare e, distratta dalla visione di un pittoresco viluppo di lavanda e pini, mi sono ritrovata impigliata in un budello di macchia spinosa, da cui sono uscita sporca, sanguinante e piena di graffi.
    Tuttavia la direzione era giusta, e cinque minuti dopo approdavo nuovamente a Santa Cruz de los Seros. In totale ci avevo impiegato anche meno dell’ora che mi aveva predetto la ragazza della biglietteria.

    E’ comunque un sentiero brutto e mal segnalato, non oso pensare cosa sarebbe stato percorrerlo in salita, sono contenta di aver preso la carretera. Raccontato ora, in un bar pieno di gente sembra poca cosa. Però prima, mentre il sentiero saliva e si restringeva, la paura, l’inquietudine, l’idea della notte imminente si impossessavano di me, mentre mi rendevo conto che erano già le sei, anche se il sole era ancora alto… Cercavo di razionalizzare, facendo progetti per come pernottare al riparo di qualche albero, ripetendomi che in estate, col sacco a pelo ed il pile ce l’avrei fatta senza problemi. Ma nulla può dissipare l’angoscia sottile che afferra quando le cose si sottraggono anche se per poco al nostro controllo.

    Sono uscita dal bosco proprio di fronte all’argine di costruzioni che forse un tempo era la cinta di mura. E l’impressione era proprio quella, medievale, di entrare finalmente in un abitato. I cani abbaiavano al mio passaggio ed io mi sentivo molto più tranquilla. Ho guardato in alto, la roccia era lontanissima, il monastero, invisibile e remoto, ingoiato dal bosco.

    I buoni propositi sono comunque svaniti alla vista di questo bar con gli ombrelloni nel cortile sul retro e anche la casta volontà di una coca ha dovuto cedere alla tentazione di una birra fresca in un bel boccale appannato. Insomma, invece di dirigermi subito alla volta di Santa Cilia, proprio mentre il campanile batteva le sei e mezza, sono entrata rumorosamente impigliando lo zaino nelle frange appese sullo stipite. La ragazza, gentilissima, ha fatto finta di niente, anche se le stavo smontando il locale e mi ha condotto nel cortile, dove una famiglia numerosa si dedicava ad un’allegra chiacchierata postprandiale, che ora ascolto oziosamente assaporando, con la birra, la serenità diffusa dal loro conversare inframmezzato da risate.

    Santa Cilia de Jaca
    Sono ormai le otto e mezza, anche arrivare a Santa Cilia ha richiesto il suo tributo di fatica. Una volta lasciato il piacevolissimo bersò all’ombra delle mura, mi sono avviata, le gambe rese più leste dalla birra. Ho rapidamente raggiunto l’incrocio con l’Hotel Aragon, da dove pensavo mi attendesse solo una breve volata sull’asfalto: invece ho dovuto seguire per quasi un’ora una carrareccia ondivaga e interminabile, e intanto il sole iniziava ad assumere le inquietanti tonalità dorate del crepuscolo.
    Il vento soffia sempre più forte e nuovamente penso a cosa deve essere l’inverno da queste parti. Ieri il tipo mi diceva che Teruel è la città più fredda di Spagna e non stento a crederlo.
    Ho sonno, le persiane sbattono e alla stanchezza si aggiunge la fame: oggi ho mangiato solo il dolce comprato a Jaca, rivelatosi peraltro un buon investimento, col suo ripieno di marmellata mescolato a uvetta, pinoli e fette sottili di mela, sotto la crosta croccante di zucchero.
    Ricapitolando, gli 8 km fino all’Hotel Aragon, altri 12 fino al monastero, i 4 km di discesa fino a Santa Cruz de Seros, 4 km di carretera fino all’incrocio e altri 5 di sterrato fino in paese, in tutto mi sono sparata 33 km. Mica male.

  6. #6
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    L’albergue è nuovo e pulito, pavimenti in cotto e affreschi di pellegrini alle pareti, bagni scintillanti, cucina, salottino, bei letti a castello, la signora è gentile e ci ha detto di fare ciò che vogliamo.
    Siamo solo io e due ragazze spagnole, reduci da una disavventura coi fiocchi a San Juan de la Peña. Ieri mattina hanno preso il sentiero proibito da Jaca e – com’era prevedibile – si sono perse nel bosco. Così sono arrivate al monastero quando era già buio e sono state costrette ad accamparsi all’aperto. Però è stato bello, mi hanno detto, svegliarsi, aprire gli occhi e scoprirsi sotto il cielo che si rischiarava lentamente, e sentire attorno tutti i suoni della natura.

    Che meraviglia dopo la doccia, il freddo della terracotta pulita sotto i piedi. Le spagnole se ne sono andate in piscina, io mi attardo ma la fame è ormai un tormento.
    C’è solo un minuscolo bar in questo paesino ben conservato, e la signora mi ha consigliato invece di raggiungere il bar della piscina ai margini del paese, dove potrò farmi fare un panino.

    Lasciato il centro antico dalla romana forma quadrangolare, il paesaggio si spalanca su un cantiere di nuove costruzioni. Il cielo è pieno di basse nuvole sbrindellate, attraverso cui filtrano i raggi dell’ultimo sole, innaturalmente luminosi.
    Guardo questa terra ventosa, squassata, cerco il profilo delle alture da dove scenderà spietato l’inverno e compatisco chiunque possa vivere qui. Però poi arrivo alla piscina, e trovo un posto piacevole di praticelli ondulati ed alberi, un tappeto erboso che si spinge fino all’orlo delle due belle vasche, e mi rendo conto della superficialità del mio sguardo frettoloso, serale.



    La piscina sta chiudendo, sono le nove passate e il vento non dà tregua. Le ragazze spagnole non ci sono, peccato.
    Il proprietario della piscina, basso, tracagnotto, testa rotonda, capelli a spazzola color paglia, spiritoso, mi prepara un panino col chorizo, buonissimo, che ho accompagnato ad una birra.
    Intanto è arrivata altra gente cosicché il bar rimane aperto, ed io ne approfitto per farmi fare un altro panino, stavolta alla frittata, e un’altra birra. E’ proprio un bel posto e i panini sono enormi.
    Che ambiente assurdo, penso, sempre più oziosa mentre origlio i discorsi altrui. E’ ormai notte e le mosche ancora fanno festa, l’hospitalera ci aveva avvertito, anche se non riesco a capire come mai, visto che non c’è bestiame. Sono le nove e mezza, il clima è dolce roseo e la birra mi ha illanguidito…

    (ricordando)
    Al rifugio ho trovato le ragazze spagnole che si apprestavano a preparare la cena e mi sono offerta di aiutarle. Mi hanno spiegato che in piscina c’era troppo vento e se ne erano andate subito. Nel tentativo di impedire loro di fare un sugo con i wurstel e della salsa di pomodoro trovata nel frigo dell’albergue e coperta da un velo di muffa, invento una pasta aglio e olio (di semi, orrore!) e peperoncino (dolce…brrr): il solo pensiero dell’abbinamento dei wurstel alla pastasciutta mi faceva venire il voltastomaco.
    Pasta, chiacchiere e birra fino a mezzanotte. Al momento mi sentivo a mio agio, loro erano molto carine e amichevoli, venivano da Murcia e – come la maggior parte degli spagnoli che avrei incontrato sul cammino aragonese - avevano solo una settimana a disposizione.
    Ho raccontato loro della mia Croazia fantasma, abbiamo parlato di cibo, di cucina, dei nostri lavori e così via. Una volta sparecchiato e lavato i piatti, sono rimaste da basso a fumare ed a confabulare ed è stato in quel momento che, non so perché, la piacevolezza della prima impressione ha ceduto il posto ad una sensazione disturbante. Delle due, una era psicologa, lavorava con adolescenti con disturbi dell’alimentazione: riccioluta, dai grandi occhi chiari, molto carina, uno sguardo dolce, un sorriso inalterabile, ipnotico, mentre parlava mi toccava continuamente. A lungo andare tutto quanto aveva un che di artificioso, una mera “tecnica” di comunicazione, e allora mi sembrava di intuire qualcosa di oscuro dietro quella dolcezza eccessiva, una tensione prevaricatrice, lo sguardo del serpente, non so spiegare. Indossava un abito di lino, molto sbracciato ed eccessivamente elegante per il cammino, incongruo.
    L’altra era robusta, tarchiata, studiava teatro e lavorava in un ospedale psichiatrico, aveva un fare più spontaneo, meno caricato. Forse anche questo mi ha colpito, l’evidente differenza fra le due, l’impossibilità di risolverla inquadrandola in termini razionali. Nè ho avuto il tempo di valutare i rapporti di forza fra loro.
    Nell’insieme percepivo qualcosa di innaturale, stonato, sotto la superficie del loro atteggiamento cameratesco e accattivante. Fantasticai di sirene, giovani streghe o banshees, demoni femminili che ancora non avevano imparato a celare del tutto la propria coda serpentina.
    Dato che l’indomani avrebbero dovuto tornare a Jaca in autobus per fare bancomat ci siamo date appuntamento per la sera ad Artieda. Le sentivo ancora parlottare da basso quando ho spento la luce e mi sono addormentata.

    16 LUGLIO - ARTIEDA: IL GUFO E LA GATTINA

    (dal diario)

    Lungo la strada
    Mattino. Sono le sette, le due spagnole tornano a Jaca ed io ne approfitto per scappare in avanti, senza colazione, purtroppo. Nella via mi imbatto in una panetteria aperta, ma il fornaio mi disillude, il pane non uscirà prima delle dieci. Peccato. Esco e sulla carretera imbocco con decisione la direzione sbagliata. Persino nella mia ottusità assonnata mi rendo conto che i conti non tornano e inverto la marcia, eppure la mente si ostina a rifiutare l’orientamento suggerito dal buon senso.
    Che pensiero volatile il “punto di vista”, come sono precari i nostri riferimenti. E se neppure abbiamo la certezza della nostra percezione nello spazio, come possiamo pensare di sapere cosa siamo? E come possiamo pensare di “essere” qualcosa di definito? E da dove comincia il nostro essere “noi”? Tutto è suggestione, impressione, educazione, emulazione, istinto. Dove si nasconde, e quanto in fondo cova, il mio essere “me”?



