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Discussione: Donatella: diario del cammino primitivo

  1. #1
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    Donatella: diario del cammino primitivo



    IL MIO CAMMINO PRIMITIVO

    di Donatella Capizzi

    ------------------------------------------------------------------------



    11 luglio 2008 Orio ' Oviedo

    Non ho proprio voglia di partire, stavolta: i due giorni trascorsi a
    casa dopo il ritorno dalla Sardegna si sono trascinati in un delirio di
    lavoro; non ho scritto né telefonato a nessuno, soltanto lavorato, senza
    posa. Ciò che vorrei ora sarebbe prendermi una settimana di ozio in un
    posto bello e accogliente, dormire a sazietà, sedermi all'ombra a
    guardare il mare, leggere, mangiare un gelato. Ma questo pensavo di fare
    in Sardegna, e non ci sono riuscita. Inutile inventarsi ragioni
    posticce, il tormento è dentro di me.

    Così mi trovo di nuovo sul pullman per Orio, coi soliti quattro stracci
    ficcati nello zaino ogni anno più leggero, per niente convinta e quasi
    di malavoglia: tutto il contrario del luglio scorso, quando quasi
    scoppiavo, tanta era la gioia di partire per l'aragonese.

    Non so cosa mi indisponga, l'idea di cercare le medesime cose, anno dopo
    anno, il pensiero di essere sempre sporca, di ripartire ogni mattina
    senza mai riposare, e poi tutto questo parlare e scrivere di cammino: è
    come se fossi sempre appena tornata. In questo momento non è una bella
    sensazione.

    Ieri mi ha chiamato Maurizio. Il fatto stesso mi è dispiaciuto: la gente
    chiama solo se si fa delle illusioni, e stavolta è colpa mia, come
    Campanellino, ho svolazzato disseminando polverina luminosa. Non so cosa
    mi accada, di colpo mi riesce facile avere la sensazione di piacere
    senza provare interesse, è così anche con Paolo e Massimo, o con
    Roberto, che per me è come un fratello e mi considera la sorella che non
    ha. E se mi piaccio io come sono, nessuno di loro invece mi piace,
    neppure un po'. O forse nessuno di loro è abbastanza letterario, nessuno
    di loro è adatto ad essere smaterializzato e ricostruito sotto forma di
    personaggio fantastico, come ho fatto con Lulu, o con Josè.

    Ho scambiato qualche sms con Gianfranca, appena partita da Carrion. Tre
    settimane fa io e Riccardo correvamo lungo la strada per Alghero e la
    sua telefonata sembrava provenire dallo spazio siderale; ora sono qui
    anche io, in quella stessa altra parte del mondo.

    Leggo i suoi messaggi e tutto, del Cammino Francese, mi appare
    familiare: ogni paese è come se l'avessi appena visitato: unico e
    scontato insieme. Mi rifugio nel pensiero del Francese perché questo
    Primitivo non mi attira, forse le Asturie meritavano altro; ieri,
    leggendo dei Picos de Europa, mi sembrava di stare sbagliando tutto, non
    so.

    Certo, le Asturie mi attirano, le immagino verdi e boscose (non riesco
    ad associarle alle miniere ed alla rivolta del 34) e tanto dovrebbe
    bastare. Ho iniziato a leggere i resoconti di chi ha fatto questo
    cammino prima di me, e naturalmente le descrizioni sono tutte
    avvincenti, ma di tanto leggere mi colpisce solo la conclamata durezza
    del percorso: proprio quest'anno, che ho la gamba dolorante e che sono
    già così stanca.

    Ora come ora, mi piacerebbe riuscire ad arrivare a Lugo, niente altro. A
    che pro gettarsi per l'ennesima volta nella ressa del Francese' Ennesima
    banalità, vulgata del cammino: in luglio Melide, Arzua, Palas del Rei,
    sono una schifezza. Ma sarà poi vero' E cosa significa "/ressa/", per
    una che è costretta ogni giorno a farsi largo a spallate sui vagoni
    della metropolitana'

    Sarebbe bello da Lugo prendere i pullman blu e grigi dell'impresa
    Freire, la mitica linea Lugo Santiago. Poi, se mi avanza tempo, arrivare
    a Finisterre. Ma non so se ce la faccio coi tempi. Fantasticherie.

    Sono già arrivata ad Orio. Come sono squilibrati questi diari, mezza
    pagina per un tragitto insignificante e niente sulle persone che vedo,
    sulle cose che penso.

    *

    All'edicola dell'aeroporto ho comprato un romanzetto storico, come feci
    l'anno scorso con la porcheria di Diana Gabaldon. Ennesima deprimente
    fotocopia di gesti già compiuti. Questo si intitola "/il vangelo di
    Maria Maddalena"/, e già il titolo la dice lunga; dal risvolto di
    copertina sembrerebbe l'ennesima imitazione del Codice da Vinci, coi
    catari e la Francia, come nell'insopportabile /"la Bibbia di Argilla"
    /che qualche mese fa ho abbandonato, vinta dalla noia. Del resto in
    edicola non ho trovato altro che pesasse poco e costasse meno.

    Nell'attesa dell'imbarco ho indottrinato tre uomini di mezz'età che
    affrontavano il cammino per la prima volta. Percorreranno solo la
    Galizia, hanno già rovinato i piedi con allenamenti scriteriati, portano
    zaini pesantissimi, pensano che l'essere maratoneti li predisponga ad
    ogni cosa. Insomma, tutti gli errori dei principianti, che ho tentato di
    raddrizzare in extremis, infiammata di sacro e ridicolo zelo.

    Quanto mi detesto, quando assumo questi toni da sacerdotessa del
    cammino; quando spiego, racconto, istruisco, e alla fine pretendo che
    tutti si attengano supinamente alle mie indicazioni. Irritandomi,
    allorché la mia scienza infusa non viene accolta col dovuto e reverente
    stupore che meriterebbe.

    E poi vorrei tenerli tutti sotto le mie ali come l'evangelica chioccia,
    rimanere in contatto, sapere, verificare. Eppure so bene che la gente
    prova un istintivo fastidio per la mia eccessiva, sovietica assertività.
    Come se non sapessi, poi, che il cammino si crea all'interno di ciascuno
    di noi, senza alcun bisogno dei miei pleonastici e paternalistici
    interventi.

    Sto ancora volando, ma manca poco all'arrivo: sono le undici e mezza. Ho
    dormito un po' e il tempo, come me, è volato. L'aereo pullula di gente
    che va avanti e indietro, come me, irrequieta.

    *

    Aeroporto di Valladolid: aria fredda, un cielo basso, striato dalle nubi
    violacee che tanto hanno fatto ballare l'aereo nei minuti che hanno
    preceduto l'atterraggio. Dalla radio dell'autobus una voce ciarla in
    spagnolo.

    Il grano è ancora alto, punteggiato di papaveri. La terra è appena
    ondulata. Castiglia: orizzonti tanto vasti che i capannoni sembrano
    modellini sparsi su un plastico. Ogni volta che si arriva in un paese
    nuovo è una sorpresa. Il paesaggio non era imprevedibile eppure mi
    riesce sempre difficile razionalizzare, collegare lo sguardo al cuore,
    alla mente. E' così difficile connettere a ciò che vedo il mio concetto
    angusto e frammentario di Spagna. Com'è possibile che un paese prospero,
    civile, europeo, si estenda per spazi così immensi' Come si può sentire
    "/casa/", "/patria/", un ambiente tanto assurdamente dilatato,
    inospitale, giallo'

    Le nazioni sono solo il disegno tracciato su una mappa, è facile
    immaginarsele proiettando su di esse frammenti di ciò che si conosce:
    vedere i luoghi nella loro realtà è un trauma culturale, non è facile
    accettare la relatività di ogni esistente.

    Qui, la civiltà sembra colare sulle colline come una glassa appiccicosa,
    come catrame. E forse l'alterità del paesaggio rende più evidente la
    bruttezza dei cartelloni o dei palazzi, quelli sì tanto simili a ciò che
    conosco.

    Oltrepassata una curva, la strada scende e appare Valladolid. Che nome
    secentesco, da Spagna profonda, da /siglo de oro/. Non vedo
    l'agglomerato moderno, nella mia fantasia la città è una rocca
    fantastica, cervantina.

    Ricordo la prima volta che ho visto il nome su un cartello stradale, ero
    alle soglie di Leon, su quel tratto infernale di cammino che corre lungo
    la nazionale. Ad un certo punto il camino deviava a sinistra, verso la
    città e la massa brutale del Banco de Espana, mentre a destra l'elenco
    di città che sovrastava la carretera sembrava proiettarla dentro il
    cuore della Spagna, e fra le tante destinazioni, la più misteriosa e
    suggestiva, Valladolid.

    Nome che sa di spade e ventagli, di cortigiani in nero, di nere monache
    e frati dagli occhi torvi, mantiglie intraviste dalle grate e duelli in
    strade a malapena illuminate dalle torce.

    Oltrepasso il rio Pisuerga, il nome è familiare. Mi viene in mente San
    Nicolas, il ponte che separa Palencia da Burgos, non ne sono sicura e
    non riesco a conciliare ciò che vedo col ricordo di San Nicolas.

    *

    Avevo due ore, il tempo di sfiorare appena Valladolid con uno sguardo
    frettoloso. Dalla stazione dei pullman ho imboccato il viale /"dell'arco
    spezzato/", dallo strano enorme arco annidato dietro un angolo, forse il
    residuo di un acquedotto.

    La periferia non prometteva nulla, così ho invertito la direzione e mi
    sono avviata verso il centro, passando accanto ad un ospedale, che mi ha
    giusto ricordato l'ubiquità della sofferenza.

    Dopo qualche zig zag fra costruzioni massicce e viali alberati, sono
    sfociata in un viale affacciato su un parco ed ho presto raggiunto un
    piazzale, crocevia fra fontane e palazzi dominato dall'accademia
    dell'aviazione, un bel palazzone dal /décor/ traforato e vagamente
    moresco, trasudante delizioso fascismo ispanico. Non mi stupisce che qui
    nel 1936 la fedeltà fosse per Burgos e qualcosa permane fra i palazzi
    monumentali, rigidi, le vie squadrate, il monumento marziale di fronte
    all'accademia.

  2. #2
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    Valladolid. Si.

    Sono ritornata a passo veloce verso l'autostazione ' che rabbia, un
    cartellone promuove un ristorante peruviano dal fantastico menu a prezzi
    stracciati, ma solo la sera e l'unica churreria della zona era chiusa.
    Così mi sono accontentata di una ciambella all'anice, dura come certi
    dolci pugliesi, ma /barata (/economica/)/, che ho comprato, dopo ampia
    riflessione, ad una delle minuscole bancarelle nel salone dentro la
    stazione degli autobus.

    Avevo già dato il primo morso quando ho scorto una mosca agonizzare fra
    le ciambelle superstiti, ma ormai /alea iacta erat/. E poi, è noto che
    ciò che non strozza, ingrassa, motto che dovrei far incidere sulla mia
    lapide, insieme a "/ci penserò domani"./

    //

    Mentre rosicchiavo d'impegno il magro pasto, ho ritrovato i tre futuri
    pellegrini, in attesa del bus per Villafranca del Bierzo: era bastato
    fiutare di lontano l'aria del cammino e anche l'atmosfera fra noi si era
    addolcita, ci siamo risalutati da vecchi amici ' io con la bocca ancora
    piena di ciambella - ci si è augurato reciprocamente buon cammino e poi
    via, a mai più.

    Sulle panche di fronte alle banchine degli autobus sfila uno spaccato di
    popolazione in movimento, vecchi, donne, ragazzi al ritorno da scuola.

    Ed ora mi preparo a quattro ore di autobus, che trascorrerò schiacciata
    nell'ultimo posto in fondo sul corridoio, il solo rimasto, il peggio del
    peggio. Spero che il paesaggio mi distragga, anche se sono stanchissima.
    Stavolta non dovrebbe venirmi la nausea come tre anni fa, visto che non
    ho bevuto né acqua né caffè.

    E poi, tre anni fa da Villafranca a Bilbao ci erano volute dieci ore
    filate di autobus, la nausea sarebbe venuta anche ad Antoniotto Usodimare.

    Intanto, cerco di origliare i discorsi degli viaggiatori, per abituarmi
    allo spagnolo. Il cielo è sempre nuvoloso, ci sono 23 gradi e l'umidità
    si è trasformata in afa. Ed ecco, l'autobus scivola dolcemente sulla
    strada. Accanto a me, una ragazza parla ininterrottamente al telefono,
    come se a lei le schede le regalassero. Per un po' ascolto, poi,
    estenuata, cerco di isolarmi. Dormicchio.

    *

    A Oviedo il tempo è terribile: fa freddo e minaccia pioggia, sono tanto
    stanca e mi sento miserabile, e sono stufa di sentirmi miserabile, e
    sradicata, e sfinita. Quindi ho deciso: domani me la prendo comoda,
    guardo la cattedrale, cerco di andare a Santa Maria de Naranco, poi
    arrivo a Grado e dormo in albergo. E al culo tutto il resto.

    Il viaggio in pullman da Valladolid è stato estenuante, ho dormito,
    soprattutto, intravedendo di sottecchi questa Castiglia scorrere gialla
    e ondulata, immutabile e sconosciuta: di rado la strada incrociava il
    Cammino, percorrevo diagonali diverse, luoghi estranei, solo i nomi
    erano familiari, ma non riuscivo ad associare ai ricordi il paesaggio
    che vedevo scorrermi davanti.

    Passata Leon, mi sono distratta un attimo e già la pianura si era
    sgretolata in gole sempre più rocciose e verdi, mentre il pullman si
    addentrava in queste improvvise Asturie, grigie e fredde, un po'
    Abruzzo, un po' Val d'Aosta.

    Appena scesa dal bus a Oviedo, ho realizzato che di due cose avevo
    bisogno: una felpa e una cartina. Ero stanca e infreddolita, avevo
    indicazioni poco chiare perl'albergue e nessuna mappa.

