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Discussione: Donatella: cammino aragonese

  1. #11
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    (ricordando)
    Il paese è piccino, ci basta salire una scalinata ed ecco il rifugio. Lola e Merce sono lì ad accoglierci. Come avevano annunciato, hanno preso l’autobus per concedere un giorno di requie ai piedi rovinati di Lola, che però non demorde.

    Ci sistemiamo al primo piano di un bello stanzone arioso, e senza fatica propongo a Fulgencio e Luis di pranzare insieme. Come cambiano le cose.
    Così, fatta la doccia, indosso la sola camicia decente che possiedo, quella di seta a disegni color mattone e – sentendomi colpevolmente frivola - mi avvio, con Luis e Fulgencio verso l’unico ristorante del paese, un posto grande lungo la nazionale, dall’arredo vagamente tirolese.
    Mangiamo piuttosto bene, per dieci euro – io lenticchie brasate e coda di bue, una cosina da collasso con questo caldo, se non avessi camminato 32 km – e tutti beviamo solo acqua.

    A tavola i discorsi tornano a farsi banali, gli zaini, i chilometri, i rifugi, Siviglia, i festeggiamenti della Settimana Santa.
    Dopo pranzo torniamo al rifugio, io presto a Luis il mio magico tubetto di Prep, guardiamo insieme la cartina per organizzare le sue prossime tappe fino a Logrono, da dove tornerà a Madrid domenica sera. Poi lui va a dormire, io mi metto a scrivere, a leggere, assaporando l’ozio del rifugio, la pace del meritato riposo, il pomeriggio che si trascina lento e assolato.

    (Dal diario)

    Monreal
    Stesa sulla branda guardo il bel tetto mansardato del dormitorio su cui si incrociano travi di legno più chiaro; fuori gli uccellini cantano e il vento fa frusciare le foglie. Lola e Merce chiacchierano sottovoce, gli altri sono in piscina, io ozio fra sonno e veglia, solleticata dalle mosche.
    Il sole entra a fiotti e gioca coi profili dei letti a castello, sono le sei ma il tempo non sembra più esistere. E’ uno di quei momenti di grazia sospesa di cui è ricco il cammino. Niente è perfetto e forse occorre entrare nelle sue regole, venire a patti con la fatica, per godere di una simile tranquillità appagata, di questa indifferente familiarità col mondo circostante. E’ uno stato di grazia, un equilibrio fra sé e gli altri, e la natura, che forse presuppone la prova della giornata.
    O forse il cammino resta incomprensibile già financo durante le sue pause. I due mondi si affiancano senza compenetrarsi, come facce di un foglio di carta, differenti e inseparabili.

    Ora vorrei uscire, fare qualche foto, arrivando ho intravisto un paio di begli scorci, e poi il ponte, le mura di costruzioni antiche che davano le spalle al fiume, ma la fretta di posare lo zaino mi ha indotto a rinviare ed ora non so più, i piedi mi fanno male e sarebbe bello restare qui, e intanto cercare di capire il senso del camino, se si tratta di un’esperienza unica oppure autoreferenziale.
    Se è semplicemente un sistema, oppure un archetipo, non so. Ho ricevuto qualche sms e leggere le cose quotidiane ha un cattivo sapore, quasi fastidioso. Qui è tutto così lineare, semplice, scevro da problemi…

    (ricordando)
    In quel momento mi squilla il telefono, è Lulu.
    Schizzo fuori del rifugio per non disturbare chi dorme, mi siedo su un gradino all’ombra delle case e parliamo a lungo. Sono otto mesi che non ci sentiamo, eppure chiacchieriamo come se niente fosse. Ora ogni cosa è finalmente andata a posto. Otto mesi, ed era come se ci fossimo parlati il giorno prima. Forse è questo, l’amicizia.
    Qui invece ogni giorno le cose cambiano, mutano le prospettive, le persone. Mi sento al centro di sfere inserite una dentro l’altra, ciascuna roteando ad una propria velocità.
    La velocità del cammino è vertiginosa, come direbbe Vecchioni, tutta la vita in un giorno. Rientro, ma ormai la sospensione si è infranta, la bolla di riflessione sostituita dal pensiero delle cose da fare. Com’è difficile anche sul cammino interrompersi, smorzare le proprie correnti.

    (dal diario)
    Riprendo la penna, però il sonno è ormai svanito, l’incanto spezzato.
    Sono uscita, ho vagato per il paese cercando i segnali per il cammino di domani, erano le sette ormai, ho scattato qualche foto, sono rientrata, poi ho fatto la spesa con Fulgencio, abbiamo girato alla ricerca di una panetteria, lui è gentile e mi asseconda in ogni cosa, non sono abituata a persone così, e non sono abituata al mio stesso reagire con tanta spontaneità.

    Dove Artieda era rotonda e Sanguesa un reticolo rettangolare, le case di Monreal si stendono lungo tre parallele asimmetriche, la più bassa corre all’altezza della nazionale, mentre la più alta è la calle Mayor, che culmina nella chiesa ai cui piedi sorge il nostro rifugio.