    Quasi due ore di marcia a stomaco vuoto per una noiosa e interminabile sterrata, poi il sentiero è sprofondato in un bosco di vecchi pini assediati dai rampicanti. All’imbocco, tante piccole piramidi di sassi formavano una fungaia di pietre violacee cui ho aggiunto il mio piccolo contributo, ora sono l’orgogliosa autrice di un’arditissima pila di tre ciottoli ovali.
    Percorro una pista piana, sabbiosa, disseminata di pigne, l’aria è pesante e odora di foglie marce, strana umida bolla tropicale fra i campi assediati dal caldo.
    Questo insolito bosco piatto mi riporta alla mente la selva di eucalipti dopo Melide, ancora una volta i cammini si intrecciano, i ricordi si sovrappongono.
    Sono le otto e tre quarti, procedo meccanicamente, istupidita dal sonno e dall’inedia: a poco mi è servito rosicchiare una barretta ai cereali, reliquia del cammino portoghese dello scorso dicembre, ho bisogno di una colazione decente.

    Puente la Reina de Jaca
    Il bosco termina di fronte al grande ponte di Puente la Reina de Jaca, lo varco ed entro in un simulacro di paese: due case, una pompa di benzina e qualche villetta in costruzione.
    Nel medioevo questa località era un’importante stazione commerciale, qui confluivano la via di Somport e quella che scendeva dall’adiacente valle dell’Echo.
    Eppure il crocevia non ha saputo coagularsi in un centro urbano, e di tanto passato rimane in sospensione un’inspiegabile aria di frontiera vecchia di mille anni.

    Nel piazzale antistante il distributore sorge un albergo-ristorante da cui si protende un prefabbricato rettangolare, stretto come un vagone ferroviario: il bar finalmente.
    Entro e mi siedo ad un tavolino, senza nemmeno levare lo zaino. L’interno è spoglio, arredato da manifesti che pubblicizzano i sentieri dell’Aragona, tre muratori discutono animatamente davanti ai bicchieri di bianco. Ordino un caffè con leche, non vedo nulla di buono da mangiare e solo per precauzione prendo una merendina tipo plum cake, da tenere di scorta. Al momento di pagare il ragazzo sparisce, nel cercarlo ficco il naso in una stanza sul retro e, come Alice nel paese delle meraviglie, mi ritrovo in un elegante patio dai pavimenti in cotto, decorato con vasi in pietra. Ed ecco che l’angusto vagone ferroviario si muta in un palazzo gentilizio, ennesimo scherzo dell’impressione, omaggio di questo cammino caleidoscopico.

    Pago ed esco. La stanchezza non accenna a diminuire, forse sconto le conseguenze della tirata di ieri. Mi sento di malumore, devo affrontare un tratto di 21 km senza possibilità di soste intermedie e non ho quasi nulla da mangiare. Come al solito, la mente vaga in una spola maniacale fra cibo e chilometri, la noia è in agguato, quella noia mista ad esasperazione tipica dei tratti troppo lunghi e poco interessanti.

    Mi chiedo come facciano quelli che riescono a trovare se stessi nel cammino. La me stessa con cui mi vedo costretta a convivere in questi giorni è un essere famelico e ombroso, dalle capacità intellettuali limitate e sostanzialmente circoscritte all’interpretazione delle cartine o alla ricerca di inquadrature decenti per le foto. Ma è tempo di mettersi in viaggio, sono le nove.



    Attratta da una freccia con la scritta “panaderia” mi sono addentrata nella direzione opposta al cammino e, nascosto fra cantieri che tentano di dare una consistenza urbana a questo desolato toponimo, ho trovato un bel forno bianco e nuovo dove ho comprato un croissant, un bastone di pane, croccante e appena sfornato, e due di questi dolci piatti, uno più friabile, ripieno di pasta di mandorle e arancia, l’altro più secco, ripieno di miele e cannella, pallida imitazione della burrosa delizia di Canfranc.

    Fatta la spesa e debellato il pericolo della morte per fame, sono entrata nel bar accanto alla panetteria, più grande e affollato dell’altro, eccesso di ottoni e boiserie color noce scuro, in linea con l’atmosfera da far west che aleggia per il paese. Mancavano solo la sputacchiera e Dean Martin. Ho preso ancora un caffè e poi atteso quasi dieci minuti che il barista si accorgesse dell’euro che gli protendevo. A volte il gap culturale è esasperante.

    Lungo la strada
    Ristabiliti gli zuccheri, ho varcato di nuovo il ponte e sono scesa per una stradina asfaltata sottostante la nazionale. Un vecchietto mi si è accostato a bordo di una macchina scarburata, che sembrava cadere in pezzi, solo per dirmi che l’asfalto sarebbe durato un altro chilometro appena. Io ne ho approfittato per cambiare le scarpe e rimettere i sandali, intanto, comunque fosse, per il momento era una pacchia.
    L’asfalto termina in una strada bianca e polverosa, lasciandomi nel mezzo di una vallata oblunga, una vasca dai bordi bassi. Sulla destra, una striscia verdeggiante delimita il letto dell’invisibile fiume Aragòn, oltre il quale una cintura di tozze colline sfuma contro il profilo seghettato delle montagne. A sinistra, sopra di me, una bassa scarpata coperta di cespugli risale ripida fino alla carretera, sormontata da un crinale che declina in lontananza.

    Costeggio un campo, le stoppie appena falciate giacciono in file ordinate e parallele; iI paesaggio muta continuamente, al grano succede un maggese costellato di fiorellini rosa, poi ritorna una striscia di grano; l’ombra mi precede: da Jaca mi sto dirigendo verso ovest. Ogni tanto mi imbatto nei ruderi di qualche casa colonica abbandonata e invasa dai cardi. Il cielo nuvoloso rende piacevole camminare e la strada piana mi consente persino di leggere senza timore di inciampare.



    Oltrepassato il bivio di Arres la vallata si è aperta come un fiore: avanzo circondata da un mare di grano non ancora tagliato, i meandri della strada sciolti in una pista diritta e ondulata. Com’è da cammino questo paesaggio, penso, guardando il saliscendi del sentiero fendere le spighe fin quasi all’orizzonte. Alle mie spalle, le forme grigie dei Pirenei si allontanano nella foschia.

    Questa regione, che noi chiamiamo Aragona, in spagnolo è Aragòn. Una terra dal nome fiero e virile, ben lungi dal matronale e grassottello suo omofono italiano. Ed a me il suono “Aragòn” ricorda tanto “Aragorn”, l’eroe de Il signore degli anelli.
    E chi impersona il capitano Alatriste nel film omonimo, di chi è la foto che campeggia sulla copertina del mio libro? E’ proprio Viggo Mortensen, vale a dire l’Aragorn della versione cinematografica de Il signore degli anelli?
    Così Aragòn e Alatriste si mescolano l’uno all’altro, ed io leggendo cammino e mi inoltro nella Spagna oscura del tardo seicento, mentre lo spirito di questa terra e del suo fiume si confondono alle aspre fattezze del soldato dalla mirada tan clara como agua.



    Ogni tanto intravedo un paese bianco, posato sulla sommità di un’altura. Dicono le guide che saranno tre i paesi che, come in un romanzo di iniziazione, dovrò incontrare senza potermi fermare. Ed eccoli: Arres, alto e invisibile, appena una freccia che indica una salita, Martes, quadrato nella piana, apparentemente vicino, un chilometro di deviazione fra il grano, Mianos, alto e lontano, incredibilmente remoto.
    Passo dall’ombra dell’uno a quella dell’altro e contemplo quante forme può assumere il grano: spianate lunghe chilometri e semplici chiazze, raccolte fra le pieghe di strane formazioni rocciose o distese a lambire il fianco di colline marezzate dalla boscaglia ispida.
    E poi il grano finisce, e di nuovo il terreno si è alzato, di nuovo la pista si dissesta, avvolgendosi in spire attorno a montagnole violacee che si aprono come doline; di colpo il terreno sprofonda e trascina con sé il sentiero, una traccia polverosa fra cumuli di detriti, sterili e duri che paiono fatti di lava solidificata.

  7. #7
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    Al bivio per Mianos un cartello mi avverte che sono entrata nella provincia di Saragozza. Poco dopo, nei pressi di una cascina, una vasca colmata fino all’orlo dall’acqua che usciva da un tubo di gomma. Felicità inattesa, stupore. Ho intriso il pane e l’ho divorato intero, fradicio, buonissimo. L’antico vizio del pane e acqua si è ormai trasformato in un rituale del cammino. Ogni volta che ripeto il gesto di quattro anni fa a Ledigos, ritorno a quella stessa fontana, in quel preciso punto del cammino, quando comprai una pagnotta da un furgone spuntato dal nulla, la passai sotto la fontana e la divorai intera in pochi minuti. Sento la consistenza del pane che si disfa in bocca, l’acqua che mi cola fredda lungo il viso accaldato, e rivedo la strada avanti a me nella lieve curva contro il cielo sfrangiato di nuvole rosse. “E ogni volta che farete questo…”: veramente lo spezzare del pane è un gesto sacro.
    Ho ancora la faccia bagnata quando scorgo le case di Artieda levarsi sulla pianura.