    La stazione dei pullman si affacciava su di un ampio viale a due corsie,
    da cui non era possibile indovinare la posizione del centro. L'ho
    attraversato e mi sono trovata proiettata in un viale, perpendicolare al
    primo ed altrettanto ampio, ma pieno di negozi e gente, che sembrava
    prolungarsi fino all'orizzonte.

    Dopo un po' che camminavo senza meta mi sono imbattuta in un centro
    commerciale della catena "/Corte Ingles/".

    Consapevole di cedere ad un richiamo per niente pellegrino, mi ci sono
    rifugiata, col pretesto di cercare una felpa: la sognavo scura, col
    cappuccio, in stile rapper.

    Purtroppo la scelta era troppo ampia ' sono appena iniziati i saldi - e
    non riuscivo a decidermi, anche perché sedotta da una camicia tecnica
    color cachi dal prezzo abbordabilissimo di otto euro. Nella mia morbosa
    indecisione ho persino infastidito inutilmente il commesso, gentilissimo
    ed ispanicamente distinto, del reparto escursionismo. Poi, in un cassone
    pieno di articoli a metà prezzo ho trovato una fantastica felpa grigio
    bluastra di O'Neill, materializzazione di ogni mio desiderio: cerniera,
    cappuccio, una bella scritta arancione. Costava ' seppure scontata al
    50% - ben 49 euro, sogno troppo ardito per le mie modeste possibilità.

    Così, dopo averle svolazzato attorno per un pezzo, ho deciso di
    guardarmi ancora in giro alla ricerca di un'alternativa soddisfacente:
    in realtà cincischiavo sul nulla, aggrappandomi a quel barlume di vita
    /"non pellegrina/", al fascino mercenario della "/roba/", dei negozi,
    del non luogo. Ancora capace di provare vergogna per lo zaino sulle
    spalle, per il mio abbigliamento, sciatto persino secondo i canoni di un
    /normale/ pellegrino, il che è tutto dire.

    Quando sono uscita dal magazzino, pioveva a catinelle. Mi sono
    accucciata in un angolo, ho spiegato kway e coprizaino, poi ho
    proseguito ' non senza essere entrata, e subito uscita, da una bella
    /churreria/ piastrellata, senza ordinare nulla.

    Finalmente mi sono decisa a chiedere indicazioni per raggiungere il
    centro, che si trovava, guarda caso, in salita.

    In un'elegante strada pedonale ho incontrato una bella libreria dedicata
    a Cervantes, e sono entrata, per sottrarmi alla pioggia, e far evaporare
    l'umidità che mi intrideva fino alle ossa. Tornata in strada, ho
    bordeggiato il centro sul lato esterno fino ad una piazza dominata da
    una chiesa moderna. Sono entrata ' sempre con la felpa nel cuore ' in un
    negozio di cinesi, i cui gestori parlavano uno spagnolo sgrammaticato,
    uguale allo sgrammaticato italiano parlato negli identici negozi cinesi
    di Milano.

    Ma la roba puzzava di muffa e, nonostante la qualità scadente, non era
    affatto economica, insomma, niente mi piaceva, cioè non ho trovato nulla
    di abbastanza caldo, felpato e cappucciato. Sono uscita a mani vuote
    sentendomi sferzare le spalle dall'odio del cinese.

    A pochi metri dalla bottega cinese, ecco l'albergue, piccolo e
    affollato, poco più di un appartamento con ingresso sulla strada, ma non
    posso lamentarmi: mi hanno assegnato la branda inferiore, come piace a
    me, e i bagni sono, tutto sommato, decenti.

    Dopo essermi sistemata ' cioè dopo aver srotolato il sacco a pelo e
    cambiato le calze - sono di nuovo uscita, cercando un posticino dove
    mangiare qualcosa di buono senza dissanguarmi.

    Il centro storico iniziava proprio a ridosso della via dell'albergue,
    uno strano centro di strade inclinate, morbide salite e rotonde discese,
    che si abbracciavano come in una trottola. Ho girato per i bar
    elegantini dell'isola pedonale, i ristorantini elegantini, le piazzette
    popolate di vitaioli che si facevano l'aperitivo, era quasi come a
    Milano, ma un po' più "/cosy/". Luoghi fasulli e poco attraenti,
    insomma. Mi sono allontanata verso il piatto reticolo della periferia,
    cercando fra le case di cemento a tre piani l'irraggiungibile posticino
    accogliente con cucina casalinga e porzioni abbondanti, che cerco
    dovunque come un personale Santo Graal.

    Alla fine, pur tentata da una sidreria accanto alla sede di un
    sindacato, non ho avuto il coraggio di esibire la mia ignoranza in
    materia di sidro ed ho deciso per un localaccio in un piazzale nei
    pressi dell'albergue, dove la scritta "/restaurante/" sembra una presa
    in giro.

    Così ora sono in questo ristorante fetido ' molto fetido - di quei posti
    che, almeno in astratto, dovrebbero piacermi da morire. Non è neppure un
    vero ristorante, piuttosto una mescita cadente e piena di uomini; mi
    hanno apparecchiato un tavolino in fondo al bar, per non impegnare il
    minuscolo "/comedor/", vuoto.

    Come primo piatto dell'unico menu del giorno, il padrone mi ha portato
    un'insalata con aceto, tonno e uova (triade perfetta di tutto quanto più
    mi disgusta).

    Eppure, incredibilmente, vinta l'atavica iniziale ripugnanza, sono
    riuscita ad ingoiare tutto senza vomitare, anzi alla fine ho persino
    apprezzato. Mi sento soddisfatta come Steve Mc Queen in Papillon, quando
    mangiava gli insetti che estraeva dalle crepe del muro.

    Però il lomo era commestibile, anche se infestato delle solite patate
    fritte ' che detesto - il cameriere era gentile e la birra fresca.

    Eppure il gioco di Pollyanna stavolta non funziona, sono demoralizzata:
    sempre la solita storia, lomo, patate fritte, un'insalata fetente, un
    letto umido. Niente fabada, niente churro. Persino le delusioni sono
    ripetitive.

    Ora andrò, sono quasi le dieci. Nonostante tutto, mi sento curiosa di
    iniziare, devo lavarmi prima che i bagni si affollino e decidere
    qualcosa in merito alla felpa entro domani mattina.

  3. #3
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    12 luglio 2008: Oviedo ' Ventas d'Escamplero

    *

    Otto e mezza del mattino. Fa freddo e mi sento istupidita dal sonno. Ho
    dormito come un sasso ma sono uscita presto, zaino già in spalla. Il
    centro antico di Oviedo dorme ancora, in giro ci sono solo gli ultimi
    cazzeggiatori.

    Gironzolando fra le strade acciottolate, velate della pioggia della
    notte, sono arrivata davanti al mercato coperto, una bella costruzione
    in ferro battuto e vetro che apriva proprio in quel momento. Mi ci sono
    infilata godendo del tripudio estetico del cibo fresco: i colori della
    carne, rosa tenero il vitello, rosso il manzo, ma di una tinta tenue,
    delicata, quasi commovente, i pesci variopinti, squame lucide ed occhi
    grandi. Solo la verdura appariva smorta e costosa. Dal banco della
    panetteria, piramidi di pane nero e bianco appena sfornato, mi
    chiamavano come le sirene di Ulisse.

    Ho fatto colazione nel bar soprastante il mercato: vetri scuri,
    tavolini, un bel bancone; vi si accedeva salendo una stretta scaletta
    fra i banchi del pesce e della verdura.

    Posato lo zaino, ho letto il giornale seduta ad un tavolino quadrato,
    tranquillizzata dalla penombra silenziosa e dal croissant fresco con cui
    ho accompagnato il caffè. E' un po' deprimente constatare che le sole
    soddisfazioni mi arrivano dal cibo (e magari arrivassero!) ma ho male
    alla testa e mi sento stanchissima. Dov'è l'entusiasmo, dov'è il cammino'

    Voglio fare la turista, devo decomprimermi, mezz'ora in un grande
    magazzino ed una fetta bruciacchiata di lomo non bastano per espellere
    la tristezza, le tossine della delusione, la fatica di vivere. L'autobus
    per Santa Maria de Naranco ferma nei pressi dell'albergue, attraversa la
    città e risale una collina: non so quanto tempo ci vorrà, meglio andare.

    *

    All'esterno del mercato, gli ambulanti iniziano ad allestire le
    bancarelle: vendono fiori, verdura, abiti, i grembiuli da casa a fiori.
    Rivedo le estati della mia infanzia, con la mamma e la nonna tutti i
    giovedì mattina a percorrere l'interminabile via Rembrandt dirette al
    mercato di via Osoppo. Come odiavo quella strada così lunga, e come
    odiavo il mercato, così pieno di gente e roba inutile, così pochi
    giocattoli e tutti brutti.

    Da casa ci voleva almeno mezz'ora a piedi, ed io chiedevo a mia mamma
    perché non prendessimo l'autobus, ma se andiamo in autobus non vediamo i
    negozi era la risposta. Negozi orribili, neppure una cartoleria, solo
    vestiti.

    Ed ora, che per età sono più vicina a quella che aveva mia nonna che non
    a quella di mia mamma; ora, che sono rimasta sola a continuare la
    tradizione e vedo mia nonna in ogni donna anziana che fruga, rovista,
    discute, esamina con cognizione e saggezza profonde; ora, che considero
    una gioia imbattermi in un mercato, assaporo ogni volta le bancarelle e
    la roba e la gente.

    E capisco finalmente questo meraviglioso e antico mescolarsi della gente
    attorno alla roba, tanto più bello di quello dei grandi magazzini, dove
    nessuno è padrone della propria roba, e nessuna si sente più
    "/signora/", protagonista dell'eterna rappresentazione che in ogni parte
    del mondo ha contrapposto il "/mercante/" alla "/signora/".

    Sbuco in una piazzetta, accanto ad un monumento bronzeo che raffigura
    due ortolane, un ortolano vero ha impilato un mucchio di veri cavoli.
    Poco lontano, una contadina grossa col foulard aiuta il marito a
    scaricare il furgone: diresti che l'ortolana di bronzo ha preso vita.

    Gli ambulanti si danno voce da una bancarella all'altra, scherzano,
    litigano, nell'attesa dell'ondata dei clienti. Ho girato ancora un po'
    fra i saliscendi del centro storico, piazzette deserte e selciati umidi
    della pioggia notturna. Da una grata ho fotografato un poster simpatico,
    una folla di asturiani intenti ad esprimere in dialetto le mille e
    svariate convinzioni sul sidro.

    *

    Un altro bar, di soli uomini, a Pineo, un'ora di cammino da Oviedo,
    pareti ricoperte di legno chiaro. Tutti gridano e si agitano, ma non
    capisco di cosa parlano. Forse commentano la corsa dei tori di Pamplona
    trasmessa alla tele. Che nostalgia, quante altre volte, quanti cammini,
    e quanti bar'

    *

    Avrei tanto da raccontare, ma devo iniziare da Santa Maria de Naranco.
    Una visione che non saprò descrivere; né stavolta soccorreranno le foto
    incapaci di renderne l'impressione, il colpo al cuore, quel sembrare
    sospesa, fuori del tempo.

    Oviedo è bellissima, pulita (oddio, l'inquietante padanità
    dell'endiadi!), colpiscono i viali eleganti e pieni di fiori, i
    monumenti che si stagliavano giganteschi contro lo sfondo verde scuro
    delle montagne. Mi ha ricordato Zurigo ma più grandiosa, e più bella.
    L'autobus ha attraversato rapidamente la città e si è inerpicato su di
    una collina, fiancheggiata di belle ville e case residenziali. Man mano
    che saliva le case facevano luogo alla campagna. Dalla fermata ho
    percorso a piedi l'ultimo tratto del pendio erboso, risalendo un breve
    viottolo. Ho alzato gli occhi, e sono rimasta senza fiato.

    Davanti a me una massa aerea, lieve, una costruzione isolata, come
    appoggiata sul fianco della collina, irreale nella sua piccolezza.
    Un'architettura singolare, barbara, antichità così evidente, non
    addomesticata, eco pietrificata di un passato vertiginosamente lontano.
    Era persino difficile credere alla sua esistenza qui ed ora.

    Avrei voluto fermarmi, riflettere, scrivere; invece mi sono limitata a
    fotografare ed assorbire passivamente le immagini. Ai miei piedi Oviedo
    si stendeva dolcemente ed il praticello umido di pioggia dove mi
    trovavo, pareva levitasse al di sopra delle nuvole.

    Ripenso a quando ho visto per la prima volta la piccola costruzione
    sulla copertina di un libro dedicato all'arte romanica, l'inverno
    scorso, in una libreria di via Dante. Non sapevo a cosa appartenessero
    quelle linee esotiche, remote. A una reggia, un palazzo, un tempio'
    Sfogliando il libro ho scoperto che era una chiesa chiamata Santa Maria
    de Naranco, capolavoro preromanico del nord della Spagna e
    quell'immagine, la pietra gialla scavata dalle bifore sottili, mi è
    rimasta nel cuore, come nei racconti delle mille e una notte: il
    cavaliere che vede il ritratto della fanciulla e se ne innamora per sempre.

    Ma è così difficile venire a patti con l'assoluto, meglio affidarsi alla
    freddezza dello scatto, meglio perdere tempo in altri futili modi.

    Fra una foto e l'altra, ho attaccato bottone con una ragazza di Madrid,
    per scroccare un'occhiata alla sua guida, ma anche per brutalizzare,
    banalizzare il momento, perché so che la socializzazione guasta la
    contemplazione, impedisce la scrittura.

    Poi mi sembrava una sciocca ostentazione sedermi da qualche parte a
    scrivere, mollandola di botto dopo averla avvicinata, e poi era bagnato,
    e poi iniziava la visita guidata all'altra chiesa, e poi dovevo tornare
    a prendere l'autobus, e poi e poi e poi....

    Riconosco i sintomi, sono solo pretesti per sottrarmi alla necessità di
    mettere a fuoco le impressioni, la consueta pigrizia mentale, niente altro.

    Ennesima manifestazione della difficoltà ad entrare nello stato d'animo
    necessario al cammino. Non mi sono concessa di indugiare, dovevo
    prendere l'autobus che scendeva e forse la visione era troppo bella per
    poterla godere a lungo.

