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Discussione: Il Cammino da Roncisvalle a Santiago e Finisterre – Maggio/Giugno 2005

  1. #1
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    Il Cammino da Roncisvalle a Santiago e Finisterre – Maggio/Giugno 2005



    Questo è il diario del mio pellegrinaggio da Roncisvalle a Santiago de Compostela lungo il Camino Francès, con prolungamento a Finisterre, compiuto nella primavera del 2005.
    In effetti, a pensarci bene, non si è trattato di un solo Cammino, ma di tre: già prima di partire per la Spagna avevo iniziato un Cammino interiore, per così dire spirituale; poi è venuto quello vero e proprio, che per me è stato soprattutto un Cammino del corpo, fisico; infine il Cammino del diario, che sulla carta ha riassunto e rielaborato i precedenti. Scrivere queste pagine è stato davvero come tornare ancora “ad limina Santi Jacobi”: la gioia che ho provato facendolo è stato un altro – spero non l’ultimo! – grande dono ricevuto grazie a questa straordinaria esperienza.
    A proposito di speranze e doni, devo fare una confessione: oltre che per assecondare velleità letterarie e dar sfogo al bisogno di buttar fuori quanto avevo accumulato nel mio pellegrinaggio, queste pagine sono state scritte per alimentare il sogno di portare almeno una persona sul Cammino. Se ciò avvenisse, mi sarò sdebitato con l’Apostolo Giacomo, almeno in piccola parte, per tutto quello che ho ricevuto percorrendo le sue strade. Quindi se qualcuno di voi, al termine della lettura, si convincerà a farsi pellegrino, non manchi di farmelo sapere: mi darà l’ennesima, grandissima gioia!

    Essendo piuttosto lungo, dovrò dividere il diario in vari post.


    Prologo

    11 maggio 2005, ore 3.46 del mattino: sono seduto con mia moglie su una scomoda panchina dell’aeroporto di Bergamo, in attesa del volo che ci porterà in Spagna. In queste condizioni è impossibile dormire, per cui cerco di impiegare utilmente il tempo rileggendo il mio bloc-notes, compagno fedele di questi ultimi mesi e testimone del mio viaggio di avvicinamento a Santiago. Provo a dare un po’ di ordine alle idee, alle motivazioni che mi hanno portato a lasciare le abitudini di sempre e a spendere un mese della mia vita sulle strade dell’Apostolo.

    Non ricordo precisamente cosa pensavo uscendo dalla sala parrocchiale dove si era svolta la presentazione in audiovisivo del “Pellegrinaggio a San Giacomo di Compostella”. Era l’ormai lontano 1986, tempo in cui il Cammino era oggetto sconosciuto ai più. Certamente lo era per me e conoscerlo fu una grande emozione, una folgorazione: si accese una luce che non si è mai spenta del tutto e che ha attraversato gli ultimi venti anni della mia vita, caricandosi di una moltitudine di significati, tra brevi entusiasmi e lunghi oblii, ma lasciando sempre sullo sfondo l’interrogativo mai risolto: perché un non credente in un pellegrinaggio religioso? Forse per sport, per turismo, arte, cultura, desiderio di avventura… A chi mi chiedeva: <Perché Santiago?>, io rispondevo: <Per qualsiasi motivo ti venga in mente!>. In realtà, probabilmente, non c’era nessun vero motivo per andare, per questo io non andavo. Lunghi anni così sono passati e molte cose sono cambiate, ma ancora mancava l’essenziale per mettersi in cammino. Finché non si è levato un forte vento, vento di interrogativi esistenziali, che ha divelto fragili equilibri, che mi ha richiamato dal torpore del quieto vivere in cui mi ero adagiato. Mi sono ritrovato nudo e ben sveglio, e a quel punto non c’era più da pensare, perché solo una cosa rimaneva da fare: alzarsi e mettersi a cercare strade nuove. Il Cammino di Santiago era lì, che mi aspettava: quale miglior viatico per iniziare? Ma c’erano ancora resistenze d’ordine morale e pratico ad affliggermi: ero degno di calcare quelle strade? La massificazione del Cammino, il suo divenire moda, non lo avevano forse svilito, svuotato del suo significato? Le mie fragili ginocchia, già operate due volte, mi avrebbero sostenuto? E poi, andare solo o con mia moglie? Tutte le volte che avevamo parlato del Cammino, lei si era mostrata decisamente contraria all’idea di farlo; inoltre la lettura dei resoconti di chi aveva già affrontato questa esperienza mi stava convincendo che la solitudine fosse la condizione migliore per viverla…
    Tutti i dubbi e gli scrupoli sono stati spazzati via a Levanto, all’incontro annuale della Confraternita di San Jacopo: già allo scendere dal treno, la vista delle frecce gialle che mi guidavano al convegno mi ha dato una tale gioia che subito ho capito che era giunto il momento, dovevo partire appena mi fosse stato possibile. I due giorni vissuti in seguito in quel luogo non hanno fatto altro che aumentare le mie motivazioni: le parole che ho ascoltato e, soprattutto, i sorrisi che mi sono stati donati mi hanno convinto che sì, sul Cammino c’è posto anche per me. Con tale carica in corpo è stato allora più facile affrontare le fasi successive: la pianificazione di uno spazio di ferie fuori dalla norma, l’organizzazione del viaggio in Spagna, l’allenamento fisico, la meticolosissima preparazione dello zaino. Anche l’aggregazione di Monica al progetto era cosa fatta: contagiata dal mio entusiasmo e convintasi che questa esperienza era troppo importante per non condividerla, ha messo da parte i suoi dubbi e si è votata al Cammino, se possibile con ancora più voglia di me. Tutta questa energia, questa tensione positiva che hanno connotato la nostra preparazione alla partenza, non sono forse già un segno di quella che qualcuno ha chiamato “la magia del Cammino”?

    Ore 5.00: il check-in è andato, ci passano entrambi gli zaini come bagaglio a mano. Viene registrato un peso di 5 chilogrammi per quello di Monica, 7 per il mio; considerando le cose che adesso indossiamo, corrisponde a quello che abbiamo stimato a casa. Poi arrivano l’imbarco, il decollo, le hostess che impartiscono le istruzioni per l’emergenza, la vista del mondo dall’alto: le varie fasi della mia prima esperienza di volo filano via lisce, l’emozione e la curiosità sono diluite dall’incombente presenza del Camino, dittatore incontrastato dei miei pensieri da un po’ di tempo a questa parte. L’emozione risale allo scendere dell’aereo verso la piana aragonese intorno a Saragozza: mi riempio gli occhi del giallo-ocra di questi immensi spazi vuoti, il richiamo alla Spagna che ho amato in un nostro precedente viaggio è immediato e forte. Arriva il momento dell’atterraggio: anche questo è forte! L’aeroporto è piccolissimo, in un attimo siamo già alla fermata del bus. Questo però impiega più del previsto ad arrivare in centro città. Così non possiamo fare tappa a Nuestra Señora del Pilar, santuario che la leggenda lega strettamente a San Giacomo; peccato, mi sembrava un buon modo di introdurci al Camino. Sbagliamo pure stazione ferroviaria: il Portillo è dismessa, e Delicias è parecchio più distante. Comunque, grazie alla cartina in mio possesso ci arriviamo: sembra l’EUR nel deserto, con i pochissimi passeggeri persi in questo enorme cubo di cemento, che non ha né i rumori né gli odori né il disordine tipici delle stazioni ferroviarie. Il trenino un po’ consumato che ci porterà a Pamplona sembra ancora più dimesso al suo cospetto; tra l’altro per salirci sopra bisogna passare un controllo al metal detector, come all’imbarco dell’aeroporto. Intanto abbiamo conosciuto il nostro primo pellegrino: Cristiano, ciclista di Brescia. È un tipo loquace, trascorriamo chiacchierando il tragitto. Si dichiara mosso al Camino da scopi artistico-sportivi.
    Giungiamo a Pamplona dopo aver attraversato vari e bei paesaggi; il sole splende, fa caldo. Facciamo un giro in centro dove ammiriamo la plaza del Castillo, ampia e contornata da portici pieni di locali pubblici (chissà qual è il bar di Hemingway?). La cattedrale è chiusa fino alle 19, veramente un orario da pellegrini… noi ancora non ci sentiamo tali, osserviamo con soggezione quelli che incontriamo già in assetto di marcia, rispondendo timidamente ai loro saluti.
    Ad un certo punto la stanchezza di una notte insonne prende il sopravvento, il morale cala fino ad arrivare a stenderci su una panchina. Il traffico cittadino aumenta il nostro stordimento. Ci facciamo forza, e dopo aver acquistato il cibo necessario per la cena e la colazione di domani andiamo a prendere il bus per Roncesvalles. Si è radunato un discreto numero di pellegrini, il veicolo si riempie per metà. Ci sono diversi italiani, capesante giganti dondolano appese agli zaini: l’atmosfera del Camino comincia ad intensificarsi! Risaliamo lentamente le pendici boscose dei Pirenei, giungendo in poco più di un’ora alla meta. Piove, in fretta cerchiamo di orientarci. All’accoglienza ci assegnano gli ultimi posti dell’albergue, un buon gruppo è dirottato all’ostello della gioventù. Riceviamo sulla credencial il nostro primo sello e compiliamo un questionario a fini statistici: alla voce “motivazioni a fare il Camino” sbarro anche la casella “religiose”; non so il perché, ma mi è venuto spontaneo... Il rifugio è un massiccio e antico edificio in pietra grigia, composto da un’unica camerata con travi in legno e un centinaio di letti; i servizi, nuovi, sono nel seminterrato; un trio di hospitaleros volontari tedeschi vigila con efficienza e cordialità. Neanche il tempo di lasciare lo zaino che dobbiamo correre, perché inizia la messa… Sì, mi sono riproposto di affrontare questa esperienza con cuore aperto, vivendone tutti gli aspetti, compreso quello religioso; senza preconcetti, senza chiusure mentali… spero tanto di riuscirci!
    La chiesa è piena. È una bella costruzione gotica, ma con la nudità e la pienezza di forme romaniche che tanto mi piacciono. Officiano tre frati con un abito bianco, recante un simbolo che non conosco. Cantano con una discreta voce, accompagnati da un altro frate all’organo. Mi viene un brivido quando leggono l’elenco delle nazionalità di provenienza dei pellegrini presenti: almeno una ventina di paesi, compresi Brasile, Canada, Giappone, Sudafrica e Nuova Zelanda! L’atmosfera è suggestiva e l’emozione ha un balzo quando ci chiamano all’altare per il rito della benedizione al pellegrino, la parte finale della quale viene ripetuta in varie lingue. Esco caricato: davvero mi sento parte di una comunità in marcia verso qualcosa d’importante! Rimango impressionato anche dal vedere tutta questa gente nel rifugio che si muove con discrezione e disciplina, nonostante gli spazi limitati. Mangiamo qualcosa nella saletta comune, in fretta perché alle 22 spengono le luci. Quindi inauguriamo i nostri nuovi sacchi a pelo superleggeri, che rinforziamo con una coperta, vista la temperatura piuttosto bassa dell’ambiente. Il tepore dell’alcova e il silenzio creato dai tappi alle orecchie ci precipitano ben presto in un pesante sonno, riparatore delle fatiche del viaggio.
    Ultima modifica di stefano; 14-09-10 alle 18:31

  2. #2
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    Giorno Primo

    Ore 6.00: le luci si accendono, tutti in piedi. Dopo una frugale colazione in loco, alle 7.15 inizia ufficialmente il nostro Camino… sotto l’acqua! Fuori subito le mantelle. Nel mentre notiamo un gruppo uscito dal nostro albergue che ripone i grandi zaini in una Mercedes lunghissima, per poi estrarne zainetti microscopici: eccoci dunque subito alle prese con “falsi” pellegrini con coche de apoyo! Ovviamente la cosa non ci fa molto piacere. Incamminandoci cerchiamo istintivamente le frecce gialle, ma ben presto viene più facile accodarsi a chi ci precede. Il flusso di pellegrini è imponente: stimo che almeno 150 persone si sono messe in marcia stamani da qui. Do un’ultima occhiata a Roncisvalle, il poco tempo a disposizione e il maltempo ci hanno impedito di visitarla, ma il rammarico dura poco: so che vedere monumenti non sarà una priorità del pellegrinaggio.
    In saliscendi attraversiamo boschi alternati a piccoli pascoli, vediamo mucche e strane pecore: è un bel paesaggio di media montagna, ingrigito però dal cielo plumbeo. I primi centri abitati che incontriamo hanno architetture che sanno molto di Alpi; anche i difficili toponimi di origine basca - Mezkiritz, Biscarreta, Lintzoain - portano suggestioni lontane dalla Spagna che conosco. Iniziamo a scivolare sugli attesi e temuti tratti fangosi, che alla fine ridurranno abbastanza male scarpe e pantaloni. Camminiamo spediti, ma ciononostante veniamo continuamente superati da pellegrini velocissimi, a prescindere dalla loro età e corporatura; noi al contrario ne superiamo solo quando sono fermi. Monica inizia subito a deprimersi, lamenta che andiamo troppo piano e che così non arriveremo a Santiago nel tempo a nostra disposizione. Ribatto che è solo il primo giorno, avremo tempo per rodarci e capire quale deve essere il nostro giusto passo. Sì, io sono sereno, mi sembra di essere già in equilibrio col Camino. E vorrei camminare ancora più lentamente, per assorbire tutto ciò che mi circonda. Sono curioso di tutto, soprattutto mi attirano i segnavia, che fotografo a ripetizione. Però, davvero i chilometri scorrono lenti: calcoliamo una velocità di 3,5 Km/h; e noi che pensavamo di arrivare ai 5… le nostre presunzioni “alpinistiche” subiscono un bel colpo. Eppure siamo abituati a camminare in montagna, attività che abbiamo oltremodo intensificato dall’inizio dell’anno per prepararci adeguatamente a questa esperienza: dov’è che abbiamo sbagliato? Siamo già spinti a sviluppare un senso d’inferiorità verso alcuni pellegrini; per esempio quella donna sulla cinquantina – fisico asciutto, pantaloni corti e maglia leggera – che ci supera di slancio correndo sotto la pioggia e in mezzo al fango, per poi più volte fermarsi a fumare. Monica la prende subito in antipatia, battezzandola ironicamente “Wonder Woman”.
    Sostiamo per il pranzo a Zubiri, la pioggia ci dà tregua e possiamo sistemarci ai tavolini di fronte al negozio dove ho comprato il mio panino. La località successiva è Larrasoaña: il suo rifugio sembra già pieno, l’hospitalera sta accompagnando alcuni pellegrini altrove in paese. Ma non indaghiamo, perché decidiamo di proseguire: ci sentiamo in forma e vogliamo dormire ad Arre, il cui albergue è molto ben recensito sulla nostra guida. Così ripartiamo baldanzosi, ma poi ci assalgono i dubbi: il primo giorno fare 38 chilometri! In effetti dobbiamo camminare per altre 3 ore, alla fine anche sotto la pioggia che ha ripreso a cadere. Alle 18.30 varchiamo il ponte che punta dritto sulla bella sagoma della chiesa di Trinidad de Arre. Siamo stanchissimi, ma ne è valsa la pena! Il posto è bello, e ha tutte le comodità: l’ambiente è familiare, pulito, con la cucina nuova e super-attrezzata. Molto opportunamente gli scarponi infangati sono confinati su un apposito scaffale. L’hospitalero - credo sia il prete del luogo - è di una gentilezza speciale, si dilunga in convenevoli e consigli sul Camino. Siamo in tutto una ventina di persone, comprensivi di giapponese che ovviamente s’inchina spesso! C’è tranquillità, si sta molto bene. In compenso fuori litighiamo con i telefoni pubblici, imparando che ci sono diversi Gestori, e la nostra scheda ovviamente non è quella giusta. Dopo la spesa in un supermercato locale, Monica prepara un’ottima cena con gramigna e formaggio piccante. A tavola altri pellegrini si attardano in chiacchiere, alcuni ci offrono le loro cose, tra cui cetrioli sottaceto, dai quali deduciamo giustamente che sono tedeschi. C’è un poliziotto dal fisico imponente e lo sguardo gentile; c’è una donna allergica a tutto che trasporta nello zaino un’enorme quantità di cibo biologico, ipocolesterolico e privo di glutine. Ma la scena è dominata da un americano, un bellissimo ragazzo sui 25-30 anni, che sfrutta il suo fascino e la supremazia della sua lingua nel mondo per parlare un po’ con tutti. Noi stiamo in disparte, io per carattere e Monica per la soggezione che tipicamente si prova nelle situazioni nuove, come questa che stiamo vivendo. Ma avrà tempo di rifarsi, molto tempo…

