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Discussione: Donatella: diario del cammino primitivo

  1. #21
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    Quando mi sveglio vado a fare un giro nel bar che ho incrociato salendo,
    ho calcolato che ci vorranno circa 15 minuti di strada. Per il momento
    la stanchezza ed il caldo patiti iniziano a farsi sentire, meglio dormire.

    *

    Eccomi nel bar di Santa Irene, una costruzione rettangolare sul ciglio
    della strada, l'interno è rivestito di legno e straripante di bicchieri,
    bottiglie, bandiere sportive e foto di cani da caccia.

    Nella penombra creata dagli scuri di paglia, il suono della televisione
    copre il rombo della nazionale qui accanto, ho letto tutto il "/Correo
    gallego"/: venerdì a Santiago ci sarà una festa pazzesca, ma io torno a
    casa giovedì. I pellegrini continuano a passare ed il semplice guardarli
    andare mi attira: mi chiedo se ho fatto bene a fermarmi invece di
    proseguire per Arca, ma non ero sicura di trovare posto e poi un
    pomeriggio di ozio inutile è divertente, anche se sarebbe stato più
    bello avere da leggere.

    Ci fossi anche arrivata, ad Arca avrei fatto ciò che ho fatto tre anni
    fa, andare da qui a là, per tutto il pomeriggio, con la sola differenza
    che avrei perso un paio di ore su internet invece che qui dentro.

    Domani voglio partire presto, fare finalmente colazione a base di
    /churro/ nel locale dietro il mercato, quindi prendere il biglietto per
    Oporto.

    Mi piacerebbe anche comprarmi una cartina della Galizia e qualche
    regalino da portare a casa. Ah, che progetti elevati: è ben vero che
    dieci giorni di cammino ti cambiano profondamente'

    forse semplicemente torno ad accumulare le foglie perché la caduta
    nella vita reale sia meno dolorosa.

    Ma ora sono qui, istupidita dalla birra e dal caldo, sdraiata in una
    radura all'ombra frusciante e profumata degli eucalipti, tento di
    risolvere un sudoku. Mi piace questa vita, mi piace tanto. Troppo.

    Non è il dispiacere di tornare, quanto il pensiero di perdere tutto ciò
    che mi piace: il vivere a questo modo, e l'estate, l'ozio, il lasciarsi
    andare alla stagione.

    Ci pensavo prima, mentre lavavo la roba in cortile con indosso la
    camicia da notte, fregandomene del mondo; o prima ancora, mentre facevo
    la doccia con l'acqua fredda perché il boliler dell'albergue non si era
    ancora riempito.

    Mi piace stare qui, sdraiata sull'erba accanto a due ciclisti,
    crogiolarmi nel tepore della giornata più calda dell'estate gallega, e
    immaginarmi una contadina senza la fatica del lavoro dei campi ma solo
    l'ozio dell'arcadia.

    Le foglie cadono vorticando dalle altissime cime degli eucalipti.
    Inutile fantasticare, sono ciò che sono, una pellegrina con l'animo da
    vagabonda che si riposa poco prima di arrivare, dopo una giornata spesa
    camminando.

    Eppure un po' mi rode essere qui e non ad Arca. Certo, ho già
    cazzeggiato in città stamattina ad Arzua, ad Arca avrei fatto le stesse
    cose, e non avrei potuto godere del bosco, del canto del gallo, del
    passare centellinato degli ultimi pellegrini. Ma so altrettanto bene che
    ciò che mi brucia non è Arca, è il non aver ripetuto l'impresa, non aver
    emulato me stessa, ma bisogna sapersi anche fermare, a volte.

    *

    Come ci si riconosce facilmente, e come è facile sentire di aver poco in
    comune con quelli che passano per primi, gli abiti nuovi, appena partiti
    da Sarria o dal Cebreiro.

    Eppure il "/mio/" cammino mi appare già remoto, la cesura di Lugo e
    Sarria mi ha concesso la gioia di un nuovo inizio, è un po' come fare
    due cammini, questo di soli tre giorni, troppo breve ma nel quale, come
    era accaduto dopo Burgos ai tempi di Lulu, posso sentimi tanto più forte
    ed esperta.

    Ora andrò, per farmi perdonare l'abbandono ingiustificato di stamattina
    chiederò a Laerte se vuole cenare con me, intendo andare al ristorante
    di fronte al bar di poco fa, altrimenti ci vado da sola, la testa mi
    gira, è il sonno che non passa.