    Neanche sono entrata all'interno: l'ingresso costava 3 euro e
    costringeva alla visita guidata, mentre io dovevo scendere rapidamente.
    Ma mi sono inerpicata per le scalette esterne cercando invano di
    intravedere qualcosa dalle feritoie ed origliare le spiegazioni della
    guida.

    Qualcosa ho sentito, parlava della sala del trono, dove re Ramiro
    riceveva gli omaggi dei sudditi, attorno all'ottocentoquaranta, prima
    che la reggia fosse convertita in chiesa. Ma non ho visto nulla, ed è
    meglio così, meglio lasciare qualche brandello ancora alla fantasia.

    Ho risalito la collina fino alla chiesa gemella, San Miguel de Lillo,
    distante poche centinaia di metri, un parallelepipedo di pietra giallo
    scuro, serrato come una fortezza, dove Santa Maria è tutta archi e levità.

    Ho ripreso l'autobus, sono tornata in città ed ho girato per Oviedo alla
    ricerca della felpa. Ma non c'è stato nulla da fare: alla fine mi sono
    diretta alla /Corte Ingles/ dove ho ceduto all'amore, benché mercenario:
    ora sono la felice ed orgogliosa proprietaria di una splendida felpa
    O'Neill, una follia forse, ma mi salverà dal congelamento.

    Poi mi sono comprata al supermercato qualcosa per camminare: barrette,
    biscotti, acqua e delle buonissime gallette di riso e grano. In realtà
    stavo acquistando sicurezza, conforto: un condensato portatile di civiltà.

    Uscita dal centro commerciale, mi sono resa conto che ormai pioveva
    forte, così ho smontato lo zaino in un angolo ed estratto il kway,
    patendo il fastidio di questo sentirmi randagia, come ieri.

    Sono risalita ancora verso il centro ed ho finalmente varcato lo stretto
    ingresso della cattedrale, facendomi largo fra la folla, benché fosse
    ormai l'una. Il fatto è che in questi giorni a Oviedo c'è il raduno dei
    "/pueri cantores/", così che la chiesa brulicava di ragazzini
    incontenibili e cicciottelli, per i quali ogni occasione era buona per
    fare casino.

    La cattedrale è, maestosa, l'altare è dominato da un enorme e splendente
    /retablo/ a piccoli riquadri, e la parete ad archi è di un bianco perlaceo.

    La statua del Salvatore era in un angolo alle spalle dell'altare,
    ignorata dalle folle che premono per salire agli ori della Camera Santa:
    eppure nel medioevo i pellegrini facevano centinaia di chilometri per
    renderle omaggio. /Chi va a Santiago e non va al Salvador, visita il
    servo e trascura il Signor. /

    //

    E' una statua antica, potente, colorata. Gesù ostenta un cipiglio degno
    di un profeta biblico, ben diverso dai sorrisi mansueti del portico
    della Gloria. Che differenza con gli splendori dell'altare di Santiago.

    Del resto è giusto che sia così, che quella del Salvatore sia
    un'immagine semplice, accessibile. Che cosa siete andati a cercare nel
    deserto' Un uomo abbigliato in morbide vesti'

    L'ho fotografata facendomi largo fra un manipolo di /pueri cantores/ che
    si accapigliavano ai suoi piedi

    Un prete gentile, avvertito da un sacrestano altrettanto gentile,
    nonostante l'ora assurda mi ha messo il sello, eppure nel riceverlo mi
    sentivo un'imbrogliona: come l'anno scorso, già so che neppure stavolta
    arriverò a Santiago. So già che, ammesso che ce la faccia, non arriverò
    oltre Lugo.

    Sono uscita dalla cattedrale proprio mentre la pioggia si faceva
    dirotta, incrociando le cantanti dell'imminente concerto di musica
    sacra, bellissime ed abbigliate con abiti vaporosi, che scappavano al
    riparo del pronao, ciabattando sui tacchi sottili.

  4. #4
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    Avrei voluto fermarmi al ristorante di stamattina, sopra il mercato, che
    mi era sembrato molto buono, ma non avevo più fame: sto finalmente
    pagando il dazio del cibo inutile di cui da troppo tempo mi sto imbottendo.

    Così ho proseguito sotto la pioggia battente, seguendo la traccia delle
    conchiglie di bronzo incastonate nel selciato che si dipartono dalla
    Cattedrale. Mi sono fermata alla libreria Cervantes, per comperare la
    cartina delle Asturie e trovare un po' di requie al diluvio, poi,
    facendomi coraggio, ho ripreso la strada, rivestita da kway e
    coprizaino, lo zainetto avvolto in un sacchetto di plastica, il
    cappuccio della mia adorata felpa nuova tirato fin sopra gli occhi, come
    una tossica o come il protagonista di Paranoid Park.

    come Lizbeth Salander, l'asociale protagonista dell'insulso e
    sopravvalutato giallo svedese "/Uomini che odiano le donne"./

    //

    Man mano che scendevo verso la periferia la pioggia diminuiva e, grazie
    alle dettagliate indicazioni stampate da consumer.es non ho fatto alcuna
    fatica a mantenere la direzione giusta.

    A Oviedo anche le periferie sono piacevoli: la discesa alla volta del
    cammino mi condotto lungo vie popolari, sgarrupate alla spagnola ma
    pulite. Sono scesa lungo negozi e botteghe, sidrerie, pasticcerie,
    ristoranti e bar, tutti fin troppo attraenti, fino al limitare della
    città, dove, ai piedi del ponte della ferrovia, il primo mojon
    annunciava l'inizio del Cammino Primitivo.

    Primitivo, perché si racconta sia stato inaugurato da re Alfonso il
    Casto all'indomani della scoperta della tomba di Santiago nell'813. Il
    primo e per molto tempo il solo cammino praticabile, il più sicuro per i
    pellegrini, ben protetti dalle alte montagne asturiane, in quella terra
    mai conquistata dai Mori.

    Niente frecce sul primitivo, solo questi pilastri con il ventaglio della
    conchiglia opposto alla direzione di marcia, che poi si invertirà una
    volta entrati in Galizia.

    Ho preso un caffè in un bar moderno sull'incrocio verso il cammino,
    scroccando un pezzetto di focaccia dal piattino delle /tapas/.
    Scavalcato il ponte della ferrovia, la vecchia Oviedo popolare ha ceduto
    ad un quartiere residenziale, in parte ancora in costruzione, che sta
    cedendo all'aperta campagna quasi senza soluzione di continuità.

    Da lì il cammino si è diretto verso le colline per confluire in una
    strada gradevolissima serpeggiante a mezza collina attraverso un
    piacevole paesaggio agreste, inframmezzato da paesini. Ai lati della
    strada, fitti cespugli di rose selvatiche, spampanate dalla pioggia che
    andava e veniva, il cielo si faceva livido per poi schiarirsi, e così il
    mio umore.

    Forse il mio disagio, l'aggrapparmi ai negozi, la difficoltà a partire,
    sono una forma della paura di buttarmi nel cammino, il timore di non
    essere più in grado, non so. Ora sono dentro, e tutto di colpo sembra
    facile e soprattutto mi torna naturale.

    La strada ha fatto un'ampia curva, e dall'altro lato nei campi un gruppo
    di uomini, padre anziano e figli adulti sta ancora caricando il fieno
    sul rimorchio di un trattore, figurine da presepe o da film western.

    Non voglio arrivare a Grado, se trovo posto mi fermo a l'Escamplero,
    avrò percorso solo 10 km da Oviedo, ma sono ormai le quattro.

    *

    Ho nostalgia dei cammini passati, mi sembra di non essere all'altezza,
    di non essere più io, di non essere in grado di competere con quella me
    tanto formalizzata nei ricordi ' miei e altrui ' e ormai placidamente
    assisa sugli allori dei chilometri percorsi. Com'è tutto complicato.
    Forse per questo la gente va nei villaggi vacanze, perché lì nulla è
    complicato.

    Ma non è più tempo di pensare, devo rimettere le scarpe e la felpa nuova
    (che bella, sono così felice!), il kway, caricare lo zaino e ripartire.
    A voler ben vedere, il cammino non è pensiero. Il pensiero è prima, è
    dopo. Durante, c'è solo il cammino.

    *

    L'albergue di Escamplero è pulito, tranquillo, isolato ed alto sulla
    collina. Due ambienti, nel primo la cucina e un tavolo con qualche
    pubblicazione dedicata ai dintorni, nell'altro una decina di letti a
    castello, ciascuno domina una vetrata che si affaccia sulla fuga delle
    colline. Solo due letti sono occupati, il mio e un altro. Nella doccia
    ho trovato un flacone abbandonato di doccia schiuma, uno dei consueti
    benefit del cammino. Dalla finestra vedo la vallata perdersi in una
    distesa di onde azzurrastre intonate al cielo grigio, irlandese.

    *

    Scioccamente, invece di riposarmi poltrendo sul sacco a pelo, mi sono
    lasciata tentare dalle mappe raccattate all'albergue e dai depliant, che
    parlavano di una bella chiesa romanica sull'altro versante della
    collina, così sono uscita e mi sono diretta al grande bar lungo lo
    stradone, per raccogliere il sello e qualche informazione.

    All'interno, un avventore suonava una specie di fisarmonica, ed un
    gruppo di persone dall'apparenza normale lo accompagnava cantando in
    coro. Ho origliato con finta indifferenza ma con grande piacere, perché
    erano tutti bravissimi e sembravano divertirsi molto.

    Seguendo le indicazioni ricevute dal barista, ho imboccato una stradina
    che declinava verso il fiume in curve morbide fra castagni, eucalipti e
    meli. Ho mangiato qualche mela. In basso vedevo i meandri del Nuria ed
    il ponte ad ampie arcate che congiungeva i lati della valle. Man mano
    che scendevo, inanellando anse su anse, i tre chilometri del barista
    sembravano sempre più lunghi e la risalita più ripida: anche le strade
    laterali sembravano sprofondare nel grembo della vallata, allungandosi
    come elastici. Lontano, ai piedi del ponte, un pugno di case isolate, e
    nessuna chiesa, non prometteva nulla di buono, oltretutto iniziava a
    dolermi il ginocchio.

    Ad ogni curva giuravo che la prossima sarebbe stata l'ultima, infine mi
    sono arresa, senza neppure arrivare in fondo, nemmeno all'imbocco del
    ponte, e sono risalita, delusa ed arrabbiata con me stessa. Un
    pomeriggio sprecato e distruttivo.

    Qui ad Escamplero è davvero molto bello. Ritornando, mi sono nuovamente
    fermata al bar-ristorante e mi sono seduta ad un tavolino sulla
    terrazza. Ora che è uscito finalmente il sole posso contemplare queste
    colline così verdi, tanto simili alla Svizzera dell'estate scorsa.

    All'albergue, oltre a me, c'è uno spagnolo di Saragozza, e forse sono
    fuggita anche per evitarlo. Dopo esserci presentati, l'ho sommerso in un
    mare di chiacchiere e poi me ne sono andata via.

    *

    Quando ho finalmente trovato il coraggio di chiedere un bicchiere di
    sidro, i camerieri mi hanno spiegato che nelle Asturie il sidro non si
    mesce alla spina, bisogna prenderne una bottiglia intera. E sia.

    Me lo versano in quel modo funambolico che avevo già visto ieri nel bar
    fetido di Oviedo e, prima ancora, a Mansilla tanti anni fa, con Monica e
    Lulu, allo stand asturiano della sagra di San Giacomo. Poi il cameriere
    ha applicato alla bottiglia un - meno folkloristico - tappo forato per
    consentire alla schiuma di tornare a formarsi nelle mescite successive.

    Mi guardo attorno, i tavolini della terrazza sono ancora bagnati di
    pioggia, una bambina gioca col nonno.

    Sono rientrata un po' instabile ' il sidro è traditore - per cenare, ed
    ho ordinato la /fabada/, da due giorni il mio sogno proibito.

    Mi è arrivata una terrina gigantesca di fagioli bianchi e salsicce,
    buonissima, che ho accompagnato col residuo della bottiglia di sidro.

    Certo, i miei propositi dietetici escono miseramente sconfitti, ma ciò
    che conta è limitare i pasti, poi dopo aver tanto camminato qualcosa di
    energetico ci può anche stare, eccetera, eccetera.

    Sono le nove, il sole è ancora alto, io sono ubriaca di sidro (mai più,
    mille volte meglio la birra). Mi è arrivato il conto, ho speso solo
    sedici euro, di cui appena ' 2,20 per il sidro. Ne valeva la pena.

    *

    Sono nel letto di questo albergue favoloso, la finestra alle spalle del
    letto si apre sulle colline e sui pascoli seminascosti dagli alberi, il
    cielo è cielo enorme, la coltre di nubi spezzata da strie azzurre. Sto
    bene e ho sonno. E' ancora chiaro ma sono le nove e mezza, leggerò un
    po' e poi dormirò, senza mettere la sveglia, non mi importa a che ora mi
    alzo.



    *

    13 luglio 2008 Ventas d'Escamplero ' Cornellana

    *

    Mattina, sette e mezzo. Anche stanotte ho dormito splendidamente, lo
    spagnolo è già partito, non l'ho neppure sentito alzarsi. Sono sola,
    come fossi in albergo. E davvero, questa stanza non ha nulla da
    invidiare ad un hotel, tanto è pulita e ordinata.

    Anche oggi la distesa ondulata delle nuvole ricopre il cielo fino
    all'orizzonte. Ho ancora sonno e nessuna voglia di partire, ma è ora e
    devo ripiegare il sacco a pelo, razionalizzare la distribuzione delle
    cose nello zaino, mettere le scarpe.

    Troppe cose insomma, per poter restare a cincischiarmi davanti alla
    finestra.

    *

    Sto camminando in un paesaggio meraviglioso: un po' di nebbia ancora
    indugia fra gli alberi o forse sono nuvole basse che si mescolano
    all'umidità notturna. I rilievi attorno sono modesti ma coperti di
    boschi e pascoli rigogliosi, gli alberi solitari si ergono maestosi e
    pieni di foglie, sembra la Francia, ma più raccolta, il Trentino, ma
    senza le case e senza le Alpi.