    Giorno Secondo

    Dopo un’ottima colazione nella bella cucina, alle 7.35 lasciamo l’albergue. Piove piuttosto intensamente mentre attraversiamo Trinidad ed entriamo in Pamplona, camminando senza soluzione di continuità tra palazzi e strade piene di traffico. Una situazione deprimente, ma sono pronto ad affrontarla: mi sento determinato come non mai a raggiungere il mio scopo! Affianchiamo per un po’ Felix, uno dei pellegrini germanici visti in rifugio: in realtà è svizzero, ha già fatto il Camino l’anno scorso partendo da casa sua a Zurigo, 80 giorni di viaggio! Ha più di 60 anni ed è in splendida forma, e io non posso fare a meno di ammirarlo molto. Entriamo nel centro storico da un lato non visto l’altro ieri, con belle mura e anche un ponte levatoio, ma non ci soffermiamo, continuiamo spediti sotto l’acqua sino alla periferia, dove l’Università - bellissima con i suoi edifici nuovi e antichi restaurati, il parco verdissimo - ci attrae per un momento. Siamo entrambi dipendenti universitari e non resistiamo alla curiosità di una sbirciatina. Così andiamo in portineria a prendere il sello, ci presentiamo come “colleghi” e facciamo i complimenti, che incassano con evidente orgoglio.
    La città con il suo caos è ormai finita: ci rilassiamo su una pedonale che bordeggia i primi campi della periferia. Le nubi danno uno spiraglio al sole, mentre andiamo in cerca di un negozio in cui comprare il pranzo a Cizur Mayor. Poi ci inoltriamo in una bella campagna coltivata a grano, e saliamo verso l’Alto del Perdòn. Alzandoci di quota possiamo vedere la tipica occupazione dello spazio spagnola, con agglomerati fitti di case e intorno il vuoto. Qui non c’è molto vento, ma le pale della lunga fila di generatori eolici sulla cresta di fronte a noi girano a buon ritmo. Ci fermiamo a mangiare davanti alla chiesa di Zariquiegui, dotata di un bel portale romanico strombato. Qui un gruppo di pellegrini tedeschi con pulmino di appoggio sta consumando chili di cibo, negando le briciole a un piccolo cane dalla bruttezza straordinaria. Io gli allungo qualcosa della mia piccola razione, sentendomi doppiamente superiore a loro! Valichiamo l’altura, sotto al rumore vagamente inquietante dei “mulini a vento”. Il cielo si è richiuso, c’è un vento teso e fresco. L’altro versante è altrettanto bello di quello appena lasciato, con ampi coltivi di vario tipo, tra cui i famosi asparagi della Navarra. Si attraversano piccoli borghi dall’atmosfera un po’ western, con graziose case in pietra restaurate, strade poco asfaltate e frequenti lavori di ristrutturazione delle aree pubbliche; imponenti le chiese, tutte chiuse. Nel portico di una di queste ci rifugiamo per evitare un improvviso temporale. Nonostante il maltempo incombente insisto per deviare verso Eunate, il che significa camminare circa 2 chilometri in più del necessario. Monica mugugna, ma mi accontenta. La chiesa - come avevo letto - è davvero bellissima e originale, a pianta ottagonale e il colonnato aperto intorno; peccato che questa luce grigia non la valorizzi adeguatamente. Adesso però siamo molto stanchi, riprende pure a piovere, e mentre arranco lungo la salita che porta a Obanos mi pento di aver allungato il percorso: quante volte mi sono ripetuto che il turismo artistico non è una priorità qui! Oltre ai chilometri oggi sento anche tutto il peso dello zaino; ieri invece no, ma lo sapevo che il primo giorno non fa mai testo…
    Entriamo a Puente la Reina alle 18.30. Saltiamo l’albergue privato e andiamo a quello dei Padres Reparadores. Il morale trae beneficio dalla vista del primo nido con cicogna del nostro cammino; aspettavo con ansia di rivedere questo splendido animale, che abbiamo conosciuto proprio in Spagna, durante il viaggio di nozze. Lasciamo lo zaino e andiamo al supermercato, dove ci blocca un altro grosso temporale. Monica si arrabbia molto con me - senza la mia deviazione saremmo già sistemati in albergue adesso - poi si sente male, ha come uno svenimento, non risponde più ai miei richiami. Mi spavento, la gente si accorge del problema e mi dà assistenza. In teoria saprei benissimo cosa fare – stenderla per terra con le gambe in aria – ma in pratica rimango bloccato senza combinare nulla. <¡Una chica està desmayada!> il tam tam si diffonde e qualcuno chiama l’ambulanza, che ci raggiunge rapidamente. Intanto Monica si è ripresa, ma gli operatori del soccorso ci impongono ugualmente un controllo al locale centro medico. La diagnosi è “bajòn de tensiòn”. Bonariamente ma con fermezza ci fanno la ramanzina: dobbiamo aver cura di noi e mangiare e bere più spesso! Comunque è tutto a posto, a costo zero ci portano pure fino alla porta del rifugio. Uso tutto il mio spagnolo per ringraziarli: penso alla loro efficienza e gentilezza come a un bel regalo del Camino.
    Il posto in cui siamo alloggiati è affollato e in preda all’anarchia: la gente gira con gli scarponi infangati sporcando bagni e dormitori, anche la cucina è male in arnese. Il contrasto con Arre è davvero molto forte. Ci tocca mangiare la pastasciutta senza sale, e ce ne sarebbe abbastanza per un po’ di malumore, ma per fortuna arriva un altro dono, sottoforma di un simpatico pellegrino di Treviso che mi offre un bicchiere del suo buon vino.

  3. #3
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    Giorno Terzo

    Non ho dormito benissimo, ma il fatto di alzarsi presto e mettersi in cammino non è in discussione! L’uscita dal paese è suggestiva, con una leggera nebbia che avvolge il ponte medievale, molto famoso e altrettanto bello. La giornata inizia senza pioggia, nuvole nascondono a tratti il sole. Il borgo sembrava deserto, ma appena ce ne allontaniamo i pellegrini spuntano come funghi d’autunno. Uno di questi ci grida dalla carretera che ci stiamo ficcando in un tratto fangosissimo: <Mucho barro, ¡Mal camino!> e che è meglio camminare dove si trova lui. Ma a noi non piace l’asfalto e il traffico, sicché proseguiamo seguendo fedelmente le frecce gialle, per poi in seguito imprecare perché è un vero pantano quello che incontriamo, con saliscendi ripidi e scivolosissimi. Io grazie ai bastoncini da trekking mi reggo in piedi, Monica - non so come - pure, ma vediamo più di un pellegrino portare i segni di rovinose cadute. È così fino a Cirauqui, bel paesino con case bianche o in pietra a vista adagiato su una piccola altura tra le vigne. Poi arriva un tratto di antica strada e ponte romani: quei signori 2000 anni fa sapevano bene come vincere il fango! Il paesaggio varia, dopo i vigneti riprendono le distese di grano e orzo. Con vari saliscendi e desvios, deviazioni rispetto al percorso originale, superiamo un cantiere della nuova autostrada in fase di costruzione. Dubito che queste circonvoluzioni siano riportate nel computo dei chilometri previsti, e io sono stanco! Non ho problemi ai piedi, però lo zaino mi infastidisce: oltre al peso che grava costantemente, avverto a volte delle forti fitte alle spalle. Realizzo che l’impegno nel prepararlo leggero non è stato sufficiente, ma per quanto mi ingegni non c’è verso, rinunciare ad altre cose mi sembra impossibile. Monica invece è molto soddisfatta del suo zaino, uno dei più piccoli che abbiamo visto finora: cammina pimpante e mi aizza ad aumentare il passo. Trova anche il modo d’insegnare botanica a un tedesco di enormi dimensioni che affianchiamo per un tratto. I concetti faticano ad essere trasmessi, ma non è un problema: col tempo e la disponibilità all’ascolto - due cose che sembrano abbondare sul Camino - si può andare lontano! Molto più spedita è la comunicazione con una coppia di Trento che, sentendoci parlare la lingua del Bel Paese, ci accalappia con grande calore. In poche falcate ci scambiamo una quantità d’informazioni poi, così come rapidamente si era costituita, la compagnia si scioglie e via, ognuno col proprio passo.
    Come ci hanno insegnato ieri, per non cadere in ipoglicemia, passiamo dai tre ai quattro pasti al giorno: così è merenda a metà mattina e pranzo più tardi, che oggi facciamo a Villatuerta davanti all’ennesima imponente chiesa chiusa, in compagnia dello spagnolo che ci aveva avvertiti del fango. Faccio le lodi ai paesaggi incontrati finora e lui mi dà una piccola lezione di demografia, spiegandomi che la maggior parte degli spagnoli vive sulla costa e l’interno, tranne qualche zona, è spopolato e quindi molto bello da camminare.
    Come per smentire quanto avevamo appena detto, gli ultimi chilometri prima di Estella attraversano una zona un po’ squallida con un depuratore puzzolente e piccole fabbriche. Alle 15.30 entriamo in questa cittadina di discrete dimensioni, dominata da alcune chiese nella ormai tipica pietra gialla. Il numero e le dimensioni degli edifici religiosi, presenti anche nel più infimo dei pueblos attraversati, dà una chiara idea di come deve essere stato importante il Camino nei tempi che furono. Adesso la situazione ci appare un po’ diversa: troviamo questi luoghi invariabilmente chiusi, a parte il momento della messa, ma questa non è mai prima delle 19.30: non è un orario da pellegrini!
    L’albergue municipale si sta riempiendo rapidamente, ma l’efficiente e simpatico hospitalero ci dà gli agognati letti. Gli ambienti comuni sono ampi e belli, le camerate invece molto affollate di brande. Vediamo i primi pellegrini colpiti dalle temutissime ampollas, grosse e sanguinolente: che paura! Facciamo gli scongiuri e scendiamo al lavatoio per fare il nostro primo bucato: il sole splende e senz’altro si asciugherà. Andando in cerca di un telefono pubblico funzionante – attività che in questi giorni ci ha abbastanza impegnato - diamo un’occhiata a Estella, che in effetti merita le buone recensioni presenti sulle guide. In un grande supermercato oltre ai soliti viveri compro anche il vino e il dolce per festeggiare il mio compleanno. Purtroppo il vino è triste, il dolce invece è buono e comunque i presenti a cena apprezzano il gesto, si crea una bella atmosfera. Ci sono numerosi italiani, tra cui due giovani di Cortina molto simpatici e Josè, un galiziano davvero particolare, che attrae l’attenzione per la sua giovialità: ha fatto il Camino cinque volte! C’è anche il bel americano: se ne sta in disparte con aria scocciata, con un libro rilegato finemente e un calice di rosato tra le mani, esattamente come l’avevo visto anche a Puente la Reina; sarà perché non mi offre mai il suo vino, ma adesso non mi è poi tanto simpatico...
    Gli hospitaleros mantengono l’ordine con discrezione e fermezza e a un certo punto ci invitano a lasciare la cucina, poiché devono sistemare le cose per l’indomani; non rimane che infilarsi nella camerata che brulica di umanità russante, mettersi i tappi e chiudere gli occhi…