    All’improvviso il cielo si chiude ed inizia a piovere. Un falso allarme, neppure il tempo di mettere il coprizaino e le nubi già si erano dissolte. E finalmente Artieda si fa più vicina, finalmente il bivio è quello giusto, un’ultima impennata per una balza quasi dantesca ma la vista della rocca mette le ali ai piedi, noto a malapena le scritte di protesta contro l’embalse di Yesa, il bacino artificiale meta del cammino di domani. Per oggi basta, il giorno ha esaurito la sua pena.

    Artieda
    Artieda domina la vallata dalla sommità della collina, un paesino antico e meravigliosamente conservato. Il camminamento sopra le mura, divenuto via di passaggio, discende a spirale attorno alla collina, creando piani sovrapposti da cui si dipartono le strade interne, in un alternarsi escheriano di saliscendi.
    Dalla strada superiore si accede alle tre stanzette dell’albergue, una scala interna conduce al bar affacciato sulla strada inferiore.
    Arrancando lungo la salita fantasticavo di una bella camera deserta e un boccale spumeggiante di birra; invece sto in un bugigattolo sovraffollato mentre il bar, triste e non troppo pulito, non offre né spina né lattine.
    L’hospitalera, accento brasileiro, bel fondoschiena, apparecchio ai denti e aria annoiata, mi ha infatti piazzato in una stanza microscopica, che contiene a malapena due letti a castello, già gremita degli effetti personali di altri due pellegrini. Il ragazzo dorme e la ragazza sta facendo il bucato nel bagno.
    Rimpiango l’albergue di Santa Cilia: qui domina un’impressione di sciatteria e trascuratezza. Un rifugio dipende tutta dagli hospitaleri, è evidente che l’accoglienza fraterna non rientra fra le priorità della brasiliana e della sorella che con lei manda avanti il posto.
    Siamo solo in tre, ci sono altre camere vuote, perché non aprirle e lasciarci più spazio invece di impilarci in un budello? Per aver meno stanze da riordinare, immagino...

    Pazienza, intanto ho fatto un po’ di bucato, il bugigattolo ha un balcone comunicante col bagno, così ho potuto stendere le calze e tenerle a portata di mano. Mi sono presa una bottiglietta di coca cola, 25cl tre sorsi ed è andata. Ed ora eccomi a letto, fresca e rilassata dalla doccia, ad assaporare quella particolare sensazione che danno solo i pomeriggi dopo il cammino.
    In albergo non è la stessa cosa, la comodità di una camera d’albergo ha un che di sterile, qui aleggia una singolare soddisfazione, una sensazione di compimento, mescolata e confusa al fastidio del dover condividere lo spazio, del non poter fare rumore, dell’essere costretta a covare le proprie cose fra cuscino e sacco a pelo.
    Lo stare qui è il necessario contraltare al cammino - non sarebbe cammino senza i rifugi e non lo è infatti la via francigena - perché il cammino è condivisione, ancor più intensa quando lo si percorre in solitudine.
    Il tratto di oggi è stato bello e, a posteriori, anche molto agevole. Il tempo è rimasto coperto, non ho sofferto la sete, fino alla salita di Artieda ci ho impiegato meno di sette ore, filate e senza una pausa. Così ora sono un po’ intontita e penso che dormirò un pochino. Mi dispiace non saper descrivere i singoli tratti del percorso, così differenti l’uno dall’altro, eppure simili, come variazioni in una sinfonia. Le rocce grigie come detriti di una cava e il grano…

    (ricordando)
    …poi la penna mi cade e mi assopisco.

    Più tardi chiacchiero coi due spagnoli Fulgencio, un ragazzo tranquillo di 29 anni che insegna filosofia ad Albacete e Victoria, di Alicante, poi scoprirò che ha qualche anno più di me. Ci sediamo su un muretto e parliamo di libri, di letteratura, di politica, mi trovo a mio agio e diventiamo rapidamente amici. Giochiamo a cercare sul mio vocabolario i “false friends” fra italiano e spagnolo, acero, bravo, cara, e così via… Facciamo un po’ di spesa nel minuscolo spaccio che le brasiliane gestiscono accanto all’albergue, poi andiamo alla ricerca delle frecce per la strada di domani, una cosa che invariabilmente dimentico di fare – forse perché sul camino le cesure fra un giorno all’altro sono talmente nette -, troviamo una frecciolina microscopica impressa su un lato della strada, e due ragazzi di passaggio ci confermano che scendendo da quella parte avremmo risparmiato un bel pezzo di cammino. Comunque sia, fraternizziamo e dopo un po’ facciamo un giro per il paese mentre ci raccontiamo i reciproci cammini. Gli aneddoti del cammino francese sembrano tanto remoti qui, nell’armoniosa tranquillità del cammino aragonese, dove non sono nemmeno concepibili le follie e la volgarità della temporada.
    Scopriamo che la via che cinge il centro si chiama calle Luis Buñuel, e l’azzardo toponomastico ci sembra così incongruo rispetto al contesto.
    Come certi piccoli centri dell’Italia centrale, col passar del pomeriggio il paese si trasforma in un salotto all’aperto, noi tre pellegrini siamo gli unici “estranei” e tutti gli abitanti ci rivolgono cordialmente la parola, approfittandone per criticare le brasiliane ad ogni piè sospinto.

    Si fa sera, le spagnole di Santa Cilia non sono ancora arrivate; chiedo un po’ in giro, la popolazione si è accresciuta solo di due tedesche, di cui una sola mastica a malapena un inglese stentato, alle quali l’hospitalera ha aperto un’altra delle sue preziose stanze. Sono necessari svariati tentativi alla più sveglia delle due teutone per decifrare il mio inglese, ma è inutile, non le hanno incontrate.
    Poi la brasiliana se ne va per i fatti suoi e dice che tornerà per le otto, nel frattempo, se arriva qualcuno, di farlo sistemare.
    Arriva in effetti uno spagnolo anziano e dall’aria sfatta, e lo piazziamo nella stanza con le tedesche. Il tempo scivola lentamente. Più tardi scendo nel piccolo spazio fra l’ingresso del rifugio ed il parapetto che dà sulla vallata, Victoria si appropria di una birra e del nuovo arrivato; io mi aggrego a loro, senza birra, ci sediamo e, mentre lo sguardo spazia, si parla del più e del meno.
    Non so perché, penso che lo spagnolo, Luis, faccia il camionista. Forse perché ha l’aria rovinata, o perché ha un modo di fare piuttosto dimesso e sembra apprezzare l’alcol.
    Però arriva da Jaca e ciò significa che si è sparato 40 km, un’impresa notevole con questo caldo.
    Di fatto la cena viene servita – per così dire - solo alle otto e mezza:
    Mangiamo tutti assieme, secondo la tradizione del camino, per fortuna che ci sono gli spagnoli, visto che le tedesche sono vivaci come due piloni di cemento.
    Una cena raccapricciante, cucinata, o meglio, scongelata, dalle brasileire imbronciate, niente vino per me e niente birra. Pane e acqua però sono molto buoni e tanto basti.
    Ci si racconta le rispettive età, e Luis, dopo un po’ di manfrine, ammette di averne 58. Dice con aria pensosa che si sente fortunato, perchè i tempi della sua gioventù sono stati stupendi, erano tempi di grande libertà, una libertà mai conosciuta prima, in cui tutto sembrava possibile, e che ora non è più concepibile, perché adesso c’è una paura che allora non si conosceva. Mi chiedo oziosamente se si riferisca all’aids o se sia un discorso più generale sull’insicurezza dei nostri tempi. A me però delle sue nostalgie da hippy male invecchiato importa poco, preferisco chiedergli com’è stato il momento della morte di Franco – se ha 58 anni, ne aveva 26 a quell’epoca – lui abbozza una risposta e solo l’interruzione della brasiliana gli impedisce di proseguire.

    Alla fine della cena, Luis e Victoria si siedono fuori per il bicchiere della staffa, mi invitano, ma io mi sottraggo e vado finalmente a dormire. Già mi figuro la situazione, la ex bella e il solitario di mezza età che uniscono le loro solitudini con la complicità di qualche bicchiere di vino. Non intendo certo rovinare loro la festa o intromettermi.
    E poi durante la cena era stato evidente che lei lo considerava terreno di caccia. E’ ben vero che un uomo è un uomo, anche se camionista sfigato di mezza età, e una sfida è una sfida. Però stasera non avevo voglia di mettermi in gioco o dare anche solo l’impressione di voler competere.

    Così torno in camera, mi infilo nel sacco a pelo, scrivo…

    (dal diario)
    Spero di farcela domani ad arrivare a Sanguesa, ma sono 33 km con una brutta salita subito dopo la partenza, e niente colazione. Da quando sono arrivata non sono quasi riuscita ad avere tempo per leggere o scrivere, ma non sarebbe stata una gran perdita se solo avessi cenato decentemente. Tuttavia è stato un pomeriggio simpatico, alla fine, e ozioso.
    Ora leggo un po’ se riesco. Ho preparato lo zaino ma non sono soddisfatta, mi sembra di non aver saputo raccontare niente: così sparirà dalla mia memoria anche la strada di oggi, tanto angusta anche quando attraversava grandi campi di grano, o quando si inerpicava per le masse grigiastre e squamose di certe formazioni rocciose, sparirà dalla mia memoria.

    E le alture grigie dei Pirenei alle mie spalle, e la pompa della fontana di San Martin e i paesi alti e lontani e quei campi di grano circolari e il fiume, entità che dava semplicemente la forma ai luoghi senza mai mostrarsi. E il libro del capitano Alatriste, che mi ha accompagnato per tutta la strada, finchè i sassi me l’hanno permesso.
    Qui è tutto pronto, si parla di Ruesta come se fosse un posto importante, la nostra meta futura, e l’embalse di Yesa ancora più avanti. Luoghi che domani saranno già alle nostre spalle, come quelli di cui non riesco a ricordare il nome mentre racconto alla tipa le mie avventure nei passati cammini, e ascolto le sue. Tosantos, Villamaior del Rio, nomi che hanno un suono e un volto, e che non rivedrò, e che per ognuno significano qualcosa di diverso.