    L'odore nell'aria mi ricorda le strade della Borgogna attorno a Cluny,
    quel sentore come di catrame e grano fermentato che non so identificare.
    E il letame ha un sentore di formaggio, di latte.

    I bordi della strada sono un intrico di felci e convolvoli, rovi,
    noccioli dalle foglie rotonde e tremolanti, e fiori viola, bianchi,
    gialli, indaco, spighe, erba, vedo persino un papavero. I cortili delle
    case sono fitti di meli, rami carichi di mele piccole e acide, cespugli
    di rose bianche e rosa, fiori grandi, morbidi, spampanati dalla pioggia.

  5. #5
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    Volando di fiore in fiore, la Vispa Teresa si è distratta: all'altezza
    di Valsera mi sono fermata per fotografare un'ermita e non ho visto il
    segnale, che probabilmente indicava di lasciare l'asfalto e virare a
    sinistra, in direzione di Premono; invece ho proseguito lungo la strada,
    contemplando spensierata fiorellini e funghetti ' ma anche un orribile
    giardino dominato da un horreo finto, popolato di nanetti ' finchè ad
    una rotonda mi sono resa conto di aver mancato la deviazione verso
    l'interno che mi avrebbe portato a collinare, tagliando la valle in
    diagonale.

    Per non tornare indietro ' orrore! ' ora mi tocca percorrere la
    carretera sino a Santullano, risalire la vallata per un tratto,
    attraversare il fiume e ridiscendere verso Penaflor, percorrendo
    sull'asfalto l'arco della vallata lungo il dorso della collina: In tutto
    almeno cinque o sei km in più. sono furibonda con me stessa ma anche con
    questi imbecilli che mettono i segnali a cavolo.

    Per essere il primo giorno non è male. Però, per dirla con Mel Brooks,
    potrebbe essere peggio: potrebbe piovere. Almeno non piove. Per ora.

    A Santullano mi sono fermata nel primo bar che ho trovato lungo la
    strada. Appena entrata, i tre o quattro avventori si sono zittiti e non
    hanno neppure risposto ai miei impacciati sorrisi.

    Questi asturiani sono generalmente cupi, ma gli uomini di Santullano
    sono i più antipatici incontrati finora. Mancava solo che il barista
    pulisse il bancone con uno straccio mugugnando "non ci piacciono gli
    stranieri".

    Ho preso un caffè, ho sfogliato di malavoglia un giornale e me ne sono
    andata rapidamente, senza nemmeno trovare un dolcetto meritevole di
    essere comprato.

    Fuori del bar sostava un camion della nettezza urbana, i simpaticoni
    all'interno erano i netturbini di Santullano quindi. Forse per quello
    erano incazzati col mondo sin dall'alba. Provassero ad andare a
    rimestare fra la spazzatura a Napoli, vedi come si divertivano, invece
    che stare in questo paradiso terrestre a guardare torvo le ragazze
    smarrite.

    Ho osato cambiare le scarpe coi sandali, visto che tanto mi aspettava
    solo asfalto e non pioveva più, l'aria era come granulosa per l'umidità,
    tranne i netturbini, non un'anima in giro.

    Dopo Santullano la strada è lentamente digradata, poi ha curvato
    seguendo il dorso della collina ed ha scavalcato il fiume, addentrandosi
    in una valle bellissima e deserta di pascoli in dolce pendio costellati
    di radi alberi; l'ho gustata poco però, ero infastidita per la
    deviazione e non facevo che rimuginare cupamente sui sette km in più, o
    forse rifacendo i conti erano meno di sette, ma insomma'

    *

    Quando, secondo i miei calcoli, la deviazione aveva ormai accumulato la
    fantasmagorica lunghezza di otto km, sulla sinistra si è aperta una
    stradina che scendeva al fiume: mi ci sono subito infilata, l'asfalto mi
    stava mangiando viva. La carretera distrugge le caviglie, non so bene
    perché ma è così, forse l'asfalto non è abbastanza elastico o forse
    surriscalda le suole. Non so spiegare il fastidio fisico che provo
    sull'asfalto, è come se ad ogni passo sentissi qualcosa grattarmi
    all'interno delle ginocchia.

    Ho proseguito in una galleria di alberi a ridosso dell'argine
    invisibile, il fiume mi avrebbe portato all'imbocco della vallata dove
    sorgeva Penaflor. Ho attraversato Paladin, una frazioncina di
    costruzioni in legno affacciate su di un canale laterale, mi sentivo
    Thursday Next capitata dentro /"il mulino sulla Floss/".

    Poco oltre il paesino, in fondo ad un sentiero incassato fra il fiume ed
    i campi ha finalmente fatto capolino un mojon, che ne stava così come se
    niente fosse, ad accogliere i miei inutili insulti. Avevo ritrovato il
    cammino.

    Nei pressi di una cascina poco più avanti mi sono seduta su un ceppo ed
    ho slacciato le scarpe per riprendere fiato. Dal campo fangoso che
    circondava la cascina un uomo con gli zoccoli imbrattati di fango è
    spuntato un uomo che spingeva una carriola piena di erba appena
    tagliata. Mi ha detto che aveva sentito passare altra gente stamattina
    presto, avranno dormito per strada, visto questo bel tempo, mi ha detto.

    Evidentemente, la pioggia di ieri e le nuvole pazzesche di oggi, che
    peraltro si stanno di nuovo addensando, qui nelle Asturie sono
    considerati /"bel tempo". /

    //

    Dal limitare del campo il sentiero si è addentrato in un boschetto: è
    bastato abbandonare l'asfalto e, nonostante i sassi e il fango, i dolori
    ai piedi sono spariti per incanto.

    Il primo boschetto, mi chiedo quanti mai ne avrò percorsi nei miei anni
    di cammino. Questo era bruno, scuro ma non umido ed il sentiero era
    stretto ma non fangoso, nonostante la pioggia di ieri.

    Sono sbucata sul retro di una fattoria e di nuovo sono entrata fra gli
    alberi, avanzando cauta nell'erba folta, col timore di perdere la
    traccia; una lieve salita mi ha riportato sulla carretera e di lì a poco
    ho raggiunto Penaflor, schiacciata fra un'alta roccia scoscesa e lo
    strapiombo sul fiume.

    Ora mi trovo in un bel bar, tavolini rettangolari di marmo, un vecchio
    bancone di bakelite, uova sode nei cestini, e finestre sui tre lati,
    affacciate sul fiume che scorre in basso, seminascosto dagli eucalipti.
    Nell'aria un buon profumo di cibo. Il bar sorge su uno sperone roccioso
    a poca distanza dal ponte, davanti all'ingresso c'è un bel bersò rotondo
    in pietra coperto di glicine e dalle finestre posteriori si vede il
    fiume spumeggiare.

    La deviazione mi ha fatto perdere circa un'ora, devo ancora arrivare a
    Grado e da lì affrontare le prime salite: non so cosa farò, spero di
    raggiungere almeno a Cornellana prima che inizi a piovere, dato che il
    tempo sta peggiorando.

    L'orologio segna ormai le undici e mezza, meglio andare devo anche
    sostituire i sandali e rimettere le scarpe. Madonna questo profumo di
    cibo mi fa svenire.

    *

    Oltre il ponte romano che congiunge le rive aspre e coperte di boschi
    alle spalle della trafficata statale dove camion sfrecciano sfiorando i
    malcapitati pellegrini e raschiando le mura annerite di una vecchia
    chiesa, un viottolo scende verso la parte vecchia di Penaflor.

    Mi sono lasciata nuovamente distrarre dalle casette in legno e dagli
    /horreos/ affacciati sui due lati dello sterrato che costituisce la
    strada principale di Penaflor (80 ' Penaflor). Fra foto di case e fiori
    e carretti e balconi e /horreos,/ avevo imboccato la direzione
    sbagliata: per fortuna un uomo a torso nudo che sembrava Perez Reverte
    con la pancera, mi ha rimesso sulla strada buona.

    Gli /horreos/ delle Asturie sono diversi da quelli galiziani: quadrati,
    di travi scure; hanno tetti in tegole ed una base quadrata in muratura
    su cui poggiano quattro pilastri in legno che a loro volta sostengono il
    corpo dell'edificio e una piccola balaustra. (75 ' Penaflor, horreo).
    Alcuni sono ancora in buono stato, altri sono decrepiti, o rappezzati
    malamente con orrendi mattoni rossicci Ora scrivo mentre percorro una
    bella strada sterrata attorniata da siepi, prati, piccoli campi, a mais
    e grano. I bordi della valle sono lontani, le colline dolci e basse, la
    strada curva lentamente e Grado lentamente si avvicina.

    *

    Una sosta di pochi minuti a Grado, appollaiata sul bordo di una fontana
    asciutta, sul ciglio rovente della nazionale. Mentre scrivo mi supera
    una coppia di pellegrini, i primi che incontro. La strada dei campi mi
    ha portato fino in paese, ed in pochi minuti ho raggiunto il centro,
    dove ferveva il mercato, affollatissimo benché fosse l'una passata.

    Ho resistito a tutte le tentazioni, ivi comprese quelle dell'acqua e del
    pane "/de escampado"/. Chissà cosa vuole dire.

    Come quello di Oviedo, anche questo di Grado è un mercato famoso,
    storico. La gente è tantissima e tantissima la roba esposta, scarpe
    soprattutto ' mai visti tanti banchi di scarpe tutti assieme in vita mia
    ' e poi camice e abiti da casa a fiori, salumi, miele, pane. Anche qui,
    le sole cose poco allettanti erano la frutta e la verdura, smorte e
    costose, persino più care che a Milano.

    Mi sono fatta largo fra la folla ' senza cedere alla tentazione dei
    tavolini affollati di oziosi - e sono sbucata sulla carretera
    all'estremità opposta del paese. Devo ripartire, mi aspettano ancora 12
    chilometri almeno, e tutti di salitacce.

    Non so se cambiare le scarpe o aspettare ancora un po'. Il sole picchia.
    Lungo la via polverosa e trafficata si susseguono brutti negozi, neanche
    un bar tranquillo per rinfrescarmi.

    *

    Sono a Cornellana, volevo andare avanti, anche per evitare la compagnia
    di una tedesca e uno spagnolo che ho incrociato casualmente, ma subito
    dopo averli salutati al ponte di Cornellana, il ginocchio mi ha mandato
    un segnale sinistro e poi sono già le cinque. Così mi sono presa una
    pausa di riflessione in un bar fresco dove ho bevuto una delle coca cola
    più buone della mia vita, ed ho deciso, andrò al monastero a chiedere se
    c'è posto perché ciò che ho visto qui a Cornellana mi piace.

    *

    Da Grado fino all'alto de Fresno la strada è stata bella. Uscita dal
    paese sono salita rapidamente ed ho proseguito sulla sommità della
    collina per un sentiero alberato e leggermente incassato, che
    attraversava sui due lati campi e pascoli verdissimi. Ho camminato in
    quota per un po', poi sono scesa lentamente verso la carretera, che ho
    attraversato, scorgendo più avanti la deviazione per l'albergue di San
    Juan de Villapanada, un sentiero polveroso che si inerpicava aspro per
    un'altra collina.

    La mia strada invece si è nuovamente inoltrata fra i campi e si è fatta
    sempre più ripida e sassosa, sotto il sole a picco.

    L'ultimo tratto prima di accedere al santuario del Fresno era una rampa
    di cemento grezzo, praticamente verticale. Sono passata sotto un balcone
    da cui penzolavano tanti di quei carillon che suonano col vento, credevo
    sarei stramazzata per la fatica.

  6. #6
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    Infine sono approdata alla sommità della collina, dominata da due enormi
    tralicci. A pochi metri si apriva l'ingresso al santuario, arroccato
    sulla fuga delle montagne. La chiesa era chiusa e nonostante la salita
    pazzesca non c'era nemmeno una fonte.

    All'ombra del santuario una ragazza finiva di mangiare, abbiamo
    chiacchierato un po', mi ha raccontato di essere tedesca ma di vivere in
    Estremadura perché ha sposato uno spagnolo e parla un po' di italiano.

    Siamo ripartite assieme ma le è squillato il telefono e si è fermata,
    mentre io ' forse sollevata - proseguivo da sola lungo la discesa.

    Lei sembra simpatica, però io mi trovo ancora in quello stato mentale
    per cui la gente mi da fastidio. E poi progettavo di andare a Salas
    anche se poi capisco che non posso farcela.

    *

    Il cammino è interrotto e si deve scendere lungo la carretera, ma è un
    bene: la strada era piacevolmente ripida e tortuosa, attraversava case
    isolate e paesini. Poco dopo essere ripartita, la tedesca ed un suo
    amico spagnolo ' alto, calvo, con gli occhiali, una vaga rassomiglianza
    con una versione giovanile dell'ispettore Derrick - mi hanno raggiunto.

    Abbiamo camminato insieme ma io mi sentivo a disagio, fuori luogo col
    loro affiatamento, la loro resa atletica, il loro conversare fluente.

    Così, una volta arrivati a Cornellana, ormai in pianura, mi sono
    congedata, superando il fiume per dirigermi verso il paese, con
    l'intenzione di proseguire fino a Salas, mentre loro si fermavano al
    monastero.

    Ma i pochi passi spesi per entrare in paese e raggiungere questo bar, mi
    hanno fatto capire che non posso farcela. Potrei, se fossero dieci km in
    pianura, ma subito dopo Cornellana ricominciano le salite, ho paura di
    stare male.

    Sto guardando il Tour, tappa vinta da un italiano con una fuga pazzesca.
    Ora raduno le forze, mi alzo, e vado a chiedere se c'è posto al monastero.

    *

    Il posto è fantastico, e semivuoto ' ah la bellezza del Primitivo! '
    siamo solo io, lo spagnolo che ha dormito all'albergue di Escamplero, la
    tedesca e il suo amico spagnolo alto. Il rifugio si articola in un
    insieme di gelide camerate dal pavimento in cotto, affacciate sul
    chiostro del monastero in rovina. Gli spagnoli e la tedesca parlano di
    chilometri e di cammini, io sono stesa nel sacco a pelo nel letto basso
    contro la finestra, cerco di leggere il libercolo, mi fanno male i
    piedi. C'è il freddo dei locali poco abitati, dei muri nudi.