    Lungo la via abbiamo incontrato Luis e siamo andati ancora in giro con lui a fare spese. Nulla di complicato, qui c’è un solo negozio, un piccolo spaccio gestito da un anziano argentino, da cui entriamo e usciamo cento volte, Luis mi ha consigliato un tipo di panini al latte come surrogato del pane, l’introvabile fornaia – più evanescente dell’araba fenice – forse era in piscina, ci hanno spiegato, poi forse sarebbe andata a Messa, e sicuramente non si sapeva quando sarebbe tornata.
    La nostra ricerca oziosa di pane fresco ci ha portato giù fino al ristorante di oggi a mezzogiorno, avevo l’impressione che Luis avesse suggerito una birra, che a me non sarebbe dispiaciuta, ma non se ne è fatto niente. Fulgencio doveva telefonare, ma nel bar antiquato, ora pieno di uomini intenti a discutere dietro i bicchieri di bianco, il telefono era guasto. Niente pane, niente telefono, niente altro da fare, nulla che importasse davvero. Così finalmente, dopo un’ultima tappa dall’argentino, ci siamo diretti verso l’albergue.

    (ricordando)
    Rientrati, si riparla delle prossime tappe, dico a Luis della mia intenzione di visitare Teruel prima di tornare in Italia. E’ perplesso, come mai? A Teruel non c’è niente. Per la battaglia, dico (la battaglia di Teruel, combattuta e persa dai repubblicani fra il dicembre 1937 ed il gennaio 1938, durante l’inverno più freddo del secolo, ndr). Ah, la battaglia dell’Ebro, dice lui confondendosi, ed io lascio perdere.
    No, a Teruel non c’è proprio niente da vedere, l’unica cosa famosa sono gli amanti di Teruel, una specie di Romeo e Giulietta spagnoli (mai coverti, ndr). Diamine, persino Miguel Angel sapeva della battaglia di Teruel e mi aveva descritto le trincee scavate sulle massicciate delle strade…
    Così ripieghiamo nel parlare di musei, mi dice che è appassionato di arte, gli descrivo il Cenacolo e Brera, ma così banalmente, tanto per dire qualcosa. Vengo a sapere che a Roma lui ci è stato in occasione di un convegno medico e non già con la comitiva di un viaggio organizzato, come avevo pensato la prima sera che l’avevo conosciuto.
    Più tardi curioso sul registro dei pellegrini, abbandonato sul tavolo al pian terreno, scopro che Fulgencio ha 29 anni e Miguel Angel 37. Leggo le dediche lasciate nei giorni dai pellegrini, alcune toccanti, altre banali, altre indecifrabili. Una pagina intera vergata in giapponese, pochissimi italiani.
    E così arriva sera ed io finalmente vado a stendermi sul sacco a pelo, per scrivere e dedicarmi alle avventure del capitano Alatriste.
    Luis viene a offrirmi di dividere un po’ di chorizo con lui, ma io declino, sto mangiando troppe schifezze e voglio starmene in pace a terminare il resoconto della giornata, lui mi dice che però la stanza è buia, che mi rovino gli occhi. No, grazie, ci vedo ancora, rispondo distratta. Lui si allontana e, dalla sua branda mi dice, donatella, eres una mujer solitaria.

    Questa frase mi colpisce, naturalmente, e mi lusinga. Ma invece di trovare una risposta adeguata o brillante, me ne esco con la prima idiozia che mi viene in mente, sai io lavoro sempre in mezzo alla gente e quando sono sul cammino voglio starmene tranquilla.
    Che poi non è neanche vero, mica faccio la commessa all’Esselunga. Trascorro tutto l’anno in un ufficio dove lavoro gomito a gomito con quattro sole persone e spesso per settimane intere non parlo con altri che con loro. Se si trattasse di questo, dovrei anzi aver voglia di stare con la gente…La realtà è che, per me, una persona, tre o mille sono la stessa cosa, la stessa corda al collo.

    Lui se ne va ed io mi pongo in guardia mille volte di più: mi conosco, a me basta davvero poco. Il solo fatto di sentirmi definire…, di aver suscitato una riflessione, di colpo mi sento come se mi avesse gettato addosso un incantesimo.
    Volevo lavare le calze, ma davanti al lavatoio lo intravedo mangiare per i fatti suoi, allora inverto la direzione e me ne torno di sopra.

    Ma non c’è scampo, Lola e Merce vengono a strapparmi alla lettura, c’è la cena comunitaria, abbiamo fatto la spesa, insistono, bisogna mangiare tutti insieme. Io mi ero comprata 4 yogurt, e sognavo di stare sul sacco a pelo a ingozzarmi e scoprire finalmente chi erano gli inglesi misteriosi che il capitano Alatriste era stato assunto per uccidere in un agguato. Con Fulgencio tentiamo una vana resistenza, infine – sconfitta- prendo il toro per le corna, scendo e mi offro di dare una mano in cucina.

    Un po’ anche per dimostrare che non ero così solitaria, o che facevo quello che mi pareva, o forse solo per esibirmi. Il guaio è che la loro idea di cena consisteva nel far saltare con l’aglio due pacchetti di wurstel e farli andare con due pacchi di spinaci surgelati.
    Era una prospettiva repellente e indegna, ma non c’era altro. Oltretutto, non so come, è finita che sembrava che facessi io ogni cosa, mentre sovrintendevo solamente alla cottura degli spinaci, con la dannata pentola che non bolliva mai, per colpa dei fornelli a induzione. Del resto non potevo esimermi, visto che, come ho proclamato orgogliosamente, todas italianas son buenas cocineras!
    Dentro di me ero furibonda perchè con quegli ingredienti persino la protagonista de il pranzo di Babette si sarebbe trovata a mal partito, ma ormai ero in ballo, l’onore della patria era nelle mie mani.
    Poi altri hanno avuto l’idea di aggiungere riso bollito all’ignobile pastone mentre l’acqua degli spinaci ancora non bolliva. Intanto Luis ciondolava qua e là, come se non avesse niente altro da fare.
    Io non lo guardavo e continuavo a fingere di darmi da fare, ho affettato un dolce che mi ero comprata per la colazione ed ho disposto sulla tavola un po’ di mais tostato come aperitivo, lui ci ha aiutato a trovare la carta da cucina, che io ho piegato a mò di tovaglioli, rendendomi conto con vergogna che stavo solo dando forma all’istinto atavico di voler mostrare ad un uomo le mie virtù muliebri. Eticamente, niente di diverso dall’ancheggiare per strada.