    Giorno Quarto

    Alla sera a letto alle 22, al mattino in piedi alle 6: sembra la regola. La colazione stavolta è comune, preparata dai solerti hospitaleros. Guardo l’orologio, alle 7.08 siamo in strada. La partenza è movimentata dall’agitazione di un pellegrino milanese a cui sono stati sottratti i bastoncini da trekking. Rimaniamo perplessi: possibile che sul Camino ci siano dei ladri? In effetti, la convivenza di tante persone tra loro sconosciute che affollano spazi in cui è impossibile trovare un minimo di privacy crea una situazione adatta ai malintenzionati, tuttavia… Anche il “derubato” stenta a crederci: magari qualcuno se li sarà presi scambiandoli per i propri!
    Nel silenzio e nella penombra in cui giace ancora la città incontriamo una processione di persone, che a tratti si ferma per cantare le lodi: che bello! La giornata inizia bene. Poi viene Irache con il suo monastero (chiuso) e proprio di fronte la Cantina omonima, con la famosa fonte del vino. È vero, il vino esce dal rubinetto, e non è neanche orribile! Peccato per l’ora inadatta al consumo… Proseguiamo attraversando una zona di villeggiatura con campeggi e impianti sportivi, molto ben curata. Abbandoniamo l’abitato inoltrandoci in una lecceta. La giornata si presenta come quella passata: subito sereno, poi nuvole che nascondono a tratti il sole. C’è un discreto vento che spira contrario alla direzione di marcia.
    Entriamo ad Azqueta, dove vediamo un uomo seduto all’angolo della via. Il viso barbuto e vigoroso, lo sguardo ansioso, sta scrutando nella nostra direzione. Si capisce che aspetta il passaggio dei pellegrini. Infatti, giunti presso di lui, si fa avanti e offre a Monica il suo bastone. Lei gentilmente rifiuta perché non lo userebbe, mentre io ho già i miei bastoncini. Tuttavia gli chiedo se lo vende e lui risponde serio: <Io te lo regalo, ma se non ti serve, fa lo stesso>. Lo ringraziamo della gentilezza e riprendiamo il cammino, e mentre mi allontano ho modo di vederlo rinnovare la sua offerta ai pellegrini che ci seguono. Chissà perché mi colpisce tanto… e perché ora i miei occhi si riempiono di lacrime? Cos’è questa commozione che mi è esplosa dentro? Io non me lo so spiegare. Posso solo intuire, nel gesto di quest’uomo, la grandezza del suo dono. Posso solo credere che la strada su cui mi trovo sia proprio quella che stavo cercando… al posto giusto, al momento giusto.
    Entriamo in Villamayor, dove l’hospitalera del rifugio sta offrendo a tutti caffelatte e noccioline; inoltre la chiesa è aperta! Decisamente questo è un paese amico dei pellegrini. È giunta l’ora di fare provviste, perché ci aspettano 12 chilometri senza abitazioni, dentro a una bellissima campagna prima con vigne, poi grano e orzo a perdita d’occhio, alternati a basse colline incolte: per me è il tratto più bello fin qui percorso.
    A Los Arcos stanno preparandosi per una festa paesana: cancelli e staccionate per “l’encierro de los toros”, campane a martello, musica a tutto volume. La chiesa è piena di nidi di cicogne, le vediamo volare sopra di noi, forse disturbate dal baccano: che spettacolo meraviglioso! Questo animale non finisce di incantarmi; saranno le leggende sul suo conto, sarà che in Italia - a quanto ne so - non esiste, sarà che è davvero un animale bello, maestoso: fatto sta che me ne sono innamorato.
    La fiesta attira molti pellegrini che decidono di alloggiare qui; noi invece vogliamo tranquillità e proseguiamo con Lele, colui che mi aveva offerto il vino a Puente la Reina. Chiacchieriamo, si parla anche delle motivazioni che ci hanno portato sul Camino. E’ un ragazzo ricco dentro, lo metto tra gli “spirituali”. Camminiamo su di un’ampia pista di terra battuta, senza barro! Il rovescio della medaglia è che gambe e piedi cominciano a sentire il lungo tratto con fondo duro, sono indolenzite. Comunque marciamo bene, alle 16 siamo a Torres del Rio. È un bel paesino di vecchie case in pietra, dall’aria un po’ abbandonata. Abbiamo la fortuna di arrivare mentre è in corso una visita guidata alla chiesa, così possiamo ammirare questo bel luogo: è un piccolo, antico edificio a pianta ottagonale, in stile Eunate, ben restaurato e conservante all’interno un originale crocifisso a quattro chiodi. Ma forse ancor più caratteristico è il negozio di alimentari, posizionato in una stanza non grande a pianterreno di una vecchia casa privata, in cui è stata ricavata un’apertura di poco più di un metro di lato che funge da banco; da questa è possibile sbirciare i prodotti stipati all’inverosimile su vecchi e pesanti scaffali di legno. Un’unica lampadina illumina fiocamente l’ambiente senza finestre. Penso che un posto così l’ho visto solo nei film, peccato non riuscire a fotografarlo!
    Prendiamo alloggio all’albergue di Carmen l’italiana, ovviamente ben recensito dalla nostra guida. Lei non c’è e il posto è discreto, ma niente più. Il bello è però avere qualche ora per oziare al sole e scrivere il diario. Intanto Josè mostra a Monica i suoi portentosi tapones de silicona, a prova del più efferato roncador. Lei non dorme bene e sta cercando un rimedio più efficace dei suoi leggeri tappi in gommapiuma. Poi si mette a parlare con un paio di francesi dall’aspetto trasandato: dicono di essere in cammino da due anni. Pellegrini o vagabondi? Il confine tra le cose può essere molto sfumato… ma nessuno si turba della loro presenza, qui c’è posto anche per loro. Probabilmente sul Camino si accettano situazioni e persone che altrove si eviterebbero.
    Arriva l’ora della pappa. Non c’è cucina, allora Monica e Lele cenano sotto al portico della chiesa con il fornellino da campeggio che lui trasporta nel suo enorme zaino. Io vado all’unico ristoro del paese a farmi un menù del dia: asparagi, tacchino con patate, pesche sciroppate, vino e pane; buono ma non abbondante, il tutto per 11€. A tavola supero il mio proverbiale riserbo e socializzo piacevolmente con i miei vicini… poteri del Camino! C’è il milanese, che ha ritrovato i suoi bastoncini; come previsto qualcuno se li era presi per errore. È anzianotto e pure asmatico, ma l’ho già visto camminare più veloce di me. C’è un’austriaca, che sparlicchia un po’ di “anglo-italiano” e mi dice che in Austria tutti adorano la mia patria; infine un giovane tedesco, pure lui italiofilo. Insomma, mi sento piuttosto coccolato. Ma non dura molto: il vino e la stanchezza lavorano a dovere e mi costringono a strisciare alla branda, morto di sonno.

  4. #4
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    Giorno Quinto

    Ci si alza alle 6, come volevasi dimostrare. Comincia uno e tutti saltano su come delle molle! Impossibile continuare a dormire. Con gli occhi ancora pesti ci mettiamo in attesa davanti al bar, che ha promesso di aprire alle 6.30. Lavora solo con noi, la sua fatica vale ben la pena. E’ quasi puntuale. 2€ per un caffè e un latte, piccoli per la media spagnola: ecco come il barista si ripaga dell’alzataccia… Ci mettiamo in marcia dentro a un’alba che illumina suggestivamente i campi di grano. Facciamo la conoscenza di Jean-Marie, francese di Limoges. In verità questo è il secondo incontro: il primo, poco felice, è stato nella notte di Puente la Reina, dove il suo russare vergognoso aveva esasperato Monica, tanto da prenderlo a spintonate. Da sveglio è molto più simpatico! Parliamo un po’, ma poi ci semina. Anche lui va troppo veloce per noi, come Josè, che ci supera d’un tratto a una velocità mostruosa, tanto che mi viene da esclamare: <¡Aquì pasa el rapido de la Galicia!>. Lui ride, ma non rallenta di un millimetro. Lele invece è rimasto a letto; sembra che la sua tattica sia quella di alzarsi quando tutti se ne sono andati e avere così i servizi dell’albergue liberi; tanto poi col suo passo recupera. Sono tutti personaggi interessanti, sarebbe piacevole macinare i chilometri in loro compagnia, ma non reggiamo il ritmo, e dobbiamo tenere il nostro passo, altrimenti ci romperemmo le gambe. Ci accontentiamo dei momenti comuni in rifugio, anche se lì il tempo non abbonda, poiché ci sono i bisogni primari da soddisfare: riposarsi, lavarsi, mangiare, fare il bucato.
    A un incrocio notiamo diversi foglietti di carta scritti a mano, tenuti fermi da sassi. Sono messaggi in varie lingue, lasciati da altri pellegrini, di incitamento o di appuntamento ai compagni. Ci sembra una bella idea, e lasciamo il nostro per Lele: ci vediamo a Logroño!
    L’ameno sentiero in saliscendi tra i colli percorso sinora, si trasforma in uno stretto camminamento incollato alla statale, per fortuna poco trafficata, fino all’ingresso di Viana. Ci fermiamo il tempo di comprare i tappi auricolari di silicone e un po’ di pane. Uscendo camminiamo in quella che sembra una periferia di grande città, senza la grande città: baracche, stazzi, rovine e immondizia: il tipico squallore che possono avere solo le cose dell’uomo lasciate andare. Il Camino prosegue con vista su ampie distese di vigne alte tre spanne; siamo entrati nella Rioja, qui si produce il vino più pregiato di Spagna. Un grande stagno anticipa la periferia di Logroño, capoluogo della regione. Temiamo un lungo e sofferto attraversamento urbano, invece il percorso all’inizio evita il peggio mantenendosi su una pista pedonale nuova fiammante. Transitiamo davanti a una vecchia casa dove è posta una specie di bancarella, presso la quale ci appongono il sello; osservandolo capisco che ci troviamo nel luogo dove viveva Felisa, uno dei personaggi mitici del Camino, purtroppo recentemente scomparsa. Chi ci parla è sua figlia: <Fino all’ultimo dei suoi giorni è stata con i suoi amati pellegrini>, dice con le lacrime agli occhi. È un incontro toccante, un’altra emozione da aggiungere alle non poche già provate in questi primi giorni di Cammino.
    Adesso ci troviamo in una vera città, l’impatto è abbastanza duro dopo tanta campagna e piccoli paesi. Per giunta l’albergue apre solo alle 14.30. Ci viene voglia di fuggire e così facciamo, dopo il pranzo che consumiamo nei giardini pubblici, seduti proprio sotto a un nido di cicogna. Ci spiace per Lele, così probabilmente lo perderemo, ma confidiamo nella provvidenza del Camino per ritrovarlo.
    Attraversare Logroño è lunga, e lunghissima è la zona periferica; fortunatamente rimaniamo all’interno di un’area attrezzata a parco, popolata da gente a passeggio o che fa sport. Una signora ci saluta e incoraggia, chiedendoci di pensare a lei una volta giunti a Santiago. Benedetta donna, lo faremo senz’altro! Al contrario un prete che incrociamo per ben due volte abbassa lo sguardo per evitare di salutarci.
    Costeggiamo una grossa arteria stradale mentre il cielo si chiude e parte il temporale, che depressione! È contrario al manuale del buon escursionista, ma ci mettiamo sotto un paio di alberi per salvarci dall’annegamento. Poi si butta in pioggerella, e allora corriamo verso Navarrete, che finalmente compare ai nostri occhi. Sono ormai passate le 17 quando ci presentiamo all’albergue, bagnati e stanchi più del giusto. Ma le fatiche non sono finite, perché è così che i due hospitaleros italiani ci accolgono: <E’ tutto pieno qui e ovunque in paese, non troverete da dormire neanche per terra; siete lenti, dovete arrivare prima ai rifugi! Andate, c’è un bus che passa tra poco, ma attenti che sarà così anche più avanti!>. Nello stato in cui siamo, ci sembra un trattamento durissimo; ma è così che si accoglie la gente penso io, e lo fate pure per volontariato, ma andate a passare le vacanze al mare sotto un ombrellone! Siamo sotto shock, usciamo dirigendoci alla fermata del bus, ma per fortuna Monica insiste per cercare ugualmente qualcosa in loco: grazie a un barista troviamo una camera in una Fonda, non una meraviglia, ma abbiamo un letto!!! Risorgiamo dall’abisso. Ci consegnano le chiavi solo dopo avere mostrato le fedi a prova che siamo sposati, perché il letto è matrimoniale… Visto meglio il posto non è così male, e poi pregustiamo la dormita che ci faremo senza pellegrini ammucchiati intorno.
    Cercando un negozio di alimentari ci guardiamo il paese. La chiesa è aperta, dentro c’è la musica e gli addobbi floreali di un matrimonio: questo basta a darmi conforto. Alla tienda incontriamo la in-hospitalera, a cui farei una pernacchia, ma lei si gira dall’altra parte. Passiamo il resto della serata in camera, dove abbiamo la TV, ma dopo un infruttuoso tentativo di avere le previsioni meteo viene zittita e quindi ci mettiamo a dormire, mentre fuori piove di brutto.

    Giorno Sesto

    Chi ha sentito la sveglia? Ma che bella dormita! Mai alzati così tardi come oggi. Io voglio una colazione calda e mi reco al vicino bar, giusto in tempo per vedere il meteo in TV mostrarmi spaventosi vortici depressionari roteanti sul Camino, anzi direi proprio su Navarrete… Il cielo è una cappa grigia, e incamminandoci dentro alle nostre mantelle rimuginiamo preoccupazioni sul maltempo e sulla carenza di letti. Ci sono altri pellegrini attardati, si sta in gruppo a lungo. Tira un vento freddo e infatti transitiamo per… Ventosa. Dapprima ci teniamo su buone piste sterrate o di asfalto. Le cose peggiorano all’Alto de San Antòn, il cui valico avviene nel fango e sotto una pioggia che s’infittisce sempre più, mentre il vento maltratta le mantelle, che così non lavorano bene. Abbiamo anche i soprapantaloni impermeabili, ma cominciamo presto ad imbarcare acqua. La nostra lunga frequentazione della montagna ce l’ha insegnato: In questi frangenti si palesa la superiorità dei camminanti nordici, che difatti ci sfilano accanto a malapena coperti da una giacca a vento, bagnati fradici e apparentemente noncuranti della situazione. E capacissimi di fermarsi al primo bar per una birra gelata… Che invidia! Il morale cala, il passo aumenta, la testa si piega sulle spalle, gli occhi bassi, l’unico scopo è arrivare presto al prossimo rifugio. Il paesaggio intorno sfila anonimo, quasi inavvertito. Me lo ricordo come il precedente, lunghe file di viti nane alternate a terra rossa.
    Finalmente entriamo a Najera, cittadina di medie dimensioni dall’aspetto piacevole. Gente del posto ci accoglie con l’ormai familiare <¡Buen Camino!>: grazie, ne abbiamo proprio bisogno. È appena mezzogiorno, ma continua a piovere a dirotto e vorremmo fermarci. Purtroppo l’albergue apre alle 15, così dopo aver mangiato qualcosa sotto al portico di un condominio decidiamo di proseguire. Salutiamo due ragazzi, brasiliano e spagnolo, in crisi coi loro piedi. Stavano con Josè, non posso non pensare che si siano fregati per stare al suo passo: ah, incosciente gioventù!
    Piove meno, mentre il percorso si snoda tra formazioni rocciose di un bel colore rosso. Vedo anche nuovi tipi di segnavia jacopei. L’interesse per il paesaggio si risveglia e scatto qualche foto. Ma il vero interesse è quello di verificare se il destino ha tenuto due letti per noi! Camminiamo veloci e in poco più di un’ora siamo ad Azofra, probabilmente è il nostro record di velocità. Attraversiamo il paesino semideserto e ci catapultiamo all’albergue: c’è posto ed è bellissimo! L’hanno inaugurato l’anno scorso. Si dorme in camerette a due letti, affacciate su corridoi con ampie vetrate; nei bagni luccicano i lavabi in acciaio; la cucina è enorme, praticamente doppia e con ogni tipo di attrezzi: insomma, il paradiso del pellegrino stanco e bisognoso di conforto. Conforto che non manca neanche da Carmen, negoziante locale che ci accoglie con grande cordialità: <Qui ai pellegrini vogliamo bene, non li mandiamo via> ci dice con orgoglio. Ha la figlia che ha studiato un periodo in Italia e il figlio tifoso della Ferrari. Poi c’è Maria, perpetua della chiesa: quando ci vede torna indietro e la riapre per noi, dispensandoci tanto calore pellegrino e una visita guidata. Anche lei ci chiede un pensiero sulla tomba dell’Apostolo.
    Torniamo all’ovile, c’è tutto il tempo per sbrigare le “faccende domestiche” con particolare cura. Rimangono letti liberi, alla faccia delle gufate degli in-hospitaleros di Navarrete. Dividiamo il tetto prevalentemente con nordeuropei, anche loro si lamentano del freddo! Il clima avverso e la stanchezza prevalgono sulla voglia di andare a messa, ci spiace per Maria che ci aveva invitato. Combiniamo la cena con Jean-Marie, il simpatico francese che pare gradire la nostra compagnia. Il vino che ho comprato per l’occasione è forse ancor più tristo del precedente, ma almeno gli spaghetti di Monica sono OK.
    <Herr… el… Papa… alemàn, yo… penzar, no… pienso… un hombre…>: qualcuno sta parlando al mio fianco, o meglio, sta cercando di parlare. Ostinatamente, stentatamente, lentissimamente, una tedesca prova a comunicare in castigliano con due spagnoli. E mica parlano del tempo, o di dolori ai piedi, ma di concetti astratti come la religione, il nuovo Papa… cinque minuti buoni per formulare la frase più semplice. Rimango incantato dalla sua tenacia, dallo sforzo sovrumano che la sua voglia di comunicare la induce a sostenere, e dalla infinita pazienza dei due che l’ascoltano: impassibili, tranquilli come se fosse una cosa consueta, aspettano senza interrompere che lei finisca il suo soffertissimo discorso. Mi chiedo se una scena come questa possa aver luogo fuori del Camino, lontano da questa strana atmosfera che ci avvolge e che ci fa vivere queste giornate come qualcosa di unico e speciale.
    Un rosso tramonto che promette sole per l’indomani è il degno suggello a una giornata nata male, ma finita in gloria. A letto alle 21.45 con coperta de apoyo, col freddo che fa!