    Ricapitolando, oggi mi sono fatta almeno 17 km sino a Grado, passando
    per Santullano, poi altri 12 da Grado a qui, in tutto circa 29 km, non
    molti ma tutti con quelle salite pazzesche.

    Dopo aver pagato per la notte ad un tizio grasso che sembrava più il
    gestore di un motel americano che non un hospitalero, e che continuava
    ad insistere sulla convenienza del prezzo (che conveniente non è
    affatto, dato che dieci euro non sono certo un donativo), sono andata
    sul piazzale ed ho fotografato il monastero in rovina, le erbacce che
    spuntavano dalle pietre. Una famiglia faceva uno spuntino nell'aiuola di
    fronte alla facciata diroccata, io li osservavo e mi sentivo felice,
    felice di essere qui, di fotografare e di fare queste cose.

    Intanto nel dormitorio sono arrivati due francesi e già iniziano a fare
    casino, biondi, atletici, accessoriati, bellocci, e forse non sono
    francesi: parlano in modo davvero strano.

    Ho visitato anche la chiesa del monastero, il solo edificio non
    diroccato dell'intero complesso, l'ingresso reso suggestivo dal tetto
    basso ' un po' come a San Juan de Ortega - ma non molto di più. C'era la
    Messa ma io non me la sentivo di fermarmi. Così ho guardato affluire
    famiglie indominicate ' direbbe Guccini ' col piglio serio e antico
    degli spagnoli alla Messa, poi sono uscita e mi sono diretta in paese.

    *

    Evaporata l'iniziale impressione di trovarmi una Sibari gastronomica,
    una verifica approfondita mi ha confermato che nessuno dei ristoranti di
    Cornellana meritava una sosta o il mio denaro ' e comunque tutti
    aprivano la cucina troppo tardi - così ho bevuto una /acquarius/ seduta
    fuori del medesimo bar del mio arrivo e sono venuta a farmi un panino
    nel locale lungo la via suggeritomi dalla tedesca, che si chiama Eva.

    Un salone quadrato, linoleum ed atmosfera scialba da /diner/ americano,
    però il prosciutto è buonissimo e il pane fresco. Mangio, occhieggio la
    televisione che sovrasta gli avventori, scrivo.

    Anche la pasticceria in fondo alla via non ha mantenuto le promesse
    della prima impressione, così mi sono accontentata di un dolcino qui al
    bar, una specialità locale, almeno nelle intenzioni, di fatto niente di
    speciale: un rotolo fritto ripieno di noci. E così finisce la giornata. Boh.

    *

    14 luglio Cornellana ' Tineo

    *

    Nove e mezza del mattino. Sono a Salas, dopo una galoppata con lo
    spagnolo di Saragozza, Miguel Angel, bassotto, occhialuto, pelato,
    peloso ed entusiasta, che ieri sera mi ha proposto di fare la strada
    assieme. E la sventurata rispose.

    Così stamattina, nella luce pallida e incerta dell'alba siamo saliti in
    cerchi concentrici sovrastando rapidamente Cornellana avvolta nella
    foschia mattutina Abbiamo risalito il fianco della collina, sotto di noi
    vedevamo le ultime case solitarie nella luce che si faceva di rame,
    quindi ci siamo addentrati in un bosco, continuando a salire lentamente,
    l'aria intrisa del profumo di legna, di castagne, di pino, La valle era
    stretta e selvaggia, magnifica: giù in basso serpeggiava il rio Nonaya,
    sommerso da un intrico verde, attorno a noi, sotto di noi, sopra, niente
    altro che vegetazione.

    Dopo circa un'ora, lo strappo finale, abbiamo scollinato e siamo
    ritornati sulla strada dove, abbiamo arrancato per un camminamento sul
    ciglio della nazionale, sprofondati fino alla caviglia nell'erba
    tagliata. Poi dentro e fuori dai boschetti, fino ad una cava di silice,
    un vasto spiazzo nudo e spelacchiato, da cui si dipartiva un sentiero
    che sbucava in un'altra valle, ampia e coltivata, disseminata di piccoli
    agglomerati, fra montagne dalle cime azzurre, senza apparenti vie
    d'uscita come una segreta valle tibetana.

    Lamas, Casazzorrina, Mallecin: agglomerati di cascine, horreos e
    appezzamenti, le curve del mais a fianco dei prati a maggese, frutteti
    ordinati alternati a boschetti e terra nuda, ruscelli e ponticelli di legno.

    Mezz'ora ed un'altra salita dopo, eccoci a Salas. Non sono neanche le
    dieci e già abbiamo percorso 10 km. Se penso che avevo intenzione di
    affrontare tutto questo ieri, alle cinque del pomeriggio, stanca
    com'ero, ringrazio il cielo della mia pavida arrendevolezza.

    Anche ora mi sento innaturalmente affaticata, benché sia ancora presto.
    Così mi sono imposta allo spagnolo, mi sono diretta in questo bar '
    boiserie moderna, caldo, accogliente - ed ho preso un caffèlatte e un
    croissant enorme ' fresco, morbido, lucido di glassa - mentre il mio
    compagno, che non comprende l'assurdo capriccio di bere un caffè dopo
    dieci km di montagna a stomaco semivuoto, aspetta pazientemente in
    piazza, sbocconcellando il panino che si è preparato ieri sera.

    Salas è poco più della piazza centrale col marciapiede a ciottoli, una
    bella chiesa ed un arco medievale. Abbiamo timbrato la credenziale
    presso l'ufficio di polizia, accanto alla chiesa, gli agenti sono stati
    gentili e disponibili, ma la polizia spagnola mi mette i brividi. Non
    posso fare a meno di pensare ai fiumi di sangue alti fino alle caviglie
    di settant'anni fa, ai /paseos/, alle fucilazioni.

    forse ciò che mi mette i brividi è ciò che potrebbero fare ' non loro,
    tutti i poliziotti del mondo - alla mia fragile sicurezza di brava
    turista e cittadina esemplare.

    Proprio accanto all'arco medievale sorge un edificio di pietra
    trasformato in albergo, davanti stazionavano alcuni pellegrini bassi e
    barbuti, sembravano i sette nani. Avrei anche voluto vedere il
    famigerato albergue di Salas, a detta di tutti fetido, angusto,
    fatiscente, ma mi è sfuggito.

    *

    Sei e mezza di sera, albergue di Tineo: accogliente, tranquillo, alto
    sopra la fuga delle colline. E' difficile descrivere il tragitto di
    oggi, mi viene solo da dire, meraviglioso.

    La strada che usciva da Salas si proiettava in avanti diritta come una
    molla, salendo piacevolmente fra le ultime case per poi immergersi fra
    gli alberi senza mai accennare una curva. Abbiamo proseguito per un
    pezzo, immersi in un bosco, fitto, bellissimo, una salita dolce e per
    niente faticosa, o forse la colazione mi aveva rinfrancato. Poi il
    pendio si è impennato, da lontano vedevamo spuntare i piloni giganteschi
    del cantiere dell'autostrada, alla fine, abbiamo faticosamente raggiunto
    la sommità ed il cantiere. Ho fotografato un operaio, un ragazzo dagli
    splendidi occhi e dai lunghi capelli che all'ultimo momento mi ha però
    dato le spalle. Peccato, non mi resta neppure il ricordo.

    Per un po' abbiamo costeggiato il cantiere, contemplando dalla carretera
    la valle sottostante, l'intrico del bosco e le curve del fiume, quindi
    il cammino ha imboccato un sentiero fra gli alberi che tagliava i
    tornanti quasi in verticale, salendo fino all'Alto de Porciles, un pugno
    di case in rovina.

    Saltabeccando dalla campagna al bosco, abbiamo raggiunto Bodenaya, un
    pugno asimmetrico di casette e viuzze sterrate, dove però sorge un
    piccolo albergue nuovo di zecca. L'hospitalero, Alex, è stato
    felicissimo di offrirci il sello, un bicchierone d'acqua e la storia
    della sua avventura: faceva il taxista quando ha deciso di lasciar
    perdere tutto, ha comprato questa casa coi ricavi della vendita del taxi
    e della licenza e l'ha adibita ad albergue. Ci ha mostrato le camerate,
    i locali in stile tirolese che profumano ancora di legno e vernice, i
    ripiani traboccanti di riviste, libri, bandiere.

    Lasciato il paese, siamo tornati sul sentiero: il paesaggio era cambiato
    del tutto, un susseguirsi ondulato di belle colline coltivate, attorno a
    noi non più boschi, bensì pascoli e fattorie a perdita d'occhio. Dopo La
    Espina la strada si è inerpicata a mezzacosta, in un continuo saliscendi
    di sterrati fra fitti boschi e gallerie alberate aperte sul fianco verso
    la vallata disseminata di alberelli e appezzamenti, dalle tonalità
    sempre diverse come in un plastico.

    Gli ultimi dieci chilometri sono stati duri, ero di nuovo stanca e come
    al solito aveva preso a farmi male la gamba. Ma il paesaggio era
    talmente bello da far dimenticare fatica e dolori (151 ' Verso Pedregal,
    sierra de Tineo): i paesini, e gli horreos e le casette e gli orti e poi
    ancora le mucche, e passare rasente i campi bordati di cespugli
    profumati, e ogni bosco aveva alberi e profumi differenti, e i bordi del
    sentiero, interminabili grovigli di fiori e rami e pietre coperte di
    muschio verdissimo.

  7. #7
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    Ora, stesa qui, nella penombra di questo stanzone affollato di letti a
    castello, è già difficile ricordare un tratto dopo l'altro. La galleria
    oltre Pedregal, dove le scarpe affondavano nel fango fino alla caviglia,
    le pietre collocate ad agevolare il guado e che invece cedevano non
    appena ci si bilanciava sopra, e le mucche e i lavori titanici
    dell'autostrada, piloni enormi, tanto grandi che gli uomini sembravano
    piccoli come termiti affaccendate attorno ad un albero gigantesco Ed
    all'alba il capriolo sbucato all'improvviso da un cespuglio per passarci
    davanti e sparire nel folto del bosco.

    Con un ultimo sforzo abbiamo raggiunto Tineo dall'alto. Poco prima di
    iniziare la discesa verso il paese abbiamo superato una radura nel mezzo
    di una grande pineta, dove un casotto di legno vendeva coca cola e
    grandi panche all'ombra degli abeti invitavano alla sosta; ma il mio
    compagno voleva arrivare ' ottime ragioni, buon senso ' ed io ho
    lasciato perdere, odiando più la mia arrendevolezza della sua ottusa
    assertività.

    Del resto, quando ieri sera mi ha proposto di camminare con lui, ho
    accettato. Stupida, mille volte stupida.

    Ho accettato sconsideratamente la bicicletta, ed ora pedalo. E pedalo
    davvero perché questo ' per bassotto e tombolotto che sia - è una forza
    della natura, non si ferma mai, e ne fa un vanto, né cessa mai di
    enunciare gli stessi concetti, ripetendoli per ore come un disco rotto,
    col medesimo candido, incrollabile compiacimento. Io odio la gente che
    parla troppo, e soprattutto odio la gente che si ripete, che sviscera le
    peggiori banalità solo per dondolarsi al suono della propria voce,
    crogiolandosi come un bradipo sulla liana della propria piccolezza.

    Però non è una cattiva persona ed è gentile, e soprattutto va come un
    treno, impedendomi di perdere tempo, smarrirmi o impigrirmi. Eppure così
    facendo mi altera i ritmi, sottraendomi le sciocchezze che amo fare:
    scrivere, leggere mille volte la mappa, sostare ad un bar per capriccio,
    levare le scarpe ogni due ore, fotografare tutto quanto attira la mia
    attenzione.

    Dalla pineta il sentiero si srotolava in tortuosi tornanti fino alle
    spalle del rifugio. Una bella costruzione moderna, grandi camerate, un
    atrio luminoso, ampi bagni ed una bella terrazza da cui si gode un
    panorama grandioso sulla vallata.

    *

    Adesso sono di nuovo sulla branda, è ormai sera ed io scribacchio
    approfittando finché c'è luce, mi sono lavata e ho preparato tutto per
    domani. Il tizio accanto a me russa da fare schifo.

    Tineo sorge sopra un cornicione sul fianco della montagna; di fronte la
    vista si smarrisce fra file e file di verdi montagne. L'altopiano
    sottostante è differente dalle vallate percorse sinora, non alberi ma
    una gigantesca coperta di un cupo color smeraldo, da cui sbucano ispidi
    massi calcarei, un paesaggio abruzzese, mi ricorda il Gran Sasso.

    Dopo il bucato nell'esile filo d'acqua che scendeva in una vasca
    microscopica dietro la parete esterna dell'albergue, ho steso la
    biancheria ficcandola fra la biancheria altrui nell'angusto
    stendibiancheria sotto il sole bello caldo, e sono rimasta un po' a
    scrivere. Mi sono seduta su una panca di marmo, nel giardino all'ombra
    dei grandi pini, mescolandomi alla folla oziosa dei pellegrini che
    mangiavano, aprendo, spalmando, tagliando; spiegavano le mappe o
    semplicemente prendevano il sole.

    Accanto a me, un tedesco grande e grosso dettava qualcosa in un
    miniregistratore, sta curando l'aggiornamento di una guida tedesca di
    pellegrini, mi ha detto.

    Terminato di scrivere, non sono riuscita a stare ferma a lungo, così
    poco dopo sono ripartita per un giro in paese.

    Lungo la strada verso il centro spicca un bel murale, realizzato
    dall'"/Associazione/ /Donne di Tineo"/ a colorare il muro di
    contenimento che rafforza la parete della montagna.

    Nonostante goda di una posizione meravigliosa il centro di Tineo è
    vecchio, maltenuto e poco interessante. Le strade e le case si
    sovrappongono e si incrociano a livelli differenti, come in certi paesi
    dell'Abruzzo. Le vie corrono sfalsate lungo cornici parallele contro la
    montagna, isolati lunghi e sottili di case biancastre, simili forse a
    certi paesi della montagna meridionale.

