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Discussione: Il Cammino da Roncisvalle a Santiago e Finisterre – Maggio/Giugno 2005

  1. #11
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    Giorno Diciannovesimo

    L’hospitalera puntuale serve la colazione, ottima come la cena. Io mi ingozzo di una cosa mai vista prima: è una specie di burro dolce, assolutamente squisito e a nulla valgono gli ammonimenti di Monica che legge gli ingredienti e mi riferisce che è un concentrato di grassi nocivi, peggio della margarina... Ringraziamo per l’accoglienza e lasciamo un donativo nell’apposita cassetta, che vediamo vuota: pellegrini avari o l’hospitalera l’ha appena vuotata? Fuori il cielo è ingombro di nubi, che pian piano si diradano mentre camminiamo in leggera salita. Ben presto giungiamo alla Cruz de Hierro, soli e nel silenzio di quest’alba senza sole. Sembra proprio il momento ideale per sostare presso questo simbolo, forse il più importante, del Camino. Emozionati andiamo a lasciare il nostro sasso nel mucchio che sta alla base del palo; me lo immaginavo più grande, ma chissà quante vicissitudini ha subito nel corso della sua storia. Monica ha raccolto il suo sassolino a Foncebadòn, non ha voluto portare peso in più. Il mio l’ho preso a San Martìn del Camino, perché quello che avrei voluto portare da Modena l’ho dimenticato nella confusione della partenza. Ma penso che sarebbe giusto lasciare un peso trasportato fin da casa, così deposito ai piedi della croce anche i tappi dei bastoncini da trekking. Poi bacio il palo, sento di voler già bene a questo posto, nonostante qualche sciagurato amministratore locale abbia piazzato a pochi metri un’area pic-nic. Arrivano un paio di pellegrini, ci fotografiamo a vicenda e poi via. Esce il sole e la sua luce radente dà finalmente colore al paesaggio, che ci rendiamo conto essere molto bello. Dopo poco sostiamo per il sello a Manjarin: è un pretesto per soddisfare la curiosità di dare un’occhiata al rifugio che ha guadagnato una certa fama sul Camino. Troviamo un disordinato baraccamento di pochi umani e molti animali, la croce rossa in campo bianco troneggia sul torace corpulento di colui che si è autoproclamato discendente dei Templari. Dicono che non ci sia né elettricità né acqua calda, ma visto che nessuno ci degna di un saluto, non indaghiamo e proseguiamo. La pista si fa sentiero e scende abbastanza ripidamente, ma dura poco e in breve siamo già a El Acebo: tutto qui il “tratto duro” che ci avevano preannunciato? Il borgo è molto carino, classico abitato di montagna con case in pietra grigia ben restaurate, ordinato e ornato di fiori. Segue un tratto su asfalto fino a Riego de Ambros, altro bel paesino degno di una sosta. Qui imbocchiamo un vero sentiero di montagna, tra alberi, ruscelli e rocce, che discende una piccola valle. Ci ricorda la Corsica, e i resti di un piccolo incendio completano la similitudine: il nostro intimo montanaro si ritempra parecchio! In effetti, la tappa di oggi si sta dimostrando come una delle più belle del Camino. Il sogno alpino finisce a Molinaseca: da qui (quasi) tutto asfalto, con vista sulle fabbriche di Ponferrada, che raggiungiamo dopo un largo e strano giro intorno, che un po’ ci innervosisce e aumenta il senso di stanchezza. Questi sentimenti si aggravano alla vista del cartello “Si apre alle 15” dell’albergue. Sono solo le 13.30, ma il posto è bellissimo, con tanto di fontana, ampio giardino e cappella privata! Aspettiamo pazienti in coda insieme a un discreto numero di pellegrini, gli zaini messi come segnaposto garantiscono l’ordine di arrivo… dovrebbero! All’apertura si scatena la corsa selvaggia, tutti ammassati alla porta e chissenefrega delle precedenze! È una scena abbastanza squallida. Per di più c’è una specie di cerimonia di benvenuto – ingresso a coppie, registrazione, comunicazione degli orari da rispettare, offerta del tè, accompagnamento al posto letto e illustrazione dei servizi – che rallenta i tempi e ci costringe a una lunga attesa. Nelle intenzioni di chi ci ospita dovrebbe essere una calorosa accoglienza ma, sia detto a mia colpa, confesso di non averla apprezzata. Comunque è un luogo davvero bello, tutto nuovo, con camere da quattro letti, grandi bagni con docce calde, cucina attrezzata di tutto. È super anche il supermercato dove facciamo spesa. Aggiungiamoci tutta la segnaletica del Camino nuova e molto curata, e un ufficio informazioni dove ci ricevono con molta disponibilità: senza dubbio Ponferrada ama i pellegrini! Questo ci piace moltissimo. Dedichiamo alla visita della città un breve scampolo di tempo: ammiriamo soprattutto il castello dei Templari, evidentemente restaurato, ma comunque notevole. Poi ritorniamo in albergue dove due sorprese ci attendono. La prima è angosciante: abbiamo Trotty in camera con noi! È un segno del destino, o meglio di Santiago che ci punisce per i sentimenti poco pellegrini che proviamo per lei. Ma l’Apostolo subito dopo ci premia con la seconda sorpresa: Lele! È una vera emozione rivedere questo ragazzo: evidentemente ha lasciato in noi un segno importante, nonostante siamo stati così poco insieme. Ci festeggiamo a vicenda e prendiamo accordi per una cena comune.
    Alle 19 assistiamo ad una funzione nella cappella del rifugio. Ci ritroviamo in una decina. È un bel luogo, direi nuovo, ma costruito secondo canoni antichi, con affreschi alle pareti. L’officiante inizia il rito, dal suo sguardo intenso e dai suoi modi capisco che sente profondamente quel che fa, e infatti ci porta subito in un’atmosfera emozionante. Facciamo alcune letture alternando le strofe nelle varie lingue dei presenti. Il momento con la candela passata di mano in mano, con un pensiero libero o solo il silenzio a commento, fa piangere più d’uno. Anch’io sento la commozione salire, è un altro dei momenti magici del mio Camino, anche perché totalmente inatteso. Al mio turno, emozionatissimo, non riesco che a esprimere la mia gratitudine per l’immensa fortuna che ho avuto, quella di vivere questa esperienza. Che strano, ho fatto le letture e poi ho parlato sempre in spagnolo, anziché in italiano: davvero la mia adesione al Camino è totale!
    A cena Monica cucina un pentolone di risotto, mentre Lele prepara una tonnellata di insalata mista, generoso come sempre. Si mangia come maialini, in letizia, cercando di recuperare il filo di tutti questi giorni trascorsi senza esserci visti. Domani, probabilmente, ci perderemo di nuovo; ma non c’è tristezza: il Camino è così…

    Giorno Ventesimo

    Ore 5.50: diamo il via ai canonici preparativi della partenza. Ormai siamo delle macchine, le cose si sistemano nello zaino in automatico e i tentennamenti dei primi giorni sono solo un ricordo. Trotty e consorte sono stati molto discreti, non hanno disturbato il nostro riposo. Colazioniamo in compagnia di un inglese che si sta friggendo gli spaghetti (stra)cotti la sera prima: de gustibus… Lasciamo il donativo e mettiamo in moto le gambe. L’uscita dalla città non è cosa da poco, ma il traffico è quasi assente. Attraversiamo vari quartieri residenziali, in uno stupisce vedere le vie identificate da soli numeri: avenida I, II, III… calle 1, 2, 3… molto pragmatico! Niente nuvole, il sole splende e ben presto riscalda il fresco mattino. Ci aspetta una tappa poco attraente, quasi completamente su asfalto, tranne un breve tratto. Si varia da strade secondarie piuttosto tranquille alla provinciale trafficata e infine alla N-VI, statale fortunatamente poco frequentata perché sostituita dalla nuova autostrada: faccio il mio solito gioco e conto 18 auto in 5 minuti alla mattina, meno il pomeriggio. La novità, inquietante, è che fino a Villafranca del Bierzo non c’è andadero, si cammina proprio sul ciglio (piccolo) della strada. Pensiamo con orrore che i tratti stradali fino a qualche anno fa erano tutti così… E’ un giorno adatto al pellegrino che vediamo dinnanzi a noi, che sta tirando un grosso carrello monoruota, costruito e imbragato alla persona in modo molto professionale. Ne abbiamo visto un altro giorni fa: rimaniamo dell’idea che non sia la soluzione migliore per fare questo Cammino. Però, guardando meglio, ci accorgiamo che sta trasportando anche il bagaglio della sua compagna: lei ha una gamba molto più corta dell’altra e anche più piccola, deforme; cammina zoppicando ma velocemente, sta al nostro passo. Se questa non è forza di volontà…
    Cacabelos e soprattutto Villafranca meritano una menzione artistica; sono belle cittadine con palazzi antichi, varie chiese, nella seconda c’è anche un piccolo castello. Si vede che hanno avuto una storia importante e meriterebbero una sosta, ma non la facciamo: oggi, dopo vari giorni di tappe corte è il momento di recuperare un po’ di chilometri. Se solo trovassimo i segnavia… cercando il cibo per il pranzo li abbiamo persi! Pronto arriva l’intervento correttivo di un paio d’indigeni, non richiesto e quindi doppiamente gradito. In effetti, non c’è specie meglio riconoscibile del pellegrino smarrito!
    Il percorso s’infila in una stretta valle, su un camminamento in cemento posto al lato della vecchia statale e sotto al viadotto della nuova autostrada: un paesaggio che non invita alla contemplazione, più che altro si pensa a camminare, e ad arrivare. Non c’è traccia degli altri pellegrini, sembrano tutti rimasti a Villafranca. Procediamo senza ansie da posto letto, anche perché l’alloggio di oggi non è segnalato dalla guida, probabilmente è poco noto… speriamo però che esista! Al paesino che precede la nostra meta l’albergue è vuoto, ci sentiamo l’avanguardia pellegrina e questo ci dà energie per proseguire dopo il pranzo. Alle 15.30, prima del previsto, ecco comparire Trabadelo. Ci danno un caloroso benvenuto i tre canadesi, arrivati con la deviazione sulla montagna. Ma bene! Per colpa della nostra guida, che erroneamente indicava quel tratto come transitante ben oltre qui, ci siamo mangiati tutto questo asfalto. Ci tocca così confermare lo stereotipo degli italiani esterofili, e invidiare le guide straniere. Però, ne abbiamo viste diverse, sembrano davvero fatte meglio della nostra. Ad ogni modo ci riconfortiamo alla vista dell’albergue, più che discreto e poco affollato. È uno dei pochi privati in cui abbiamo alloggiato: ha pavimenti in legno, bei servizi, camerate da 6 letti e un ampio balcone coperto. C’è una piccola cucina con microonde, ma niente sala da pranzo: al suo posto un salotto anni ‘70 con divani e… la TV!
    Il paese è fatto di poche case distese ai lati di un’unica strada, fortunatamente abbastanza distante da statale e autostrada così da essere molto tranquillo. Neanche una chiesa da vedere, allora ci si dedica alle faccende domestiche. C’è anche internet, ma il computer fa le bizze. Quindi andiamo in missione al supermercado - ed è buffo notare come l’appellativo super venga affibbiato tanto spesso a questi piccoli e dimessi negozi di paese - per l’acquisto di cibo adatto ad essere scaldato al microonde, e poi consumato su un traballante tavolino posto all’ingresso del rifugio. Io arrischio una latta di polpette con piselli, un potenziale obbrobrio che invece risulta piuttosto buona; d’altronde la fame… Il movimento di umani, pellegrini compresi, è bassissimo, così che l’avvenimento più rilevante risulta un gatto, pure lui affamato, che ci affligge con i suoi miagolii: sarà forse stato inviato dal ristorante per scoraggiare il pellegrino fai-da-te? Arriva in soccorso un’australiana, che bada al felino e mi offre il suo vino, guadagnandosi immediatamente la mia più grande stima e simpatia! È molto giovane, ma già lavora; e mentre ci dice che si è presa del tempo per vedere un po’ di mondo e riflettere sulla sua vita, io penso che alla sua età avevo appena smesso di giocare coi soldatini… decisamente un altro livello di maturità!
    Ore 21, il sole del lungo pomeriggio spagnolo comincia a calare, ed è bello aspettare il tramonto in quieta contemplazione di questo appartato angolo di mondo. Vedo i contadini affaccendati negli orti e mi stupisco ancora di come qui davvero tutte le attività sono ritardate rispetto all’Italia, per non parlare degli orari dei pellegrini. Così, mentre gli spagnoli vanno a cena, noi andiamo a letto…