  5. #5
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    Giorno Settimo

    È quasi un peccato abbandonare questo splendido posto, ma la strada chiama. Un’alba soleggiata e fredda ci accoglie su viottoli fangosi. Intorno a noi pochi pellegrini, silenzio e grandi spazi verdissimi, very good! Per un tratto ci fanno compagnia solo le nostre ombre; come la prua di una nave si stendono davanti a noi, lunghissime, protese in direzione di Santiago. Ricordo riflessioni bellissime intorno all’ombra del pellegrino durante le trasmissioni che Radio 3 dedicò al Camino l’anno scorso. Io non riesco a ricamarci su dei gran pensieri… Strano, quando a casa pensavo al mio viaggio verso l’Apostolo, mi immaginavo di vivere immerso in una quantità di riflessioni esistenzial-filosofiche e invece niente: tutto ciò che mi importa è la condizione dei miei piedi, l’efficienza del mio corpo, l’ordine del mio bagaglio. Tutto ciò che mi importa è camminare come la mia ombra, dritto verso la meta!
    Monica fa amicizia con Trudi, svizzera di mezza età molto simpatica. Parla bene italiano, oltre a diverse altre lingue, e canta meglio: ci stupisce con un’aria dal Flauto Magico… magica. Ci confida che le sue due figlie sono preoccupate per lei; pensano che stia affrontando una prova difficile e le hanno regalato un telefonino, supplicandola di chiamare a casa ogni tanto. Siamo molto stupiti, ci rovescia la regola in cui sono i genitori a essere sempre preoccupati per i figli, che non chiamano mai a casa! Lei ribatte che le ragazze sono ormai grandi (venti anni…) ed è giusto che inizino a camminare nel mondo con le proprie gambe, in modo che lei possa pensare a sé stessa, dopo una vita trascorsa ad accudirle. Trudi è un altro esempio della varietà di persone che si incontrano sul Camino, testimoni di modi di vivere e di vedere il mondo anche molto diversi dal proprio.
    Dopo Cirueña, un anonimo agglomerato di edifici residenziali, l’ambiente cambia; la carrareccia su cui ci troviamo risale alcuni piccoli rilievi dando modo allo sguardo di spaziare ad ampio raggio. Rallento per lasciare andare avanti le mie compagne, perché parlare mi distrae dalla contemplazione di quanto mi sta intorno. Perché quel che vedo adesso è un paesaggio da favola, scolpito dal nitore di una luce di rara limpidezza. Nuvole bianche galoppano in un cielo blu saturo, giocando alle ombre sui campi dove risplendono i rossi della terra arata e i verdi delle coltivazioni; sul filo dell’orizzonte uno spruzzo di neve ha imbiancato le montagne, che fino a ieri vedevamo nere. Non una casa, non una strada al di fuori del Camino che sembra tagliare esattamente in due il paesaggio. Il cuore esulta davanti a tanta bellezza, ed entro in uno stato di benessere straordinario. È gioia pura per il solo fatto di esserci, essere qui, in questo esatto momento.

    Io chiedo solo di contemplare in pace la bellezza del mondo.

    (Lalla Romano)

    In preda all’euforia volo leggero a raggiungere le mie compagne, per entrare insieme a Santo Domingo de la Calzada. La città è pulita e ordinata, molto carina con le sue viuzze ricavate tra case basse e negozi. Voglio darmi al turismo e insisto con Monica per visitare la cattedrale. E’ più bella all’interno che fuori. I celeberrimi polli in gabbia sembrano assenti. Nel prezzo dell’ingresso è compresa la visita a un museo, dove apprezziamo in particolare alcuni dipinti fiamminghi. Ma è già tempo di andare: una spesina, merenda e siamo già oltre, su un andadero che bordeggia la statale N-120, salvandoci la vita ma non polmoni e orecchie dalle puzze e dai rumori provenienti da TIR sferraglianti. Alcuni di questi suonano il clacson a più riprese per salutarci: però, anche su una strada trafficata c’è del buono! Per la prima volta rimaniamo ingannati da frecce gialle poste ambiguamente che ci portano sull’asfalto, in pasto ai camioni, invece di deviare su un ameno colle dove vediamo alcuni pellegrini, evidentemente più accorti di noi. Dopo circa 500 m l’angoscia finisce e si entra a Grañon, tipico paesino di case basse, pochi abitanti, nessuna automobile in giro: proprio come piace a noi. Diamo un’occhiata al rifugio ricavato nel campanile: è attraente, sarebbe bello fermarsi, anche perché sappiamo che qui riceveremmo un’accoglienza speciale. Ma abbiamo posto per altri chilometri nelle gambe e il tempo è perfetto. Così, dopo il caffè offerto da Jean-Marie, varchiamo il confine regionale con la Castilla-Leòn e dopo poco entriamo a Redecilla del Camino. Anche oggi siamo andati forte, forse stiamo prendendo il ritmo? Il paese non è invitante, tagliato in due dalla N-120 su cui transitano pesanti automezzi. Fortunatamente l’albergue è in una strada laterale, sembra dignitoso, e per giunta alloggio e cena sono a donativo! Facciamo il bucato e ci sintonizziamo sull’atmosfera rilassata e familiare del posto.
    Aumentano i pellegrini con problemi ai piedi, come il giovane brasiliano che domani interromperà il Camino per andare a Burgos a curarsi. Altri esibiscono vistose fasciature alle ginocchia. I problemi fisici sono ovviamente sempre oggetto di grande attenzione e motivo di relazione tra pellegrini. Adesso uno dei due spagnoli di Azofra sta curando la vescica di una giovane ungherese. Noi ancora stiamo bene e tocchiamo ferro… sembra proprio che la scelta di usare i soliti scarponcini, vecchi ma comodi, sia stata quella giusta. Certo che sono piuttosto usurati: i miei sul tacco non hanno quasi più suola… speriamo bene!
    Mentre Monica si sistema nella microscopica cucina io vado alla mensa del rifugio. La cena, preparata e servita dalle hospitaleras, è ottima; mi sento davvero trattato bene e lascio una buona offerta.
    Proprio di fronte al nostro alloggio c’è la chiesa, gli indigeni si affollano per la messa di novena a cui riusciamo a partecipare. Mi colpisce il coinvolgimento della gente, quasi tutti cantano ad alta voce seguendo puntualmente il rito. Conto solo sei pellegrini, noi compresi. All’uscita scambiamo due chiacchiere col simpatico parroco, si è trasformato in muratore per fare manutenzione al retablo! Invidia la nostra condizione di pellegrini perché dobbiamo fare una cosa sola: camminare. Ha ragione, siamo dei privilegiati e spero di non dimenticarmelo.
    Prima della ritirata c’è tempo per la visita al paese: 30 case su due strade compresa la statale, si fa presto a completare il giro e ritornare in rifugio. La camerata dove dormiamo è un ammasso di brande, esseri umani e zaini: difficile muoversi. I roncadores sono già in piena azione: senza tappi a tenuta stagna, difficile prendere sonno. Con la porta chiusa anche l’aria si fa pesante, difficile respirare… Chi ama dormire in solitudine, sistemato in suites profumate, non venga sul Camino!

    Giorno Ottavo

    Sarà stata l’aria greve a stimolarci, fatto sta che siamo tra i primi ad alzarci. Nel buio raccattiamo le nostre cose e ci trasferiamo sulle scale per sistemare lo zaino. Il bar annesso al rifugio a quest’ora è chiuso, per cui mi adatto a stare nella nanocucina per la colazione: noi due, le tazze e il tegamino del latte e il locale è già completamente ingombro, agli altri non rimane che attendere sulla porta il loro turno. Sto sulle spine, così rinuncio a ingurgitare il solito pacco di merendine per sbrigarmi e lasciare il posto libero.
    Fuori fa freddo, finché il sole non si alza decisamente sull’orizzonte. Si parte come sempre con giacca e berretto ben calcato in testa. Monica ovvia alla mancanza di guanti indossandone un paio di plastica usa e getta, presi giorni fa al reparto ortofrutta di un supermercato: il bisogno aguzza l’ingegno! Riprendiamo l’antipatica carretera nacional, sul solito andadero che gli sta molto vicino, e ci sorbiamo il traffico fino a Belorado. Sostiamo per comprarci il pranzo e dare una veloce occhiata a questo gradevole villaggio. Si prosegue sotto un sole che domina un cielo senza nuvole, anche se continua ad essere fresco. Camminare bordeggiando una strada statale non è proprio la mia passione, ne sono testimoni il bloc-notes e la fotocamera, che in data odierna registrano veramente poche cose. Una cosa però la ricordo con piacere: è la ola dei pellegrini in risposta al saluto dei camion.
    Soli, o a gruppi di 2, 3 o più, la catena dei pellegrini si snoda sulla dritta pista di terra battuta, a pochi metri dall’asfalto della statale. Davanti a loro, sullo sfondo, compare l’ennesimo TIR. Si avvicina sferragliando. Improvviso, parte il primo colpo di clacson: tueee! I pellegrini in testa alla colonna alzano il braccio, o il bordone o i bastoncini da trekking in segno di risposta. Tueee, tueee! Il camion avanza e continua a suonare, incrociando la colonna. I pellegrini a seguire salutano a loro volta, mentre i primi hanno già calato le braccia. Così un‘onda di mani levate e abbassate si propaga verso il fondo del plotone dei camminanti, mentre il camionista lancia gli ultimi suoni di saluto, prima di scomparire alla vista… Cerco di immaginarlo, un Antonio, un Pedro un Tomàs, in canottiera e sigaretta in bocca, alla guida di questi bestioni. Che cosa pensano al vederci, perché ci salutano? No, non credo perché sono ex pellegrini. Forse c’è l’orgoglio di ospitare sulla propria terra uno dei fenomeni più singolari di questa Europa del terzo millennio; orgoglio che genera una sorta di dovere all’ospitalità. Ma piuttosto io credo che lo facciano per solidarietà, per simpatia verso quotidiani compagni di viaggio quali noi siamo: anche noi, come loro, tutti i giorni sulla strada, in marcia verso una meta precisa.
    Sfila la campagna della Castilla, alternata a minuscoli villaggi, invariabilmente deserti. Comincio a sentire fastidio ai tendini d’Achille, è come se le scarpe fossero più dure del solito. La pausa a metà mattina mi dà sollievo, così proseguiamo veloci verso Villafranca, affrontando le prime propaggini dei Montes de Oca. Entriamo in paese alle 13. Qui si presenta il dilemma: c’è tempo per proseguire fino al prossimo albergue, ma è segnalato come “scadente”, dista 12 chilometri e i miei tendini consigliano riposo. Si decide di restare, anche se Monica non è entusiasta: il rifugio è proprio sulla statale, è vuoto e dall’atmosfera un po’ fredda. Ma le sensazioni negative durano poco: l’hospitalera si dà da fare per accoglierci, i bagni sono stati appena rifatti, addirittura le docce hanno l’anticamera! Ma quello che più apprezzo è l’ampiezza della camerata, col soffitto alto e i letti molto distanziati; dopo l’ammucchiata di Redecilla ci voleva un po’ di respiro. C’è anche un enorme cortile interno dove bivacchiamo, al riparo dalla N-120, nelle lunghe ore libere che ci rimangono. Facciamo il bucato di quasi tutto lo zaino: col clima attuale l’asciugatura è garantita. Cerchiamo perfino di stilare un programma tappe, sapendo benissimo che non ha senso, le variabili in gioco sono troppe.
    Chiacchieriamo un po’ con Jean-Marie, che cammina sempre più veloce di noi, ma alla fine si ferma negli stessi rifugi. Devo dire che è bello rincontrare almeno alcuni dei pellegrini conosciuti lungo il tragitto; è confortante avere qualche punto fermo nel movimento continuo dei numerosi volti che popolano il Camino.
    L’attenzione generale è catturata da un tipo curioso, che si presenta come danese, anche se i capelli neri e la carnagione scura non lo direbbero. Chiede a tutti se conoscono case da comprare sul Camino, vuole aprire un’imprecisata attività commerciale. Sigaro in bocca, si scola nell’ordine una bottiglia di birra grande e una di vino, e siamo solo a metà pomeriggio! Alla sera passa ai superalcolici, intanto continua ad importunare con discorsi confusi. Mi chiedo con tutto quell’alcol in corpo come faccia poi a camminare. Decisamente è un soggetto negativo, la sua presenza mi sembra assolutamente fuori luogo. E a proposito di volti del Camino… eccone uno che spero di non rivedere più!
    Arrivano ancora pellegrini, le camerate si riempiono e alla fine viene aperta una stanza con materassi a terra, su cui finiscono anche i due trentini conosciuti nei giorni scorsi. Sono un po’ in difficoltà, le gambe fanno male. Io dedico un pensiero ai miei tendini e mi fiondo a letto, sono solo le 21.30 ma già sto dormendo…