    E ancora non riuscivo ad inquadrarlo, dal vagabondo avvinazzato che mi era apparso i primi giorni, si stava rivelando una persona capace di un’insolita attenzione verso gli altri, sempre discreta e misurata, inavvertita e mai invadente. Però poi a volte mi tornava ad apparirmi uno sfigato che non sapeva dove stare, altre volte semplicemente sembrava solo curioso... A volte la modestia dei suoi discorsi mi disarmava e pensavo di essermi sbagliata. Ed io non avevo il tempo di capire, davvero. E’ ben vero che l’immagine patetica del giorno prima si era dissolta, ed ora sembrava inconcepibile che un tipo così discreto e gentile si fosse intortato in una “one night stand” durante il cammino.
    Poi in effetti, sul cammino certe cose semplicemente non succedono. Così rimuginavo, mentre la gente mi mulinava attorno, elargendo consigli e mettendo e levando il coperchio alla maledetta pentola per favorire l’ebollizione.
    Finalmente la schifezza è stata pronta, wurstel sminuzzati e saltati con l’aglio nell’olio di semi, serviti con spinaci e riso bollito.

    Paradossalmente tutti, anche Luis, si sono complimentati con me: “muy rica, donatella!” – anche se non avevo fatto niente altro che rimestare gli spinaci e far bollire il riso, e quella roba non l’avrei data neanche al cane – io mi sentivo morire dalla vergogna.
    Questo significa essere dei veri signori. Se invece che spagnoli fossero stati francesi ed anche io avessi realizzato un sufflè di cacciagione a tre piani, avrebbero abbozzato una smorfia educata e avrebbero detto, si… non c’è male…

    Dopo cena salgo per dormire, gli altri sono ancora tutti da basso. In quella, arriva Miguel Angel e, con aria cupa e aggressiva, mi dice d’un fiato, que rica la comida, donatella! Allora la frustrazione mi esplode, e sbotto ma cosa dici, se vieni a trovarmi a Milano ti farò assaggiare la vera cucina italiana! Era la prima volta che parlavamo dal casino di Jaca.

    Lui si illumina di immenso e subito mi dice che l’indomani tornava a casa, se potevamo scambiarci i numeri e gli indirizzi e-mail. Certo, così ci mandiamo le foto, gli dico, e lui subito mi da telefono, e mail e tutto. Gli scrivo il fisso dello studio e lui mi chiede il cellulare. Di nuovo mi secco e scrivo il numero sbagliato, ma mi pento e correggo subitaneamente il 339 in 338.
    E capisco anche che, bionda Isabel o no, questo si era preso una specie di cotta, favorita anzichenò dal mio comportamento da adolescente sociopatica.

    E finalmente scrivo, ma ora la solitudine faticosamente conquistata ha perso il suo sapore.

  2. #12
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    (dal diario)
    Sono contenta di essermi riconciliata con Miguel Angel. Giorno di riconciliazioni oggi, dunque. E giorno di preparativi, a Puente il precario gruppetto si scioglierà e sul cammino se ne formerà un altro, così che nei ricordi di Lola o di Fulgencio noi saremo solo un episodio iniziale, lontano. E per chi tornerà casa, i ricordi si confonderanno. Sono le undici, credo. I piatti lavati in un lampo, la sala riordinata, è già tutto silenzio anche domani ci si alza alle cinque. Le luci si sono spente. Vorrei che la giornata, già lunghissima, non finisse mai, anche solo per prolungare questa serenità, questa allegria, questo non avere nulla da fare, nulla a cui pensare, se non a fare un po’ di spesa e una doccia, fino alla levata del giorno seguente.
    Mi chiedo come sarebbe arrivare a Santiago: ma so che non potrei mantenere questi ritmi, mi distruggerei i piedi. E poi fra poco inizierebbe la meseta e tutto cambierebbe. Puente la Reina, un altro nome che ora sembra importante e irraggiungibile. Dormo.



    19 LUGLIO - PUENTE LA REINA: BUENA SUERTE HOMBRE!


    (Dal diario)

    Monreal.
    Sveglia alle 5, colazione in piedi, sta diventando un’abitudine. Mangio gli yogurt sacrificati ieri sera e un paio di panini al latte. Luis scende, io pur avendolo davanti non lo saluto, fino a che lui non mi guarda e mi dice, buenos dias, facendomi sentire ancor più impacciata e infantile.
    Al momento di partire, Miguel Angel, che si è alzato con noi ma prenderà l’autobus più tardi, mi ha baciato e abbracciato, ed io sospetto che si sia alzato solo per questo.