  2. #12
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    Giorno Ventunesimo

    Per la prima volta da quando siamo in cammino è Monica a dare la sveglia, sono già le 6 e sto ancora dormendo della grossa. Il silenzio è totale, le nostre 3 compagne di camerata giacciono ancora nei loro letti. Riusciamo a scaldarci il latte e a mangiare qualcosa in bilico sui divani del salotto. Nel mentre una pellegrina accende la TV, che stramberia! Sarà perché abbiamo eliminato questo oggetto dalla nostra casa già da diversi anni, ma la sua presenza sul Camino mi sembra fuori luogo… Chissà, forse sono io ad essere troppo rigido.
    Fuori fa fresco, direi freddo: 5,5°C dice il mio termometro/altimetro/cronografo. In questa stretta valle il sole ci farà visita solo tra qualche ora, così acceleriamo per scaldarci. Niente di interessante da vedere fino a dopo Vega de Valcarce, quando finalmente abbandoniamo il camminamento in cemento e cominciamo a salire le pendici boscose dei monti. Dopo Herrerias inizia un sentiero “D.O.C.”, prima nel bosco, poi a mezza costa tra i pascoli. È un bel paesaggio di tipo appenninico che ci ritempra gli occhi. Respiriamo i profumi della montagna, dopo le puzze della civiltà. Ci avviciniamo a O’Cebreiro, un altro dei luoghi cardine del Camino, temuto per l’impegnativo dislivello da affrontare. Ma noi questo dislivello, questa fatica non la sentiamo. E abbiamo l’ulteriore conferma che le salite e le discese di questo Cammino non sono gran cosa, per chi come noi è abituato ad andare in montagna, e ha dentro l’impronta del Club Alpino Italiano… Ovvio, la durezza c’è, eccome se l’abbiamo provata, ma per noi sta altrove. Per altri invece, soprattutto per i pellegrini spagnoli maschi, questo è il tratto in cui “tirar fuori gli attributi”, e l’agonismo prevale sull’ecumenismo. Li vediamo letteralmente mettersi a correre per poter arrivare prima degli amici, che verranno poi sbeffeggiati per la sconfitta. Così quando al loro commento <¿Ha sido duro, eh?> noi ribattiamo <De verdad, ¡No!> un’evidente delusione si dipinge sul loro volto.
    Ad un certo punto iniziano i cippi chilometrici: mancano 152,5 chilometri all’Apostolo! Siamo in Galizia, la meta si avvicina e tutto sta andando per il meglio. D’ora in poi il nostro cammino verrà scandito, di 500 metri in 500 metri, da un emozionante conto alla rovescia. A O’Cebreiro mi aspetto la Fiera del Pellegrino, invece trovo un sobrio borgo in pietra grigia, con un’unica rivendita di paccottiglia jacopea. Unica è anche la tienda di alimentari, con un gestore indisponente e prezzi esorbitanti. Non c’è nemmeno un ufficio informazioni sul Camino e l’albergue è chiuso: io che temevo un eccesso di attenzione, ricevo un eccesso d’indifferenza… E’ dunque senza remore che scendiamo verso Liñares. Altra accoglienza glaciale nel negozio locale, ma almeno qui i prezzi sono abbordabili. Un pellegrino inglese, al suo secondo Camino, ci aveva avvertiti: i galiziani sono “rudi”. Cerchiamo di non farci influenzare da preconcetti e proseguiamo. Dall’altezza alla quale ci troviamo possiamo ammirare il nuovo paesaggio che ci attende in Galizia: una serie continua di basse colline, in cui boschi e prati si alternano irregolarmente. L’insieme risulta molto invitante. Marciamo alla grande e in un lampo siamo a Hospital la Condesa. Lo stesso pellegrino ci ha indicato un albergue all’Alto del Poyo, così procediamo senza indugi. Lungo il sentiero scorrono vecchi edifici in pietra grigia, tra cui una pittoresca chiesuola, sembra davvero molto antica. Il cielo è senza nubi, ma il calore del sole è mitigato dalla quota. A un ripido strappo che porta al colle incrociamo alcuni pellegrini nordici ansimanti e letteralmente grondanti sudore; adesso è il nostro turno in fatto di superiorità genetica! Superandoli li incoraggiamo, sappiamo che a breve troveranno ristoro. In effetti la forte salita termina proprio davanti al bar del Alto del Poyo, ma di albergue nemmeno l’ombra. Al suo posto c’è uno scialbo hostal: il gestore ci chiede 30€ per la camera, decliniamo l’offerta e lui ci manda letteralmente a quel paese. Grazie! E quel pregiudizio sui galiziani rudi? Ma anche quell’inglese… bella dritta ci ha dato! La prospettiva di percorrere i circa 12 chilometri che ci separano da Triacastela ci manda in crisi, ma ecco la barista venirci in aiuto: a 3 chilometri c’è un rifugio nuovo nuovo. Non possiamo far altro che crederle e proseguire. Camminiamo a mille e superiamo di slancio le tre austriache… guarda guarda, quelle che camminano sempre così piano ma che si trovano sempre davanti a noi… molto autobus e poca gamba, direi! A Fonfrìa l’albergue c’è, ed è bellissimo: praticamente un garnì tirolese, tutto in legno con bar, sala lettura, camerate con letti in tronco d’albero, armadietto individuale, bagni rivestiti di fine ceramica, docce con anticamera e regolazione della temperatura dell’acqua. Decisamente questo non è un rifugio, ma un hotel… a soli 7€! Certo il posto non è da pellegrini, l’atmosfera è piuttosto fredda. C’è pure poca gente con cui relazionare; d’altronde hanno aperto a Pasqua ed è probabile che molta gente non sia a conoscenza di questo luogo. A me, sinceramente, un po’ di lussuoso isolamento non dispiace affatto, mentre Monica ne soffre, l’approccio alla Galizia dal lato umano non è stato molto confortante e lei è un po’ giù di corda.
    Visitiamo il borgo: qualche stalla, una chiesetta chiusa, un ristorante a foggia di palloza; fine. Non c’è negozio, sicché Monica la formichina dà fondo a tutte le riserve che faticosamente trasporta sempre con sé, mentre Stefano la cicala… va al ristorante. Mi trovo in un luogo molto bello, tutto in legno, spazioso. Probabilmente è gestito dagli stessi che hanno l’albergue, hanno fatto davvero un grosso investimento. Oggi sia l’uno che l’altro sono semivuoti, ma immagino che l’estate imminente porterà frotte di pellegrini! Sono solo al tavolo, quindi chiedo al cameriere che formato di vino posso ordinare per rimanere nel prezzo stabilito per il menù del peregrino; lui risponde che esiste un unico formato, la bottiglia da 75 cl: indipendentemente da quanto ne berrò, pagherò sempre 8€. Etilisti di tutto il mondo, correte a Fonfrìa! Ovviamente mi servono anche il cibo, come al solito più che discreto e ampiamente sufficiente a sfamarmi.
    Ormai le giornate sono molto lunghe, così esco dal locale che il sole è ancora alto; c’è tempo per una contemplazione digestiva del paesaggio. Il movimento “in città” è costituito dalle mucche che tornano alla stalla, poi scambiamo due chiacchiere con una pellegrina austriaca, da cui apprendiamo che il Cammino di Santiago esiste anche nel suo paese, lei ne ha percorso un tratto recentemente. A un certo punto l’altitudine - siamo a circa 1300 metri - si fa sentire nell’aria frizzante che ci stimola a traslocare prima sui divani, poi a letto.