  6. #6
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    Giorno Nono

    Dopo una ronfata colossale e un’ottima colazione, mi sento in formissima per la scarpinata quotidiana. Monica invece è un po’ preoccupata per il suo ginocchio; stanotte, nel buio totale della camerata, ha investito in pieno una sedia. Solo poche ore prima, in compagnia dei trentini, si beava del proprio ottimo stato di salute… Certo che una torcia elettrica ci farebbe comodo, così come diverse altre cose, ma come si fa poi ad avere uno zaino leggero?
    Subito il Camino si fa in salita ed entra in un bosco misto, con ampi rimboschimenti di conifere. Poi la pendenza cala e la pista si amplia notevolmente, lo sguardo spazia nelle frequenti radure. Il gruppo dei pellegrini comincia a sgranarsi. Incontriamo un americano con un’auto attrezzata a punto di ristoro: offre caffé e bevande in cambio di un’offerta pro missione scientifica sull’Everest. La situazione è un po’ buffa, ma lascio qualcosa e mi bevo il caffè. Il tipo è anche simpatico, col mio inglese scadente riesco perfino a capirlo e farmi capire. Intanto Monica non ha perso tempo e si è affiancata a due giovani, il brasiliano Antonio e la norvegese Birgitte, e imbastisce uno scambio di opinioni multilingue. Questi incontri la gasano molto, inoltre il suo ginocchio sembra non avere subito danni: insomma è felice! E pensare che non ne voleva proprio sapere di fare il Camino…
    Continuiamo a camminare in falsopiano, serpeggiando tra gigantesche pozze d’acqua, testimoni delle piogge passate; il profilo dei Montes de Oca qui è così dolce che sembra di stare in pianura. Usciti dall’ultimo boschetto ci si para innanzi San Juan de Ortega, costituito da due case con bar, convento e annessa chiesa, il cui interno è assolutamente splendido: nell’ambiente completamente spoglio la chiara pietra delle colonne e di alcune pregevoli sculture risalta sotto le luci artificiali. Intanto gli altri pellegrini si sono buttati nel bar, il primo aperto da stamani. Li salutiamo e scendiamo con vista su ampi e ameni panorami verso Agès, bel borgo dove campeggia un cartello: “Santiago 518 Km”, mica pochi! Ma il messaggio può essere rovesciato: già 230 fatti! E poiché il morale è alto noi scegliamo la seconda versione.
    Il Camino continua su noioso ma disabitato asfalto fino ad Atapuerca, famosa per i siti archeologici che intuiamo sparsi nella campagna circostante. Qui pranzo con un panino comprato a caro prezzo, che rischia di aumentare perché dimentico i bastoncini in negozio. Per fortuna i due spagnoli - quelli di Azofra - mi danno la sveglia al grido di: <¿Quien ha perdido los palitos?>.
    Lasciamo il borgo, scolliniamo ed ecco che Burgos ci appare, ancora lontana nella piana assolata e ventosa. Scendiamo in compagnia delle ultime conquiste di Monica, un pellegrino venezuelano in vacanza dopo 10 anni di lavoro continuato e una canadese con un viso da miss Camino che conosce l’Italia e adora salami e formaggi. A Cardeñuela Río Pico c’è un bar e come sempre numerosi pellegrini vi rimangono “impigliati”. Così proseguiamo soli, sempre su asfalto, attraverso sputi di paesini, cavalcavia sopra l’autostrada e lavori in corso. In vista e ingannevolmente vicina c’è Villafria, la meta di oggi. Superiamo una coppia sulla cinquantina; lei è in uno stato penoso, quasi non cammina e lui la deve sorreggere. Ciò che le ha scavato le guance e dato quel colore al volto, che le ha infossato gli occhi e fissato quella smorfia di sofferenza non può essere semplice stanchezza: quella donna è certamente malata, molto malata… la mente corre immediatamente all’incontro della Confraternita di San Jacopo a Levanto e al racconto di quella italiana, malata terminale, che aveva deciso di recarsi a Santiago, morendo poco dopo essere stata in chiesa. Anche questa donna sembra abbia scelto le strade dell’Apostolo per compiere il suo ultimo viaggio… Questo pensiero mi attraversa in un lampo, carico di dolore e pietà; dolore e pietà per lei, e per me, perché anch’io misero mortale e quindi con un destino certo ad attendermi… Distolgo lo sguardo, incapace di sostenere oltre quella vista e incapace di offrire ai due l’aiuto che, forse, avrebbe loro giovato.
    Entriamo in Villafria solamente per constatare che l’alloggio scelto è sì un hostal, come previsto, ma collocato sulla tangenziale di Burgos; non possiamo proprio dormire qui! Nell’orrendo luogo c’è anche un bar con un orrendo gestore che praticamente si nega alle nostre richieste d’informazioni. Si limita a ghignare che possiamo prendere l’autobus, tanto lo fanno in molti. Non se ne parla, siamo qui per camminare, altrimenti che Camino è? Fortunatamente una ragazza - dall’aspetto e dai discorsi che la sento fare si intuisce essere una professionista del sesso - ci conforta sulle condizioni della strada che viene: <Hay anden> C’è il marciapiede, ci dice. Ancora meglio agisce il potentissimo caffè propinatomi dal losco barista: è la spinta decisiva ad affrontare i chilometri, chi dice 6 chi 8, della temuta periferia di Burgos. Mi metto anche a cantare mentre nell’intenso traffico sfiliamo davanti a fabbriche, officine, magazzini e palazzoni. Ma è lunga, davvero lunga arrivare in centro. Il rifugio qui è già pieno - di pellegrini che hanno preso l’autobus, sapremo poi - e quindi c’è un ulteriore sforzo per raggiungere l’altro, molto più grande e forse ancora con posti liberi. Sfioriamo la magnifica cattedrale e alle 18.30, ormai sulle ginocchia, entriamo nell’albergue per prendere l’80 e 81esimo letto dei circa 100 totali. Sembra un campeggio, con i suoi bungalows di legno in mezzo a un parco. Le camerate sono riempite di letti all’inverosimile, la doccia è la prima fredda che faccio, ma non è sgradevole dopo tutto il sole e il vento che oggi mi hanno irritato la pelle. Siamo distrutti, ma bisogna fare il bucato e la spesa. Per di più ho terminato le diapositive e devo tornare indietro fino alla cattedrale per trovare un negozio fornito. A cena Monica continua indefessa la sua autarchia alimentare, mentre io seguo il consiglio dell’hospitalero, vado alla mensa universitaria che è aperta ai pellegrini. Per soli 4€ mangio come un maiale in compagnia del milanese asmatico e di Gianni e Lucia, la coppia trentina. Tutti e tre si fermano a Burgos, chi per riposare, chi perché ha finito il proprio Camino; il mio non è neanche a metà! Quindi via, a letto, cercando di superare il senso di claustrofobia dato dalla situazione: tra pellegrini e zaini non ho più di 10 cm liberi intorno alla branda. Al mio fianco c’è un gruppo di coppie spagnole di mezza età: gli enormi zaini, i pigiami a fiori e il chiasso che fanno indicano che hanno iniziato a camminare da poco, forse partono proprio da Burgos; chissà fin dove riusciranno ad arrivare! Finalmente spengono le luci, buonanotte a tutti…

    Giorno Decimo

    Iniziamo la tappa odierna con una certa apprensione, temendo un altro lungo attraversamento urbano e invece dopo poco ci troviamo in campagna: decisamente l’uscita dalla città è stata molto migliore dell’ingresso. In fretta passiamo Villalba e Tardajos, insignificanti borghi di periferia. Nel secondo di questi però c’è un albergue il cui hospitalero molto gentilmente ci offre del caffè. Espone una tabella riepilogativa del percorso successivo, con distanze e servizi presenti: molto utile! In seguito transitiamo per Rabè de la Calzada, bel paesino con addirittura due ostelli. Poi si sale alla prima meseta, e questo mi provoca un po’ di emozione per tutto quello che ho letto su questi luoghi riguardo al Camino. A parte la loro durezza, che dovrò verificare, sento che li amerò, come ho amato tutti i luoghi “deserti” che ho visitato sinora. All’inizio non notiamo grandi cambiamenti, ma dopo Hornillos si sale sulla seconda meseta: questa si che è OK! A perdita d’occhio ci sono solo coltivazioni di cereali, mucchi di sassi e qualche albero isolato. Non c’è traccia dell’uomo, se non nelle trasformazioni che ha imposto alla vegetazione. L’unica cosa che si muove è qualche cornacchia e, ovviamente, quello strano animale che avanza curvo sotto al peso di uno zaino corredato di conchiglia!
    Il tracciato adesso è sterrato duro, non piove e il fango è ormai un ricordo. E quando il fondo è duro si dà la caccia ai margini erbosi e morbidi, per salvare gambe e piedi dal massacro. Ma è inevitabile patire almeno un po’ e il fisico vorrebbe riposo. Invece si continua a ritmo sostenuto. Diamo una fugace occhiata a San Bol, microscopico albergue sui generis che gode di una certa fama nel Camino; al momento pare popolato solo da hippies cannaioli anziché da pellegrini... Poi incontriamo uno degli olandesi conosciuti a Redecilla: ha la faccia scura, alla sua compagna è morta la mamma e lei è tornata a casa; lui intende proseguire solo. È il secondo pellegrino di cui siamo a conoscenza che interrompe il pellegrinaggio per motivi familiari. Ci rendiamo conto di come è fragile l’equilibrio che ci mantiene qui, non sono solo vesciche e tendiniti a minacciarci.
    Adesso mi cammina vicino uno dei due spagnoli che stanno incrociando i loro passi coi nostri già da Azofra, e che vorrei conoscere meglio. Decido di abbordarlo, fatto assolutamente straordinario per me, che solitamente non faccio mai il primo passo nelle relazioni col prossimo. Che questo sia un altro dono del Camino? Si chiama Angel, di Barcellona. Faceva coppia fissa con un altro Angel, che è rimasto a Burgos per curarsi i piedi. Spremo il mio castigliano e riesco ad imbastire un interessante scambio di opinioni sulla religione e sul Camino in generale. Lui attendeva con ansia il momento di andare in pensione per poterlo fare. È cattolico praticante, ma è solo da poco che sta vivendo la fede in maniera costruttiva, attiva. Ha conosciuto un gruppo di preghiera che gli ha dato una svolta: <Ho capito che stavo cambiando quando nel pregare ho smesso di chiedere solamente e ho iniziato a ringraziare> mi dice. Lo trovo un bellissimo pensiero, buono anche per chi, come me, non prega mai. Io gli confesso la mia mancanza di fede, il mio lungo viaggio di allontanamento prima e di avvicinamento poi, fino a sbattere contro quel nocciolo duro che non si scioglie e mi tiene inesorabilmente lontano dal Cristianesimo. Ma neanche altrove, d’altronde, ho trovato maggior conforto. <Conosco un mucchio di presunti cristiani che vivono molto più lontani da Dio di te> mi risponde convinto. Caro Angel, l’avrai detto solo per consolarmi, ma ugualmente mi fa un enorme piacere; è tutta benzina per il mio Camino!

    Non è difficile vivere soli. Difficile è soffrire soli. Ecco perché c’è tanta gente che cerca Dio. Quando lo si trova non si è più soli, mai più soli. Solo che, sentimi bene, non lo si trova, lo si inventa.

    (Jean Giono)

    Proseguiamo sotto un cielo scuro e un forte vento contrario. Oltre alla stanchezza anche la fame si fa sentire, e Hontanas non si vede. Allora facciamo una sosta pranzo, ma stiamo sulle spine perché gli altri pellegrini ci superano. Passa Angel e ci grida: <¡Falta poco!>. Allora zaino in spalla e via di corsa, e infatti dopo pochi minuti ecco il paese, che appare improvvisamente e spettacolarmente in una piega del terreno. Ma ormai è tardi, è rimasto solo un posto nel bel edificio principale dell’albergue, e così ci sistemano nella “dependance”, ad un centinaio di metri di distanza. Siamo in un’anonima camerata, con bagni consunti e docce fredde. Ma l’importante è avere un tetto, cosa non scontata: infatti continua ad arrivare gente e si riempie il nostro rifugio, si riempiono quello privato e l’hostal. Gli ultimi vanno a dormire in case private! Almeno nessuno deve prendere l’autobus...
    Dopo un pisolino per eccesso di stanchezza, faccio la conoscenza dell’hospitalera, tipa piuttosto grezza e all’apparenza poco… ospitale. Poi però cede ai corteggiamenti di Monica ed Henriques, un brasiliano spettacolare, che vogliono organizzare una cena comunitaria. In paese non ci sono negozi e nel rifugio solo poche stoviglie, così lei ci vende in nero un po’ della sua roba e ci passa due pentole. Ma ogni cosa è frutto di grandi contrattazioni. Discussioni anche per stendere il bucato, c’è solo un piccolo stenditoio scassato; Monica brontola, l’hospitalera si giustifica, Valmir - altro brasiliano - gira con le mutande da asciugare in testa, ad un certo punto si inginocchia davanti a lei per supplicarla di darci anche un po’ di vino. La scena è spassosa e non è che l’antipasto di una serata veramente bellissima. Occupiamo la cucina battagliando con una francese antipatica che la vuole tutta per sé (<Libertà, uguaglianza, fratellanza: concetti che hanno diffuso nel mondo ma loro non li hanno appresi> ghigna Henriques). Con il cibo comprato e quello che ciascuno ha raccattato nello zaino esce fuori un’ottima cena per otto: tre brasiliani, due italiani, due ungheresi e uno spagnolo. Il tutto condito da risate multietniche e rassegna di canti nazionali: dopo un inizio incerto i brasiliani stravincono al ritmo di “The girl of Ipanema”… Segue una passeggiata per il borgo, pittoresco nella sua rusticità. Infine un po’ di chiacchiere all’ultimo sole con Henriques, che ci spiega il Globish, la lingua del Camino, miscuglio di tutte le nazionalità presenti. Lui davvero è formidabile, ne usa almeno due o tre alla volta! Alle 21.45 cediamo di schianto, a letto per un sonno di piombo.

  7. #7
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    Giorno Undicesimo

    Lasciamo Hontanas senza aver potuto fare colazione, è la prima volta che ci capita. Nonostante ciò il corpo reagisce bene e procediamo di buona lena. Monica confessa di soffrire del distacco quotidiano dal rifugio, quello che per alcune ore ogni giorno diventa la nostra casa e i suoi pellegrini la nostra famiglia. Io invece vivo sempre proiettato verso la tappa successiva; apparentemente non c’è memoria di ciò che è stato, se non in queste pagine che vado scrivendo.
    Oltre alla solita aria frizzante del primo mattino oggi c’è anche un po’ di nebbia. Nessun segno di vita, se si escludono i pellegrini che alla spicciolata s’incamminano al seguito delle frecce gialle. Siamo in marcia da poco più di un’ora quando incontriamo le solitarie rovine del convento di San Antòn: la strada passa proprio attraverso un suo arco. Doveva essere una splendida costruzione gotica, le cui reminiscenze sono ancora in grado di emozionarmi. In un angolo protetto hanno ricavato un piccolo albergue, chiuso sul lato da un tendone; capiamo il perché apre solo d’estate! Continuiamo nell’atmosfera surreale creata dal silenzio e dalla nebbia che ci avvolgono. Castrojeriz appare in dissolvenza, da un lato la forma massiccia di un convento, dall’altro una bella chiesa con un notevole portale; in centro al paese un’altra chiesa e un’ampia piazza porticata: insomma ci troviamo in un gran bel borgo antico. Ma più dei monumenti ci interessa il bar, dove possiamo rifocillarci e rifornirci per il pranzo. Proseguiamo senza indugi e mentre il sole vince la foschia affrontiamo la breve ma ripida salita all’Alto de Mosterales, mischiati a un folto gruppo di turisti tedeschi a passeggio. Dall’altro lato si apre un paesaggio di grande bellezza, nella purissima luce di questa fresca giornata, molto buona per camminare. I vari verdi dei cereali si mescolano al bruno della terra incolta o arata, al rosso dei papaveri, al blu del cielo e al bianco delle nuvole, in un caleidoscopio di colori sgargianti assolutamente fantastico. Sì, per me la cosa forse più emozionante del Camino è l’abbraccio alle bellezze di questa terra di Spagna. Anche Monica apprezza molto: mi dice che in un posto così si aspetta di vedere comparire, da un momento all’altro, le dame dal lungo abito bianco e ombrellino di Monet…
    Giungiamo al “nostro” albergue di San Nicolas a Puente Fitero, perla del Camino. Pensavamo aprisse a Giugno, invece è già in funzione, anche se adesso l’hospitalera sta dormendo e ha chiuso la porta. Facciamo due chiacchiere con il suo aiuto che ci invita a restare, ma è veramente troppo presto per noi, quindi procediamo. In successione sfilano un bel fiume, un antico ponte, un paesino, un pueblo fantasma e infine gli ultimi 5 bellissimi chilometri di campagna prima di Boadilla: lo sapevo che le Mesetas non sono affatto monotone!
    Giunti in paese c’è il consueto momento delle consultazioni febbrili: ci fermiamo o proseguiamo? Le energie e il tempo per camminare ancora non mancano, ma l’hospitalera dell’albergue municipale ci avverte che a Fromista potremmo incontrare problemi di alloggio. Allora prendiamo possesso del solito letto a castello, e come al solito Monica – con la scusa di non essere capace di salire e scendere al buio – si piazza in quello di sotto. Ci troviamo in un luogo davvero spartano, ma al momento vuoto e con una capienza di soli 12 posti; pensiamo di stare più tranquilli qui rispetto all’ostello privato, verso il quale pare siano diretti tutti i pellegrini che vediamo transitare.
    Mentre pranziamo in un’area verde attrezzata, si avvicina deciso un vecchietto minuto, vestito troppo pesantemente per la stagione. Stupisce il suo cappello, completamente occupato da spille recanti simboli del Camino e bandiere nazionali. Ci consegna subito il suo biglietto da visita: “Alejandro Sandoval, amigo del Camino”. Improvvisamente ricordo: ho visto un articolo di giornale su di lui in uno degli ultimi bar visitati. Siamo emozionati, pensiamo di essere al cospetto di un personaggio famoso. In realtà sembra solo un vecchio un po’ strambo. La sua attività apparentemente consiste nel registrare nome e nazionalità dei pellegrini che gli capitano a tiro. In realtà il suo vero interesse non sono i pellegrini ma… le pellegrine! Prima vuole baciare Monica e fare una foto insieme a lei. Poi, capito che mia moglie non afferra lo spagnolo più di tanto, si sente libero di confidarmi le sue avventure, favoleggiando di strepitose pellegrine brasiliane e svedesi che, per amor suo, erano disposte ad abbandonare il cammino; accenna anche a qualche particolare piccante… Vabbè, anche questo fa parte del Camino!
    A differenza di Castrojeriz, Boadilla non brilla per attrattive. Diamo un’occhiata all’albergue privato, certamente è più bello del nostro, con un ampio giardino e il ristorante; però ci sono già vari pellegrini sui materassi a terra. Mentre io continuo a bighellonare per la… metropoli, Monica passa parte del pomeriggio a cercare di conversare con un anziano francese che parla solo francese, lei solo italiano e inglese… il risultato finale è che lei riesce – più o meno – a imparare il tempo presente del verbo essere! Più proficuo il mio scambio di opinioni col valenciano Josè Maria, al suo terzo Camino. Non ha molta voglia di finirlo; dice che adesso c’è troppa gente, bisogna fare la corsa al posto letto (ce ne siamo accorti…), mentre nel 1999 e nel 2001 era tutto diverso. Lui arriva dal Camino Aragonès, dice che è buono. Intanto aspettiamo invano la possibilità di visitare la chiesa. Ci stanchiamo e torniamo al rifugio, dove continua ad arrivare gente, alla fine si riempie. L’hospitalera è uccel di bosco, così Monica fa la vice ricevendo i pellegrini. Comincio a sospettare che gli hospitaleros, quando sono indigeni, non siano propriamente quanto di meglio un pellegrino possa aspettarsi.
    Cena al ristorante dell’albergue privato, abbondante e buona per soli 7,50€. Debbo però lottare per strappare il vino ad una francese antipatica che l’ha monopolizzato. In compenso il britannico e la canadese all’altro lato del tavolo sono simpatici. Lui lavora all’Università, come me. Mi dice che parlo bene inglese! Ma dai, non lo posso credere neanche tirando fuori tutto il mio amor proprio. Ma ubriaco non è, visto che il vino se lo sta bevendo la francese; forse è la magia del Camino che lo rende così generoso… La canadese ama l’Europa, dice che dove vive lei è monotono: <Camminare giorni e giorni sempre nella stessa foresta, senza incontrare essere umano… Qui è più divertente!>. E’ proprio vero che le cose cambiano a seconda della prospettiva da cui le guardi: quelli che per un canadese sono “piccoli spazi molto abitati”, per un padano sono “gli infiniti spazi disabitati delle Mesetas”.
    Il nostro albergue è dotato di un’unica sedia, così ho l’idea di mettermi a letto per scrivere il diario. Idea peregrina pensare di farcela senza addormentarsi immediatamente…