    (ricordando)
    Usciamo nell’alba grigiastra, ancora io, Fulgencio e Luis, poco dopo io mi impaccio nel trovare la direzione. Luis si distanzia e inizia a camminare con Isabel e i coniugi anziani di Barcellona, e per tutto il giorno resterà quasi sempre con loro. Un po’ mi spiace, non capisco se è solo una risposta al mio atteggiamento del giorno prima o se semplicemente a lui piaccia esplorare i microcosmi rappresentati dalle altre persone. Ora, a mente serena, propendo per quest’ultima ipotesi, ma al momento sono solo mortificata…

    (dal diario)

    Lungo la strada
    Stamattina è dura, ho tirato coi denti i primi 15 km, da Monreal a Tiebas, per sentieri a mezza costa che salivano e scendevano unicamente per ragioni orografiche.
    Fulgencio è un compagno molto gentile e riposante, ma la fatica era tutta nella testa, e non è servito il pane al latte, né mi ha dato spinta il muesli rosicchiato mentre guardavo il sole far capolino nello stretto corridoio fra l’orlo delle montagne e la cortina di nubi.
    Le previsioni dicono acqua, oggi o domani, ed io prego dentro di me che il tempo resista un giorno ancora. Niente pioggia, per favore, almeno questa volta!

    La strada è lunga ed io mi sento stanca, capisco di pagare il fatto che, mentre il pomeriggio gli altri si riposano, io continuo ad andare in giro, non sembrandomi mai abbastanza il tempo a disposizione.
    Io e Fulgencio siamo rimasti indietro quasi subito, ingannando nella conversazione la fatica e l’irrilevanza del paesaggio. L’angusto sentiero fra la boscaglia ed i cespugli, dopo un’ora e un piccolo guado è risalito mutandosi in uno sterrato sul fianco della Sierra de Alaiz, una sequela interminabile e faticosa di continui saliscendi. Ormai ci siamo coagulati in un gruppo, da Monreal abbiamo continuato a camminare più o meno insieme, anche se sgranati lungo un paio di chilometri. Noi ci siamo trovati fra i catalani e la bionda esuberante Isabel con Luis. Poco più avanti Helena e Teo e dietro ancora Merce e Lola.
    Un po’ mi pesa questo fare parte di una diade, essere “io e Fulgencio”, mi pesa esserlo agli occhi degli altri ma soprattutto ai miei.
    Lui si fermerà a Eunate ed a me non dispiace del tutto.



    Camminavo e cercavo di capire, come ogni volta. Di pensare a me stessa camminante. Di razionalizzare la percezione del camminare meccanico, istintivo, quando diventa naturale al punto da aver quasi l’impressione di essere portati.
    Però sentivo che il cammino è fatto del sentiero, così come non è cammino, nel vero senso della parola, il trascinarsi a lato di una strada asfaltata. Ciò significa che non è tutto merito mio, sono solo inserita in un contesto specifico. E camminare favorisce i pensieri, però non li seleziona.

    Fulgencio patisce il mio mutismo e cerca qualche argomento di conversazione, parliamo della scuola, gli chiedo di raccontarmi qualcosa delle sue esperienze come insegnante.

    Sovrastando la carretera abbiamo oltrepassato uno dopo l’altro villaggi perfettamente conservati ma privi di segni di vita. Quasi tre ore consumate ad arrancare senza un caffè, scrutando il cielo che si rannuvolava minacciosamente.
    Attraversiamo una serie di cave di pietra, la montagna sventrata diventa brutta ed è vieppiù sconciata dalle baracche di un cementificio e da ampie strade polverose percorse da camion.
    Poi finalmente Tiebas – ormai al nome associo la nausea del primo mattino, l’aria umida e greve, la fatica, la sgradevolezza dell’avanzare senza scopo - il castello era un muro smangiato dal tempo all’ingresso del paese, l’unico bar apriva alle dieci.

    Io e Fulgencio da lontano abbiamo scorto Luis che ci faceva segno, ma eravamo stanchi e confusi e ci siamo smarriti fra le strade deserte, costretti a chiedere aiuto ad un camion di muratori. Finalmente abbiamo individuato l’ingresso dell’albergue, una scuola riadattata, corridoi stretti e aule minuscole, i nostri amici sono riuniti in cucina, l’acqua calda è lì pronta ad aspettarci.


    (ricordando)
    E Nescafè sia, offerto dall’hospitalero, e scarpe tolte e rimesse. Poco dopo hanno fatto irruzione Lola e Merce, sventolando le mutande che Fulgencio portava appese allo zaino per asciugarle. Gridavano, fra le risa generali, Fulgencio eri così occupato con Donatella che ti sei dimenticato di rivestirti? Io avrei voluto morire – o quanto meno andarmene lontano - per fortuna che l’abbronzatura non lasciava vedere il rossore. Ma erano tutti così simpatici e in buona fede che non potevo non associarmi all’ilarità generale. Ciò che mi faceva sentire a disagio era piuttosto la consapevolezza dell’infantile desiderio di non voler fare la figura della stupida ad occhi altrui... E anche questo mi rendeva ancor più decisa ad evitare qualsiasi passo falso, a non mettermi nemmeno minimamente in gioco.
    Contemporaneamente, non riuscivo più ad essere allo stesso tempo spontanea e indifferente come ero stata nei giorni precedenti. Mi sentivo perseguitata dal ricordo delle mille volte in cui sono stata goffa o stupida con qualcuno che mi interessava, e mi rendevo conto che a quel punto, se gli avessi manifestato più attenzione mi sarei solo resa ridicola.