    (ricordando)
    Fulgencio già dorme ma la luce rimasta accesa mi consente di decifrare lo spagnolo del mio capitano Alatriste e seguirne lentamente le avventure, i sensi di colpa affogati nel vino. Il vino, catalizzatore tanto romantico, sulla pagina… Victoria rientra tardissimo, mi bisbiglia in spagnolo qualcosa che non capisco... Mi giro e spengo la luce.

    16 Luglio - SANGUESA: ONE NIGHT STAND?

    (dal diario)
    Lungo la strada.
    Sei e un quarto. La luce si fa largo fra le nuvole, un gallo canta, scendo la collina di Artieda, il trapestio familiare del risveglio nell’albergue mi ha dato l’illusione di essere tornata a due anni fa, ma non è così.
    Mi dirigo nuovamente verso la pianura gialla marezzata di verde. Oggi, superata Ruesta, dovrò affrontare una salita definita dalle guide molto aspra e interminabile, e questo un po’ mi inquieta. Mi guardo attorno, la pianura sembra perfettamente circolare, rimpiango di non aver accettato l’invito a guardare il tramonto, ieri sera. Due bracchi mi abbaiano da un covile col tetto di tegole, troppo piccolo per le loro moli. Uscendo ho abbozzato una richiesta a Fulgencio che, con mio sollievo e un po’ di disappunto, ha declinato. Così mi sono avviata sola.
    L’aria profuma intensamente di concime ed è fredda, altri cani abbaiano al mio passare. Di fronte…

    (ricordando)
    Mentre scendo scrivendo dalla collina mi raggiunge Fulgencio, ma il disappunto è di breve durata perché con lui – come non capitava con Miguel Angel - mi trovo istintivamente bene; è una persona gentile e attenta, che non mi da per scontata, che sa interrompere i miei lunghi silenzi con argomenti di conversazione pensati apposta per interessarmi e mi fa sentire veramente a mio agio. Ci voltiamo per controllare se Luis ci segue, ma non lo vediamo. A pensar male…
    Chiacchierando, camminare è facile, persino troppo a volte. Appena partiti, presi nella conversazione, abbiamo inavvertitamente trascurato i segnali e stavamo andando alla deriva lungo uno degli innumerevoli sterrati bianchi che si perdono sulla piana verso il letto del fiume. Ce ne siamo accorti e abbiamo riavvolto a ritroso il filo del nostro andare fino a ritrovare il bivio e la freccia. Io estraggo il dolce all’arancia e lo divoro pezzo per pezzo, la crosta dura e sottile che si spacca per liberare il marzapane cremoso aromatizzato all’arancia. Intanto ci accostiamo al fianco della vallata, butterata da questi poggi più o meno alti, fino a che lasciamo la pianura e ci addentriamo in un bosco di lecci vecchi e contorti.
    Parlo allora a Fulgencio della selva dei violenti, e di Dante, che lui ha letto in spagnolo; di Ulisse, tento di tradurre in spagnolo fatti non foste a viver come bruti e infin che il mar fu sopra noi richiuso. Lui conosce Boccaccio, anche Manzoni, ma non ha letto i Promessi Sposi.
    Penso – senza parlargliene - a don Rodrigo, coi suoi capelli unti, all’immagine sozza e corrotta della Spagna del seicento che Manzoni ci ha reso così familiare. Eppure don Rodrigo era coetaneo del capitano Alatriste, come possono cambiare le prospettive.
    Comincio a capire solo ora che, se la Spagna ha dominato il mondo, se un pugno di uomini ha conquistato un continente e abbattuto una civiltà, non è stato per caso, per estenuati giochi dinastici o per inettitudine degli avversari, come ho sempre pensato. No, i tercios spagnoli erano il più potente esercito del mondo, con buona pace dei perfidi inglesi, sudditi infidi e senza onore di quella puta pelirroja della regina Isabel.

  8. #8
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    Attorno alle otto abbiamo accumulato già dieci km ma è sembrato un lampo, imbocchiamo una stradina asfaltata e raggiungiamo Ruesta dall’alto, costeggiandone le mura, mentre il cielo straripa dalle feritoie e dalle brecce degli edifici in rovina. Ruesta non è che un pugno di case abbandonate destinato ad essere sommerso dall’incremento dell’invaso sottostante. Fra le rovine sorge solamente il rifugio gestito dai sindacalisti anarchici della CNT.
    Nonostante quello che leggo nelle guide, non trovo affatto Ruesta un posto romantico, bensì deprimente, persino in una giornata tanto radiosa. Non ci addentriamo nell’abitato e ci dirigiamo subito al rifugio della CNT, accolti da murales rigorosamente rossi e neri, i gloriosi colori dell’anarchia spagnola.
    Chiediamo un caffè al gestore, barba e pancia che tracima malamente da una bella maglietta, e lo gustiamo sul terrazzo affacciato sull’embalse de Yesa, aria fresca del mattino, blu intenso del cielo, volo di uccelli attorno alle rovine. Pajaros, mi traduce Fulgencio.
    Al momento di pagare, vedo in una vetrinetta una spilla della CNT. Penso a Buenaventura Durruti e ne chiedo il prezzo. Il gestore mi risponde, quella spilla non ha prezzo.
    Io, emozionata – conosco bene il tributo di sangue pagato dagli anarchici durante la guerra civile – rispondo seria, lo so.
    Lui forse coglie il mio turbamento, ne estrae una dalla vetrina e me la regala. Io lo ringrazio, rossa, impacciata, commossa, ed esco, sentendomi bruciare fra le dita un pezzo di storia di Spagna.

    Riprendiamo rapidamente il cammino, ci aspettano 4 km di pista boschiva con 350 metri di dislivello, da superare assolutamente prima che il sole sia alto.
    Lasciamo Ruesta parlando di anarchia, mentre la strada ridiscende per un acciottolato quadrato che raggiunge la riva del fiume, dove un centinaio di ragazzini faceva colazione sui tavolacci del campeggio. Un bel posto fra pini tanto alti che non se ne vede la sommità, anch’esso destinato ad essere sommerso. Poi è risalita, come un elastico, mentre i pini si diradavano fino a spalancarsi sul fianco della montagna, una carrareccia larga e polverosa.
    Abbiamo superato rapidamente anche questa salita, costeggiata di alberi giovani e radi che non facevano ombra, sovrastando l’embalse di Yesa le cui acque turchesi avevano i riflessi cerulei tipici dei bacini artificiali.
    Veloci, veloci, sullo sterrato sassoso, per battere in rapidità il sole che saliva alle nostre spalle, fino a quando abbiamo scollinato per affacciarci sulla grande vallata delimitata lontano da nuovo circo di cime azzurrine.

    Undués de Lerda ci appare di fronte, un pugno di case sparse sulla collina, del colore della terracotta sbiadita dal sole. Proseguiamo per un po’ lungo la cresta e poi il sentiero scende verso l’incavo della vallata.
    Fulgencio intanto mi racconta della sua famiglia, mi descrive i rastrellamenti seguiti alla caduta di Siviglia, suo nonno che si è nascosto sotto il letto la notte che passarono nella sua via, e vicende di cui avevo solamente letto, di colpo prendono vita, densità, sangue. Gli chiedo delle deliranti trasmissioni radiofoniche del sanguinario generale Queipo de Llano e mi dice che sua nonna se ne ricordava, le aveva sentite.
    Gli racconto del fratello di mia nonna, mio zio Mino – Giacomo - fuggito anche lui dalla finestra – aveva disertato dopo l’otto settembre per tornare dalla moglie e dalla figlia neonata (colei che, crescendo, sarebbe divenuta la mia orrenda cugina svizzera)– e scappato in montagna per unirsi ai partigiani. Morto a 26 anni nel 1946, della tubercolosi contratta fra i monti.

    L’ultimo tratto della discesa ci porta per una pietraia solcata da crepe, avanziamo con cautela per non incespicare nella terra dura e giallastra, ed anche i temi del discorso si fanno meno alti, si parla di morale ed ipocrisia e mentre incespichiamo fra i sassi, gli racconto del dibattito che infuria in Italia sulla questione del riconoscimento delle coppie di fatto.
    Oltrepassiamo un ristagno di acqua putrida su un ponticello e risaliamo verso il paese arrancando sulla calzada romana, un ripido stradello lastricato che prende il paese alle spalle, calpestiamo lastre posate oltre duemila anni fa semisepolte fra l’erba alta: la storia non dà tregua qui in Spagna.
    Sono le undici e mezza quando finalmente entriamo a Unduès de Lerda. Incrociamo un gruppo di francesi che ci grida da lontano, provate la tortilla di patate del bar, è fantastica!
    Ci fermiamo in una piazzetta all’ombra della chiesa in ristrutturazione e Fulgencio ritrova alcuni amici che aveva conosciuto due giorni prima al rifugio di Arres.
    Fra loro, riconosco le due vecchiette intraviste sul bus per Somport il primo giorno, Lola e Merce, si chiamano, sono insegnanti, vengono da Madrid.
    Man mano arrivano altre persone, tutti ex del rifugio di Arres. Fulgencio mi presenta, chiacchieriamo.