    Giorno Ventiduesimo

    Nella quiete di una camerata ancora spenta ci prepariamo al nuovo giorno. Ci incamminiamo ritrovandoci soli nelle prime luci di un'altra giornata di sole senza nubi. Dopo qualche centinaio di metri d’asfalto inizia una serie di viottoli, che a mezza costa discendono le alture su cui ci troviamo verso più basse colline. Superiamo qualche casa isolata, poi sbuchiamo sull’altro versante della montagna. Il panorama si amplia notevolmente. Il silenzio è quasi assoluto, solo una leggera brezza tra le foglie e qualche lontano cinguettio muovono l’aria. Avverto una sensazione particolare, come se il mondo avesse tirato il freno, e smetto di usare i bastoncini per non fare rumore. Anche Monica sembra sentire qualcosa e si adegua, cammina muta dinnanzi a me. Intanto, lentamente, il sole supera il profilo della montagna e spande una calda luce gialla verso il Cammino a venire; in lontananza brandelli di nebbia si insinuano tra i colli dandoci l’illusione del mare. È un momento di grande emozione. Improvvisamente, come una rivelazione, salgono in superficie alcune delle parole del mio Camino, della mia vita: sono alba, vento tra gli alberi, solitudine; è camminare su un morbido sentiero; è sospensione tra notte e giorno, quando ancora l’uomo non ha scatenato il caos con i suoi strumenti. Prima che tutto debba ancora accadere, e tutto quindi è possibile immaginare. Prima che un gesto, una parola, un rumore rompa l’incantesimo. Perché tra un attimo una porta si aprirà, qualcuno parlerà… e questa gioia struggente finirà. Tra un attimo… E’ già finita.
    Incrociamo borghi fatti di poche case in pietra, chiesuole, stalle. Sterco per strada. Cani tranquilli ancora in siesta ci guardano sbadigliando. Il primo villaggio vero è Triacastela. È pieno di alloggi per pellegrini ma a noi interessa il cibo. Ci imbattiamo in un forno senza vetrina e senza banco. La fornaia che sta trafficando tra farine e scaffali ci allunga una barra ancora fumante. Impossibile resistere, e ne mangiamo subito metà camminando. E’ una vera delizia, sembra un croissant. Mi sembra di non aver mai assaggiato del pane così buono!
    Il Camino a questo punto ha una variante: dobbiamo scegliere tra la via più lunga e selvaggia del monastero di Samos, e quella più breve e urbanizzata di San Xil. Per risparmiare tempo scegliamo la seconda, ma non dobbiamo dolercene, perché è vera Galizia, quella attesa: continui saliscendi e cambi di ambiente, bosco fitto e radure, alberi giganteschi e torrenti, mucche e stalle, piccoli nuclei di case, sole e ombra, ombra e sole. Siamo molto lontani, non solo chilometricamente, dai panorami di Castiglia e Navarra.
    All’ora di pranzo ci allontaniamo di pochi metri dai segnavia per cercare acqua presso un gruppuscolo di abitazioni. Qui una vecchia contadina interrompe addirittura il suo lavoro per guidarci al rubinetto di casa: la sua disponibilità e il suo sorriso ci ripagano di tutte le facce truci incontrate in Galizia finora.
    Camminiamo in quasi completa solitudine fino a Calvor, da qui su asfalto giungiamo a Sarria. E’ una città abbastanza grande, ma senza particolari attrattive. L’albergue municipale ha posto. L’hospitalera si preoccupa di dirci solo quello che non dobbiamo fare, tra cui il bucato (!?), per poi scomparire una volta esauriti i letti (il che avviene molto presto). La camerata è in un sottotetto vetrato senza finestre, il caldo e il cattivo odore sono soffocanti. Le docce non hanno porte, manca la carta igienica. La cucina è completamente priva di attrezzatura, le piastre elettriche staccate; rimangono solo i tavoli e l’acqua corrente. Decisamente è un alloggio inospitale, si becca il peggior voto in assoluto. Lascio un donativo solo per dovere pellegrino.
    In città non sembra ci sia niente di interessante da vedere. Un’occhiata ai rifugi privati, ce ne sono tre in pochi metri e sembrano molto più belli del nostro. All’internet point prenotiamo l’aereo per il ritorno, contando di arrivare a Santiago il giorno 6 o 7 e proseguire il Camino sino a Finisterre. Sì, ormai abbiamo il coraggio di pensare che riusciremo a completare il nostro pellegrinaggio! Ed è forse un senso di fine imminente quello che sento in me e avverto negli altri pellegrini. Da qualche giorno si socializza poco; le persone sono un po’ come ripiegate su se stesse. L’ansia di arrivare, le preoccupazioni per le condizioni fisiche hanno lasciato il posto a pensieri che vanno oltre Santiago: si comincia già a pensare al dopo. Un certo languore crepuscolare, un certo rilassamento sembra aleggiare su cose e persone. Monica soffre particolarmente questo diradamento nelle relazioni sociali, che per lei hanno rappresentato la più grande ricchezza del Camino; cerca di surrogare facendo la vice-hospitalera, cosa utile quando la titolare manca, come oggi. La suddetta in realtà è al bar, e la barista le assomiglia molto, sembra sua figlia. Ironizziamo su un possibile loro boicottaggio della cucina dell’albergue, per averne un ritorno economico. Vabbè, e allora noi si cena ugualmente qui, alla faccia del bar! Poi vado a scrivere il diario sulle panchine davanti alla chiesa, dove trovo alcune pellegrine italiane; essendo pensionate e quindi con molto tempo a disposizione, hanno deciso di non sfidare i propri limiti fisici e avanzano a tappe molto corte, 15-20 chilometri al giorno. Sono molto soddisfatte del loro viaggio e ne hanno ben donde: al loro posto io farei lo stesso, mi gusterei il Camino lentamente, a pezzetti… facendo in modo che duri il più possibile!

  3. #13
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    Giorno Ventitreesimo

    La ventitreesima scarpinata del nostro pellegrinaggio inizia ben prima delle 7. Presto siamo fuori dalla città, nuvole basse (nebbia?) mantengono a lungo la semioscurità dell’alba. Non ho dormito bene, mi sento molto fiacco e cammino piano. Mi riprendo lentamente come lento è il sole a bucare la coltre di nubi. Come è stato ieri, percorriamo sentieri e stradine dentro e fuori a boschi, prati, piccoli gruppi di case, stalle. L’attività prevalente della gente che vive lungo il Camino è passata dalla coltivazione di cereali all’allevamento di bovini; questi ultimi lasciano evidenti tracce di sé sulla strada e negli odori dell’ambiente… Iniziamo a vedere gli horreos, quasi tutti in cemento e mattoni forati, alcuni più antichi in legno; mi piacciono molto e inizio a collezionarli fotograficamente. Rimaniamo costantemente in vista di altri pellegrini: come sempre, quando si parte da una città e non da un villaggio, si forma la colonna in marcia. Molti i ciclisti, anche senza bagaglio. Poi è il turno di una comitiva di turisti, pardon di pellegrini con autobus: bordoni jacopei appena comprati in negozio, pantaloni bianchi immacolati, canti e schiamazzi, insomma molto rumore per nulla. D’altronde stiamo per giungere al cippo che segna i 100 chilometri a Santiago: è un punto simbolicamente importante e c’è la gara alla foto ricordo. Un gruppo di ciclisti portoghesi che viaggia ad alta velocità, in barba all’incolumità dei camminanti, si butta su quello dei 100,5. Accortisi dell’errore procedono e si fermano davanti a uno scritto a mano, evidentemente falso. Nel frattempo quello vero è stato occupato dalla comitiva turistica: gran caciara e foto a turno di tutti i partecipanti con tanto di bandiera sventolante. Nella confusione i ciclisti non si accorgono che lì c’è il pilastro vero e tirano dritto. Ci sarebbe da ridere, ma francamente siamo infastiditi da tutto ciò. Ci angustia non poco il pensiero che questo non sia che l’inizio della massificazione del Camino da tutti preannunciata: infatti, basta fare a piedi gli ultimi 100 chilometri per avere la Compostela. Sì, è vero, anche questa gente ha lo stesso nostro diritto di stare qui, però…
    Con uno scatto ci lasciamo dietro i gitanti e cerchiamo di godere del paesaggio; ammiriamo soprattutto diversi esemplari di alberi - castagni, querce - enormi non tanto in altezza quanto per il diametro del tronco e l’estensione della chioma. Ma la vera sorpresa è arrivare a Portomarìn, disteso ai bordi di una larga ansa del rio Miño, in una conca boscosa. Si attraversa il fiume su un lungo ponte e si entra in questa cittadina di case bianchissime, tutte lustre e ordinate; sembra di essere stati catapultati in Alto Adige. Un bel corso, porticato su ambo i lati, porta alla chiesa di S. Nicolas, originale nelle sue squadrate forme fortificate. Sì, sarebbe bello fermarsi qui; mettiamoci anche che il tempo pare guastarsi… Ma vince la voglia di proseguire. Ci carichiamo di viveri - dove vogliamo andare non è indicato alcun tipo di ristoro - e passiamo oltre. Continuano i saliscendi, con lo zaino appesantito e i chilometri già fatti nelle gambe la stanchezza si fa sentire. Come sempre di pomeriggio, i pellegrini si diradano parecchio. Incrociamo a più riprese una strada importante, però quasi deserta. Sotto qualche goccia di pioggia pranziamo velocemente e poi ancora avanti. Passiamo dei rimboschimenti di conifere, qualche isolato capannone industriale, e finalmente entriamo in Hospital la Cruz. All’albergue hanno posto, è sempre un sollievo sentirlo dire. L’hospitalera è cordiale, c’è anche quel simpaticone di Philippe che ci fa festa: tutto ciò è molto bello! Siamo alloggiati in un bel edificio, di recente costruzione, ma lasciato un po’ andare. Anche qui la cucina è spoglia di tutto, impossibile cucinare. Ci sono due camerate, di una dozzina di letti ciascuna; l’altra è completamente occupata da un gruppo di ragazzini spagnoli che sta facendo un gran chiasso: la notte si preannuncia movimentata… Proprio al nostro fianco invece c’è una coppia in atteggiamento molto affettuoso: si guardano intensamente negli occhi, parlano a bassa voce, si accarezzano e massaggiano i piedi a vicenda. Per carità, niente di scandaloso, ma ci incuriosisce. È la prima volta che sul Camino assistiamo ad una situazione del genere, tutto finora è stato sempre improntato alla massima castità. Monica non resiste e con la sua ben nota capacità di socializzare scopre subito che i due, un belga e una canadese, si sono conosciuti durante i primi giorni di cammino e da allora stanno insieme… Tenero!
    Qui è permesso lavare i panni, ma devo poi difenderli da un cavallo che me li vuole mangiare una volta stesi ad asciugare. Una veloce occhiata intorno mi dice che Hospital è fatto di tre edifici, compresi il nostro rifugio e il ristorante, che dunque esiste alla faccia delle informazioni contrarie de l’oficina del peregrino di Sarria. Nel frattempo l’hospitalera ha assegnato gli ultimi posti e se n’è andata, così mi leggo il suo giornale: danno bel tempo e temperature in calo, come abbiamo già avvertito sulla nostra pelle. Poi vado al ristorante. Per soli 7€ mangio proprio bene: affettati misti e formaggio, tortilla con insalata, un piccolo gelato, mezzo di vino tinto e pane q.b. Ambiente e servizio sono rustici, ma in senso positivo. Da una parte ho la TV, danno un film con Bud Spencer e Terence Hill, ed è buffo sentirli doppiati in spagnolo; dall’altra un’ampia finestra mi permette di godere la luce del giorno che scende sulle colline di fronte. Davvero sento che non mi manca niente e una gran serenità mi riempie l’animo. Al tavolo vicino c’è anche Philippe, che mi conferma le lodi al Cammino di Le Puy già sentite da diversi altri pellegrini; con Monica ne abbiamo parlato, mi sa che l’anno prossimo ci toccherà farlo!
    Ci ritiriamo di buonora, ma tra noi e il giusto riposo si mettono i ragazzini ispanici. Nella nostra camerata sembro l’unico parlante la loro lingua, quindi ad un certo punto mi decido e vado il più gentilmente possibile ad ammonirli. Per fortuna sono persone intelligenti, capiscono e fanno immediatamente silenzio. È però destino che la notte passi male: la cipolla della tortilla naviga i miei poveri intestini, ma è soprattutto la vicina di branda che russa vergognosamente, non c’è verso di zittirla, né tappi che possano contenerla.