    Un pellegrino francese, enormemente grasso ci ha intrattenuto con una serie di aneddoti su tutti gli albergue della zona. Ci chiediamo tutti come faccia a camminare, grasso com’è, ma l’hospitalero spiegherà che il tipo gira solo i dintorni, si installa per qualche giorno in un albergue poi riparte e ritorna nel giro di una settimana, e così trascorre l’estate.


    (dal diario)
    Puente la Reina
    Siamo usciti tutti assieme, la strada era una lunga pista di terra che saliva e scendeva per una collina dopo l’altra, scavalcandole senza più costeggiarle, incrociando ogni tanto la carretera, o sovrapponendosi per brevi tratti. Man mano che ci addentravamo nella Navarra l’orizzonte si dilatava, trasformando il panorama in quel paesaggio tipico del camino come lo conosco io, spazi immensi che fanno sentire minuscoli e come smarriti, colline gigantesche ancora coperte di messi ondulate, esili strade bianche e sottili pale eoliche che ne seguono le curve susseguendosi sin oltre l’orizzonte con un andamento quasi ipnotico.
    Oggi le deviazioni erano due – una seguiva il cammino “originario” l’altra il cammino cristallizzato in questi ultimi anni - ma non sapevamo con certezza quale avevamo imboccato, se la prima o la seconda. Il panorama era abbastanza uniforme, al punto che, quando abbiamo raggiunto un paese imbandierato, non riuscivamo a capire dove fossimo, né ci soccorreva confrontare le varie mappe e cartine. Abbiamo poi scoperto di essere ad Eneriz, ma la sola cosa che importasse era il cartello che indicava un bar.
    Ci siamo seduti una mezz’ora ad un tavolino, qualcuno ha mangiato, qualcuno ha solo bevuto. Era una giornata molto calda ed eravamo stanchi. Siamo ripartiti verso l’una. Il sentiero alto sull’argine della strada è rapidamente sprofondato in una pista incassata fra la boscaglia a filo dei campi e, in tre quarti d’ora, siamo arrivati alle spalle di Eunate. La chiesa ci è apparsa fra i campi in una visione meno impressionante di quella che se ne ha arrivando dal cammino francese.
    Un attimo di sosta, Eunate è durata appena il tempo di uno sguardo, di un paio di foto, bisognava arrivare presto a Puente per trovare posto nell’ostello – ecco che iniziano le paranoie da cammino francese - un rapido saluto a Fulgencio che restava, e via.
    Mi è spiaciuto lasciare Fulgencio, soprattutto per lui, non per me. La spiegazione razionale era che non avevo voglia di trascorrere il mio ultimo giorno di cammino nel solitario rifugio fra i campi attorno ad Eunate, persa in mezzo al niente. In realtà ero contenta di separarmi, sentivo che tre giorni di cammino insieme erano già troppi.

    Gli altri davano per scontato che mi fermassi, e anche questa era una ragione per non farlo. Eppure, quando sono ripartiti senza aspettarmi, mi sono sentita profondamente rattristata. Basta cedere un istante e subito si diventa vulnerabili, la solitudine è aspra ma meno dolorosa, meno fragile. A quel punto mi sono detta, ma chi me lo fa fare, chi è questa gente, si fottano tutti. Però ad un certo punto ho visto da lontano Luis voltarsi per vedere se arrivavo. Mi sono riscossa, li ho raggiunti ed abbiamo proseguito in cinque, i coniugi di Barcellona, io, Luis e la bionda Isabel, orfana di Miguel Angel ma sempre esuberante, una vera spagnola da film, vestita di marca da capo a piedi, capace di passare le ore al cellulare col moroso. Evidentemente, quanto a cucco, non era stata una buona stagione per il povero Miguel Angel.
    Ripartire con gli altri non è stato comunque facile. Gli spagnoli chiacchieravano allegramente fra loro mentre io, straniera, facevo fatica a parlare. Erano gentili ed avevano spesso premure impercettibili ma gradevoli, tuttavia la confidenza fra loro era diversa mentre io, senza più Fulgencio, mi sentivo un po’ a disagio. Così, ho continuato a camminare a testa bassa pensando ai fatti miei.

    Questa mattina, mentre percorrevamo un sentiero su una sorta di argine alto fra i campi, avevo raccontato a Fulgencio e Luis la singolare vicenda accadutami due anni fa sul cammino, quella della gazzella della Navarra. Quando sono andata a piedi da Sarzana a Levanto con altri amici diretta all’incontro della confraternita, il mio dannato vizio di tirare sulle salite mi aveva guadagnato l’appellativo di gazzella delle cinque terre. Così poi, tanto per giocare, sul cammino firmavo le e-mail come “la gazzella della navarra”. E a Bercianos, uno dei luoghi magici del cammino, durante la preghiera, quando le suore avevano fatto estrarre a ciascuno un foglietto con una citazione biblica, a me era toccato il brano del salmo che diceva, il Signore mi dà gambe di gazzella per superare le montagne. Anche a lui sul cammino erano accadute cose simili, ci ha ha detto. Più tardi, mentre arrancavamo alla volta di Eneriz, la parola gazzella gli è uscita in un discorso, inducendomi a pensare che allora ciò che avevo detto gli era rimasto impresso. Ma non era sufficiente, e ancora adesso sono sicura di aver fatto bene a non espormi. Così, anche durante le soste, ho mantenuto un atteggiamento indifferente e neutro, parlandogli solo di chilometri, di strade, rifugi.