    Giorno Dodicesimo

    Alle 5.15 sono già sveglio, in preda a smanie che stento a contenere. Resisto mezz’oretta poi chiamo Monica. Mentre lei dà fondo alle sue razioni K di riserva, io torno all’albergue privato per la colazione. Questo è un esempio tipico di struttura nata a causa del Camino e destinata ad uso quasi esclusivo dei pellegrini. Meno tipico è che anche gli orari siano stati sincronizzati coi nostri: non è frequente infatti trovare luoghi aperti dove fare colazione a quest’ora.
    Ci incamminiamo in una bella alba rossa; anche oggi è fresco, anche oggi si cammina bene. Si inizia a lato di un corso d’acqua, Josè Maria mi ha spiegato trattarsi del Canale di Castilla, importante e antica via di trasporto del grano fatta costruire dai Reali di Spagna. Poi affianchiamo la provinciale, siamo sempre in compagnia di altri pellegrini, ma non c’è “la coda”. Presto giungiamo a Fromista, grosso borgo che contiene uno dei gioielli architettonici del Camino, la chiesa romanica di San Martìn. Gli diamo uno sguardo nella luce dorata del primo mattino, è davvero bella anche se sa molto di ricostruito. Ovviamente è chiusa, quindi balziamo oltre. Imbocchiamo l’andadero, un viottolo ghiaioso delimitato da pilastrini jacopei, che costeggia d’appresso la strada provinciale: 18 chilometri diritti fino a Carriòn! Ma non ci si annoia; il traffico è assai scarso (conto 3 auto in 5 minuti alle 10 del mattino) e non disturba. Eppoi il paesaggio continua a non essere monotono, con questa luce limpida che colora intensamente le ondulazioni senza fine dei coltivi e il cielo di Castilla. Andiamo a gran ritmo, a tratti stimo anche più di 5 Km/h. Superiamo uno dei brasiliani della cena di Hontanas; in questi giorni ha cercato di stare al passo con Henriques e ne è stato stroncato. Ha le gambe distrutte, avanza a passetti microscopici, ma non vuole mollare. Ci stringe il cuore vederlo così, cerchiamo di incoraggiarlo e riprendiamo la marcia. Io invece mi sento in gran forma, forse come mai finora. Infatti sto camminando da un po’ portandomi dentro una sensazione particolare, come un presentimento di qualcosa d’importante, ma totalmente ignoto. Sento che oggi “è il mio giorno”, e non capisco perché. Finché non arriviamo a Villarcazar de Sirga, e vedo prima il portale e poi l’interno della chiesa di Santa Maria la Blanca: tutto è di una bellezza travolgente, e davvero provo un’emozione fortissima. Come sotto l’effetto di una leggera vertigine percorro i silenziosi spazi di questo capolavoro umano. Le mani istintivamente corrono alla macchina fotografica mettendosi a scattare a ripetizione, nonostante la certezza che non ci saranno immagini in grado di restituirmi un’idea soddisfacente di quanto vedo e provo. Adesso mi sembra chiaro il motivo di ciò che sentivo stamani: era l’attesa per l’incontro con questa meraviglia, che mi stava aspettando qui, sul Camino, da secoli. È un momento magico e non posso fare a meno di comunicarlo ad Angel, che è arrivato nel frattempo. Quindi, rapidamente come siamo giunti ci allontaniamo e intanto mi interrogo su ciò che mi è appena successo. Ricordo altri episodi di turbamento provato al cospetto di bellezze architettoniche, come anni fa alla Mezquita di Cordoba e ancor prima, in San Pietro a Tuscania; chissà, forse sono fenomeni riconducibili almeno superficialmente alla “sindrome di Stendhal”. Ma qui c’è stato dell’altro: c’è stato un risveglio anticipato in preda a strane ansie, c’è stata quell’energia che sentivo dentro di me… Tutto frutto delle suggestioni del Camino? Mah, rinuncio a capire: l’importante è che sia successo, un altro dono da mettere nello zaino…
    Sono appena le 12 quando entriamo in Carriòn de los Condes. Puntiamo all’albergue del monastero delle Clarisse, ben recensito sulla guida. Si sta già riempiendo e prendiamo gli ultimi posti, che purtroppo sono in camerata, anziché nelle stanzette da 2/4 letti previste. L’hospitalero è efficiente ma gelido: si comporta come un robot programmato, ripetendo sempre le stesse frasi a tutti i pellegrini che continuano ad arrivare. Il luogo è sciupato, soprattutto la cucina è sporca; i letti sono piccolissimi e i materassi sfondati. C’è un microscopico patio che si riempie subito di panni stesi. Ma si sente il fascino del monastero, anche se non possiamo visitarne che il cortile di accesso. E proprio qui arriva una sorpresa: Josè, el rrrrapido de la Galicia! È davvero come ritrovare un caro amico. In seguito incontreremo molti dei più “famosi” pellegrini coi quali abbiamo condiviso il nostro cammino. In effetti Carriòn è una tappa strategica, posta subito prima di un lungo tratto disabitato; quindi ha molti alloggi e sembra che vengano tutti riempiti, a giudicare dalla gente in cerca di un letto che vedremo fino a sera avanzata.
    Siamo già sistemati con ancora tutto il pomeriggio a disposizione e allora visitiamo il paese, che è grande e con alcuni monumenti importanti; un po’ di shopping in un bel supermercato e poi consultazione dell’ufficio postale su come spedire a casa i rullini di diapositive già scattate; infine sosta al bar e lettura della Gazzetta dello Sport… pardon, del giornale sportivo Marca. Qui ho modo di registrare con più attenzione un fatto che avevo già osservato in passato: tutti buttano tutto per terra: cicche, bustine di zucchero, residui di cibo, tovagliolini, stuzzicadenti… Fa abbastanza impressione, è un’usanza che non ho mai notato in Italia.
    Verifichiamo che il rifugio municipale è nuovo, bello e a donativo. Però non ha cucina; noi ci godiamo la nostra combinando la cena con tre austriache che, appena saputo che Monica è italiana, la reclutano subito come cuoca. Poi si aggiunge Philippe, francese gran barbuto straordinariamente simpatico. Non parla che la propria lingua, ma ha una mimica gestuale e sonora molto divertente; è impressionante notare quanto riesca a farsi capire in questo modo. Tutto OK, anche il vino finalmente è buono!

  8. #8
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    Giorno Tredicesimo

    Ci alziamo presto e facciamo subito colazione, per poi tornare a raccogliere le nostre cose quando gli altri si sono alzati a loro volta; il buio in camerata è totale e senza una torcia elettrica non ce la possiamo proprio fare a sistemarci senza svegliare il mondo! Invidiamo i pellegrini dotati di frontalino, moderni Polifemo che lanciano i loro fasci di luce nelle tenebre del rifugio: tutte le procedure, dall’andare in bagno al preparare lo zaino, sono loro molto facilitate.
    Usciamo soli nel primo chiarore che colpisce Carriòn, ma ben presto si forma una lunga coda di pellegrini, un vero squadrone che esce compatto dall’abitato per imboccare il famoso rettilineo di 17 chilometri nella meseta: <Camminerete nel nulla, monotonia e solitudine vi aspettano> recitano le guide. In realtà qualcosa c’è - per un padano la percezione della piattezza e della monotonia è certamente diversa dalla media – ma soprattutto manca la solitudine: non c’è nemmeno un attimo d’intimità per fare pipì! Arrivo a coltivare pensieri negativi circa la massificazione del Camino Francès. Ma il peggio è dove si appoggiano i piedi: uno sterrato sassoso e sconnesso, una tortura per gli arti inferiori. Come ieri mi sentivo pimpante, oggi fatico; presto mi stacco da Monica a cui tocca d’aspettarmi più volte, con relativi rimbrotti. È che lei non si fermerebbe mai, mentre io ho bisogno di farlo: esigenze fisiche ma anche psicologiche lo richiedono.
    Una troupe televisiva francese incrocia più volte i nostri passi; ferma qualcuno per le riprese, per fortuna non me: non sono in vena di fare cinema oggi! Finalmente il rompigambe finisce, sostituito da tratti in asfalto e buon sterrato. Cominciano a sfilare luoghi abitati – Calzadilla, Ledigos, Terradillos – pueblos vuoti che si popolano solo al passaggio dei pellegrini. Intorno, fino a dove lo sguardo può arrivare, sempre e solo sconfinate distese di cereali.
    L’incontro con i centri abitati sfalda la compattezza della comunità pellegrinante, ed è in solitudine che attraversiamo Moratinos: 10 case, di cui 3 di terra cruda, neanche il classico cane, ma la fontana dell’acqua è nuova ed efficiente, messa apposta per il viandante assetato. Sento verso questo luogo una simpatia immediata e forte, che va al di là del concreto, c’è qualcosa di simbolico. Sì, forse proprio in Moratinos c’è il simbolo del mio Camino: qui, nella metà geografica del pellegrinaggio, nella sua parte più povera e desolata; non nelle ricche città, ma nella polvere di queste strade. Dove non c’è nulla da vedere o da fare se non camminare al seguito delle frecce gialle. Dove non c’è nulla da pensare, la testa felicemente vuota e quindi pronta ad accogliere tutto, che poi è una cosa sola, è la lieta novella: ho una meta! E le gambe per raggiungerla. Serve altro? Davvero ho bisogno di altro?

    E d’un tratto mi rallegrai per la grande sicurezza del mare paragonata alle fatiche della terraferma; mi rallegrai per avere scelto quella vita senza tentazioni, senza problemi inquietanti, investita da una elementare bellezza morale dovuta all’assoluta franchezza del suo richiamo e alla semplicità del suo scopo.

    (Joseph Conrad)

    Pranziamo sotto un albero in compagnia di tre canadesi, spartendoci democraticamente una delle poche ombre disponibili, nella prima giornata in cui il caldo si fa apprezzabilmente sentire. Tolgo le scarpe per dar aria ai piedi e per esaminarne le condizioni: neanche una vescica! Sono molto soddisfatto. D’altronde, l’ascolto che riservo ai segnali provenienti dalle mie appendici inferiori è costante: tira i lacci, molla i lacci; sposta la linguetta, tira su le calze, tira giù le calze; togli gli scarponi, rimettili; spostati dall’asfalto e cammina sull’erba; riposati un momento, riparti… un’attenzione eccessiva? Forse; ma c’è qualcosa di più importante per un viandante di cui preoccuparsi?
    Arriviamo in vista della meta programmata per oggi: San Nicolas è costituito da una chiesa e dal ristorante/rifugio, completamente vuoto nonostante l’ora avanzata. Non sentiamo “feeling” per il posto, quindi proseguiamo. Con la fatica che ci appesantisce sempre più percorriamo i 6 chilometri che ci separano da Sahagun, che compare nitida e ingannevolmente vicina dall’ultimo poggio che superiamo. È una cittadina di discrete dimensioni, con una brutta periferia industriale da attraversare. Commetto l’errore di voler accelerare il passo nonostante la stanchezza, per paura che i pellegrini dietro di noi ci superino e vadano a toglierci il letto agognato. Così siamo proprio schiantati all’arrivo in albergue e per sopramercato dobbiamo aspettare l’hospitalera che si è assentata. Sono 30 minuti di snervante attesa in fila, nell’incertezza del posto letto. Non mi trattengo e faccio notare alle tre austriache, giunte in taxi e quindi prima di noi, che non è bello che loro rubino il letto a chi ha camminato, e che sarebbe giusto che andassero altrove (c’è un hostal proprio di fronte). Mi rispondono con un risolino isterico e non si smuovono di un millimetro. Certo, ci sarebbe da discutere a lungo su chi ha diritto a fare cosa, ma dopo quasi 40 chilometri di cammino con un bel peso sulle spalle la lucidità per filosofeggiare scarseggia. Fortunatamente c’è posto anche per noi, così possiamo goderci questo bel posto, una ex chiesa trasformata con intelligenza in rifugio mediante strutture in legno che creano i vari ambienti; ogni letto ha il proprio “separè” che dà una certa intimità. Peccato per lo spazio cucina, troppo piccolo per la capienza del luogo. Capienza che ovviamente si esaurisce, assistiamo all’ormai classico rito della distribuzione dei materassi a terra. Con il rilassamento dato dalla doccia e dalla cena scoppia la stanchezza. Monica lamenta anche forti dolori alle gambe e un fastidio alla mano: quest’ultimo è la reazione a morsi d’insetto di alcuni giorni fa, che col sole ha preso un brutto aspetto. Qui interviene in aiuto il simpatico Philippe con una crema omeopatica. Certamente lei si trova in buona compagnia, visto il numero di zoppi che vedo trascinarsi faticosamente intorno a me: come Wonder Woman, che ha la tendinite e forse sta pagando le corse spensierate delle prime tappe; come Angel 2°, che da Burgos in poi avanza a colpi di taxi, ma ormai non ce la fa più. Io, a parte ricorrenti crisi di rigetto nei confronti del mio zaino, ho da rilevare solo un fastidio saltuario ai tendini d’Achille che si manifesta a freddo, per poi sparire al mattino dopo un po’ di marcia: una condizione invidiabile se penso alle zavorre fisiche con cui ero partito alla volta del Camino: male alle ginocchia, alla schiena e pure a un dente; tutto sparito, spazzato via… forse dalla voglia di farcela, o dalla energia che questa esperienza straordinaria mi sta trasmettendo.