    Entriamo nel bar, solo un tavolo è occupato, una famiglia sta divorando un piatto di salamelle arrostite accompagnate da uova strapazzate e pane. Nello stanzone semivuoto aleggia il profumo della salsiccia e mi sembra di svenire dalla fame.
    Noi due prendiamo una tortilla di patate, servita fumante su una enorme fetta di pane. Io compro anche un bottiglione da un litro e mezzo di acqua gelata, mangiamo assieme agli altri seduti sul muretto mentre gli operai che lavorano ai restauri della chiesa si allontanano alla spicciolata. Faccio un paio di foto, scrivo…

    (dal diario)
    Undués de Lerda.
    Una sosta simpatica, intrisa di quella socialità lieve e accogliente tipica del cammino. Ora finisco il dolce alla cannella, che è rimasto croccante, mentre nella discesa da Artieda avevo dato fondo al dolce all’arancia. Si parla di albergue e di strada. Gli altri, che hanno dormito a Ruesta, sono già partiti.
    E’ solo mezzogiorno, siamo stati bravissimi, 20 km in 5 ore e tutti in salita, ma ora ci attende il piano, o almeno, così si dice...

    (ricordando)
    Gli spagnoli mi raccontano che le ragazze di Santa Cilia hanno pernottato insieme a loro, a Ruesta, dove erano arrivate sfinite a notte inoltrata, dopo una cavalcata di oltre 40 km. Un po’ ci resto male, nulla le obbligava a fermarsi certo, se non quel vago appuntamento, però a volte sul cammino basta così poco a stringere un legame, e non vedendole arrivare mi ero preoccupata. Da allora non le ho più riviste né sentite, ed è cosa inusuale sul cammino, dove tutti rincontrano tutti; di loro mi è rimasta quella vaga sensazione che fossero strane, liquide, sfuggenti…
    Mi rendo conto che anche Luis, lo spagnolo di Artieda, non si è visto.


    Verso l’una riprendiamo la marcia, uscendo dal paese fra le belle case di pietra ne noto una, la facciata dominata da un massiccio arco a tutto sesto di lastre enormi e poderose, sovrastato da una bifora sottile, archetti appuntiti divisi da un’esile colonnina che ingentilivano l’insieme, come una moglie minuta accanto ad un marito grande e grosso.
    Il tratto da Unduès de Lerda a Sanguesa è una meseta in piccolo, domina il grano ma gli spazi sono più contenuti, meno “spagnoli”; le colline e i filari di pioppi rammentano la Toscana meridionale piuttosto che la Castiglia. La strada è bianca e ondulata e, anche se il sole picchia, le nuvole ogni tanto danno sollievo. Mi giro e scatto una foto ad una casetta che si staglia nitida contro un cielo azzurro a nuvolette barocche.

    All’una e mezza varchiamo il confine con la gialla Navarra: Un cippo bifronte ed addio Aragòn! Poco oltre ritroviamo Lola e Merce che si riposano sul ciglio della strada nel tentativo di alleviare il dolore ai piedi, un saluto, una foto e via. La strada non è per nulla faticosa, solo un po’ lunga. Mezz’ora dopo, su un lato della strada bianca ci imbattiamo in un grattacielo di paglia alto oltre dieci metri e lungo almeno cinquanta, alla cui ombra dormicchiano sdraiati e scalzi i nostri amici.

    Ci sobbarchiamo un altro po’ di saliscendi e finalmente intravediamo alcune case, ma sono solo ingannevoli avvisaglie: il paese rimane distante e occorre camminare ancora mentre la stanchezza raggiunge quel livello in cui il muoversi è solo un meccanico e sgradevole reiterare di gesti. Intanto parliamo di corride, e Fulgencio mi descrive in maniera cruda particolari che lo straniero affascinato anche suo malgrado dalla coreografia non può conoscere. Del resto, spiega, basta pensare che abbattere una bestia di seicento chili con uno spadino non è fisicamente possibile. Mi parla del mercato delle code di toro, e mi dice che comunque quella della tauromachia è una passione che perde adepti di giorno in giorno. A contraddire tutto quello che mi ha appena detto Fulgencio, entriamo in Sanguesa costeggiando proprio la plaza de toros, piccolina, perfettamente circolare ed in ottimo stato.
    La superiamo, chiediamo informazioni ad una guardia civil ed ecco la via dove sorge il rifugio, raggiungiamo il portone e finalmente entriamo.

    Ci presentiamo all’hospitalera, sul tavolo una ciotola piena di prugne, piccolissime, nere ma ancora acerbe: le scambio per ciliegie, ne afferro una e ci resto male. Fulgencio si volge verso la cucina e lo sento salutare: hola, Miguel Angel! … Non posso crederci. Mi sento sopraffare dal panico: e adesso cosa dico, cosa faccio? Istintivamente – e dalli! - mi nascondo nell’angolo, ma alla fine lui esce dalla cucina e mi vede.
    Ci salutiamo, lui ci squadra, è evidente che io e Fulgencio abbiamo camminato assieme, e fa una smorfia – di disgusto o derisione, non so - io cerco di far finta di niente, vorrei morire dall’imbarazzo. Lui dice ancora qualcosa che non capisco e si allontana.

    Saliamo al piano superiore e ci sistemiamo nell’unica, ampia camerata. Le brande sono singole, non a castello, per fortuna, tutto ben diverso dal budello claustrofobico di ieri. Dopo la doccia al piano terreno, dove mi servo abbondantemente di un flacone abbandonato di sapone liquido, Fulgencio mi invita a pranzo, ma io declino e mi stendo sul materasso a leggere e scrivere, preferisco evitare di andare in qualche posto nei dintorni, mi sento troppo in difficoltà al pensiero di incontrare ancora Miguel Angel.

    I 14 posti del rifugio si esauriscono in un attimo, arrivano Merce e Lola, coi piedi devastati, offro loro i miei Compeed, ma Lola dovrebbe farsi vedere da un medico. Poco dopo salgono una coppia di pensionati catalani, autentici veterani delle strade di Spagna, un’altra coppia, di Siviglia, i due ragazzi di Barcellona, costretti a dividersi un’unica branda, un tedesco caciarone, i francesi della tortilla. La fragile rete del cammino si è ormai tessuta. Soltanto non si vedono Victoria e Luis , com’era prevedibile, aggiungo fra me e me, malevola e oziosa. Scribacchio…

    (dal diario)
    Il cammino mi sta entrando in circolo, inizio a chiedermi dove sarà rimasta Victoria, se arriveranno le spagnole di Santa Cilia o le tedesche di Artieda: l’aver ritrovato Miguel Angel mi dimostra che lungo la via nulla si crea e nulla si distrugge, nessuno si perde del tutto. E mi dimostra anche la vanità del mio tentare di forzare i meccanismi del cammino.
    Questo è un ex convento di suore, il clima è simpatico e rilassato, ben diverso dal casino del cammino francese che ci aspetta fra due giorni. Le scritte in basco sono, ai miei occhi inesperti, il solo indicatore del fatto che siamo in Navarra. I piedi non mi dolgono, sono contenta, anche se non so se potrei mantenere a lungo certi ritmi, 30 km in otto ore non sono male. La branda è bassa e comoda, vorrei dormire, ma sono anche curiosa e forse vado un po’ a girare per il paese.

    (ricordando)
    Lascio passare un po’ di tempo ed esco in strada. Voglio visitare le chiese – Sanguesa sfoggia chiese romaniche dalle facciate più incredibili, arcate come merletti di pietre, capitelli animaleschi e retabli lussureggianti - esplorare i bar, le pasticcerie, selezionare i ristoranti,
    Rimedio una cartina all’Oficina del Turismo e inizio la mia esplorazione. Sanguesa è tutta stesa attorno all’incrocio fra il cardo e il decumano, una placida città rettangolare in cui ad ogni snodo sorge una chiesa dalla bellezza singolare.

    (dal diario)

    Sanguesa.
    Sono in un bar qualsiasi, né bello né brutto, una sala lunga e stretta, col bancone che corre lungo la parete e i tavolini in fila contro l’altra parete. Una volta terminata la trasmissione della tappa del Tour de France gli avventori defluiscono lentamente, io nel frattempo ho letto tutto il giornale locale e bevuto una birra, e, forse grazie alla birra, mi sento bene, a mio agio.
    Dopo aver tirato ascisse e ordinate, salito e ridisceso vie e piazze per comprendere a grandi linee la collocazione di ogni cosa, ho cercato un posto dove fermarmi a scrivere, interrompere la tensione, riprendere fiato. So che la vacanza ideale non è questa – in un mondo perfetto sarei in una bella caffetteria, sotto un dehors ombreggiato, fra le mani una tazza di cioccolata con la panna e un piatto pieno di dolci buonissimi ed economici, e rimarrei indisturbata un’ora a scrivere e leggere - però potrebbe anche essere peggio.
    Qui sinora ho conosciuto gente, visto posti, visti veramente, attraversati metro per metro, così come sto qui, un po’ lo rimpiango già questo cammino troppo corto. Hasta Santiago e molti quasi tutti fanno solo un pezzo, come me, hasta Puente la Reina, pochi sono i privilegiati che hanno invece la fortuna e il tempo di puntare a Santiago.
    Ora vado a cercare un internet cafè e le pile per la macchina fotografica. E’ frustrante essere in un posto pieno di cose tanto belle ed essere costretti a centellinare ogni immagine, a lottare con lo spegnersi improvviso della macchina, dover giocare d’anticipo su ogni immagine per raschiare fino all’ultima stilla di energia. E forse mi procurerò dell’altro cibo, in fondo sono in piedi dalle 5.
    E’ vacanza? Forse si, forse è tutto questo, stare bene con la gente, i posti. Questi campi gialli e le colline lontane e Sanguesa che non si vedeva e la salita fra i pini che non davano ombra ma non era una strada troppo aspra e l’ora era clemente. Poi l’embalse de Yesa e il passo e la pianura finalmente ai nostri piedi. Chissà se farei cambio con un aperitivo in Croazia, in una terrazza sul mare. Vado a restituire il giornale al barista.