    Ho trovato un internet cafè e, nell'attesa che aprisse, ho fraternizzato
    con una ragazzina che fremeva perché stava perdendo l'appuntamento coi
    suoi amici di chat. Vivere a Tineo, estate e inverno: non mi stupisce
    che la chat divenga il momento fondamentale della giornata. Poi il
    locale ha aperto e mi sono sbizzarrita un poco a scrivere e leggere la
    posta.

    Uscita di lì, ho ripreso a vagare ed ho incontrato Eva: insieme abbiamo
    ispezionato l'unico ristorante della zona, che sorge all'altra estremità
    del paese rispetto all'albergue. Siamo entrate nel locale deserto, le
    cucine facevano orrore, persino un ristoratore cinese si sarebbe
    scandalizzato, era troppo fetido persino per i miei standard
    estremamente lassi. Siamo fuggite, uscendo dalla porta appena in tempo
    per evitare il padrone che stava risalendo dalla cantina, sembravamo le
    protagoniste di un'opera di Feydeau.

    Così abbiamo ripiegato sul ristorante dell'albergo poco distante dal
    rifugio e, mentre aspettavamo un'inaffidabile amica estremena di Eva,
    che non si sapeva a che ora sarebbe arrivata, abbiamo chiacchierato con
    la banda di vecchietti intravisti stamattina a Salas: sono belgi e
    sembrano i puffi versione gay, ma hanno ritrovato la bandana lungo il
    sentiero e me l'hanno restituita, con mia immensa gioia e meritandosi un
    bacio ed un abbraccio.

    Eva mi ha raccontato le sue traversie: due giorni prima di partire il
    marito spagnolo ha dovuto rimanere a casa per prendersi cura del padre
    con l'ictus e lei ha deciso di intraprendere ugualmente il cammino che
    avevano progettato insieme. Non si è trattato di una scelta facile, ed
    un po' patisce la situazione, pur mascherandola dietro ad una scontata
    volitività teutonica. Finalmente è arrivata l'amica, Carmen, bionda e
    svagata. In quel momento hanno aperto il /comedor / e l'orda di
    pellegrini affamati è sciamata all'interno.

    Mi ero aspettata di più, dato che l'albergo era piuttosto elegante,
    invece il ristorante è la solita angusta catena di montaggio per
    pellegrini, col solito menu preconfezionato, lomo, lomo e ancora lomo,
    solo il riso e latte era proprio buono. Io comunque avevo già mangiato
    due yogurt ' comprati al supermercato accanto al tanatorio, cioè al
    negozio di pompe funebri - due paste ' in una panetteria deludente
    mentre aspettavo che aprisse il ciber cafè - e mezzo bastone di pane un
    po' stantio alle tre e mezza. A dire il vero ora mi sento un po' una
    schifezza.

    L'albergue è strapieno, però si sta meglio che a Oviedo, c'è più spazio,
    anche se ' esauriti i letti a castello - sono stati sparsi ovunque i
    materassi.

    Ci si comincia a conoscere, le voci corrono, sul piccolo Primitivo
    l'itinerario è uguale per tutti: domani ci si troverà a Pola de Allande.
    Nemmeno oggi ho riposato e sono già le dieci, meglio dormire, perché
    quella di domani sarà una tappa dura, anche se peggiore sarà quella di
    dopodomani, con il terribile Puerto del Palo, di cui il mio logorroico
    compagno non cessa di parlare con timore reverenziale.

    *

    15 luglio 2008 Tineo ' Pola de Allande (31,9 km)

    *

    Pola de Allande, allungata sul sacco a pelo, dopo la doccia e il bucato:
    il momento più bello della giornata.

    Anche stamattina la partenza è stata faticosa: appena usciti da Tineo
    abbiamo iniziato a salire, lo stomaco vuoto, come sempre. Al limitare
    del paese avevamo sì incontrato un piccolo laboratorio di panetteria, ma
    gli uomini in canotta e pantaloncini da me speranzosamente interpellati
    non avevano ancora sfornato nulla. In queste circostanze lo spagnolo mi
    osserva come se fossi un animale esotico e bizzarro. A lui bastano due
    biscotti appena alzato sei ed il panino al tonno delle undici per
    carburare cinque ore di marcia.

    Le nuvole erano basse nella foschia dell'alba, ma arrampicarsi digiuni
    alle sette del mattino non è uno stato che favorisce il godimento
    estetico,mi rimane solo il ricordo dei sassi e della fatica, tutto
    sembra uguale e frustrante, la testa bassa, i piedi che inciampano.

    Siamo saliti e saliti, e saliti, ma solo quando siamo sbucati sull'alto
    de Pietrafita e le nuvole si sono diradate il paesaggio si è aperto sui
    pascoli d'alta quota, e bellissima e inattesa è giunta la consapevolezza
    dell'altezza raggiunta.

    La nebbia indugiava fra l'erba ispida, fiori rossi umidi di rugiada
    spuntavano sul bordo della strada, l'aria era sottile, non c'erano
    alberi, solo mucche e recinzioni fra i prati. Lontano, tanto più in
    basso, i tetti dei paesi sembravano incastonati nel grembo della
    vallata. Per un po' abbiamo camminato in quota, dolci saliscendi lungo
    un tratturo sassoso, scavato negli argini fra un pascolo e l'altro.
    Infine, a Piedratecha, varcato l'incrocio con la carretera, il sentiero
    è precipitato a capofitto in una foresta folta e oscura di pini
    secolari, dipanandosi interminabile nella serpentina di una polverosa
    calzada, così antica da conservare i solchi tracciati dalle ruote dei
    carri. Nonostante la suggestione, l'ambiente era lugubre, sembrava di
    trovarsi nella tetra Germania cinquecentesca dei libri di Altieri. E
    poi, deprime sempre trovarsi a scendere dopo aver tanto salito.

    Nel fitto del bosco abbiamo deviato alla volta di Obona, sbucando nella
    grande radura dove sorge il monastero di Santa Maria la Real, devastato
    dall'incuria. Il magniloquente pannello illustrativo sembrava ignorare
    la porta sbarrata della chiesa, il campanile invaso dall'erba, la
    crocetta che penzolava storta sopra il tetto cadente. Solo un paio di
    costruzioni adiacenti la chiesa erano state restaurate, il resto del
    complesso era in rovina, come se, dopo pochi giorni di lavori, fossero
    improvvisamente terminati i soldi.

    Abbiamo attraversato sale su sale, pareti invase dall'edera e pavimenti
    sepolti dai calcinacci, mentre il bosco sembra avvicinarsi di soppiatto:
    già la vegetazione avvolge le mura, fra poco divorerà l'intero
    monastero. Lontano, sul dorso della collina si sgranavano le case del
    paese di Obona.

    Una pausa, un'occhiata alla stele illustrativa, un morso al pane
    avanzato ieri, qualche foto, quindi siamo rientrati nel bosco, dove il
    sentiero ha ripreso a salire fino al termine degli alberi e ancora fino
    a Campiello, un crocevia più che un vero paese, dove però, uno di fronte
    all'altro, si incontrano i primi bar dopo Pola de Allande.

  8. #8
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    Dei due, il più celebre è Casa Herminia, un recesso, pieno dei soliti
    panini sudati, birra, bibite e polverosi formaggi, gestito dalla signora
    Herminia, sorridente matrona che si atteggia a dama dei pellegrini,
    consapevole emula della defunta Felicia di Logroño, molto gentile e
    ospitale, ma altrettanto abile ad applicare prezzi da capogiro.

    Erano le undici. Ci siamo fermati pochi minuti ad un tavolino sotto un
    ombrellone fuori del bar, Miguel Angel ha pranzato con una birra ed un
    panino, dato che il (suo) programma non prevedeva altre soste fino
    all'arrivo a Pola.

    Io ho preso solo un caffè. Herminia mi ha scritto una dedica molto
    carina sulla credencial, ma soprattutto mi ha dato un resto di venti
    euro ad una banconota da cinque. Ero tentata di dirle qualcosa, ma un
    dono del cammino è un dono del cammino e poi, quando mi sono resa conto
    dei prezzi che praticava ai pellegrini, non mi sono nemmeno sentita in
    colpa.

    Più tardi, rifacendo l'inventario delle mie magre sostanze, ho
    realizzato di essermi sbagliata, e l'illusorio dono del cammino è
    sfumato: il resto era sì di cinque euro ma anche la banconota che le
    avevo dato era stata da cinque euro. Se era stata una prova, non l'ho
    superata. L'ho scontata amaramente però, perché i prezzi astronomici di
    Casa Herminia hanno costituito fino a sera l'unico avvincente argomento
    di riflessione di Miguel Angel.

    Appena ci siamo incamminati, un pellegrino che come noi aveva sostato da
    Herminia, Juan Carlos, un barbuto di Albacete, mi ha fatto un
    benintenzionato pippone perché tenevo lo zainetto fra le mani invece di
    metterlo dentro lo zaino e non allaccio questo in vita. Mi ha costretto
    a mettere tutta la roba nello zaino ed io, codarda come sempre, l'ho
    lasciato fare, per non offenderlo, ma appena fuori vista ho ripreso lo
    zainetto e mi sono rimessa com'ero prima.

    Da Campiello abbiamo proseguito in un vasto pianoro, ridente e luminoso
    per belle strade ondulate in falsopiano, attorniate da pascoli.
    Chiacchieravamo fra colline verdi ed ingannevolmente basse, la strada
    serpeggiava dolcemente e il tempo passava quasi senza fatica.

    Dopo cinque km circa abbiamo superato Borres ed il suo albergue per poi
    imboccare uno sterrato all'ombra di castagni grandi e folti in lieve
    saliscendi fra le colline, incassato negli gli argini di sasso sopra i
    pascoli, ora dolce ora ripido, ora appena curvo, ora sinuoso; un cammino
    meraviglioso con questo tempo secco e soleggiato ma che ad ogni pioggia
    deve trasformarsi in una palude, infatti, nelle zone più ombreggiate,
    dove il fango ancora non si era seccato, la crosta era fragile, pronta a
    spezzarsi.

    Alla Mortera abbiamo oltrepassato il bivio da cui si diparte la strada
    panoramica e sassosa della variante alta, detta "/dei monasteri/".
    Rispetto alla "/nostra/" strada di Pola, la variante dei monasteri è più
    dura ed è deserta: la tappa deve essere spezzata in due e vi è solo la
    possibilità di dormire in un albergue incustodito senza servizi. Chi la
    sceglie però ha il vantaggio di rimanere in quota fino al Puerto del
    Palo, mentre noi oggi siamo scesi a Pola de Allande sulle rive del
    fiume, e domani dovremo nuovamente inerpicarci.

    Poco dopo il bivio, abbiamo raggiunto la carretera e l'abbiamo seguita
    fino all'Alto de Porciles, un'ermita dedicata a San Rocco e poche case
    rovinate sulla curva, un bar dimesso con pochi uomini anziani seduti
    fuori, poi ancora una discesa e l'ultima dura salita.

    Mezz'ora dopo eravamo all'alto de Lavadoira, 815 metri che pesavano come
    quattromila. Ma il panorama era strepitoso, la valle appariva di un
    verde smeraldo mosso dal bruno degli appezzamenti non coltivati e dal
    verde più scuro delle querce e dei castagni. Lì abbiamo lasciato la
    carretera, imboccando una discesa spezzagambe fra i pini, fino a Pola de
    Al lande.

    *

    Il rifugio è all'inizio del paese, e per entrare abbiamo dovuto salire
    una scalinata di cemento lunga e ripida che ha dato il colpo di grazia
    alle mie gambe provate.

    E' una costruzione alta, forse una scuola, grande e ospitale, i bagni
    sono spaziosi e puliti, per il momento ci sono solo due ragazze che
    parlano strano, forse iugoslave e si asciugano i capelli. Più avanti,
    circa due chilometri oltre il paese c'è un altro rifugio: Miguel Angel,
    dopo aver lanciato l'idea di fermarsi lì, ribadendola a lungo e con
    vigore, come fa con qualsiasi argomento di suo interesse, ha lasciato
    perdere senza alcun motivo apparente.

    Dal canto mio, se pure mi attirava l'idea del rifugio solitario fra le
    montagne, ero contenta di restare in paese, quanto meno perché qui ci
    saranno sicuramente bar e ristoranti.

    Ora però spero solo di dormire: sono solo le quattro, siamo partiti alle
    sette ed arrivati alle tre e mezza, con la sola sosta da Herminia: una
    bella camminata che ormai si sta già sciogliendo in un insieme
    indistinto, come colla di pesce che si fonde nell'acqua.

    Intanto, alla spicciolata arrivano i pellegrini: Tomas il madrileno
    alto, amico di Eva, che abbiamo incontrato più volte, perché seppure va
    come un treno, si ferma spesso, Juan Carlos il barbuto di Albacete, i
    due fighi slovacchi che ieri a Tineo hanno mangiato davanti a me pane
    spalmato di ketchup, due ceche e altra gente, la sala è grande e si
    riempirà, e sarà tutta gente che russa.

    Mi gira la testa, da stamattina ho mangiato solo un po' di pane, due
    yogurt e una maddalena, bevendo quasi niente, ho un sonno pazzesco
    nonostante la luce. Ora cercherò di dormire, poi guarderò le foto, o
    penserò al cibo.

    Il cammino, i boschi, le strade, la campagna, le vedute, sono già tanto
    vaghi. Più vivide sono le strade che ancora dobbiamo fare, la terribile
    salita domani mattina di al Puerto del Palo ' la cui fama sinistra
    equivale quella del Cebreiro sul francese, ma che è certo meno
    addomesticato - e la ancora peggiore discesa da la Mesa a Grandas del
    Salime il giorno dopo, e si pensa agli albergues che ci saranno, ed ai
    posti ed all'alzarsi presto. In che strane logiche ci si perde, a
    pensarci bene. Comunque questo Primitivo è davvero vario. Le foto non
    rendono, i toni del verde paiono sempre i medesimi. E' difficile
    spiegare come possa, un susseguirsi di boschi e pascoli mostrare ad ogni
    passo qualcosa di nuovo e speciale, ancor più difficile capire perché
    ogni albero appaia particolare, perché ogni tratto mostri una bellezza
    sempre differente.