    Giorno Ventiquattresimo

    Mi sveglio di soprassalto alle 6.30, dopo una notte quasi insonne mi sono addormentato che era già mattina. Sembrano ancora tutti a letto, così rapidamente ci prepariamo e usciamo soli. La mancanza di pellegrini che iniziano a smuovere la camerata dalle 5 del mattino mi sembra proprio un segno di rilassamento da fine Camino. Fa fresco, ma non freddo, una nebbia leggera stende un velo grigio sul paesaggio, che non sembra particolarmente interessante. Rimaniamo a lato di una piccola strada asfaltata in una zona prevalentemente aperta, quindi si attraversa Palas del Rey con una periferia inaspettatamente lunga, triste come tutte. Poi cambio radicale: il sole squarcia il cielo e una luce limpida illumina il meglio del paesaggio gallego, quello già visto nelle tappe precedenti. A tratti veri porticati di antichi alberi fanno da cornice alla via: è un vero piacere percorrerli. Compaiono gli eucalipti, che di antico non hanno niente. Un improvviso, forte dolore al piede destro mi ricorda che non sono invulnerabile, e che non sono ancora arrivato a Santiago, né tanto meno a Finisterre; per fortuna passa presto, ma è bene che non commetta l’errore di dare ormai tutto per scontato… Notiamo che le nostre medie di percorrenza si sono abbassate, probabilmente a causa dei continui saliscendi che si devono affrontare.
    Leboreiro è un bel paesino con visibili trascorsi medievali, in piazza ci sono i resti di una festa religiosa; una gigantesca freccia gialla composta da tante lampadine a forma di conchiglia ci indica la giusta via. Via che ci porta a Melide, che si fa preannunciare da lontano con una zona industriale e commerciale: qualche capannone, insegne pubblicitarie, attività appena aperte e già fallite. Storie ordinarie del “mondo civile”, così vicino fisicamente, ma così lontano mentalmente da quello del Camino.
    All’antico ponte di Furelos c’è Juan, giovane prete che distribuisce opuscoli sul pellegrinaggio. Ha l’entusiasmo e i modi aperti e franchi di chi crede molto in quello che fa. Ci piacerebbe stare un po’ con lui, ma l’ansia e la fretta che ci connotano sempre prima di trovare il cibo e un letto ci impediscono di rimanere più di 5 minuti. Lui capisce e ci congeda con un sorridente <¡Buen Camino!>. Corriamo all’albergue, non c’è traccia di hospitalera, vige il fai-da-te: ci registriamo, mettiamo il sello, cerchiamo un letto nella posizione che più ci ispira (c’è molto posto). L’ambiente è sul modello dei precedenti: costruzione recente, ma già sciupata. Di nuovo manca la carta igienica, che a questo punto mi vado a comprare al supermercato insieme al cibo. Troviamo una pentola e un cucchiaio e ci scaldiamo qualcosa per il pranzo. Poi le solite cose: sonnellino, bucato e un’occhiata alla città, che è moderna, ma dall’aspetto gradevole. La chiesa è aperta, all’interno ci sono alcuni sepolcri rinascimentali e un chiostro purtroppo chiuso.
    Non c’è quasi nessuna faccia nota tra i non moltissimi pellegrini dell’albergue, che è grande e non si riempie, nonostante l’arrivo di numerosi ciclisti nel tardo pomeriggio. È da un po’ di tempo che ogni giorno porta un rimescolamento totale della fauna camminante: ma dov’era prima tutta ‘sta gente? Risento quella sensazione di fine Camino, condivisa adesso anche da Monica. Per tirarsi su comincia a pensare alle persone con cui ha legato e che intende contattare una volta tornati a casa. Riesce anche a rendersi utile curando una vescica al pellegrino belga che cammina con Philippe.
    La cena non è granché, in coda per le due stoviglie disponibili, per mangiare un po’ di zuppa semicruda. Penso che ho fatto male a rinunciare alla Pulperia di Ezequiel, raccomandatissima da Josè ormai molte tappe or sono, e prometto che mangerò al ristorante d’ora in poi. Monica concorda, così non le romperò più le scatole con le mie lamentele! Dividiamo la tavola con alcuni francesi che ribadiscono la superiorità dei Cammini nel loro Paese rispetto a questo: <Cose come la carta igienica e le pentole non ti mancano mai> affermano. Sarà, ma intanto compare l’hospitalera e tira fuori, magicamente, due rotoli di carta… per tutto il rifugio!
    A letto non c’è bisogno degli scongiuri anti-roncadores: le brande vicine sono vuote, e poi ho nuovi tappi. La porta del mondo dei sogni si spalanca immediatamente…

  4. #14
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    Giorno Venticinquesimo