  9. #9
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    Una panchina in una piazzetta, il vento soffia gentile, donne vanno e vengono cariche di borse della spesa, il sole si è addolcito, battono le sei. Avevo cercato una caffetteria o una pasticceria dove sedermi e prendere qualcosa di buono, una torta, un dolcino, ma i posti erano o chiusi o poco allettanti, così ho ripiegato su un supermercato, dove ho comprato le pile per la macchina fotografica, un dolce da poco, quattro yogurt compatti e una bottiglia di yogurt alla fragola, che per sempre assocerò al prato nel parco di Portomarin, il cammino di quattro anni fa.
    L’ho bevuto qui su questa panchina, e ho mangiato sconciamente uno yogurt compatto senza cucchiaino - è facile, basta aspirare con decisione - mentre il vento soffiava fra le mie borse piene di rimasugli, il dolce alla cannella di ieri, il plum cake con la marmellata, il pane comprato oggi.
    Leggo qualche pagina di Alatriste, quella Spagna e questa si sovrappongono come le lastre di alabastro che decorano le chiese.

    Uscita dal bar, inevitabilmente mi sono imbattuta in Miguel Angel, che si accompagna ad una spagnola bionda del gruppo di Arres e ho pensato, sollevata, che dev’essersi consolato.
    Immagino che in parte la mia diffidenza verso di lui nascesse proprio dalla sensazione che fosse a caccia – non importa di chi - e dal fatto che, dal canto mio, non avessi nessuna intenzione di farmi trascinare per i capelli nella sua caverna.
    Ripensandoci, focalizzo meglio anche la mia disponibilità verso Fulgencio, il cui candore mi rende spontanea e amichevole, e che non mi fa sentire minacciata in alcun modo.
    Sotto sotto però, un po’ mi dispiace, forse semplicemente perché qualcun altro ha raccolto il giocattolo che avevo gettato, o forse perché il modo di fare aggressivo che gli ho visto ostentare poco fa era sicuramente più interessante dell’approccio da cozza dell’altro giorno. O forse perché era in canottiera, chissà. E comunque la donna è mobile e in questa realtà fluttuante del cammino niente resta com’è per un giorno intero, nemmeno io.



    Ho trovato l’internet cafè sul calle Mayor, qualche postazione in una sala giochi, un altro localone scavato nella profondità di queste case antiche, che vende gommoni alla frutta in grandi barattoli colorati, e macchinine e giocattolini, un paradiso di paese affollato da ragazzini di tutte le età.
    Ho scritto qualche email ed esplorato le specialità gastronomiche del paese su uno dei tanti siti dedicati al cammino.
    Sul forum di “pellegrini per sempre”, la gradita sorpresa di un complimento esaltante al mio vecchio diario. So che ora non potrei più raggiungere certe altezze e che quanto di originale potevo dire, l’ho detto quattro anni fa, né i miei ovvi limiti espressivi e di introspezione mi permettono di andare oltre le banalità cronachistiche legate a queste note.

    E’ ben vero anche che ora vivo il cammino in un modo diverso. Il volto del cammino cambia ogni volta. Tante cose sono scontate, altre sono acquisite, altre non sono più così suggestive. Non piacerebbero ai mistici del cammino queste nuove pagine. Forse ora sono più realista, so cosa sto facendo e mi godo ciò che faccio solo per ciò che è. Non so.
    Come Pinocchio, ho venduto la mia vacanza, e questi quindici sudati e faticosi giorni non sono poca cosa, sono il riscatto di un anno di fatica e frustrazione e preoccupazioni e pensieri, in cambio del biglietto per il paese dei balocchi, devo capire se è stato uno scambio giusto. Non ci sarà altro, per un anno ancora.
    E poi c’è la mia vacanza inventata e parallela, il viaggio da Bol a Vis di cui racconto a chi mi telefona, e le spiagge che invento, e le ore d’ozio spese a prendere il sole, quando l’unico sole è quello che mi abbronza l’incavo dei gomiti.
    Non esiste forse la vacanza perfetta, però stare bene senza rimpianti è già molto. Ed ora vado a fotografare le chiese. Adesso che il pomeriggio avanza, iniziano ad aprirsi anche i negozi, a popolarsi i tavolini dei bar, ad affollarsi le strade, il paese rinasce come una pianta finalmente irrigata, si stira come un orso appena uscito dal letargo.



    Esaurite le necessità materiali, ho finalmente riempito gli spazi disegnati dai miei passi, e mi sono dedicata a visitare con calma la cattedrale accanto al fiume, Santa Maria la Real. L’ho raggiunta dal fiume, percorrendo la verde passeggiata da cui saliva un’aria già carica di freddo notturno. Da lontano la facciata sembra schiuma di roccia lavorata. Da vicino si rivela per una serie di archi sovrapposti affollata da un’inebriante sovrapposizione di figure e figurette. Trecento, fra santi, mostri, animali, anime del purgatorio, si affollano attorno ad un Pantocratore ieratico che sembra avvolto in un asciugamano, come un nobile romano alle terme.
    Ogni immagine pare avere un suo posto preciso, figura di un mondo in cui la gerarchia non era solo giusta ma anche bella. Tutti gli spazi, anche i più piccoli, sono riempiti da nodi, serpenti attorcigliati, animaletti, omini intenti alle attività più svariate, che sembrano arrampicarsi o spuntare dalle pietre della facciata. Il triplice arco è sorretto da sei figure, tre donne e tre apostoli, una delle quali, unica al mondo, rappresenta Giuda impiccato.

    Più indietro, nei pressi del rifugio, la chiesa del Salvador, gialla quanto bianca è la cattedrale, sproporzionata come la motrice di un autotreno, un cubo semidiroccato sovrastato da un contrafforte ad arco che la investe per intero, tagliandole attorno una fetta semicircolare di cielo.
    E ancora più indietro, la chiesa di Santiago, il frontone dominato da un altorilievo dai colori vivaci dell’Apostolo, mentre i due pellegrini ai suoi lati sono solamente dipinti.

    Lungo la calle Mayor belle case restaurate si alternano a facciate un tempo maestose ed ora mezze sbriciolate, ma l’attrazione principale è il palazzo nobiliare sede del municipio, che ospita un’abborracciata mostra dedicata alla vita della Sanguesa medievale, con modellini che immagino messi insieme da cittadini volenterosi nelle lunghe sere di inverno.
    Di questo palazzo secentesco, più che gli interni, colpiscono le sculture della grondaia, musi mostruosi minacciosamente rivolti alla strada, scolpiti in un legno nerissimo.



    Lola è venuta a ringraziarmi per i compeed, all’ambulatorio le hanno consigliato un giorno di riposo, quindi raggiungeranno Montreal in autobus e lì ci aspetteranno. Ho pianificato con Fulgencio la strada di domani: dopo Sanguesa il cammino si biforca, ed è possibile scegliere fra la strada più breve ma molto ripida che attraversa Rocaforte, l’originario abitato di Sanguesa, e la via più lunga e meno impegnativa, che passa per la Foz de Lumbier, una gola dove nidificano gli unici rapaci della zona. Io voglio vedere la gola, perché sono rimasta affascinata da una descrizione che ho letto sul forum.
    Verso le nove torno ad uscire: al termine di una laboriosa cernita fra menu del dia e ristoranti più o meno fetidi, avevo individuato un posticino grazioso con un buon menu che comprendeva i misteriosi asparagi, specialità locale, e mi ero persino decisa ad affrontare la spesa stratosferica di 18 euro...
    Purtroppo quando sono arrivata, il posto era ancora buio e chiuso, ho aspettato un po’, fino a che dal balcone del piano di sopra un uomo mi ha detto che il ristorante è aperto solo per il pranzo. Delusa, ho ripiegato sul postaccio fetido consigliato da Fulgencio, una taverna defilata, il cui menù è pubblicizzato nella bacheca del rifugio. Per 10 euro sto cenando dignitosamente e di malavoglia, tanto mi sono ingozzata di porcherie durante il pomeriggio. La signora mi ha portato una fettona di prosciutto accompagnata ad un dolce melone bianco, due grandi spiedini di seppie anneriti dal fumo e infine il flan, degno epilogo di ogni iberico pasto. Sento il vento fischiare dalle serrande, è scesa la notte, devo rientrare.


    (ricordando)
    Mentre percorro il vicolo diretta al ristorante, butto oziosamente lo sguardo dentro un bar dall’aria equivoca e vi scorgo Victoria e Luis, seduti al bancone in compagnia di un paio di bicchieri di vino.
    Le mie malevole illazioni sui due maturi amanti occasionali hanno trovato conferma, penso, e la brutta impressione è accentuata dalla cornice un po’ sordida del locale, la luce giallastra dona all’insieme la tristezza desolante di un quadro di Hopper.
    Sembra tutto così estraneo al cammino, mi sento depressa ed imbarazzata per loro. Passo oltre e vado a cenare.
    Li incrocio di nuovo, dopo cena, diretti ad una pensione sulla Calle Mayor, mi spiegano. Nella logica del cammino dormire insieme, dividere le stanze è una cosa normale – io stessa ho dormito a Saragozza con Andrea e Alessandro, che avevo conosciuto la mattina stessa – però questi non sono ragazzini e le schermaglie della sera precedente avevano lasciato presagire l’epilogo scontato della vicenda.
    Chiacchieriamo un po’, domani Victoria prenderà il bus per Logrono per saltare un po’ di tappe, Luis invece, saputo che io e Fulgencio passeremo dalla Foz de Lumbier, si offre di aggregarsi a noi. Io sono un po’ contrariata, con Fulgencio mi trovo bene, e rompere l’equilibrio non mi entusiasma. Però a questo punto la palla è passata.