    Le parole non esprimono a sufficienza la diversa consistenza degli
    spazi, le differenti armonie dei pascoli o delle case, la dolce curva di
    ogni vallata. I colori di ogni boschetto, la densità delle macchie e
    delle radure (189 ' verso l'alto de Lavadoira).

    E persino ora, che ho ancora gli occhi pieni dei colori, e la mente
    intrisa dei profumi, già mi trovo a fare solamente dell'arcadia,
    incapace già di descrivere ciò che pure aleggia ancora nella mia memoria.

    *

    Sono ormai le 22.44 è notte fonda, tutti più o meno dormono, io ho
    vagato un po' per le strade di Pola, serpeggiante e costretta fra la
    statale ed il fiume, ultima tappa prima della salita al terribile Puerto
    del Palo.

    Tanti fiori si affacciavano dalle cancellate o sporgevano dai balconi, e
    le facciate bizzarre delle "/casas da indias/", costruite sulla piazza o
    sul fiume, dagli emigranti arricchiti tornati dall'argentina in uno
    stile strano ' "/americano/" mi si dice - grandi persiane, tante
    finestre e un profluvio di infissi. Alle spalle della piazza principale
    una figura maschile (un po' troppo) stilizzata ricorda le migliaia di
    emigranti che lasciarono questa terra, dall'apparenza dolce ma gelida e
    sterile.

    Anche oggi, del resto, alle casette ben tenute delle fertili vallette
    coltivate, si alternano ruderi ed horreos fatiscenti, persi fra i
    pascoli sul limitare di boschi tanto belli quanto avari.

    Però lo scultore poteva applicarsi un pochino di più, non so, istillare
    un po' più di pathos nella statua. Ricordo un monumento agli emigranti
    galleghi, non so se l'ho visto a La Coruna o a Santiago, faceva venire
    le lacrime agli occhi. Questo sembra il monumento alla hitlerjugend.
    Poi, sono stata rapita da una coppia di Oviedo, marito e moglie ' lui,
    proprio un bel tipo - che mi hanno portato a bere il sidro in un
    grazioso barettino all'estremità inferiore del paese, nei pressi del
    fiume; più tardi ho incontrato Eva e Carmen e dopo una nuova sosta,
    insieme a loro ed ai due asturiani, birra e ancora sidro, in un locale
    col pavimento di assi consumate, dove la barista se l'è presa con noi
    per aver versato il sidro per terra. Terminata l'ultima libagione, io,
    Eva e Carmen abbiamo salutato i due asturiani, già belli storti, e siamo
    andate a cena nel più rinomato ristorante di Pola, con due giovanissime
    sorelle di Barcellona. Il cameriere, fin troppo amichevole, quasi
    beffardo, ci ha fatto accomodare in una grande sala liberty, molto in
    stile stazione termale dell'ottocento, piccole finestre piombate che si
    affacciavano sul fiume.

    Ho mangiato bene ma non ciò che avrei scelto dalla carta, schiava dei
    menu del pellegrino, di cui a volte vorrei poter fare a meno, ma eravamo
    cinque ragazze e il cameriere dava per scontato che ordinassimo seguendo
    il menu del pellegrino. Mentre vagavamo nei dintorni del ristorante in
    attesa dell'ora di cena, abbiamo incontrato i fiamminghi: loro si
    fermeranno a Pola per riposare un paio di giorni, così ci siamo
    salutati, non ci ritroveremo più.

    Ed ora sono a letto, dopo essermi lavata nel silenzio pieno di echi dei
    grandi bagni dell'albergue, tutti già dormono, sopra di noi incombe la
    salita dell'Alto del Palo. Sarà una tappa breve, la Mesa dista appena 20
    km o poco più, ma non ci sono alternative ' il paese successivo, Grandas
    de Salime è troppo lontano - e la fatica si compenserà con la durata,
    come spesso capita qui sul Primitivo.

    La roba che ho lavato al mio arrivo, nonostante il sole, è ancora umida,
    così l'ho messa su un calorifero in una stanza vuota, assieme ad altra
    biancheria, ' sperando che non bruci, come mi è capitato l'inverno
    scorso in Galizia, quando ho arrostito e sciolto il pile rosso sulla
    stufa elettrica.

    Meglio stendersi e cercare di addormentarsi, approfittando del fatto che
    per il momento nessuno sembra russare troppo.

    *

  9. #9
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    16 luglio 2008 Pola de Allande ' La Mesa (km 20,5)

    *

    La Mesa, poche case sparse in una conca fra le montagne, mi sento
    circondata dal nulla, solo pascoli, pale eoliche, castagni e sole. Sono
    stesa sulla branda superiore del letto a castello, il materasso è
    molliccio ed umido ma vedo l'intera volta celeste attraverso una
    finestrella.

    E' una giornata meravigliosa, nel piccolo albergue ' appena otto letti
    'al momento ci siamo solo io, Miguel Angel, Eva e i due slovacchi.
    Meglio approfittare della temporanea quiete per riposare prima che
    arrivino gli altri.

    La salita da Pola de Allande al Puerto del Palo è stata dura ma non
    massacrante come temevo, eppure non mi ha entusiasmato, soprattutto se
    paragonata a ciò che ho visto nei giorni scorsi.

    Usciti verso le sei e mezza dal paese ' neanche un bar aperto, tanto per
    cambiare ' abbiamo risalito la valle lungo la carretera. Dopo circa
    mezz'ora di cammino abbiamo superato il rifugio di Penaseita, una casina
    appesa fra la strada e lo strapiombo, accanto c'era un bar ed il suo
    piccolo pergolato affacciato sulla gola, che mi è rimasto nel cuore.

    Dopo Penaseita, avremmo dovuto individuare l'imbocco del cammino, invece
    siamo rimasti sulla carretera, salendo, tornante dopo tornante, per otto
    interminabili km.

    Man mano che avanzavamo le nubi si facevano più basse, sopra di noi
    incombevano le rocce nere, solcate dalla strada, netta come un taglio di
    cui non vedevamo la fine.

    La valle ai nostri piedi si restringeva scomparendo fra le nubi, il
    fiume era poco più di un rigagnolo. Dopo due ore di cammino, superata
    una curva abbiamo incontrato una fonte bordeggiata di erica e,
    finalmente, la deviazione per il sentiero. E' iniziata così l'ultima
    arrampicata, sassosa, ripida, faticosissima, fino al Puerto del Palo, un
    altopiano piatto e nudo, avvolto dalle nuvole e spazzato da venti di una
    violenza quasi insostenibile.

    Il Puerto si trova a soli 1.100 metri di altezza, ma è come se tutta la
    pressione di un continente vi si schiantasse contro. Non ha nulla da
    invidiare alle distese della Patagonia flagellate dalle tempeste
    invernali. Lungo la strada i pali segnaneve di un giallo squillante si
    intravedono a malapena nella caligine delle nuvole basse e turbinose.

    Poco più avanti, nel mezzo del passo, sorge una casamatta in cemento,
    per proteggere gli incauti pellegrini dalla furia degli elementi. E se
    oggi era una giornata calda e soleggiata di pieno luglio, non oso
    pensare a come sia il Puerto in inverno, a gennaio. Persino fermarsi per
    una foto era difficoltoso, il vento era tanto forte che si stentava a
    rimanere fermi e ritti.

    Per fortuna la carretera si è rapidamente inabissata oltre il Puerto,
    scivolando per tornanti ripidi e serrati che assecondavano la nostra
    fretta di abbandonare quel posto spaventoso.

    Al di là del crinale le nubi sono svanite, rivelando un paesaggio lunare
    ma quieto e sereno. Rocce calcaree, il cui livido biancore era spezzato
    qua e là da ciuffi di boscaglia ricciuta.

    Alle nostre spalle le nubi ribollivano, rotolavano, schiacciate e
    trascinate via dai venti spaventosi che frustano instancabilmente il
    Puerto. Uno spettacolo dantesco, incredibile, sembrava una battaglia
    celeste, come quando gli dei litigano sull'Olimpo. Ma quelle stesse
    correnti impedivano alla muraglia di nubi di dilagare al di qua del
    passo, ed il cielo sopra di noi è rimasto uno zaffiro purissimo.

    *

    La strada è scesa, ripida come un toboga, fino a Montefurado, un
    agglomerato di ovili, legnaie e case diroccate alto sull'ennesima
    cresta. Qualche albero contorto e schiacciato accanto alle case, muretti
    di sassi a proteggere gli orti dalle tempeste, le rovine di un antico
    hospital.

    Ci siamo stesi nel praticello di una microscopica ermita per riprendere
    fiato, io ero morta per la fatica. Ho scattato qualche foto, nel
    tentativo di prolungare la sosta, e nel frattempo ci ha raggiunti Tomas
    il madrileno, che ci ha chiarito in che punto avevamo mancato il primo
    imbocco al sentiero.

    Mentre ci preparavamo a ripartire, un'enorme massa pelosa ci si è
    scaraventata addosso, una specie di San Bernardo imbastardito che, alle
    nostre carezze si rotolava sulla schiena come un gigantesco cucciolo.
    Era il cane del pastore che abitava una delle case del villaggio,
    l'unico abitante rimasto a Montefurado.

    Siamo ripartiti insieme ma Tomas, che fuma come un turco ma è una
    scheggia, ci ha distanziati immediatamente. Rimasti soli, abbiamo
    ripreso la salita lungo una stretta pista montana tagliata in costa fra
    i cespugli di erica. Camminavamo sospesi sopra un mare di cime verdi e
    azzurrine, simili a quelle che si intravedono dal Cebreiro, il mondo
    intero ai nostri piedi. Miguel Angel, teragono alle emozioni estetiche
    quanto il cane del pastore, ha iniziato a sviscerare ' per ore! - con
    zelo degno di miglior causa, i mille affascinanti aspetti della
    redditività per il pastore di un servizio di ristorazione /in situ /per
    i pellegrini sfiniti dall'ascesa al Puerto.

    Io ascolto, mugugno ogni tanto frasi smozzicate di assenso e penso ai
    fatti miei. Quanto rimpiango Lulu, il suo inesauribile bagaglio di
    aneddoti, e quella sua capacità di raccontare cose sempre diverse e
    sempre interessanti.

    Intanto, la strada si è inoltrata in un bosco, al termine del quale
    siamo sbucati alle spalle della chiesa di Lago, schiacciata fra i castagni.

    Lago non era granché ' non c'era nessun lago e nell'aria aleggiava uno
    sgradevole odore di fiori marci ' ma, una volta risaliti sulla
    carretera, abbiamo trovato il bar di Serafìn ' l'unico per chilometri
    chiosavano le pagine di Mundicamino ' nel cui cortile Tomas mangiava un
    enorme panino imbottito con pezzi altrettanto enormi di chorizo.

    Io l'ho subito imitato, accompagnando il panino con un caffè e molti
    litri di acqua attinti al minuscolo lavandino del bagno, nel frattempo
    ci ha raggiunti anche Eva. Abbiamo chiacchierato un po', riposando ai
    tavolini nell'ombra fresca del pergolato, ci siamo scattati una foto
    ricordo, e siamo ripartiti. Erano circa le undici e mezza.

    Dopo esserci rifocillati tutto è andato molto meglio, la strada, una
    bella e larga pista sterrata, è entrata in un bosco di pini alti e
    sottili, e i 4 km da Lago a Berducedo sono volati.

    All'una eravamo quindi a Berducedo, ultimo nucleo abitato prima de La
    Mesa, una via principale ed un pugno di case nel grembo di una vallata
    fertile e ben coltivata.

    Nel frattempo avevamo ripreso Eva e con lei abbiamo fatto la spesa ad
    uno spaccio miserando lungo la strada, io ho comprato pane, formaggio e
    due pesche.

    Il rifugio di Berducedo era piuttosto squallido e l'abbiamo oltrepassato
    senza rimpianti. Qualche rimpianto in più mi ha suscitato invece il
    ristorantino dall'insegna rossa lungo la strada principale, ma correva
    voce che alla Mesa ci fosse un agriturismo, un /casa rural,/ che faceva
    anche da ristorante...

    Abbiamo lasciato il paese risalendo per uno sterrato che conduceva fuori
    della vallata.

    Miguel Angel ha scambiato qualche battuta col padrone di un lupo
    apparentemente feroce che intendeva sbranarci, se non fosse stato per la
    catena che lo assicurava saldamente ad una ringhiera, quindi abbiamo
    proseguito attraverso un'altra pineta in lieve salita costeggiando il
    fianco della montagna.

    All'una e mezza ci si è finalmente aperta davanti la valle della Mesa,
    un'ampia conca verdeggiante, con poche case in pietra grigia sparse fra
    l'erba, una chiesa quasi nascosta sotto i lunghi spioventi del tetto,
    come certi conigli si nascondono sotto le proprie orecchie. Attorno alle
    case si stendevano piccoli appezzamenti divisi da muretti a secco o
    bassi steccati di legno, a loro volta circondati da pascoli e boschetti
    di querce dalle foglie argentate.

    *

    L'albergue è l'unica costruzione nuova del paese, e la più fatiscente.
    Non c'è un hospitalero, e la vicina che custodisce la chiave non deve
    occuparsi troppo della pulizia. L'interno è umido e sporco: basti dire
    che io, Eva e Carmen ' sopraggiunta mentre pisolavo - abbiamo spazzato
    da terra non so più quante palette colme di mosche morte.

    Gli otto cigolanti letti a castello sono ammucchiati in un'angusta sala
    quadrata dal tetto basso, il bagno è appena decente, ed il tutto è
    completato da un cucinino microscopico con due soli fornelli.

    Appena arrivata mi sono addormentata sul materasso umidiccio, crollando
    come un ceppo al suono dalle voci dei miei amici, noncurante del rumore
    del caldo. E bello più di tutto è stato, dopo il sonnellino, vagare
    per la vallata, contemplare le pareti sovrastate dai giganteschi mulini
    a vento, perdersi lungo la stradina serpeggiante, fra boschetti e
    pascoli, assaporando la meraviglia di una valle tutta per me, la
    solitudine assoluta interrotta appena da qualche mucca.