    Giorno Quattordicesimo

    Sveglia… Svegliiiaaaa! Adesso la gente si alza alle 5… continuando così dove andremo a finire? Noi non ci stiamo e indugiamo a letto fino alle 6. Ci prepariamo qualcosa da mangiare lottando per un fornello libero, come ieri sera per la cena. Alle 6.45 siamo in marcia, la temperatura è già mite e capiamo che sarà un giorno caliente, il peggiore di Monica. Ha ancora male alle gambe, probabilmente per lo sforzo inopportuno compiuto ieri. Così se la prende con me, mi mette in castigo. Io ho mal di testa e mi sento già stanco. Inoltre il Camino oggi è veramente monotono: usciti dalla città si imbocca una buona pista sterrata, affiancata a destra da una strada asfaltata priva di vita, e a sinistra da una fila ininterrotta di striminziti alberelli. Saranno gli ombrosi alberi che daranno refrigerio ai pellegrini di domani, per quelli di oggi è quasi una burla. Il resto è campagna, adesso veramente piatta, interrotta raramente da qualche strada o dai binari della ferrovia. Forse ci sembra monotono perché andiamo molto piano, al ritmo dei dolori di Monica, che comunque eroicamente procede.
    Al El Burgo Ranero ci sono ovviamente molte rane gracidanti, ma pochi umani: uno di questi è molto gentile e ci apre casa per darci l’acqua che non trovavamo. Dopo il cimitero del paesino ci sono i 12 chilometri più assolati e desolati percorsi finora. Il morale si adegua di conseguenza, raggiungendo i minimi storici. Per la prima volta si parla di interrompere il Camino, almeno per un giorno, nella speranza che Monica migliori. È un brutto colpo, il mio benessere fisico e psicologico aveva scacciato lontano tutte le eventualità negative. Eventualità a cui avevo pensato a lungo prima della partenza: cosa fare se uno dei due non ce la fa più a camminare? È giusto che l’altro prosegua? Adesso, comunque, non me la sentirei di lasciarla indietro: se c’è da fermarsi, lo faremo in due.
    Non ci sono riferimenti geografici, non c’è un’ombra, neanche di pellegrini, probabilmente sono già tutti oltre a noi, visto il passo che teniamo. Questo ci dà un certo senso di smarrimento, e ci chiediamo a che punto siamo della tappa. Nel deserto totale compaiono due ciclisti, quasi un miraggio che si forma nel ribollire dell’aria sull’asfalto rovente. Li interroghiamo circa le distanze dai prossimi centri abitati. Probabilmente ci vedono malmessi, si impietosiscono e ci offrono spontaneamente la loro acqua. Da qui c’è ancora un’ora buona prima di Reliegos, che appare all’improvviso dietro a una collinetta. Entriamo in paese salutati calorosamente da Josè e compagnia, freschi e riposati davanti al bar, beati loro... L’albergue ha molto posto e gli hospitaleros sono persone disponibili. Apprezzo anche la doccia calda, la cucina grande e attrezzata; non apprezzo invece le camerate, che come diverse altre incontrate in precedenza, mi sembrano troppo stipate di letti. A discarico dei rifugi sul Camino devo però dire che io ho una vera e propria fobia degli spazi affollati di gente: è ancora vivo il ricordo di attacchi di panico vissuti in discoteca o durante manifestazioni di massa.
    Tira un vento caldo: il bucato è secco in poco più di un’ora! Nel frattempo facciamo un giro: il borgo è proprio piccolo, ma ha un negozio aperto… a richiesta. Basta suonare il campanello e la signora scende ad aprire. A dispetto delle apparenze il posto è fornito e con prezzi onesti. Allora ci organizziamo per una cena comune: 3 spagnoli, 2 brasiliani e noi due; ovviamente spaghetti, ovviamente cucina Monica! L’acqua non vuole saperne di bollire, la pasta si cuoce… a 90°C. Ma al grido di: <Al dente, al dente!> - tutti lo conoscono e lo pronunciano perfettamente - raggiungiamo un esito positivo. Ottimo anche il vino comprato a poco prezzo: mi sembra di capire che è meglio il vino anonimo locale rispetto al prestigioso Rioja a rischio fregatura. Alla fine acclamazioni per la cuoca e chiacchiere varie; conversiamo soprattutto con Enrico, brasiliano con papà italiano, che parla bene la nostra lingua e ci racconta un sacco di cose interessanti sul Brasile.
    Monica adesso non sente male alle gambe ed è col cuore sollevato che ci dirigiamo alle nostre brande. In camerata ci sono diversi posti vuoti, ma il caldo del giorno ha fatto comunque il suo effetto: aleggia una discreta puzza, si dorme con le finestre aperte e fuori dai sacchi a pelo.

  9. #9
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    Giorno Quindicesimo

    Lasciamo Reliegos sul solito viottolo ipo-alberato che costeggia un’anonima zona con capannoni industriali. Il sole non è ancora salito sopra l’orizzonte e i lampioni sono accesi. Non è da molto che camminiamo quando raggiungiamo una pellegrina che trasporta il suo bagaglio in un passeggino da neonato. Ovviamente la cosa ci colpisce molto e facciamo ipotesi sul perché della sua scelta: pensiamo a un lutto, a una malattia o un voto fatto. Per discrezione non indaghiamo, ma ci pare un modo molto scomodo di pellegrinare.
    Ormai è certo: Monica non ha più problemi alle gambe! Il cauto camminare di ieri, pur senza fermarsi, ha dato i suoi frutti. Il morale sale alle stelle, ma per scaramanzia ci asteniamo da smodate manifestazioni di giubilo. In effetti l’euforia cominciamo a consumarla subito, poiché dopo Mansilla de las Mulas - cittadina dotata di un vecchio centro storico ben restaurato - imbocchiamo un camminamento al lato della N-601. Questa è una statale in stile “italiano”, con molto traffico che ci affligge. Dobbiamo fare anche qualche tratto sul ciglio dell’asfalto, breve ma angosciante. Le condizioni non sono favorevoli alla socializzazione, ciononostante Monica accalappia l’ennesimo pellegrino, un giovane francese dai modi timidi. Lei si sente in colpa nei suoi confronti, perché ieri sera non l’ha invitato a cena, malgrado lui sembrasse tenerci. In realtà il suo atteggiamento cordiale smentisce ogni ipotizzabile risentimento. Ci dice che deve terminare il suo Camino a Leòn, ma è entusiasta dell’esperienza e cercherà di tornare in autunno a completarlo.
    Fa sempre più caldo. La mia compagna non tarda molto a mettersi in maglietta e pantaloncini, mentre io continuo a portare abiti lunghi, seppur leggeri; l’esperienza mi ha insegnato quanto il sole sia nemico della mia pelle, quindi preferisco sudare e non abbronzarmi piuttosto di dover affrontare le conseguenze di dolorose scottature. Diamo la caccia alle fontane mentre attraversiamo abitati che sanno già di periferia di grande città. Una boccata d’ossigeno con una digressione da Puente de Villarente a Valdelafuente, poi ci si tuffa in piena tangenziale di Leòn: decisamente peggio dell’ingresso a Burgos! Un suggestivo scorcio sull’ancora lontana cattedrale motiva l’ultimo sforzo. Puntiamo all’albergue delle Benedettine, dove sappiamo di poter seguire la liturgia delle ore. È collocato proprio nel centro di questa grande città e per raggiungerlo occorrono un certo tempo e molta attenzione ai segnavia che si confondono nel caos della civiltà. È mezzogiorno e c’è ancora molto posto, ma il flusso ininterrotto di gente lascia intuire che i circa 100 letti disponibili andranno esauriti. Capiamo anche che l’accoglienza non sarà fredda: gli hospitaleros ci danno il benvenuto riunendoci a gruppi e informandoci su quanto è importante sapere alloggiando qui. Una curiosità è che gli ospiti sono sistemati in tre categorie fisicamente separate: coppie sposate, maschi e femmine. Per altri versi il luogo non è particolarmente invitante: le strutture sono dimesse, i bagni assolutamente sottodimensionati per la capienza: mi farò una doccia gelida nel fango di chi mi ha preceduto. C’è un gran via vai, chiasso e poco rispetto per chi come me vorrebbe riposare. Non ultimo è il disturbo dato da lavori in corso all’ingresso e nel cortile del monastero. Sistematici quindi alla meglio, usciamo senza indugi per una visita alla città: vogliamo almeno vedere la cattedrale. Questa è una chiesa a dir poco stupenda, gotica con enormi vetrate dai mille colori e altissime volte con fasci di colonne in nuda pietra. Nella vastità del luogo i non molti turisti si perdono e i rumori soffusi si fanno silenzio quando l’organo comincia a suonare. Rimaniamo come trasognati, incantati da ciò che vediamo e ascoltiamo: è un altro momento di questo Camino che ricorderemo. Risvegliatici dall’incantesimo ci accodiamo a una comitiva italiana e ci facciamo “a sbafo” un pezzo di visita guidata; quando scoprono che siamo pellegrini di Santiago i turisti ci festeggiano, alcuni si interessano più a noi che ai monumenti! Passato il nostro istante di celebrità andiamo a San Isidoro, famosa per i suoi affreschi medievali ben conservati: belli, ma non rinnovano l’emozione appena provata. Il resto è una passeggiata senza meta nel centro della città, piacevole perché diverse strade sono chiuse al traffico. Individuo le Poste e vado a spedire a casa i rullini delle diapositive già scattate. Sulla busta, alla voce indirizzo del mittente, non so cosa mettere, allora l’operatore allo sportello scrive “peregrino - Leòn”: mi piace moltissimo!
    Alle 19 assistiamo ai vespri nella chiesa del nostro monastero, una liturgia tutta cantata con bella voce dalle monache. Ma non riesco a farmi catturare dalla suggestione del momento: sono come disturbato, forse da un senso di rigetto verso questo albergue sovraffollato di pellegrini, che rumoreggiano e sporcano. Compensano gli hospitaleros, volontari gentili e solleciti, che ci aiutano a scaldare la cena (nella saletta comune non c’è niente all’uopo); domani ci prepareranno la colazione e non chiedono niente in cambio. Dopo aver mangiato ci sistemiamo nella piazza di fronte al monastero ad aspettare l’inizio della compieta, alla quale per tradizione tutti i pellegrini sono espressamente invitati a partecipare. L’evento interessa a molti e si riunisce una discreta folla. C’è tempo per qualche chiacchiera, una foto di gruppo coi soliti simpaticissimi brasiliani. Noto parecchi pellegrini zoppicanti, uno arriva addirittura con le stampelle! Il nostro bollettino medico è fortunatamente positivo: una microscopica vescica per Monica, un leggero dolore a un dito e il solito piccolo fastidio ai tendini d’Achille per me.
    Arriva l’ora della funzione; una delle monache, prima di entrare in chiesa, ci spiega come funziona la liturgia. Ci sono varie parti cantate a due voci, lei intona qualche strofa per darci il tempo, ci ricorda che stiamo per partecipare a una cosa seria. È come una maestra coi bimbi, mi intenerisce. Si comincia, ovviamente noi pellegrini non siamo granché bravi. Si finisce con la benedizione, nella medesima formula sentita a Roncisvalle, e il discorso finale di una suora, che con toni accorati ci esorta ad approfittare del Camino per una ricerca spirituale, per ambire a valori di vita più alti. Sono proprio le parole che vorrei sentire, e me le godo immensamente, dopo il senso d’esclusione che provo sempre nelle parti più strettamente religiose. All’uscita la suora/maestra - forse la superiora? - ci aspetta per stringere la mano a tutti, è davvero una grande! La funzione ha ritardato il letto, che raggiungiamo alle 22.30, mai così tardi da quando siamo in cammino. Ma il sonno non arriva, capisco subito che sarà una notte di poco riposo. È uno di quei momenti no, in cui l’inquietudine mi assale senza che ci sia un perché evidente.

    Giorno Sedicesimo

    Sveglia, per modo di dire, alle 6.05. I due tedeschi “soprabranda” ci hanno allietato coi loro preparativi sin dalle 5.30. Inoltre i tappi auricolari hanno ormai perso efficienza. Chi invece l’efficienza non l’ha persa sono gli splendidi hospitaleros, che riescono a servire la colazione a tanta gente in uno spazio così limitato! Alla fine ringrazio ripetutamente per quella che mi pare la migliore accoglienza, umanamente parlando, ricevuta finora.
    L’uscita da Leòn è problematica, perdiamo subito i segnavia e cominciamo a vagare per il centro, incrociandoci comicamente con altri pellegrini alle prese con lo stesso problema. Due ragazzi che stanno rincasando dalla discoteca ignorano la strada giusta, dicono di non conoscere nemmeno il Camino, ma va là! Almeno ci confortano con la loro simpatia e insieme ironizziamo sul fatto che, mentre noi iniziamo la giornata, loro vanno a letto… Nel deserto del primo mattino fatichiamo a trovare aiuto, finché un angelo sottoforma di netturbino ci instrada correttamente. Inizia così l’uscita dalla lunghissima periferia di Leòn, che lascia poi il posto a svincoli e tangenziali, sottopassi e sovrappassi, che superiamo con un giro contorto e che ci richiede molta attenzione; la cosa sfocia nel surreale quando incrociamo un gruppo di amici pellegrini camminare in direzione opposta sul cavalcavia sopra di noi! Passiamo dalla padella alla brace quando il Camino si fa marciapiede e poi sottile striscia di terra accollata alla trafficata strada statale: una vera sofferenza, che si supera solo con la determinazione a proseguire e la certezza - se ci fidiamo delle guide - che da domani non sarà più così brutto. Brutto per me, ma non per tutti: sul piccolo campanile a vela di una chiesa che superiamo conto ben 4 nidi di cicogna! Un vero condominio. Le bianche signore sembrano indifferenti al caos della strada che sta a pochi metri dal loro becco: beate loro…
    A Virgen del Camino, oltre al santuario costituito da una brutta chiesa moderna, c’è il bivio per il Camino alternativo di Villar de Mazarife. Dagli hospitaleros di Leòn non ho ricevuto informazioni che giustifichino i chilometri in più da fare, così tiriamo dritto. Più avanti incontriamo un raggio di sole nel grigiore di questa tappa triste: su una panchina un certo Agapito ha lasciato due ceste con frutta secca, cartello di benvenuto, bloc-notes per messaggi e le indicazioni per trovare acqua: tutto per noi pellegrini. Che Santiago ti benedica, Agapito!
    Il resto della tappa è solo gruppi di case e industrie tagliati in due dalla carretera nacional. Almeno il traffico diminuisce, man mano che ci si allontana da Leòn. Impariamo solo ora, grazie ad Angelo e Christian - i due ragazzi di Cortina conosciuti a Estella - che nei rifugi privati si può prenotare! Ci sentiamo un po’ gli scemi del villaggio. In verità questa non ci sembra una pratica in linea con l’ortodossia pellegrina che vogliamo perseguire: percorrere tutto il Camino con le nostre gambe, dormire solo nei rifugi per i pellegrini, prepararci il cibo che mangiamo. Inutile, la solita paura di non trovare un letto ci travolge. Così telefono a San Martìn del Camino e fisso una cameretta da due: dopo Leòn soffro ancora di nausea da eccesso di pellegrini, e stasera vorrei stare tranquillo. Ci rimettiamo in moto, provando a stare al passo coi nostri due compatrioti. Ma è impresa ardua: bisogna considerare che entrambi sono molto alti, tra i 180 e 190 centimetri almeno. Stimiamo che per ogni loro passo noi ne facciamo 1,7! Stiamo affiancati per un po’, il tempo di qualche battuta. Christian ci fa una rivelazione sconcertante: si è stufato di fare il Camino! Davvero, mi sembra un pensiero blasfemo, inconcepibile. Eppure è così, semplicemente non ha più voglia di camminare e vuole tornare a casa. Rimarrà l’unico caso di pellegrino scontento di mia conoscenza.
    Finalmente arriviamo a San Martìn, senza avere mai mollato “l’amata” statale, ed ovviamente l’albergue ci sta proprio sopra! Monica mugugna, vuole vedere l’alloggio municipale che si trova più avanti; anche questo è sulla strada, ma la camerata dà sul retro, ha la cucina ed è vuoto. Inoltre la sua hospitalera ci parla molto male dell’altro, dice che cerca di imbrogliare sui prezzi. Io vorrei mantener fede agli impegni, ma Monica si impunta e così disdico. Non ce ne pentiamo: saremo solo una dozzina di pellegrini a goderci un rifugio da circa 40 posti, “allargandoci” come mai finora. Chi ci accoglie è una gentile e disponibile signora del posto; parla volentieri con noi, rimane fino a sera e ci assiste nei bisogni. E io che mi ero maldisposto con gli hospitaleros locali… ben mi sta! Addirittura ci paga una bottiglia d’olio che andiamo a comprare nel negozio del paese… ma, allora c’è il negozio! Perché al villaggio precedente ci hanno detto che qui non c’era e che dovevamo comprare là il nostro cibo? E perché la nostra hospitalera ci ha detto che l’altro albergue imbroglia, se poi verifichiamo dai nostri amici che ciò non è successo? E quella indicazione di stamani, “Albergue a 7 Km”, quando invece sono 9 o 10? Uhmmm, qui c’è della malafede, qui c’è una guerra per l’accaparramento del pellegrino... Vabbè, non mettiamola sul tragico; stiamo bene e non ci manca niente, pensiamo piuttosto alla cena, che combiniamo insieme a una coppia francese. Guarda caso chiedono a Monica di cucinare… Spaghetti! I due sono molto simpatici e generosi, lei parla anche italiano (e inglese e tedesco!). I tre canadesi intanto organizzano uno spassoso concertino di canti popolari, con accompagnamento di piatti e bicchieri. Sono tre fratelli, altri 5 sono a casa; vogliono arrivare a Santiago il giorno del compleanno della mamma, 95 anni! L’hospitalera approva l’atmosfera che si è creata; ci dice che una volta era sempre così, ogni sera una festa. Adesso il Camino si è massificato e i rapporti tra le persone ne hanno risentito negativamente. Certo, possiamo immaginarcelo; ma il nostro pellegrinaggio è questo, il nostro momento è qui e adesso: dobbiamo viverlo per quel che è e non per quel che poteva essere…