    Sono rientrata all’albergue nella notte ancora chiara, ma percossa da venti sempre più freddi e inquietanti. Mi infilo nel sacco a pelo, niente capitano Alatriste neanche stanotte, le luci sono già spente. Butto giù due righe alla luce sempre più fievole della torcia.

    La gente è tutta malconcia e zoppicante, tranne me. Domani la meta è Monreal, passando per la Foz de Lumbièr, andrò, credo, con Fulgencio e Luis ci aspetterà al ponte, verso le sei. Ho ritrovato lui e Victoria in un bar dall’altra parte del paese. Victoria invece va avanti in autobus, ha poco tempo e conosce già questo tratto del cammino. Quante strane storie finiscono per intrecciarsi. Luoghi ora così familiari, passeranno come un legno sul fiume. La gente schiamazza al piano di sotto, però questo è un albergue bello e tenuto con amore. Chissà che non riesca a leggere un po’, con la torcia. I sussurri si avvolgono gli uni agli altri, misti ai fruscii ed al rumore del vento. Domani è il 18 di luglio, funesto anniversario dell’alzamiento…

    La torcia non mi permette oltre. Nel buio, prima di addormentarmi, mando un sms a lulu chiedendogli di telefonarmi. Come al solito mescolo le carte per neutralizzare le cose. E poi ora, se anche non mi chiamerà, forse non ci resterò troppo male, persa come sono dietro tutte queste dinamiche complicate.

    18 luglio- MONREAL: UNA MUJER SOLITARIA

    Sono le quattro del pomeriggio, è stata una giornata piena e solo ora affronto la pagina: come sempre, il peccato della compagnia tradisce la scrittura e non ci sono vie di mezzo.

    Stamattina sveglia poco prima delle 5, colazioni affrettate nella cucina al pian terreno, io ho ingoiato uno dei due yogurt superstiti e spalmato il pane avanzato con marmellata rubacchiata qua e là, Miguel Angel mi ignora ed io ignoro lui.

    Io e Fulgencio partiamo alle 5.30, la notte è fredda e ventosa, la luna ancora alta. Al ponte Luis è già lì che ci aspetta, sapeva che la lunga tappa di oggi richiedeva una partenza muy temprana e si è fatto trovare in anticipo. Meglio, perché non l’avremmo aspettato.
    Camminiamo lungo la carretera per cinque chilometri: nonostante il vento, ristagna il fetore rivoltante diffuso da una fabbrica di carta.
    Nel buio, il timore di sbagliare rende attenti fino alla paranoia, al primo bivio la freccia si fa trovare quasi subito, più avanti invece, dove la carretera incrocia la superstrada è più difficile e siamo costretti ad andare avanti e indietro, esplorando metodicamente con le torce i pali della luce e i cordoli del marciapiede, fino a che un camionista ci viene in aiuto. Finalmente ci avviamo, ancora controvento e ancora lungo la carretera, dopo circa un’ora di marcia, in prossimità della periferia di Liedena scorgiamo le luci di un distributore, il cui bar rimane aperto tutta notte.
    Fulgencio prende un succo di frutta, ha un sapore strano, è avariato, il barista glielo cambia ma non serve, starà male tutto il giorno. Luis mi offre il caffè, accenna a rimanere al banco, poi cambia idea e va a sedersi per i fatti suoi. Io mi secco e rimango dove sono, ma nel frattempo entra Miguel Angel in compagnia della bionda Isabel, mi saluta a malapena e con aria di sfida, io sono sempre più imbarazzata, finisco in fretta il caffè e finalmente noi tre ripartiamo mentre sopraggiungono gli altri.

    Albeggiava, quando abbiamo rasentato Liedena. Superate le prime abitazioni non riuscivamo a capire quale direzione prendere e solo perlustrando attentamente casa per casa abbiamo finalmente trovato una freccia, seminascosta e malamente tracciata su un muro distante dalla strada. Luis ha lasciato un segnale per i ragazzi che ci seguivano e ci siamo avviati verso la gola.
    Un primo ridimensionamento alle mie aspettative in merito al paesaggio è giunto quando ho compreso che il percorso non sarebbe salito per la montagna che sorgeva di fronte a noi e virava invece a sinistra, fra due case quadrate, perdendosi poi fra i campi ancora da mietere, confuso in una pista di terra diritta e piatta, quella della sede ferroviaria abbandonata
    Varchiamo l’ingresso alla gola attraverso l’antico traforo ottocentesco, avanziamo in un buio denso, assoluto, sembra di procedere nel budino: la mia torcia è quasi scarica, per fortuna almeno quella di Luis funziona.
    Sbuchiamo nella Foz de Lumbier, le pareti a piombo sono disseminate di nidi di rapaci, segnalati dalle strie biancastre del guano sul grigio ferrigno della roccia, scatto qualche foto, ne voglio fare una anche a loro due, ma Luis declina, piuttosto è lui a offrirsi farmene un paio con la mia macchina, sullo sfondo della gola, così posso ricordarmi dove sono stata. Un pensiero gentile, mi vien da pensare, e tiro dentro Fulgencio, che è ben contendo di mettersi in posa. Sotto, il fiume Lumbier scorre verde e limaccioso ma placido.
    La gola finisce presto, la galleria d’uscita è più breve di quella d’ingresso, il gomito meno stretto stavolta lascia intravedere quasi subito la luce.
    Sono un po’ delusa. Mi aspettavo un posto meno addomesticato, avevo immaginato un ambiente selvaggio come la gola del Cardinello, un arroyo da riserva navajo, non questa piatta passeggiata ligure con transenne di legno, larga abbastanza da farci passare un furgone.
    Solo i tunnel avevano una vera suggestione, ma tutto sommato – mi dico - la gola meritava di essere vista.
    Del resto il cammino delude proprio là dove la bellezza dovrebbe essere più scontata. Ma è giusto, la bellezza del cammino non è della stessa grana di quella che ammalia i turisti. Penso al tratto fra Leon e Villadangos, squallida periferia urbana seguita da un’insulsa campagna ispida e arida, eppure non c’è un millesimo di cammino in meno, rispetto ai più pittoreschi tratti pirenaici.

  10. #10
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    All’altezza dell’abitato di Lumbièr la via è sbarrata, il sentiero sembra morire in uno sterrato fangoso: il ponte a schiena d’asino è rovinato ed un gruppo di operai stava lavorando ad un nuovo ponte, una struttura sproporzionata per quel rigagnolo melmoso che si potrebbe scavalcare con un balzo. Un vecchietto, la parlata incomprensibile persino per i miei amici spagnoli, ci rassicura a gesti, poco oltre il cammino prosegue.
    Racconto a Fulgencio la vecchia leggenda sui ponti del diavolo, costruiti in una notte dal diavolo, in cambio della prima anima che l’avesse attraversato. E la mattina dopo la popolazione che sfila in processione sul ponte preceduta però da un maiale, e il diavolo beffato che sprofonda nell’inferno, trascinando con sé l’anima del maiale.



    Discorrendo di cibo seguiamo una curva e ci affacciamo su una vallata dove il grano è appena stato mietuto. Di nuovo i segnali si fanno desiderare, stavolta la freccia, tracciata su un palo della luce, è nascosta dai tralci di un rampicante, Luis e Fulgencio ne spostano e strappano un po’, in modo da renderla visibile. Siamo ormai sulla carretera e la risaliamo per un breve tratto.
    Si continua a parlare e dal cibo si affrontano argomenti più complessi; io stento ad intervenire col mio spagnolo zoppicante. Parlando, Luis accenna incidentalmente di essere medico. Non il camionista, quindi.
    Ci racconta dei suoi sistemi per curare le vesciche, che affliggono anche lui, come Fulgencio e tutti gli altri; tranne me, assurdamente invulnerabile ad ogni cosa.
    Spiega che tutti, appena sanno che è medico lo interpellano per ottenere i pareri più disparati, senza capire che anche lui ha bisogno di consultare i libri. Mi stupisco per la modestia dell’ammissione, inusuale in un medico. So cosa intende, a me capita la stessa cosa, il fatto che sia avvocato induce gli altri a credermi in grado di rispondere a qualsiasi questione anche solo vagamente giuridica, mentre invece devo consultare i libri per poter parlare con una minima cognizione di causa. Provo a spiegarlo, poi, vergognandomi nello stesso tempo del mio spagnolo stentato e di quella che mi sembra un’ostentazione fuori luogo, taccio.
    E poi si affronta l’ennesima da camino, strade bianche a saliscendi fra campi di grano mentre l’orientamento ruotava lentamente come su di un piano invisibile. Salite e discese, discorsi fra il profondo e il banale.
    Si parla delle dipendenze, l’alcol, il gioco, la droga.
    Secondo Luis, ogni azione umana è dettata da un innato desiderio di felicità e di pace, e le dipendenze sono solo il surrogato di quella felicità e quella pace che alcuni non sanno come raggiungere altrimenti.
    Vorrei intervenire, aggiungere che secondo me ben più del desiderio di felicità e pace, un’altra pulsione domina le azioni umane, ed è la paura, ma non riesco a trovare le parole adatte nè il momento.

    E si parla di bene e male, natura e cultura, creato e increato, mentre la polvere e il profilo dei campi distesi lungo il fianco tornito delle colline si mescolano al pensiero degli stoici, alla differenza, fra timore e paura, fra cattiveria e severità, fra disciplina e crudeltà.