    *

    Al mio ritorno, Eva e Miguel Angel mi hanno subissato di domande,
    dov'ero stata, mi ero persa, ero scomparsa, mi avevano cercato.... Uffa.

    Rientrata nei ranghi, abbiamo fatto il bucato fuori dell'albergue,
    giocato con l'acqua, scattato foto, poi siamo rimasti a chiacchierare
    seduti sulle panche nel grande prato. Ad un certo punto ci siamo resi
    conto che la valle si stava animando: era sopraggiunto un corteo funebre
    ' il feretro seguito da auto lussuose, incongrue fra le modeste case
    sparse della Mesa ' la gente si è accalcata nel patio della chiesa, le
    donne ed i parenti stretti dentro a dolersi, gli uomini in abito scuro
    nel prato a fumare, a guardarci di sottecchi, incuriositi.

    Terminata la funzione, la processione è lentamente defluita verso il
    cimitero sul lato opposto della vallata, la valle si è svuotata, le
    Mercedes e le Cayenne nere sono ripartite.

    Quando gli ultimi parenti si sono allontanati, abbiamo visitato la
    chiesa: bello il tetto dallo spiovente larghissimo che protegge dalla
    neve e dal vento, bello il soffitto di travi sbianchite dal tempo, bello
    il muro in semplice intonaco, segno di un restauro recente ma attento.

    Abbiamo comprato uova e vino alla /casa rural/ accanto all'albergue,
    dato che per cenare non c'era posto.

    Il prezzo stratosferico che ci hanno fatto pagare ha dato la stura
    all'incontenibile, risentita reprimenda di Miguel Angel.

  10. #10
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    Ora, dopo cena, tento nuovamente di trovare tempo per me, qui sulla
    panca nel prato, ma la sera è fredda, è difficile rimanere fuori a
    scrivere. Alla fine, ci siamo fermati qui solo io, Eva, Carmen, Miguel
    Angel e i due slovacchi. Stranamente non sono arrivati né Tomas, che
    sarà andato avanti, né Juan Carlos, che sarà invece rimasto a Berducedo,
    né alcuno degli amici di Pola.

    Oggi era la festa della Madonna del Carmine, abbiamo festeggiato Carmen
    e organizzato una vera cena pellegrina, divertente ma anche nauseabonda:
    attorno al microscopico tavolino, il piatto forte è stato il riso con
    uovo fritto cucinato da Miguel Angel, che recitava la parte del beato
    fra le donne con la maldestra malizia degli scapoli invecchiati.

    Gli slovacchi stavano male e dalle brande hanno appena piluccato
    qualcosa. Il vino è corso, assorbito dal riso stracotto, dal pane in
    quantità, dai salumi e dalla frutta comprata a Berducedo.

    Terminato di mangiare, bere e rigovernare, sono uscita a guardar
    scendere la sera: le colline impallidiscono, l'aria risuona dei sonagli
    delle mucche che tornano nella stalla. Sono le dieci ma è chiarissimo.

    Le gambe non mi danno soverchio fastidio. Da due giorni Miguel Angel
    mena il torrone su quanto sarà spaventosamente dura la discesa di domani
    verso Grandas de Salime, ma io non so farmene un'idea, so solo che
    dovremo affrontare un dislivello di quasi mille metri tutti in discesa,
    senza neppure un tratto di pianura. Così non sono in grado di dire se
    arriverò a Fonsagrada o mi fermerò a Grandas, e in fondo non mi importa
    molto.

    Ancora una volta boschi tanto diversi si confondono, persino nel ricordo
    la fatica rimane qualcosa di sgradevole, non riesco a sublimarla come mi
    capitava sul francese: qui ciò che mi piace sono le soste, il cibo.
    Camminare, spesso non mi piace: i sassi, la testa bassa, le chiacchiere
    fatue ed incessanti di Miguel Angel, le salite, le salite. Poi ci sono
    momenti come questo, e il prezzo pagato sembra irrisorio.

    Cullata dal ronzio costante delle pale eoliche, la notte è calata, ma
    non ancora le tenebre: l'aria si è solo fatta più opaca.

    Mi piacerebbe rimanere ancora per vedere accendersi il cielo stellato,
    ma ormai ho troppo freddo. Anche questo giorno quieto e sereno volge al
    termine, senza che abbia saputo trarne altro se non un ricordo radioso
    ma indistinto.

    Il vento si alza più forte, l'aria si è fatta gelida. Il cappuccio della
    mia amata felpa non basta più, devo rientrare.

    *

    Scrivo ancora, dall'alto del mio letto a castello, è il solo modo che ho
    per assaporare questo albergue, la parentesi idilliaca di questa
    magnifica giornata.

    Dal riquadro della finestra vedo stagliarsi i mulini a vento, ancora
    nitidi contro un cielo che ormai vira verso il grigio perla.

    Carmen si scuote dal dormiveglia, ci dice di guardare la luna, ormai
    alta sulle colline. La vedo bene dalla mia finestrella: piena, luminosa,
    domina la vallata con la sua stellina al fianco.

    Ma fa troppo freddo persino all'interno della stanza, ed è tempo che
    uomini e bestie rientrino nelle loro tane. Prima di chiudere il sacco a
    pelo, indosso la felpa sopra la camicia da notte; anche Carmen ha smesso
    di parlare, legge, lei ha una torcia vera. Una delle cose che, con la
    tazza e il sapone, mi piacerebbe non aver dimenticato a casa.

    Mi sono ingozzata di pane, riso e uova, ho già sete. Penso che dovrei
    essere fiera di me stessa, non bevo mai durante la marcia. Gli slovacchi
    dormono con la musica nelle orecchie. Fuori, solo le pale continuano a
    gemere, il resto del mondo dorme, sotto la luce bianca e vigile della
    luna, come nella poesia di Saffo.

    Che voglia avrei di uscire e perdermi nel bosco. Ma in un bosco
    fantastico e psichedelico, non in questi boschi concreti e aspri di
    questi giorni. E la domanda su cosa sia l'andare, permane.

    Poiché mentre vado, guardo solo dove metto i piedi. A volte mi chiedo se
    il paesaggio mi piaccia o no, o se l'andare sia faticoso o meno, ma
    soprattutto mi chiedo costantemente, quanto manca, quanto manca. Al
    primo bar, all'incrocio, all'albergue, alla chiesa. L'andare è un non
    essere. Ed ora, mentre sogno confusamente di mescolarmi a queste
    montagne gelate che non mi vogliono, tiro a me la cerniera e dormo.

    *

    17 luglio 2008 La Mesa ' Fonsagrada

    *

    Grandas de Salime, quattro ore di marcia senza soste: due ore e mezzo di
    discesa ripidissima dalla Mesa, poi un'ora di salita.

    Sono in un bar, distrutta: a Fonsagrada mancano ancora 25 km e io mi
    sento già devastata, non so come farò. Mi sono fermata a prendere un
    caffè ' un bar grande, vuoto, due vetrine d'angolo, legno scuro e un
    biliardo - ma devo comprare qualcosa da mangiare prima di raggiungere
    Miguel Angel e Eva al parco. Spero di riposare un po', altrimenti muoio.

    *

    Fonsagrada. E' sera, sono in una pulperia: morta, scottata, crampi
    ovunque: è come tornare ai bei tempi maldestri del mio primo cammino.

    La cameriera mi ha portato una montagna di polpo, morbidissimo, tagliato
    a fettine e cosparso di sale grosso e paprica, appena intriso della sua
    acqua di cottura. Una delizia che pagherò cara ma non mi importa, volevo
    fuggire, fare qualcosa di mio, scrivere, sottrarmi a sta cosa.

    *

    Stamattina siamo usciti dall'albergue alle sei e un quarto ' in corpo
    qualche dolcetto avanzato ieri e un po' di pane - e abbiamo imboccato la
    salita dura che abbandona la vallata della Mesa, risalendo per un tratto
    di asfalto ghiaioso oltre le pale eoliche, fino alle nubi, fino a
    Buspol, un pueblo semiabbandonato, aria pungente, case di pietra
    annerita confuse fra l'erba affilata. Un'ermita minuscola affacciata
    sullo strapiombo, le lastre di ardesia chiazzate di muschio. Nella
    semioscurità dell'alba, una sola finestra illuminata occhieggiava dalla
    parete di una fattoria, oltre un cancello serrato come una fortezza.

    Sotto di noi, lo strapiombo immerso nella foschia, in fondo al quale
    faceva capolino la mezzaluna argentea dell'embalse di Grandas de Salime.
    Da lì, un sentiero fra l'erica, è iniziata la discesa, anzi, la prima
    delle numerose discese.

    Abbiamo attraversato boschi senza mai un tratto in piano, senza una
    sosta, una china spietata persino nei tornanti a gomito. Al bosco è
    seguito un largo sterrato fra gli abeti che per un po' ha spianato e poi
    ha ripreso a discendere a mezzacosta, mentre le irraggiungibili rive del
    lago apparivano e sparivano, serrate fra la vegetazione, acqua di un
    nero metallico, chiusa fra rocce brune contro il cielo biancastro.

    Erano ormai le nove quando abbiamo toccato le rive deserte dell'embalse,
    disseminate dei ruderi della centrale idroelettrica dismessa da decenni.
    E tutto d'intorno non c'era nessuno, la casamatta panoramica sull'acqua,
    sporca e piena di scritte, l'unico bar sembrava chiuso da tempo
    immemorabile. Non un'auto passava lungo il lago, non un movimento. Sulla
    carretera abbiamo affrontato 7 km di tornanti in salita ' intanto Miguel
    Angel mi raccontava del suo lavoro coi tossici e gli alcolizzati, che
    sembra non lasciare tracce su di lui, sulla sua plebea inossidabilità da
    Sancho Pancia - fino al rettilineo che ci ha portato a Grandas de
    Salime, dove ci siamo finalmente fermati nel parco accanto alla chiesa.

    Mi sono letteralmente scaraventata nel primo bar che ho trovato aperto,
    quindi, scalzata e rifocillata, ho scritto le poche righe agonizzanti di
    prima, poi sono tornata al parco dove Miguel Angel nel frattempo era
    stato raggiunto da Eva. Carmen chissà dov'è, dormiva ancora quando siamo
    partiti e comunque lei ' che sembra svampita ma non lo è - segue i
    propri ritmi e non si fa condizionare da nessuno.

    Siamo rimasti un po' a chiacchierare sulla panchina, dandoci il cambio
    così da poter andare a far la spesa senza riprendere gli zaini.

    Al mio turno, ho trovato una panetteria nascosta in un seminterrato ' un
    laboratorio rudimentale dove le forme di pane caldo erano appoggiate in
    qualche modo su assi di legno - suscitando l'invidia dei miei compagni,
    che si erano accontentati del panaccio del supermercato poco distante.

    Terminato l'approvvigionamento, abbiamo visitato la Colegiada del
    Salvador, che di bello ha solo il camminamento circolare che la rinserra
    sui quattro lati, coperto da una tettoia a spioventi. Una signora
    anziana ci ha messo il sello, chiedendo a Miguel Angel se conosceva sua
    cugina che viveva a Saragozza, certo, per lei era l'altra parte del mondo.

    Una volta ripartiti Eva è andata subito avanti ' lei è un diesel, le sue
    leve sono il doppio delle mie, quindi, anche se siamo quasi amiche,
    patirebbe troppo a tenere il nostro passo.

    Dopo Grandas è iniziata un'ascesa gradevole e non troppo faticosa, che
    alternava boschetti e paesini graziosi, man mano il panorama si ampliava
    e le colline si allargavano, il cielo si era riaperto e il creato
    tornava a cantare e gridare di gioia.

    Abbiamo superato Castro ed il suo ostello con il bar ' una porticina
    bianca sul limitare del bosco che sembrava aprirsi su un allettante ed
    ombroso giardino ' ma, naturalmente, Miguel Angel non ha dato mostra di
    volersi fermare ed io, naturalmente, ero troppo orgogliosa per chiederlo.

    Camminando a mezza costa, lungo la carretera o per il sentiero
    parallelo, ci siamo inoltrati in una bella vallata di campi ordinati e
    frutteti che progressivamente si restringeva e sembrava terminare contro
    un massiccio sovrastato da pale eoliche. Per la prima volta da quando
    ero sul Primitivo, l'asfalto scottava.

    A Penafuente abbiamo trovato una fonte accanto alla chiesa, ancora uno
    di quei tetti larghissimi, spalancati verso terra come ali di un
    gabbiano stanco, ci siamo fermati qualche minuto per bere e
    mangiucchiare qualcosa, erano quasi le due, l'ora era diventata rovente.

    Ogni tanto incontravamo Eva, quando si fermava o rallentava, e quasi
    sempre era al telefono col marito, ci aveva spiegato al parco che il
    suocero sta peggiorando a vista d'occhio. Ho pensato che camminare così
    fosse un tormento: il bello del cammino è la serenità, la possibilità
    che esso dà di estraniarsi dalla vita ordinaria; ma quando il fardello
    dell'esistenza non lascia liberi ed anzi trascina, impaccia, costringe,
    credo che il cammino diventi una tortura, che la lentezza scavi dentro,
    alimentata dal senso di colpa e dalla sensazione dell'inanità di un
    andare fine a sé stesso.

    Penso che scegliere di partire ugualmente sia stato per lei un modo di
    conservare la propria identità in un momento decisivo del confronto con
    la famiglia di adozione, che la vorrebbe al seguito del marito,
    inutilmente incatenata con le cognate al capezzale del suocero: ma
    l'affetto che nutre per il marito la tormenta, il pensiero di lasciarlo
    solo a patire il peso di queste interminabili veglie obbligate in
    ospedale la sta visibilmente consumando.

    Così si tormenta, anche se non cede, e continua il cammino, perché
    questo aveva progettato e sa che, razionalmente, la sua presenza a casa
    è superflua, e lei è abituata a fare ciò che crede sia giusto.

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