    Anche oggi è Monica a dare la sveglia. Riusciamo a prendere possesso della cucina e scaldare il solito litro di latte in cui immergo il solito pacco di merendine… Già, rimango ancora impressionato dalla quantità spropositata di cibo che ingurgitiamo senza conseguenze (di solito…) sulla digestione! Usciamo aspettandoci la colonna di pellegrini e invece siamo soli. Sembra ormai chiaro che la temuta ammucchiata galiziana non c’è stata, anzi, avvertiamo un diradamento rispetto al passato.
    Andiamo forte: conta solo arrivare ad Arca, ultimo albergue prima di Santiago. Alla fine di questa giornata la meta sarà a soli 18 chilometri! Tappa comunque dura per le gambe, con continui cambi di pendenza e di paesaggio, nel miglior stile gallego. Aumenta sempre più la presenza dell’Eucaliptus, questo albero arrivato dall’Australia che cresce rapido, alto e fragile, decadente nel suo continuo sfogliarsi della corteccia. Non lo sceglierei certo per rappresentare il Camino, piuttosto direi la Quercia. Sfilano piccoli nuclei di case, ora vecchie in pietra, ora nuove intonacate di bianco; piccoli pascoli con mucche dalle enormi mammelle, impacciate nei loro movimenti. La ormai classica nebbiolina mattutina lascia il posto a un sole sfavillante, fa caldo ma non tanto da avere disagio camminando. Tocchiamo più volte la statale, rimanendo però sempre su bei viottoli sterrati o piccole strade asfaltate. Un cenno a Ribadiso, col suo albergue ricavato in un bel complesso in pietra che ispira fiducia; poi Arzua, paesone moderno ancora immerso nel sonno domenicale, nonostante l’ora ormai tarda. In seguito è solo Galizia rurale fino a O’Pedrouzo. Alle 14.45 siamo già al rifugio: è uno dei più grandi del Camino e c’è ancora molto posto. È brutto come i precedenti, in più il letto che mi assegnano è sporco. Per la prima volta nel mio pellegrinaggio penso agli acari e cose simili, e rivolto la federa del cuscino e il coprimaterasso, per quel che serve… Mi faccio un’altra doccia gelata poi do un’occhiata alla cucina che invece è bella, c’è il frigorifero e addirittura qualche stoviglia, seppur in numero inadeguato alla capienza del posto; ma tanto mangio fuori…
    Rivediamo Josè, ci fa tante feste e ci commuove mostrandoci i nostri nomi applicati al suo bordone: ci scambiamo gli indirizzi con la promessa di scrivergli. Lui dice che dipinge e che ci manderà un acquerello a Natale, ci contiamo! Ieri ha fatto una queimada ad Arzua, peccato non esserci stati. Veniamo a sapere che Angelo, Christian e Lele sono avanti, forse già a Santiago: peccato anche questo. Qui però, oltre a Josè ci sono altre facce note; come la francese Wonder Woman, come Felix lo svizzero piè veloce, che non vedevamo più da Puente la Reina. Ha rallentato perché altrimenti sarebbe arrivato troppo in anticipo sull’aereo del ritorno, che anche lui ha già prenotato.
    La visita del pueblo ci prende poco tempo: due file di case sulla statale, per altro quasi deserta in questo pomeriggio domenicale. Giovani del posto dall’aria annoiata sfilano su nuove auto in cerca di un qualcosa che non c’è. Scene già viste tante volte, e anche vissute personalmente a suo tempo: com’ero vuoto allora! Adesso mi sento così pieno, così ricco… Ma perché devo salire in cattedra e giudicare? Maledico la mia arroganza mentre torniamo al rifugio. Approfittiamo della presenza di addirittura due hospitaleros per avere qualche informazione. A Santiago ci consigliano di alloggiare all’albergue Acquario: piccolo, confortevole e a buon prezzo. Telefono e prenoto due posti, un problema in meno! Circa il Camino di Finisterre - Fisterra in spagnolo - ci confermano che è ben segnalato, non avremo problemi. Con noi non abbiamo documentazione al riguardo, visto che non era in programma; allora sbirciamo la guida di alcuni italiani e verifichiamo che effettivamente si tratta di tre tappe, con possibilità di rientro in bus. L’idea di un supplemento di Camino mi dà nuovo entusiasmo: mi trovo così bene nei panni di pellegrino che non ho proprio voglia di cambiarli con quelli di semplice turista…
    Cena con menù del dìa a 8€: sopa gallega, pollo arrosto con patatine, yogurt, bottiglia di tinto. Al tavolo di fianco ci sono Josè, Cesàr e Wonder Woman, però io preferisco star solo: ho già capito che così non dovrò dividere con nessuno il vino! Loro capiscono il problema e giurano che non minacceranno in alcun modo la mia bottiglia… Poi ci mettiamo a chiacchierare sulle differenze Italia – Spagna a proposito di prezzi, traffico, divieti di fumo e altre amenità. Io esprimo loro la mia ammirazione per gli automobilisti spagnoli: sempre, dico sempre, mi hanno dato il passo agli attraversamenti sulle strisce pedonali, un comportamento questo estinto da tempo nel mio Paese. Loro ridono e Cesàr mi conferma di aver rischiato grosso più volte, durante un suo viaggio in Italia: poteva sì passare col verde ai semafori pedonali, ma facendo sempre molta attenzione! Il confronto torna in parità con la constatazione che in Spagna si può ancora fumare nei locali pubblici, e quando loro accendono le cicche… io batto in ritirata!
    Presto siamo a letto: abbiamo deciso di alzarci alle 5.30, per essere sicuri di giungere alla cattedrale di Santiago in tempo per la messa del pellegrino delle 12. Per scrupolo troviamo qualcuno che ci venga a svegliare, nel caso non lo facessimo autonomamente. Ma per me dormire subito è una chimera, tra rumori, caldo, il materasso sfondato e soprattutto una certa ansia da “ultimo giorno” che mi ha preso.

    Giorno Ventiseiesimo

    È arrivato il grande giorno, il giorno dell’incontro con l’Apostolo, che sancirà la fine del nostro pellegrinaggio. “L’addetta alla sveglia” ci chiama alle 5 anziché 5.30, ma va bene lo stesso: siamo smaniosi! Il tempo di mettere il naso fuori dalla porta e c’è da affrontare un grosso problema, scioccamente ignorato: è buio pesto! E non abbiamo lampade con noi. Ci prende il panico, poi ricordiamo le indicazioni che l’hospitalero ci aveva dato sulla variante, delle due possibili, al lato della statale. Pensando che questa sia più facile da seguire, ci incamminiamo. Dopo alcune centinaia di metri si esce dal paese e si entra… nel bosco! Sembra di essere in un sogno, con la sensazione di camminare nel vuoto sospesi in un pallidissimo chiarore; a ogni passo si prospettano buche e sassi da evitare, ma sono solo pezzi di corteccia degli eucalipti… Per fortuna i cippi chilometrici sono identificabili anche al buio. Ci accodiamo a due pellegrini muniti di lampada, ma vanno troppo veloci per me, e dopo un po’ mi stacco; le energie sono ancora troppo basse. Monica invece è pimpante, mi sprona, dice di essere emozionata e chiede se anch’io lo sono: macchè, troppo impegnato a reggermi in piedi! Finalmente la luce sale a un livello adeguato per i nostri occhi; abbiamo superato anche questa inedita, strana esperienza. Lasciato il bosco affrontiamo un tratto urbanizzato, con l’aeroporto e l’autostrada in vista. Non sembra ci siano dubbi sull’itinerario da seguire, ma ad un certo punto non vediamo più i pilastrini. Allora forse siamo sulla variante più lunga che evita la statale? Preoccupati di giungere tardi a Santiago, aumentiamo il passo: adesso le gambe ce la fanno. Mentre il sole esce trionfante dalla solita nebbiolina, noi cerchiamo i segni, radi ma ci sono, che ci tengano sulla retta via. Il fatto è che non vediamo nessun pellegrino. Quando temiamo il peggio compaiono prima le indicazioni, poi gli impianti del Monte Gozo, immenso centro di accoglienza ai pellegrini. Pellegrini? Noi vediamo solo pullman di turisti. E il monte, e la statua, e le guglie della cattedrale dove sono? Dov’è Santiago? Non ci capiamo niente, paradossalmente il Camino sembra cancellato dal turismo di massa che esso stesso ha creato. Al punto informativo ci danno indicazioni vaghe. Avanziamo perplessi, e quasi senza accorgercene ci troviamo già dentro alla città: un piccolo cartello seminascosto su un cavalcavia ce lo conferma. Riappaiono i segnavia, riappaiono i pellegrini. Facilmente troviamo il nostro albergue, sembra davvero carino. Lasciamo lo zaino e corriamo verso la cattedrale che ancora non vediamo. Vediamo invece varie persone con lo zaino… Noi senza non sembriamo veri pellegrini! Abbiamo un attimo di rammarico, pensiamo di tornare indietro a riprenderlo… Ma no, domani rifaremo la stessa strada col nostro bagaglio, e il dogma di camminare ogni metro del nostro Cammino da veri viandanti jacopei verrà rispettato! Adesso è festa… Un tuffo al cuore mi prende quando improvvisamente vedo le guglie della cattedrale, poi una porta laterale e il voltone che ci immette nella piazza dell’Obradoiro. Eccoci, è finita, siamo giunti Ad Limina Sancti Jacobi!!! Ci complimentiamo a vicenda per l’impresa, ci abbracciamo. Monica piange, mentre io non ho forti emozioni, sento piuttosto una gran pace diffondermi dentro. È la stessa quieta serenità che viene da un lavoro compiuto in maniera davvero soddisfacente. La piazza è quasi deserta, non ci sono altri pellegrini; poi spunta qualche zaino, ma è poca cosa nella vastità dell’ambiente, il mondo civile ha inghiottito il Camino, ci mescola e ci confonde a tutti gli altri esseri umani che popolano questa città. È la fine un po’ in sordina di una grandissima, straordinaria esperienza, e un moto di tristezza mi prende. Ci si rianima un poco incontrando facce note: pacche sulle spalle, complimenti vicendevoli e grandi sorrisi. Ancor più bello è incontrare Josè & Co. all’ufficio dove consegnano la Compostela. Non c’è ressa, dopo una breve attesa ritiriamo il nostro diploma con soddisfazione e orgoglio. È solo un pezzo di carta, ma per noi significa un mondo di cose!
    Ce la prendiamo comoda, siamo arrivati con largo anticipo sulla messa. Entriamo in chiesa alle 11.45 e prendiamo posto. C’è già molta gente e si va riempiendo rapidamente. La maggior parte sono “civili”; i pellegrini, ben riconoscibili, sono sparsi qua e là. Spuntano altri visi conosciuti, altre strette di mano e altri sorrisi. Esce una suora e, come fu a Leòn, cerca di insegnare ai presenti i tempi delle parti cantate della messa. Ha una bella voce, che risuona limpida tra le navate della chiesa. Come era prevedibile non ha molto seguito, la grande maggioranza della gente rimane in silenzio. Lei si sbraccia appassionata e ripete le strofe, e a questo punto scatta il mio momento di commozione, trattengo a stento le lacrime che mi gonfiano gli occhi e mi metto a cantare, goffamente, per cercare di sostenerla. Poi inizia la messa, l’officiante ha quel tono frettoloso che tanto mi infastidisce, ma oggi non importa: oggi è il nostro giorno e adesso sono emozionato e felice. Nominano i pellegrini giunti stamani a Santiago, ci sono anche “due italiani partiti da Roncisvalle”, siamo noi!!! Sbircio la chiesa, non è grandissima. Poi la visitiamo meglio e non mi sembra neanche bellissima. Domina il gigantesco e molto barocco retablo d’altare con il busto del santo, quello che si va ad abbracciare a fine pellegrinaggio. C’è la coda per compiere il rito, vorrei aspettare, ma poi lo chiuderanno. Quindi su, in fila, solo un fugace abbraccio sotto il severo sguardo di un custode: non c’è né il tempo né l’intimità per raccogliersi e nominare tutte le persone che mi hanno aiutato e moralmente accompagnato nel mio Camino; solo un pensiero, un grande grazie che le unisce tutte. Fuori, sulla piazza, ritroviamo gli amici: i cortinesi, Josè, Cesàr, Wonder Woman, Hiroshi il giapponese e tanti altri, senza nome ma con un volto e un posto ben chiari nel nostro Camino. Foto di gruppo e scambi di indirizzi con chi ancora mancava. Più tardi passa anche Philippe; è molto triste perché deve rinunciare al Camino de Fisterra: la moglie e l’amica che l’hanno raggiunto qui non vogliono ritardare oltre il ritorno a casa. Peccato, perdiamo un ottimo compagno di strada per i giorni a venire. Bighelloniamo sulla piazza e poi ancora in chiesa; mi guardo meglio il Portico della Gloria, capolavoro di scultura romanica e gioiello della cattedrale. Appoggio la mano nell’incavo della colonna centrale, ma è solo un gesto di circostanza: la testa è vuota, come dopo un grosso esame superato positivamente. Penso con una certa apprensione a come trovare la forza per camminare altri tre giorni…
    Non abbiamo voglia di visitare la città, ce ne stiamo semplicemente seduti a bivaccare sulla piazza, svuotati di energie fisiche e mentali. Intercettiamo qualche altra faccia nota, poi abbiamo un lungo scambio di opinioni con due simpatici ciclo-pellegrini piemontesi. Ci raccontano cose nuove, perché in effetti mai prima ci era capitato di stare con dei ciclisti e mi rendo conto di come sono separati i due mondi, camminante e pedalante, del Camino.
    Andiamo alla stazione dei treni a comprare i biglietti del ritorno, poi a far compere; per festeggiare ci concediamo anche ciliege e torta di Santiago. Ritorniamo all’albergue; è un ambiente in stile New Age, con luci basse, incensi che bruciano, addobbi multicolori e musiche adeguate. L’insieme risulta molto accogliente, ed è facile rilassarsi e scivolare poi nel sonno.