    Così si parla del dolore, della “valle di lacrime” e dell’esigenza di trovare un senso alla sofferenza, ciascuno secondo la propria visione, perché Luis è credente mentre Fulgencio è ateo, ma è un ragazzo sensibile ed uno studioso di filosofia. Ascoltarli è davvero interessante.
    Luis spiega che, da medico, è stato spesso costretto a interrogarsi sul male e sulla sofferenza, ed io ascolto sempre più interessata. Però a questo punto lui inizia a dire che la sola forza, la sola via d’uscita al dolore, alla condizione umana di sofferenza, è l’amore. Oddio, ci siamo, penso, vagamente delusa.
    Non voglio lasciarmi tirare in ballo in un discorso sull’amore e l’argomento mi insospettisce. Me lo vedo, il solitario di mezza età, che viaggia al cucco per il cammino e commuove le donzelle coi propri discorsi ispirati sull’amore, no grazie, ho già dato. Lui ne parla in maniera semplice e tranquilla, forse è in buona fede, forse no, comunque non intendo rischiare.
    Così, per troncare alla radice ogni deriva stilnovista, intervengo citando san Paolo (“anche parlassi le lingue degli angeli o facessi ogni tipo di profezia o di miracoli, se non ho l’amore non sono niente, sono una cembalo vuoto che tintinna”), giusto per mettere in chiaro che non sono una scema capace di parlare solo di cibo, e perchè è una citazione facile, la cui notorietà mi dispensa dalla fatica della traduzione. E una volta inquadrata la questione sotto il profilo dogmatico, resto ad ascoltare ma mi tengo alla larga.

    Lui fa l’esempio dell’amore materno quale epitome del concetto stesso di amore. Uau, originale, penso sprezzante. Però subito dopo salta fuori che ha lavorato oltre un anno in Africa, e ci racconta di queste madri africane che sopportano tutte le fatiche, gli sforzi, i sacrifici, per amore dei loro figli.

    E si sale, mentre si parla della creazione e della bellezza, della casualità, della biologia e, ad un certo punto, Luis si ferma e ci mostra la vallata che si stende sotto di noi, disseminata di covoni rettangolari sparsi disordinatamente fra le stoppie schiacciate, il profilo delle colline avvolte in una foschia pallida e azzurrina: “mirad” dice, com’è possibile che tanta bellezza sia frutto del caso e non, piuttosto, di un’intenzione creatrice?



    Fulgencio parla del panteismo, io gli cito il libro di Bill Bryson sulla nascita della vita, intravisto sulla scrivania del sindacalista di Ruesta.
    Alla fine della salita raggiungiamo un paesino e ci fermiamo a riposare su un praticello accanto ad una fontana, intanto il telefono di Luis squilla con una suoneria assurda, rumorosa, da tamarro, lui si mette a chiacchierare fitto. Un altro punto a sfavore, ed io resto con Fulgencio, mentre ci raggiungono Miguel Angel e la bionda ed irruente Isabel.

    E dopo la sosta, l’ennesima svolta a gomito e l’ennesimo cambio di prospettiva, nella piazza della frazioncina, strane lapidi rotonde nel cortile di una chiesa diroccata, palette solcate da una croce simile alla rosa camuna, un chè di oscuro, di celtico.
    Usciamo dall’abitato, la strada diventa sentiero, si distende, curva e poi si inerpica in diagonale per un boschetto di abeti bassi e cespugli, mutandosi in una spirale interminabile che solca aspra la collina come il coltello che sbuccia una mela.
    Io sto davanti, sono quella che cammina più veloce.
    Poche frecce, a volte coperte dai lunghi steli d’erba e dai cespugli fitti mentre i pini cedono alla macchia e la macchia restitusce il posto ai pini, in un estenuante alternarsi che sembra non finire mai. Solo i cancelletti davano il senso dei quadranti che varcavamo. Poi la macchia si spalanca su un campo di grano non ancora mietuto ed il sentiero si riduce ad una pista di spighe schiacciate, la spirale si impenna in una salita ripidissima e senza soste.

    Esasperata, stufa ed annoiata, innesto il diesel e parto a tutta velocità fino in cima, è l’Alto di Loiti. Fulgencio e Luis, mi raggiungono stremati. Io non sono nemmeno stanca, solo annoiata, ma fingo un po’ di stanchezza per non umiliarli, e Luis dice, donatella, eres una machina!

    Forse ha ragione, ma l’ho fatto solo per esibizionismo, perché sono in condizioni fisiche perfette, non ho un dolore, non ho una vescica, mentre tutti gli altri sono già rotti o incerottati. E mentre avanzavo fra l’erba e i cespugli spinosi sul sentiero sconnesso, senza fatica, senza vesciche, mi chiedevo rabbiosamente che senso avesse tutto questo mio essere così forte e sana e resistente. Odiavo questa sterile, inutile perfezione, che non sarebbe servita ad altro se non a pavoneggiarmi per un minuto con gente che non so nemmeno chi sia.



    Dall’Alto di Loiti abbiamo toccato due piccoli villaggi quasi adiacenti, Aldunate e Nardues, minuscoli ma orgogliosamente navarri, con le loro costruzioni massicce dai portali sormontati da archi a tutto sesto, corolla di lastre gigantesche entro cui sta invariabilmente incastonato un emblema.
    Poi il panorama è mutato ancora, attorno ai campi di grano ora si avvolgevano filari di alberi e macchie di cipressi, donando al paesaggio un rassicurante sembiante toscano. Bella la Navarra. La strada bianca sale e ridiscende cavalcando l’onda del grano e scivolando nelle pieghe della terra, umide di acqua e di alberi. Lungo queste familiari colline si potrebbe camminare per sempre.

    Dopo circa un’ora abbiamo raggiunto la carretera, oltre la quale il sentiero riprendeva. Ma non eravamo sicuri, al bivio un pannello faceva riferimento ad un percorso che non aveva nulla a che vedere col cammino o forse eravamo solo stanchi di salire. Così abbiamo barattato un po’ di rettilineo col calore infido che saliva dall’asfalto e siamo arrivati ad Izco. Il paese è piccolo ma ha il suo bravo muro per il fronton – la pelota da strada - nel cortile accanto all’albergue, accogliente e dotato di bar.
    Ci scalziamo, grati, e sediamo fuori al fresco; io e Fulgencio prendiamo una bibita che si chiama acquarius, una gazzosina molto diffusa qui in Spagna, Luis ordina una birra analcolica, smentendo anche l’immagine di avvinazzato che mi ero fatta di lui. E’ sempre gentile in maniera discreta e casuale, mi fa timbrare dall’hospitalera la credenziale e si preoccupa costantemente per quelli che stanno arrivando.
    Noto che non è mai il primo ad alzarsi, e che aspetta sempre che siamo io o Fulgencio a decidere se è ora di andare.

    Secondo l’hospitalera qualcuno sta spargendo la voce che l’albergue sia pieno, lei crede di sapere di chi si tratti ma non ce lo rivela. Ritrovo una cosa che ho già visto affiorare altre volte sul cammino, questa rivalità sotterranea fra hospitaleros, fatta di maldicenze e chiacchiere affidate a “radio cammino” perché viaggino sulle ali dei pellegrini.

    E’ il 18 luglio, anniversario dell’alzamiento, vale a dire dell’insurrezione armata di Franco e degli altri tre generali che sfociò nella guerra civile, fino al 1975 festa nazionale.
    Colgo il pretesto del timbro sulla credencial per farlo notare ai ragazzi, Fulgencio non coglie subito, Luis, ovviamente sì. Un punto per lui, stavolta. Arrivano Miguel Angel e Isabel, e i due catalani giovani, Helena e Teo, scopro che Helena è medico e parla italiano perché ha studiato a Varese. Che bello poter parlare finalmente italiano.
    Luis le spiega di non essere uno specialista, credo di capire che abbia un ambulatorio in periferia, a questo punto, visto il tipo, non mi stupirei se lavorasse in una zona disagiata, che so, coi minatori, come il protagonista di un romanzo di Cronin. Anche se dubito che a Madrid ci siano molti minatori.
    Arrivano altri compagni del rifugio di Sanguesa. Su questo cammino ci siamo solo noi, e quanto ce la gustiamo questa bella differenza rispetto alla confusione che regna sul cammino francese.



    Miguel Angel mi ignora platealmente ed io ignoro lui. Col senno di poi, affinato da tre giorni di cammino, mi rendo conto di aver combinato a Jaca un inutile casino. Il tentativo di sottrarmi ad ogni legame ha sortito proprio l’effetto opposto, creando un legame – negativo ma non di meno un legame - dove avrebbe potuto esserci solo un incontro passeggero.
    Però, penso, se non me ne fossi andata, non si sarebbero creati questi gruppi, e forse io mi sarei scarrozzata Miguel Angel per sei giorni, come sembra stia capitando ad Isabel, cosa che mi fa rabbrividire al solo pensiero.



    Ripartiamo ancora noi tre soli e copriamo gli ultimi sei km per un tratturo nel bosco; i continui saliscendi all’ombra degli abeti sarebbero anche piacevoli – mi ricordano quelli fra Portomarin e Gonzar - ma la stanchezza è ormai troppa.
    Il tratto finale è sempre il più duro, non assapori nulla, e pensi solo ai tetti del paese che non si avvicinano mai. Oltrepassiamo una piscina, “ingresso gratuito ai pellegrini” dice un cartello, ma siamo così cotti che ci fossero anche schierate novantanove urì munite di cetre e flabelli, non le degneremmo di un’occhiata.
    Raggiungiamo un campo di calcio, crediamo di essere ormai arrivati e invece patiamo l’ultima beffa, le frecce scompaiono proprio quando dall’altro lato del fiume appaiono le prime case. Non riusciamo a capire come deviare verso l’abitato, stiamo per imboccare la strada che esce dal campo di calcio quando la boscaglia si apre su un ponticello, lo varchiamo ed entriamo finalmente, stremati e accaldati, a Monreal. Con la coda dell’occhio intravedo un bel ponte medievale, alcune costruzioni antiche, ma…dopo, penso, dopo.

    Siamo arrivati alle tre e mezzo, anche stavolta mica male, trentadue km in nove ore di marcia, soste comprese.

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