    *

    Cena a base del solito caldo ed una cosa di maiale piuttosto buona, poi
    al ritorno due chiacchiere in cucina con Laerte ' che aveva declinato il
    mio invito - e due polacchi che mentre parlavano piluccavano col
    serramanico da una puzzolente scatola di sardine, quindi mi sono
    spartanamente lavata nel bagno spartano di questo albergue altrettanto
    spartano.

    Ed ora scrivo, affacciata alla finestra, aperta sul cielo, sul grano e
    sul bosco. Le macchine continuano a passare ed i grilli friniscono.
    Quanta parte della stanza è ancora vuota, piena solo della roba, stesa
    dovunque.

    Solo io e Laerte siamo già a letto, abbiamo programmato di svegliarci
    alle cinque e mezza. Mi piacerebbe veder scendere la sera, ma il cielo
    ha appena iniziato ad impallidire e sono già le dieci e mezza, devo
    dormire.

    Dalla strada, invece dell'odore del bosco, sale quello dei gas di
    scarico delle macchine che sfrecciano senza sosta. Ripenso ad una notte
    diversa, un'altra estate, in questo medesimo bosco. Intanto, due
    tedesche frugano fra le loro cose alla luce della torcia.

    Non è dire /"non voglio che finisca"/, è già tutto finito troppe volte e
    ciò che mi aspetta a casa è infinitamente peggiore. E' solo che spero di
    poterlo fare ancora e ancora.

    Come mi ha detto Carmen l'altro giorno a Lugo, nulla è paragonabile al
    Camino, in nessun posto si sta tanto bene e a proprio agio.

    Stasera l'albergue è tranquillo, non si sente la frenesia dell'arrivo a
    Santiago, sembra una sera qualsiasi. Eppure per tutti domani ogni cosa
    sarà terminata, o forse è la mia relativa indifferenza, ciò che proietto
    sugli altri.

    Odore di arnica nell'aria, ora dovrei infilarmi nel sacco a pelo, i
    piedi mi dolgono ma non tantissimo ed anche le ginocchia stanno
    abbastanza bene.

    Fuori, le auto continuano a correre. Ultima notte sul cammino, adesso
    inizierà il mito.

    *

    23 luglio 2008 Santa Irene ' Santiago - Oporto

    *

    Cinque e mezza, seduta nell'atrio del rifugio, rosicchio un biscotto
    mentre aspetto Laerte. Purtroppo, il distributore di yogurt e merendine
    è tristemente vuoto.

    Le sveglie hanno iniziato a suonare alle tre e mezza, anche se chi si
    alza alle tre e mezza per fare i 20 km che distano da Santiago è uno
    psicopatico, un delinquente nato che dovrebbe essere abbattuto a fucilate.

    Alle cinque mi sono alzata, lavata, per così dire, ed ora sono qui, che
    guardo gli altri partire.

    Si va, a Santiago bisogna arrivare entro mezzogiorno.

    *

    Santiago. Sono sull'autobus che dalla stazione mi riporterà in centro,
    ho fatto il biglietto per Oporto, ora mi incontrerò con Laerte per
    mangiare qualcosa.

    L'approccio con la città è stato brutale e subitaneo. Ha persino piovuto
    due volte stamattina ed il tempo si mantiene tuttora chiuso, freddo e
    lugubre.

    Il primo tratto nel bosco da Santa Irene, con le torce a spezzare la
    semioscurità, è stato piacevole ma ' ancora una volta - più breve e meno
    pittoresco di quanto non ricordassi.

    La periferia di Arca invece sembrava essere composta da case disseminate
    a casaccio nel bosco, stradoni e alberi mescolati senza un criterio.
    Abbiamo incontrato una banda di scout che mangiavano seduti sul cemento
    di un parcheggio, e non oso immaginare cosa mangiassero, dato che non
    erano neanche le otto. L'alba è sorta su di un susseguirsi di stradoni
    anonimi, salite affogate nel cemento, una specie di autostrada a sei
    corsie per le torme di pellegrini della /temporada/, l'ondata di piena
    dei camminanti che si riversano in quest'ultimo tratto.

    Un cafè con leche nel solito bar gremito dietro l'aeroporto di
    Lavacolla, tempo perso fra la folla, bariste lente, accidiose e
    inconcludenti, una brioche semplicemente cattiva.

  2. #22
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    Siamo arrivati rapidamente, Santiago era immersa in una luce livida, non
    è stato un ingresso gradevole. Abbiamo camminato nelle strade umide, il
    brasiliano blandamente meravigliato, io, depressa ed infastidita.

    *

    Ora sono già chissà dove, forse a Pontevedra, molto assonnata, mentre le
    immagini di Santiago si disperdono rapidamente nel dondolio del pullman.