  5. #15
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    Giorno Ventisettesimo

    Ho dormito male, e do la colpa al materasso e al cuscino troppo grosso. Ma chissà se è vero… Ci alziamo mentre tutti dormono ancora, probabilmente per loro oggi sarà giornata di turismo o di ritorno a casa; noi invece continuiamo a camminare. Torniamo alla cattedrale, questa volta con zaino d’ordinanza. Un saluto alla città ancora spenta e poi via. Troviamo subito i segni del Camino de Fisterra, sono uguali ai precedenti, anzi qui sono messi a segnalare la via in entrambe le direzioni. Attraversiamo quella che sembra una zona residenziale, con belle case e ville sparse tra gli eucalipti. Comincia a gocciolarmi il naso, non sono molto in forma. È forse finita la protezione dell’Apostolo? In effetti questo è un extra e ci chiediamo se possiamo ancora definirci pellegrini: non andiamo a un santuario, però ripercorriamo i passi degli Antichi che raggiungevano l’oceano per raccogliere la conchiglia, simbolo e testimonianza del Cammino effettuato. Quindi concludiamo per il sì, siamo ancora pellegrini!
    Si alza il sole ed esce una giornata calda e umida, che peggiora il mio stato di salute; mi sembra di camminare pianissimo. Anche il paesaggio mi pare scialbo, calpestiamo quasi sempre asfalto in questa anonima zona residenziale. Monica almeno è in forma e cerca di alzare il morale. Nella monotonia di questa tappa, fortunatamente breve, brilla solo Puente Maceira, bel borgo con case antiche e un ponte medievale su un fiume dalle rive boscose. Dopo un breve tratto sul ciglio di una strada trafficata si entra finalmente in Negreira. Abbiamo incontrato solo un paio di pellegrini che marciavano nella nostra direzione, più altrettanti in senso opposto. Non sappiamo bene cosa aspettarci, sappiamo che i rifugi sono piccoli, ma questo Camino non dovrebbe essere molto frequentato.
    Sostiamo alla farmacia per prendere qualcosa per il mio mal di gola; guarda caso hanno lo stesso prodotto venduto in Italia! L’albergue è dopo il paese, isolato e al termine di una salita che mi sembra durissima. Sono davvero cotto. Troviamo il luogo aperto, con pochi pellegrini, l’hospitalera non c’è. La cucina sì e ci facciamo una pastasciutta. Poi corro a letto, l’unico desiderio è riposare. Ma fa un gran caldo, la camerata è in un sottotetto con le finestre rivolte a sud. E poi continua ad arrivare gente, rumore e movimento sono continui, impossibile dormire. La ventina di posti disponibili viene bruciata; si comincia a mettere materassini ovunque per terra, anche in posti inadeguati. C’è un po’ di tensione. Poi qualcuno ha la bella pensata di andare a dormire fuori, vista la temperatura, e viene imitato da molti. Così nell’albergue ritorna l’ordine. È un edificio di recente costruzione, con camerate luminose, i letti singoli e un’ampia sala con angolo cucina.
    Compare l’hospitalera e mette i timbri alle credenziali, apre una camera chiusa a chiave con quattro letti… E come mai la teneva chiusa? <È per i disabili> dice, <Se non ne arrivano posso darla agli altri>. Uhmm… Adesso comunque tutti si sono sistemati, l’atmosfera si fa più piacevole; i pellegrini più estroversi come Monica intessono relazioni. Rinunciamo comunque alla lotta per il “posto pentola” e ceniamo freddo. Conosciamo Paolo, un italo-francese che lavora all’abbazia di Conques, sul Cammino di Le Puy. In un ottimo italiano ci racconta cose interessanti, per esempio che si è appena sposato con una hospitalera canadese e stanno facendo il Camino come viaggio di nozze! Donelio è un pensionato spagnolo in splendida forma; ha fatto tutti i principali Caminos in Spagna, il suo preferito è quello de la Plata. Anche lui parla la nostra lingua, avendo vissuto a Roma per diversi anni. E c’è Claudia, slovena che vive da molti anni in Italia e anche lei ha un italiano perfetto: coincidenze curiose! Intanto chi vuole il pasto caldo sta lottando disperatamente con i fornelli fuori uso, finché si ripresenta l’hospitalera con un tecnico e delle piastre nuove. <Si sono rotte da poco> dice, <Aspettavo che il tecnico fosse disponibile>. Uhmm Uhmm… bel tipo ‘sta hospitalera, ma è simpatica, fa un gran baccano e sparlicchia diverse lingue, tipo globish; un personaggio potremmo dire.

    Giorno Ventottesimo

    È stata una notte calda. Il malanno non è passato, anzi. Per la prima volta da quando ho lasciato l’Italia mi alzo di malavoglia per affrontare la nuova giornata. Ci accoglie la consueta foschia. Procediamo prevalentemente su asfalto, ma su questo Camino non c’è mai andadero. Certamente le strade non sono trafficate, se poi le paragoniamo alle nostre… Cammino lentamente e ben presto comincio a sentirmi stanco: a questo ritmo arriveremo al prossimo albergue dopo tutti gli altri, rischiando di dormire a terra e non è il caso nel mio stato. Giunti a Vilaserio concordiamo che Monica vada avanti, con la speranza che l’hospitalero accetti di tenermi un letto; io proseguo col mio passo, che diviene sempre più incerto col passare del tempo. Fa un gran caldo afoso, e i pantaloni corti fanno il loro debutto sul Camino. Il cielo è lattiginoso, una patina opaca si stende sulle cose. Mi sembra tutto orrendo: orrendo il clima, orrendo il paesaggio, orrendo questo asfalto bollente su cui continuo a camminare. Ma perché ho accettato di rimanere solo? Deve essere la malattia che distorce le mie sensazioni: ho le gambe molli, la faccia mi brucia, forse ho la febbre. Capisco che per farcela devo fare frequenti soste. E capisco che questo è il mio giorno nero, il momento della crisi. Quel momento che avevo messo in conto prima di intraprendere il Camino ma che fino a Santiago non si era mai presentato, e al quale ormai non pensavo più.
    I centri abitati si diradano, come pure gli eucalipti: l’acqua e l’ombra, oggi così anelati, scarseggiano. Ed è quasi diabolico che il Camino, dopo circa 800 chilometri di segnalazione quasi perfetta, cominci ora a confondersi, lasciando inspiegabilmente vuoti alcuni incroci. Non posso proprio oggi sbagliare strada e aggiungere altri chilometri ai 33 che già mi spettano! Vado avanti col buon senso, adesso non c’è neanche un pellegrino a fare da battistrada; e io che maledivo le code sul sentiero…
    A Maroñas la regia occulta che sta gestendo la mia crisi sfodera un colpo teatrale: una donna, in piedi sulla soglia di casa, mi ferma e chiede se posso aiutarla a spostare dei mobili! Rimango assolutamente sbalordito. Sono sicuro di aver sentito bene, ma per scrupolo le chiedo di ripetere ciò che ha detto. Lei capisce che sono straniero, accenna a lasciar perdere e io approfitto per andarmene. La situazione è stata così grottesca che mi metto a ridere, è fin troppo facile pensare che a quella porta ho incontrato il Diavolo…
    A Santa Mariña invece incontro Glenn, uno dei pellegrini anglofoni che avevo incoraggiato perchè in difficoltà all’Alto del Poyo; adesso sono io in difficoltà ed è lui che conforta me. Entriamo al bar del posto: acqua, cibo e ombra, mi sembra il paradiso, nonostante la faccia di pietra e i modi rudi del gestore. Cerco una scusa per rimanere e mi faccio un gelato. Alla TV danno un film con Robert Mitchum, ricordo di averlo visto molto tempo fa e che è davvero bello; vorrei tanto stare qui a vederlo tutto! Ma bisogna proseguire, mi ripeto che non può bastare un raffreddamento a fermarmi e che oggi è il giorno giusto in cui dimostrare a me stesso che sono degno di questo Cammino.
    L’ultimo refolo di vento cessa e si fermano anche le pale dei generatori eolici sulla collina di fronte. Non c’è più bosco, solo qualche quercia isolata, troppo poco contro il sole di oggi. Faccio quello che non faccio mai, ed entro nelle proprietà private per sedermi un po’ all’ombra. La gente capisce e non si turba. Mi bruciano gli occhi, sono davvero stremato. Rallento sempre più, ho il passo della vecchina. Incrocio di nuovo Glenn, che cammina più veloce ma soffre molto il caldo e si ferma più a lungo: <Ho calcolato che entro un paio d’ore si arriva!> esclama. Apprezzo enormemente il conforto, ma gli rispondo che probabilmente si sbaglia, oppure mente per incoraggiarmi. Infatti di strada ce n’è ancora tanta. Si sale a un colle, poi si scende con vista su un lago piuttosto grande, il primo degno di tal nome che vedo in Spagna. Raggiungo una pellegrina che da un po’ di tempo mi cammina davanti: risponde al mio <¡Buen Camino!> con una smorfia di sofferenza, anche lei non deve passarsela troppo bene.
    Arrivo a una svolta e vedo… gli angeli! Sono le sculture tombali di un cimitero. Cimitero vuol dire acqua, è un’equazione che non ha mai fallito nella mia carriera di camminante… finora. Ci sono due rubinetti, desolatamente asciutti. Ugualmente mi mangio il panino, all’ombra della bella chiesetta del posto. Poi è ancora asfalto, adesso sono sulla strada provinciale e bisogna fare attenzione al traffico. La beffa finale è che dal cartello “Olveiroa” all’albergue c’è ancora più di un chilometro. Arrivo distrutto e se ne accorgono tutti, anche perché Monica ha lanciato il preallarme; sbaglio pure porta e sto per entrare nella stalla…
    Inizia la catena della solidarietà: l’hospitalera mi ha tenuto il posto, e mi informa su tempi e modi per prendere un mezzo se domani non riuscirò a camminare; Donelio mi timbra la credencial e mi porta l’acqua; un giovane svizzero che ha vissuto un problema come il mio mi regala parte delle sue medicine, che inizio subito a trangugiare; Glenn, Pascual, Paco e altri vengono a chiedermi come sto. Sono commosso da tanta attenzione, che so di non meritarmi: è così difficile per me voler bene alla gente! Confusamente, nella mia testa febbricitante, coltivo pensieri di conforto. Penso che tutta questa bontà disinteressata che ho ricevuto sul Camino non andrà sprecata: mi rimarrà dentro, insieme a tutta la bellezza di cui ho goduto, e mi cambierà. Anzi, mi sta già cambiando…
    Rimango a lungo a letto, con la classica pezza bagnata di materna memoria sulla fronte. Poi trovo la forza di alzarmi, lavarmi e fare un giro. L’albergue è un insieme di 2-3 case contadine ristrutturate veramente bene, con ancora le porte a due pezzi tipiche delle stalle. A differenza dei precedenti in Galizia qui lo stato di manutenzione è veramente OK: tutto pulito, ordinato, si sono permessi addirittura il vezzo di qualche decorazione puramente estetica. Siamo in un piccolo borgo agricolo, lontano dalla strada principale, fatto di poche antiche case in pietra; niente negozi, solo un bar. Una contadina che porta il fieno alla stalla è l’unica persona del posto che vedo, oltre all’hospitalera. Quest’ultima, a differenza dei suoi colleghi gallegos, rimane sempre al suo posto, a fare accoglienza nel miglior senso della parola. Il suo valore si conferma a cena, che prepara lei, in cambio di un’offerta libera; è un gesto da non confondere con l’alloggio che in Galizia è sì sempre a donativo, ma per disposizione della Giunta regionale. Il pasto è una semplice zuppa, pane e un po’ di frutta, ma tutto mi sembra buonissimo e inoltre serve a creare un’atmosfera di comunione. Monica mi fa notare che siamo gli stessi pochi pellegrini di ieri, e saremo gli stessi domani; questo aumenta il legame tra noi. Inoltre gli orari e i riti sono cambiati, c’è molto più rilassamento. Alla fine della cena l’hospitalera ci spiega come sarà la tappa successiva, trova una crema per gli ennesimi morsi d’insetto che Monica ha subito e augura a tutti un Buen Camino. Sì, sommando tutto, questo è uno dei luoghi migliori dove abbiamo sostato, forse il migliore. Sommando tutto, questo è sicuramente il mio giorno peggiore. Adesso non riesco proprio a pensare positivo, e mi accordo con Monica per l’indomani: tappa a Finisterre, ma lei a piedi e io in autobus!