    (ripensando)
    Forse Luis mi ha colpito perché non era problematico, perché appariva una persona su cui sarebbe stato facile contare, che non creava difficoltà bensì aiutava a risolverle, e sapeva rispettare fino in fondo. Non aveva insomma nulla della tendenza tipicamente maschile al protagonismo o alla prevaricazione. In ogni caso era ormai questione di poco, l’indomani me ne sarei andata. Avrei anche potuto prolungare di un giorno il cammino ed arrivare ad Estella con loro, ma ero stanca e forse preferivo interrompere le cose prima che iniziassero a trascinarmi chissà dove. Insomma, stavo progettando l’ultima fuga.

    Ad un certo punto la signora catalana ha intonato alcune canzoni italiane – aveva una voce bellissima – e Luis mi ha chiesto se conoscevo “bella ciao”. Come no. Così, mi rimane il ricordo di me e la signora catalana che cantiamo “bella ciao” su per la rampa di terra battuta, lungo salita che portava ad Obanos. E mentre cantavo, pensavo all’altra volta- ancora Bercianos - quando avevamo cantato “bella ciao” tutti insieme, italiani e stranieri, seduti in circolo fuori del rifugio.

  3. #13
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    In paese, sfiniti dal caldo, ci siamo fermati all’ombra di un giardinetto dietro la chiesa. Sono sopraggiunti due italiani, i primi che incontravo in una settimana. Al momento mi ci sono tuffata a pesce, istintivamente felice di parlare italiano: dopo poche parole però mi sono resa conto che non volevo stare con loro, mi erano antipatici e non mi interessavano le loro chiacchiere.
    Così sono tornata da quelli che ormai consideravo i miei compagni – mi è tornato in mente “pelle rossa” quel libro letto da piccola, in cui un bambino rapito dagli irochesi, una volta ritornato a casa si trova così male che fugge e ritorna dalla sua famiglia irochese - seduti su un muretto. Io mi sono accoccolata nell’erba e mi ha raggiunto la signora catalana. Poi mi sono messa a parlare con Luis, gli ho fatto spazio e lui si è seduto accanto a noi.


    (dal diario)
    Siamo arrivati alla meta verso le tre, dopo nove ore di cammino tirato per 30 km abbondanti. Luis ha pagato la notte anche per Lola, Merce e i due ragazzi catalani che dovevano ancora arrivare, così da riservare loro il posto nella camera con noi. Ci siamo ammassati in un’unica stanza gremita di letti a castello; i due coniugi catalani hanno riposato un po’ e sono partiti per prendere il bus diretto a Pamplona, dove li attendevano nove ore di treno fino a Barcellona. Gli uomini si sono salutati al volo, da veterani del cammino, congedandosi con una pacca ed un semplice, reciproco, “adios hombre buena suerte”, che forse a loro suona come un “arrivederci, alla prossima, buona continuazione, buona fine e buon inizio” o altre italiche svenevolezze, ma che a me in quel momento sembrava una cosa talmente hidalga, così da capitano Alatriste, insomma…

    Poco dopo sono arrivate Lola e Merce, indistruttibili anche se zoppicanti, e i catalani giovani Melena e Teo. Benché fossero le cinque del pomeriggio siamo ugualmente riusciti a pranzare. Il posto era fetido ma la cameriera era simpatica e ci ha fatto riaprire la cucina.
    Al termine del pranzo me ne sono andata – o fuggita - a leggere, scrivere e fare foto eccetera. Ormai mi sentivo quasi obbligata a farlo, prigioniera in un clichè.



    Ho girato un angolo dietro la calle Mayor ed ecco che la paccottiglia da cammino scompare, il paese diventa un normale paese spagnolo, sono entrata in un bar sulla carretera per farmi una birra, scaldarmi e tentare di scrivere e leggere. Nove ore di cammino anche oggi, passate in un lampo, però le sento tutte nelle ossa. Sono molto stanca e lo sforzo di tirare le fila mi affatica ulteriormente.
    E’ stato bello fare il cammino con questi spagnoli, smaliziati e sportivi, perché mi ha inserito in una dimensione congeniale, positiva, seria, amichevole, scevra da spiritualismi d’accatto, entusiasmi misticheggianti o sovreccitazioni da neofiti. Il cammino è nella loro cultura, e loro non hanno bisogno di renderne conto a nessuno, né di viverlo in una dimensione folcloristica o inutilmente miracolistica. Come al solito, nell’arco di pochi giorni si è creata una piccola comunità che sopravvivrà nelle foto e nei ricordi frammentari.
    E la risposta a cosa sia il cammino può arrivare anche da qui. Nell’insieme di tessere, questa può essere una. Un modo di stare insieme tranquillo e amichevole, giustificato dall’obbiettivo comune e tanto semplice del camminare da lì a qui. Ma già ora che teorizzo, sola in un bar, sono ormai fuori del cammino.

    Finire oggi, o domani a Estella non avrebbe importanza, ho camminato con gente come me, destinata a non percorrerlo fino in fondo e Santiago poi è ancora tanto lontana, le suggestioni qui ancora non si sono rapprese in un’idea concreta.
    Ora ci sono Estella, Villamayor, Viana, al massimo Logrono, Burgos è ancora un’ipotesi vaga, un ricordo e il Cebreiro un luogo mitico, inesistente.
    Il sole è forte e crudele ma le cime dei Pirenei si intravedono ancora, le colline si cingono di alberi e i villaggi rammentano l’Umbria. E’ un’altra Spagna, e il cammino è ancora diluito. Pochi passi sul cammino francese e inizierà la confusione, il brulicare degli italiani, allora ci si può distaccare ancora con poco dolore. E col pensiero di ripartire, di rifarlo, perché comunque in questa vita limitata, il cammino resta un’esperienza rara e importante che non teme la ripetizione, da cui è invece arricchita.
    Ora che ho finito la birra vado a recuperare qualcosa di caldo da mettere addosso.