  10. #10
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    Giorno Diciassettesimo

    Come volevasi dimostrare, la camerata era una tomba e abbiamo dormito da dio! Le pratiche della preparazione al nuovo giorno scorrono lisce come ieri: con poca gente la vivibilità dell’albergue è clamorosamente migliore, apprezziamo molto e speriamo di ripetere in futuro. Usciamo per riprendere l’andadero lato statale, col sollievo che a quest’ora il traffico è pressoché nullo. Strati di nuvole filtrano il sole, che accende di luci irreali gli ancor lontani Montes de Leòn. In breve entriamo a Hospital de Orbigo sull’antico, lunghissimo ponte in pietra: sosto a lungo per cercare di fotografare questo capolavoro, davvero non ho ricordo di ponti altrettanto belli. Anche l’albergue è suggestivo, in una vecchia casa con patio. Monica ha l’ennesimo attacco di rimpianto per una scelta che ritiene sbagliata: <Potevamo fermarci qui!> piagnucola. E’ la solita vecchia storia, le cose che non hai sono sempre le più belle! Io in questi casi sono molto fatalista: era destino fermarci a San Martìn, amen…
    Arriviamo a un bivio: possiamo continuare sulla statale o allungare di 1-2 chilometri passando per la campagna. Non ci pensiamo due volte, scegliamo la seconda alternativa e facciamo bene, poiché attraversiamo un bel paesaggio collinare, tra estesi campi di grano e di un'altra pianta che non identifichiamo; poi vigne e un paio di vecchi borghi tra cui Santibañes, con un delizioso rifugio dotato di giardino alberato. Troviamo soprattutto solitudine e tranquillità, ci voleva proprio. Anche le gambe ringraziano: dopo tanta piattezza i cambi di pendenza consentono a muscoli e articolazioni di variare il movimento. Al Cruzero di San Turibio ritroviamo chi aveva scelto la statale e in gruppo scendiamo verso Astorga. Abbiamo appuntamento con Josè, arriva sua moglie che ci farà assaggiare le famose empanadas! Ci sembra che per l’occasione valga la pena rinunciare a qualche chilometro in più di cammino: solo 25 oggi. Solo 25… Quando penso ai primi giorni, quando arrivavamo all’albergue sempre a pomeriggio fatto, distrutti dalla fatica… adesso ci fermiamo perché lo decide la testa, non le gambe… Abbiamo messo su un vero fisico da camminante!
    Il percorso ci risparmia altro traffico e ci fa entrare in questa città abbastanza grande da una tranquilla strada laterale. Come d’accordo ci dirigiamo all’albergue municipale, ma Josè non c’è! Nell’attesa ci sistemiamo. È una grande struttura attrezzata benissimo con hospitaleros volontari disponibili e attenti. In seguito andiamo a cercare Josè all’altro rifugio. Qui ha lasciato un messaggio per noi e riusciamo così a trovarlo. Hanno già mangiato, lasciandoci però abbondanti porzioni. Conosciamo sua moglie Gisela, simpatica e affettuosa. Ce ne andiamo commossi dall’accoglienza e facciamo festa alle empanadas con polpo e carne; c’è anche il dolce, proprio un pranzo coi fiocchi. Al pomeriggio rinuncio a buttarmi in branda per fare una visita turistica, ci sono alcune cose da vedere. La cattedrale ha una bella facciata, anche se non omogenea come stile. L’interno è “normale”, ma c’è il plusvalore di una visita guidata in spagnolo che parassitiamo per qualche minuto. Sulla stessa piazza si trova il palazzo vescovile di Gaudì, un edificio ovviamente originale, anche se non paragonabile agli esiti successivi della sua arte. C’è anche qualche reperto romano e una discreta piazza porticata col municipio. Ma quello che più mi incuriosisce è il gran numero di pasticcerie e di negozi alimentari in cui fanno bella mostra scatole su scatole di mantecadas, evidentemente il dolce tipico locale. Ed evidentemente ne compro subito una confezione! Il loro nome richiama quello del burro (mantequilla), una delle mie passioni: chissà che buone! Si riveleranno una vera delusione…
    Ceniamo nella sontuosa cucina del rifugio, un luogo attrezzato per decine di viandanti affamati. Eppure i modi di una donna francese riescono a farlo sembrare inadeguato. Cucina solo per sé e il compagno, ma riesce a occupare una quantità di spazio e stoviglie inverosimile. Ehi, ehi, è la stessa che a Boadilla aveva sequestrato tutto il vino! Decisamente è un soggetto odioso e mi fa pensare ai vari episodi antipatici, vissuti o che mi sono stati riferiti, con al centro pellegrini francofoni: dobbiamo quindi dar credito a certi stereotipi? No, per me la spiegazione è presto detta: i francesi sono i più numerosi sul Camino, voglio dire su questo che stiamo facendo ora. Il loro numero aumenta aggiungendo i belgi e i molti canadesi del Quebec, riconoscibili dal fatto che portano tutti la bandiera nazionale applicata sullo zaino. A seguire la comunità più rappresentata è quella dei germanici (tedeschi e austriaci), poi brasiliani e italiani. Pochissimi gli spagnoli all’inizio, ma il loro numero è in costante ascesa man mano che ci avviciniamo a Santiago. Quindi La morale – beninteso da due soldi –è la seguente: è più probabile incontrare un francese antipatico piuttosto che un tedesco o uno spagnolo, ma in realtà la stupidità e la maleducazione, peraltro poco diffuse sul Camino, sono equamente distribuite tra le varie nazionalità!
    Continuando con le statistiche sui pellegrini: sono pochi! Sia il nostro che l’altro albergue non si riempiono. Ma dove sono finiti? C’è da dire che in questo tratto ci sono diverse alternative, probabilmente c’è stata una certa dispersione. Finisce che la camerata è semivuota, e non potrò effettuare un test efficace ai tapones de silicona che ho appena comprato. Monica li sta usando ormai da parecchi giorni e mi conferma il giudizio di Josè, sono veramente un portento!

    Giorno Diciottesimo

    Non ho dormito molto bene. A ogni movimento i letti cigolavano sinistramente, e poi ho lottato inutilmente con i nuovi tappi, sono troppo duri e non fanno per me. Ci alziamo alle 6, mentre stranamente tutti sono ancora a letto. Così siamo i primi ad uscire; ben presto però ci troviamo intruppati con i pellegrini dell’altro albergue. E’ nuvoloso, ma non piove. Lasciamo la città facilmente come ci siamo entrati. Le strade sono deserte, oggi è domenica. Prendiamo un passo veloce, bruciando i primi paesini: Murias de Recivaldo, Santa Catalina de Somoza. Poi ci si addentra in un suggestivo paesaggio di brulle colline con una vegetazione arbustiva di tipo mediterraneo: ma non ci stiamo avvicinando all’oceano? I segni dell’uomo si diradano, mentre molto dolcemente risaliamo i Montes de Leòn. Rimane solo la nostra pista affiancata a una piccola strada asfaltata, su cui transita qualche ciclista e alcune vetture che sembrano proprio essere di appoggio a pseudo-pellegrini; le vediamo andare più volte avanti e indietro, in un traffico sospetto mai visto prima. Addirittura c’è il pulmino dell’agenzia “The best way to see a country is on foot”, nostra vecchia conoscenza sui sentieri del Centro Italia! Altra vista che ci colpisce è quella di un pellegrino ciclista con una gamba sola, che pedala in salita senza sforzo, addirittura canticchiando; a dir poco ammirevole.
    Tac tac tac tac tac tac… Ma che succede? Con un mulinare frenetico di bastoncini, le gambe corte e grasse come due cotechini, lo sguardo vagamente allucinato, la francese odiosa si sta facendo sotto; cominciamo a sentirne il respiro affannoso. Mamma mia, è antipatica anche quando cammina! Acceleriamo leggermente il passo… anche lei! Questa non gliela facciamo passare, deve mangiare la nostra polvere! E allora via, ancora un po’ più forte, ancora un po’ più forte… ecco, sì, sta perdendo terreno… così… e vaiiiii! Abbiamo seminato Trotty – viste le forme e i movimenti simili a una trottola è così che Monica l’ha battezzata – e speriamo proprio di non incontrarla più.
    La colonna camminante comincia a sfilacciarsi, dopo l’attraversamento di El Ganso e Rabanal del Camino: quando si incrociano dei bar aperti succede sempre! Sono paesini che hanno un’aria di montagna, si vede che stiamo salendo di quota. Scende qualche goccia di pioggia, la giornata cupa stende un velo grigio sul paesaggio. Un pezzo di vero sentiero - che gioia! - preannuncia Foncebadòn, dove pensiamo di fermarci. Sono le 12.30, c’è tempo per camminare ancora, ma il prossimo alloggio è a una decina di chilometri, dopo una salita e una discesa che ci sono state descritte come “impegnative”. Allora stop, aspettiamo che l’albergue apra, unici pellegrini in coda per adesso. Sappiamo che questo rifugio fa parte di una associazione religiosa che gestisce anche Grañon, e infatti l’hospitalera ci spiega che faremo la cena e la colazione insieme, a offerta libera compreso il pernottamento. È un posto molto piccolo, con dormitorio da 18 letti, angolo cottura, una sala completamente occupata dal tavolo per i pasti, 2 docce e 2 WC: il tutto è abbastanza spartano. Ma è l’accoglienza quella che conta, e poi dobbiamo correre alle docce perché nel frattempo arrivano, praticamente insieme, tutti gli altri pellegrini che riempiono l’albergue. Si crea una gran confusione. Ben presto all’hospitalera non rimane che offrire i posti a terra nella cappella annessa al rifugio; solo 3 o 4 accettano, gli altri proseguono, tra cui i nostri amici cortinesi.
    Fa abbastanza freddo; io mi metto nel sacco a pelo a riposare, Monica l’instancabile si offre volontaria per pelare le patate della cena insieme a un inglese, che ovviamente le offre un tè per scaldarsi. Intanto scoppia un tremendo acquazzone, addirittura con grandine. Penso a quanto sono fortunato ad essere sotto le coperte in questo momento e dedico un pensiero solidale a chi è ancora in cammino. Quando spiove usciamo a visitare il posto. Come avevamo intuito arrivando, Foncebadòn è un piccolissimo borgo di case quasi tutte in rovina, direi letteralmente crollate a terra, posto a lato della strada che risale questa parte dei Montes de Leòn. In piedi c’è il nostro albergue, due case private più altrettante in ristrutturazione, l’hostal/ristorante/bar e una taverna ricavata in una copia delle antiche pallozas galiziane, suggestive case rotonde dall’ampio tetto conico di paglia. L’insieme fa abbastanza impressione, e pensiamo a come doveva essere soli pochi anni fa, prima che il Camino riprendesse piede: un insieme di pietre abitato solo da qualche animale, come quel piccolo serpente - forse una vipera - che per poco non calpesto in un prato. Ritorniamo al rifugio, non c’è molto da fare e il giorno è ancora lungo. C’è il computer, aspetto pazientemente che si liberi per fare un giro in internet, per le previsioni meteo e qualche email a casa. C’è anche una mini-biblioteca da cui pesco la vita di San Giovanni della Croce in spagnolo: interessante, ma dubito di finirlo entro sera!
    Finalmente arriva l’ora di cena. L’hospitalera porta in tavola un’enorme pentola di sopa de ajo, ma prima di mangiare invita ognuno a dire qualcosa di sé e del proprio Camino, il tutto con traduzione in inglese quando serve. È un espediente semplice, ma efficace per creare un po’ di comunione; bello, finché non viene il turno di due pensionate tedesche che si mettono a raccontare la storia della loro vita… in tedesco. Nessuno ha cuore di interromperle, ma serpeggia un po’ d’impazienza: siamo stanchi e affamati! Il traduttore è intelligente e riassume in poche parole il loro sproloquio. L’hospitalera è francese, ha fatto il Camino due anni fa e quest’anno ha deciso di donare due settimane delle sue ferie per fare accoglienza in questo luogo. Ci ricorda che siamo molto vicini alla Cruz de Hierro, e ci esorta a lasciare anche noi un sasso, simbolo dei peccati e delle angustie di cui vorremmo scaricarci.
    La zuppa è l’unica portata della cena, ma è buonissima, caldissima e abbondante; il freddo passa e la fame pure. Ci do dentro anche troppo, e la notte passerà un po’ agitata a causa di tutto l’aglio trangugiato…

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