  6. #16
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    Giorno Ventinovesimo

    Mi sveglio alle 2 con la testa in fiamme. Non posso farcela a camminare oggi! Però, arrendersi proprio all’ultima tappa… Sento già l’onta, la vergogna per aver preso l’autobus. Mi impasticco e provo a dormire, ma sento un gran caldo e continuo a smaniare per il resto della notte dentro e fuori dal sacco a pelo. Poco prima delle 6 ci alziamo, mi sento un po’ meglio e decido di partire a piedi, tenendomi come alternativa la fermata a Corcubiòn: 18 chilometri di cammino anziché 30. Sotto una luce ancora molto fioca prendiamo uno sterrato che risale a mezza costa un’altura. Siamo in gruppo con la maggior parte dei pellegrini, ma alcuni sono partiti prima per evitare il caldo, che già ora si intuisce. Dopo aver superato una grossa fabbrica che sputa un orrendo fumo nero, prendiamo una pista che quasi in piano attraversa un lungo tratto di terreno disabitato e spoglio, c’è solo un po’ di macchia mediterranea. L’hospitalera ce l’aveva detto: <vi aspettano 15 chilometri di solitudine, fate scorta all’ultimo bar, vicino alla fabbrica>. Si è già capito, a me la solitudine piace e mi godo la situazione: senza dislivelli, la temperatura ancora sopportabile, camminando su un buon sentiero, sento il corpo reagire positivamente, e comincio a sperare di arrivare a piedi a Finisterre. Superiamo due eremi, facciamo rifornimento di acqua fresca e via, si scende a Cee. Dietro la foschia si vede il mare, ed è emozionante realizzare che, dopo circa 830 chilometri di Camino, stiamo arrivando là “dove finisce la Terra”.
    Cee è una moderna cittadina marinara, con porto e fabbriche. È unita senza soluzione di continuità a Corcubiòn, che appare più gradevole col suo piccolo centro storico arroccato sul mare. Guardiamo l’acqua, le barche, le palme e i gabbiani: il paesaggio del Camino ha subito un altro brusco cambiamento. La brezza di mare allevia la calura, sto abbastanza bene e quindi ignoriamo le indicazioni per il rifugio e proseguiamo. Affrontiamo il promontorio che precede Finisterre, in saliscendi tra rimboschimenti di conifere, la strada provinciale e alcune strutture alberghiere. L’ingresso in paese avviene ai bordi di una grande spiaggia di sabbia bianca, sul marciapiede degli impianti di balneazione con tanto di docce e lavapiedi. Mare in calma piatta, bagnanti in costume distesi al sole. Non nascondo un po’ di delusione: pensavo alla “fine della Terra” come a un luogo selvaggio, con scogliere battute dal vento e dall’oceano in tempesta e abitato solo da lupi di mare… Vabbè, forse ho letto troppi libri di avventure, e comunque l’importante è avercela fatta! Il mio viaggio si è compiuto, definitivamente, camminando ogni singolo metro del Camino.
    Bighelloniamo in attesa che apra l’albergue, ma ci allontaniamo poco: poca voglia di camminare ancora e paura di perdere il posto. Timore giustificato, poiché saremo tra gli ultimi ad avere un letto; gli altri dovranno arrangiarsi, ma per fortuna qui le soluzioni non mancano. L’hospitalera ci registra e all’istante stampa la nostra Fisterrana, cioè l’equivalente della Compostela per questo Camino. L’alloggio non è male, peccato che sia in una zona di passaggio di persone e veicoli. Ci sono dei lavori in corso, le ruspe sferragliano proprio sotto le nostre finestre. Come se non bastasse, alla porta di fronte c’è un grande ristorante dove si tiene una riunione elettorale: siamo alla vigilia di elezioni regionali. Benone! Ma io ho bisogno di riposare, riprendono i brividi della febbre e vado a letto, rimanendoci per varie ore. Nel frattempo giunge Lele! È sempre una gioia vederlo. Decisamente è un ragazzo che non passa inosservato, a giudicare dal numero di pellegrini che lo conoscono e che gli fanno festa. È giunto a Santiago il giorno precedente il nostro e ha proseguito per Finisterre, facendo però la variante di Muxia. Si è innamorato di quel posto, dice che lì c’è la vera Fine, con le scogliere e la solitudine. Gli credo e vorrei andarci anch’io, ma non mi è proprio possibile: il mio Camino è veramente finito qui, energie per camminare non ce ne sono più. Nemmeno vado con lui e Monica al faro, estremo lembo di terra del promontorio e punto più occidentale della Spagna. Stasera, al tramonto del sole, là si consumerà il rito di bruciare un capo di abbigliamento con cui si è fatto il Camino. Sento i pellegrini parlarne, darsi appuntamento, scegliere il capo da sacrificare. Sono un po’ triste, io lo farò domattina se mi torneranno le forze, ma so che non sarà la stessa cosa.
    Monica e Lele tornano dal faro quasi alle 22. Sono piuttosto arrabbiato, ma almeno si cena insieme e per una volta a un orario veramente spagnolo! Poi subito a nanna, ma le strade si sono riempite di gente a passeggio, le moto smarmittano nei vicoli; alla serata elettorale suonano gli inni di partito e il candidato fa il suo comizio: come trovare pace? Forse chiudendo le finestre e mettendo i tappi… Sì! Buonanotte.