    Sono le sette, già scende la sera di questo giorno troppo rapido, scrivo su una panchina sulla riva del fiume, all’ombra delle gigantesche campate del ponte medievale. Guardata da qui, la storia sbiadisce fra lattine e bottiglie rotte. Sei adolescenti a cavalcioni dell’argine si spintonano ai limiti della zuffa fra un sorso di birra e l’altro, esorcizzando in gesti sovraccarichi la grazia, o il tedio a morte, del vivere in provincia.
    Mi spiace sia finita, però sono contenta che sia finita oggi; tutte le levatacce e le marce forzate non smaltite nel riposo pomeridiano mi pesano ormai addosso come macigni. Si è alzato il vento, i ragazzi urlano più forte ancora, devo rientrare.

    Lungo la strada ho incontrato i miei compagni al ritorno dalla spesa. “Quo vadis?” mi ha detto Luis ed io so già che d’ora in poi quando leggerò questa espressione mi verrà in mente lui. Siamo andati tutti assieme a visitare l’Iglesia del Crucifijo, famosa appunto per il suo crocefisso ligneo duecentesco. Affisso sulla porta della chiesa c’era un manifesto di Taizè. Helena, la ragazza di Barcellona, è stata a Taizè. Il ricordo del “pellegrinaggio di fiducia” iniziato a quindici anni ritorna oggi e la consapevolezza mi ferisce nel profondo.
    Eppure questo è il filo, altra è la strada, ma medesimo è il filo. Ed ecco, ho scoperto il segno di questo cammino aragonese. Arrivare in fondo, e ritrovare Taizè. Il luogo che più ho amato in vita mia.
    Ma è stato in un altro paese, tanto tempo fa, e poi la fanciulla è morta, avrebbe detto Kit Marlowe.
    Sono ancora in cammino, ma quella fanciulla è morta. il mio cuore è indurito e non so più ascoltare, i segni possono fioccare ma non mi chinerò a raccoglierli.

    Anche Luis conosceva Taizè, ci ha detto di aver anche meditato di andarvi e mi ha chiesto com’era. Ho iniziato a spiegargli nel mio spagnolo confuso, riproponendo con inopportuno e meccanico entusiasmo discorsi sperimentati troppe volte, fino a che mi sono resa conto che, pur senza darlo a vedere, mi stava ascoltando per pura gentilezza, ed io mi sono vergognata immensamente.
    Di punto in bianco mi ha detto, certo che Fulgencio è veramente una bella persona, io non sapevo dove mirasse – curiosità, malizia, chissà - e mi sono limitata ad assentire.
    Del resto, ogni volta che cercavo di parlare di qualcosa che non fossero i rifugi o i chilometri o cose così, finivo per sentirmi goffa e a disagio. Insomma, riconoscevo i segni, era tempo di levarsi di torno. E ciò confermava la saggezza della mia decisione di chiamarmi fuori ab initio.
    Sapevo anche che non era il caso di scambiare le e-mail, la sua ritrosia persino nel farsi fotografare dimostrava che aveva intenzione di vivere l’esperienza per quella che era e tanto basta, come peraltro è giusto che sia. Fa parte della logica del cammino.
    In camera, mi ha offerto una fetta di chorizo e un panino, che abbiamo mangiato seduti sul ciglio del letto a castello, tutte cose normali, spontanee, da cammino, e quando sono arrivati gli altri, ha esteso l’offerta a tutti quanti. Avessi più tempo, forse sarebbe diverso.



    Ultima sera, ultima cena, in un bar con Merce, Lola, Isabel e Luis. Cena è una parola grossa, si è semplicemente trattato di bere qualcosa insieme e mangiare un’insalata.
    Ho insistito invano per offrire, sostenendo che toccava a me perché era la mia ultima sera, una banale ovvietà. Eppure loro sono inorriditi, come se avessi detto che sarei morta l’indomani, evidentemente in Spagna non sono cose da dirsi… Serata simpatica, gli spagnoli sanno rendere piacevole anche la più banale delle occasioni.

    Stanno programmando i km e le tappe per i giorni a venire: domani saranno a Estella in tempo per assistere alla festa medievale, e l’indomani spingersi fino a Viana per farcela a Logrono entro domenica. E ventidue più otto fanno trenta e quanti posti ci sono nell’albergue di Estella e ci sono tante salite e discese e fra Estella e Villamaior non ci sono albergue e in quanto tempo si riesce a fare il tratto e così via.
    Naturalmente, anche stasera il capitano Alatriste ha dovuto cedere il passo, le luci si sono spente quasi subito, domani sarà un’altra levata alle 5. Ho già detto che mi alzerò anche io, tanto so che col casino che faranno sarà impostile dormire – aspetterò Fulgencio per salutarlo e prenderò il bus. Non so più che ora sia, gli altri sono già addormentati da tempo in questa stanza piccola ma tutta per noi…

  4. #14
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    20 LUGLIO - PUENTE LA REINA: FUORI DEL CAMMINO

    Puente la Reina
    Le sette e un quarto, seduta fuori del rifugio, mentre guardo gli ultimi pellegrini allontanarsi. E’ un’altra di quelle mattine fredde e ventose, il cielo nuvoloso è solcato dalle cicogne che fanno la spola con la torre campanaria dell’Iglesia del Crucifijo.
    Come le altre mattine, con l’avanzare del giorno alle nuvole succede un cielo chiarissimo.
    La tentazione di andare verso Estella c’è ancora e penso che potrei sempre prendere il bus da lì. Però sono stanca, stanotte ho dormito male e già mi pesa l’essermi alzata alle 5.30.
    Rammento bene l’asprezza della strada per Estella, e i miei amici sono già partiti da mezz’ora. Nulla impedirebbe che rimanessi ancora ad aspettare Fulgencio e mi avviassi verso Estella. La verità è che il tempo di questa cosa è finito.