    Epilogo

    Mi alzo tardi per cercare di recuperare un po’ di energie. Mi unisco a Monica nel salutare alcuni amici: nei sorrisi che ci scambiamo c’è già tutta la tristezza di un addio. Dopo la colazione offerta dall’albergue andiamo al faro. C’è vento e nuvole basse, la visibilità è molto ridotta. Il mio passo è ancora a velocità vecchietta, ma ci sono solo 3 chilometri da percorrere. Il faro è su una scogliera abbastanza alta; lo troviamo popolato solo di gabbiani e battuto dal vento che apre squarci tra le nuvole, mostrandoci ogni volta pezzi diversi di paesaggio. Sì, non ci sono i pirati, ma rispetto a ieri l’atmosfera è più suggestiva… Vedo i resti di vari falò, ma non c’è niente per accendere il fuoco: Monica mi ha mentito, lei non vuole che bruci nulla, le sembra una sciocchezza. Io non sono d’accordo, con questa logica possiamo smontare tutti i riti, tutti i simboli del Camino e che cosa ci rimane alla fine? Tanto valeva non farlo o sostituirlo con un trekking qualsiasi. Tergiverso, sperando che arrivi qualcuno munito di accendino. Me lo presta un pellegrino tedesco, provo a dare fuoco alla bandana. Niente da fare, mi scotto le dita e basta; la bandana non si annerisce nemmeno. Se avessi potuto venire con gli altri ieri sera… Mi innervosisco e lascio perdere, evidentemente era destino che io non dovessi compiere il rito.
    Ci separiamo, Monica va a farsi una passeggiata, io a riposarmi da qualche parte: appuntamento alle 16.30 alla fermata del bus per Santiago. Mi siedo sotto al faro; le nuvole si sono alzate e si può vedere un tratto di scogliera. Mi ricorda la Corsica della costa occidentale, salvo per il colore che qui non è rosso. Belle immagini che riaffiorano alla mente vanno a mitigare l’umor nero che mi ritrovo al momento. Non è tanto il raffreddamento che mi affligge, quanto la consapevolezza che anche le ultime briciole di Camino sono state consumate, che le motivazioni che mi hanno sostenuto per tanti mesi sono venute meno. È tempo di riprendere il Cammino di tutti i giorni, e in questo momento non ne ho proprio voglia. Vigliaccamente sono tentato di sottrarmi al necessario compito di colmare il vuoto che si è creato con altri scopi, altri significati.
    Inizia ad arrivare gente, gruppi di turisti scendono dai pullman, finisce la tranquillità. Allora torno in paese e con molta calma mi scelgo un vero ristorante per il pranzo, oggi niente menù del dìa. Sono fortunato e mangio un buon pulpo gallego a prezzo modico. Nel mentre i clamori del mondo civile irrompono brutalmente nella mia vita, attraverso la TV che mi comunica che l’ETA ha fatto saltare una bomba all’aeroporto di Saragozza: è proprio dove prenderò il mio aereo! Cerco di tranquillizzarmi, non ci sono danni alle strutture e la statistica dice che è improbabile che tra due giorni ne mettano un’altra nello stesso posto.
    Esco dal ristorante e vedo che è scesa la nebbia, fa quasi freddo: questo è l’oceano! Sosto un attimo all’albergue, dove lascio i bastoncini da trekking: sono usurati, dopo tanti anni di buon servizio posso permettermi di separarmene; il loro sacrificio mi ripaga in parte del rito del fuoco che non ho potuto compiere. Poi mi dirigo alla fermata del bus, ci trovo solo pellegrini di rientro. C’è anche Lele, ci parla del suo dopo Santiago. Aleggia una certa tristezza, mi sforzo di dare morale affermando che a casa saremo felici perché più ricchi dentro, ma non ci crede nessuno, io compreso…
    Sul bus il caldo è afoso, l’autista è uno sportivo e ci dà il mal d’auto con tutte quelle curve. Scendo col pulpo in gola, nauseato stasera non ceno. E poi mi sento ancora febbricitante, meglio stare a letto. Per fortuna siamo ancora all’albergue Acuario, il posto adatto per rilassarsi. Oggi c’è anche meno gente. Cado presto in un pesante sonno senza interruzioni.

    * * *
    Ho dormito un’enormità, ma ciò non è bastato a risolvere il mio malanno. Lasciamo il rifugio e ci dirigiamo verso il centro: piove fitto, sembra che dopo venti giorni di sole l’alta pressione abbia ceduto, ma il clima locale non è più affare nostro. Con poco entusiasmo proviamo a fare i turisti girando le viuzze della città vecchia; comperiamo qualche ricordino, all’internet point confermiamo il volo e mandiamo i saluti di fine pellegrinaggio a casa. Ma la mia smobilitazione mentale continua a procedere, non trovo più un senso al mio essere qui. È dunque volentieri che mi dirigo a prendere il treno per La Coruña. È un trasporto locale, ma bellissimo, sembra un’astronave, con il bagno tutto automatizzato con fotocellule e spie che si accendono e spengono: ci gioco un po’, come un bimbo. Dopo una mezz’ora si scende, e abbiamo 3 ore per il cambio. Ovviamente Monica vuole passarle visitando la città e io no: dopo un po’ di discussioni e mugugni vince lei e ci dirigiamo verso il centro storico, parecchio distante dalla stazione. La Coruña è una grande e moderna città, due aggettivi che per me si accompagnano sempre a un terzo: brutta! Sì, c’è il mare, la spiaggia, le tipiche galerias, un paio di chiese con bei tratti romanici, però… però c’è un insopportabile traffico automobilistico, troppa umanità rumorosa, puzzolente, opprimente… questi posti li sopporto solo se sostenuto da una forte motivazione, che adesso non c’è: non sono più sul Camino!
    Finalmente viene l’ora di riprendere il treno. Orrore! Siamo in un vecchio claustrofobico vagone cuccetta, con le classiche sei bare per scompartimento; proprio come quelli italiani. E noi che ci eravamo illusi, con l’astronave di prima! Almeno abbiamo una compagnia simpatica: c’è Marcelo, ventunenne che ha già visto mezzo mondo; studia e lavora, sta andando in Costa Brava a fare la stagione estiva in un supermercato. E poi Estefanìa e Antonio, giovane coppia in viaggio InterRail verso l’Italia, dove faranno il classico tour delle città d’arte. In loro leggo l’eccitazione per l’attesa di una nuova esperienza, io la mia l’ho appena conclusa e li invidio un po’. Alle 21.30 l’addetta monta le brande, io sono al terzo piano dove fa molto caldo e ovviamente non dormo quasi nulla, ma almeno riposo. Il treno sembra avanzare lentamente, con frequenti soste. La lunga notte termina e il nostro viaggio pure a Saragozza, con un ritardo di 30 minuti che ci obbliga a prendere il taxi anziché il bus per l’aeroporto. Lì è tutto tranquillo, non ci sono segni del recente attentato. In un attimo espletiamo le varie formalità, si decolla addirittura in anticipo. Siamo in compagnia di un folto gruppo di giovani spagnoli; dopo i preoccupanti schiamazzi iniziali si mettono tranquilli. Al nostro fianco c’è l’insegnante che ci conferma trattarsi di liceali in gita scolastica in Italia. Però, niente male: alla loro età io facevo solo gite in giornata, al massimo 150 chilometri di distanza dalla scuola! Il viaggio è ottimo, atterriamo addirittura con 40 minuti di anticipo sull’orario indicato. Mentre l’aereo scende sulla pianura Padana per affrontare l’atterraggio, esclamazioni di stupore sfuggono agli studenti: <¡Todas casas! ¡Todas casas!>. Eh sì, carissimi, questa terra è così: tutte case! Ah, com’è lontana la Spagna, com’è lontano il Camino! Come sono lontani i silenzi e i vuoti delle Mesetas, le dolci ondulazioni della Navarra, i sentieri alberati della Galizia… Dove sono, qui, le frecce gialle? Chi guiderà i miei passi sulla giusta via?

    Padre, mostrami la via
    la più semplice
    Io la seguirò, con passi fedeli
    con mente leggera
    E quando si alzerà il vento
    io inizierò a cantare
    Canterò il mondo con parole mie

  7. #17
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    Ma la storia continua…

    Perché il Cammino non vuole lasciarmi. La sua luce continua a illuminare la mia vita, regalandomi ancora gioie ed emozioni. Appena a casa, quando ancora il vuoto creato dalla fine del Cammino ci riempiva di tristezza, è iniziato lo scambio di messaggi con gli amici pellegrini, compagni per giorni o solo poche ore in questa splendida esperienza. E scoprivamo che Glenn è americano del Kentucky: ci comunicava la sua nostalgia del Cammino e la sua intenzione di venire in Italia nel 2006, con la promessa di vederci. Donelio ci parlava della sua amata Via de la Plata, e ci invitava a percorrerla con lui il prossimo anno. Michel, uno dei tre fratelli canadesi, ha pianificato la sua attività di pellegrino perpetuo fino al 2007, quando camminerà da Roma a Santiago, prenotandoci già da ora per un incontro. Gianni e Lucia, i due ragazzi trentini, ci sono venuti a trovare. A causa del poco tempo a disposizione e del mal di gambe hanno dovuto interrompere il pellegrinaggio prima di Leòn. Hanno intenzione di riprenderlo, ma intanto ci hanno mostrato quanto sono ammirevoli nel Cammino della loro vita. A Settembre siamo stati a Limoges, ospiti di Jean-Marie, che ci ha anche aiutato a percorrere alcune tappe del Cammino di Vezelay: solo su questo ci sarebbe da scrivere un altro diario… E poi ci sono stati i contatti con Josè, Lele, Valmir, Trudi, Felix, Pasqual, Antonio, Enrico, Birgitte; per non parlare dei “ragazzi di Levanto”: Lia, Gianluca, Monica, Luciano… quella che si è dipanata dal momento del nostro ritorno è stata una catena di parole e immagini trasmesse via cavo e carta, o di abbracci e sorrisi scambiati dal vivo. È la catena di San Giacomo, che a differenza di quelle di altri santi non minaccia disgrazie e chi la interrompe, ma trasmette energia positiva a chi la perpetua. Dal Brasile agli Stati Uniti e Canada, dalla Norvegia alla Francia, dalla Spagna all’Italia, quello che ascolto è un vero e proprio coro di voci innamorate del Cammino. E improvvisamente… c’è un pensiero che prende forza mentre scrivo queste righe. Sì, io non so se ho raccontato in maniera compiuta il mio pellegrinaggio; non so se tra le fatiche della marcia e i disagi di una vita privata di molte comodità, emergano efficacemente gli aspetti positivi, gioiosi. Ma so una cosa e voglio dirla adesso. Voglio dire che raccontare del Cammino è, anche, raccontare la storia di un colossale, collettivo innamoramento. Un innamoramento che, giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, colpisce chi calpesta quelle strade. E non è forse vero che una persona, quando si innamora, diventa migliore? Non è forse vero che ogni innamorato migliora il mondo? Il Cammino migliora il mondo… certamente molti l’hanno pensato e detto, anch’io lo penso e lo dico; anch’io voglio unirmi al coro.

    [Fine diario]
    Ultima modifica di stefano; 14-09-10 alle 17:36

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