    Così ora mi sono rifugiata nel caffè panetteria lungo il calle Major, cercando di vincere il sonno col secondo caffè e un dolce di sfoglia abbastanza buono. Prenderò il bus delle 8.26. Ho conosciuto un ragazzo che tornava a piedi a Pamplona ed ero tentata di emularlo, però l’interruzione ha fatto affiorare tutta la stanchezza e non me la sento più di camminare ancora.



    Davanti a me si inarca il ponte, la poderosa campata a schiena d’asino, incornicia la collina di fronte, arbusti e alberi. Edificato nel mille e settantuno, dicono le guide. Il cielo resta coperto ma ora la mistica del camino, la suggestione medievale, sfumano davanti alle sciure che vanno a fare la spesa o al vecchietto che arranca carico di pacchi.
    Ma è mistica del camino anche questo – più sottile forse - e non mi riesce di sceverare il senso, forse sono troppo affezionata agli schemi, alle suggestioni sperimentate, troppo gradevoli per abbandonarle a cuor leggero.
    Ma so bene che appena smetti di scrivere, appena ti allontani dal rifugio, ti stacchi dal contesto, dalle persone, sei fuori dal cammino e già non puoi più comprendere o spiegare. O forse è mistica anche questa. Com’è tutto difficile.
    Una coreana si lava i denti alla fontanella qui accanto. Forse il cammino è solo un’occasione. Quale che sia, torno a casa contenta perché sono stata bene e conosciuto persone carine. Vedo gente, faccio cose.



    Così è stato. Mi sono alzata con loro, anche perché la baraonda che hanno fatto Lola e Merce avrebbe svegliato un comatoso
    Una volta pronti, Luis mi ha detto, scendi con noi? Io ho risposto di si, ma lui ha detto, beh in ogni caso ci salutiamo adesso e mi ha abbracciato e baciato. Siamo scesi e abbiamo fatto colazione, lui mi ha offerto un caffè al distributore automatico ed io ho fatto in modo che andassimo a berlo con gli altri, limitandomi a chiedergli dei suoi progetti per arrivare a Logrono entro domenica, così da essere a Madrid domenica sera e al lavoro lunedì mattina. Di fatto solo Lola, Merce e Fulgencio intendono arrivare a Santiago, gli altri torneranno indietro entro un paio di giorni.

    Sono scesa, ho bevuto con loro un caffè alla macchinetta e salutato tutti. Avevo detto che li accompagnavo al ponte poi ho cambiato idea, mi sembrava patetico, loro mi chiedono vieni con noi al ponte? ed io cambio ancora idea e dico, ma si dai vengo, loro capiscono no lasciamo perdere, così, un abbraccio, un augurio di buena suerte anche per me, e si sono allontanati. Erano le sei e dieci.

    Mi avvio verso la fermata dell’autobus, passo per la Calle Mayor guardando i solenni portoni che celano androni invariabilmente oscuri. Navarra, la terra degli emblemi, mi ha detto ieri Fulgencio, spiegandomi che in Navarra il portone di ogni casa, anche la più miserabile, è sormontato da uno scudo.

    Mi spiace averli lasciati, ma non potevo fare altrimenti.
    Sono le otto e mezza eppure il cielo non schiarisce. Il tempo è disassato, le notti sono un’alba protratta all’infinito, i pomeriggi non diventano mai sera, si trasformano in notte dopo giornate interminabili.



    (ricordando)
    Li guardavo allontanarsi nella foschia dell’alba e mi rendevo conto che così svanivano per sempre dalla mia vita. Li guardavo e pensavo a quanti milioni di abitanti ha Madrid, pensavo alla moltitudine innumerevole entro cui stava svanendo questa persona.
    Pensavo alla sabbia del mare, alla gente che entra ed esce nella metropolitana, a cinque milioni di persone. Ovviamente non ho la mail né il cognome né alcuna altra traccia possibile per rintracciare questo Luis. Almeno si fosse chiamato Tristàn ed avesse fatto il maniscalco in un paese sperduto dell’Estremadura, macchè. Luis, medico generico, a Madrid.
    Anche andandoci mille e mille volte, a Madrid, non l’avrei mai più ritrovato.

    E questa è la storia. E così è, e almeno posso rimanere con la sensazione – giusta, sbagliata, non importa - di aver incontrato qualcuno che meritava di essere conosciuto, e di essere riuscita a non combinare casini per ben tre giorni di fila.

    Ho aspettato invano Fulgencio fino alle 8 poi ho preso l’autobus per Pamplona.

    A voler cercare una morale in questa storia piena di fughe e pregiudizi smontati pezzo per pezzo, di timori e orgoglio confuso, la trovo solo nella considerazione che, fra paura, felicità e pace, ad averla vinta è sempre e solo la paura.

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