    La cattedrale è stata un lampo, prima con Laerte, poi da sola, l'ho
    trovata gremita la prima volta, meno affollata la seconda, ma ugualmente
    è stato come entrare in casa, guardarsi attorno e uscire.

    Ho la mia compostela, ma stavolta non riesco a realizzare di aver
    compiuto il cammino. Lungo le strade di Santiago ho visto il segno della
    spirale azzurra che indica il cammino a ritroso, verso Oviedo. Più che
    il segno di un'esperienza, quello di un desiderio, riavvolgere i giorni
    per ritornare all'inizio. Sono scesa due volte nella cripta a salutare
    l'Apostolo, anche se con lo zaino in spalla, di corsa, senza trovare mai
    il tempo per sostare un istante, senza trovarlo dentro di me, intendo.

    Perché altrimenti l'avrei avuto, eccome.

    Orribile ed inatteso è stato vedere il portico della gloria coperto dai
    ponteggi, la facciata della cattedrale nascosta dal palco eretto per la
    festa di venerdì.

    Ed è stato triste trovarsi a Santiago, osservare le vie che emergevano
    lentamente dalla memoria, come il formaggio emerge dal siero, sapendo
    che stavo per partire, perché avrei voluto restare ancora, almeno uno o
    due giorni.

    Così, mi sono rimpinzata di cibo, ho preso il churro al bar dietro al
    mercato, ho mangiato da Manolo con Laerte, mi sono comprata un pezzetto
    di torta Santiago, giusto per sentirmi una schifezza, per annegare il
    dispiacere nel disgusto

    Sia mentre giravo per le strade col brasiliano, che quando andavo alla
    stazione dei bus, prima e dopo pranzo, cercavo visi noti fra la folla,
    ma ho incontrato solo i due ciclisti del bosco, il padre simpatico col
    figlio figo e scontroso, poi ho intravisto una coppia che avevo
    conosciuto a Cadavo e Fonsagrada, ma loro non mi hanno scorto, ed il
    padre col bambino rompiballe alla fermata del bus.

    Mi mancavano Juan Carlos o la coppia di Oviedo, avrei volto rivedere i
    fiamminghi, gli slovacchi, Eva, Tomas, tutti film che non rivedrò più.

    Sono già a Oporto, appena entro in città devo trovare un posto dove
    dormire, grazie al fuso orario sono appena le otto. Del Portogallo che
    ho attraversato in autobus mi è rimasta solo l'impressione di una terra
    tanto più fittamente popolata che non la Spagna, villaggi arroccati su
    colline rocciose, fitti grumi di case abbarbicate fra le foreste.

    Oggi, all'oficina del pellegrino, ed anche prima, durante lo squallido
    tragitto alla volta di Santiago, io e Laerte ci raccontavamo a vicenda
    degli albergues che avevamo incontrato lungo il cammino, delle strade
    lontane: immagino che per lui arrivare da Somport, dalla Rioja, dalla
    meseta e trovarsi nella nebbia, in questo biancore caliginoso, ogni cosa
    alle spalle, già svanita, deve essere stato duro.

    Per me lo era, coglievo una malinconia, un senso di vanità e la meta che
    si sbriciola sul cammino e nella folla.

    Forse la sola cosa che rimane ' di tutto, di tutto - è la teca lucente
    delle reliquie dell'Apostolo, la sola cosa, nel buio e nel silenzio, che
    può dare consistenza e senso al cammino percorso. Un luogo, un oggetto,
    un'atmosfera, in cui chi arriva può dire: si, questa era la meta.

    *

    Una piazza di Oporto, l'aria è fresca dopo una giornata tiepida, dalla
    stazione degli autobus ho chiesto aiuto ad un tipo tentando di
    divincolarmi da una pazza di Bari con una borsa che cercava di trovare
    una sistemazione; le ho appioppato due indirizzi che avevo e sono fuggita.

    Grazie alla mappa donatami dal tipo, sono arrivata in una via centrale
    dove ho trovato una pensione dall'aspetto abbastanza economico. Ho
    suonato il campanello e dopo una lunga attesa mi ha aperto un vecchio
    dall'aria sinistra, che mi ha portato a vedere la camera. Il posto è
    ottocentesco, senza luci e deserto ' sono l'unica cliente - ma è pulito,
    sempre che il proprietario non mi sgozzi nel sonno. Costa solo 15 euri e
    quindi va bene, anche se dalla finestra ho dovuto assistere agli
    inquietanti preludi di un duello rusticano fra bande di adolescenti.
    Starò attenta quando scenderò in strada.

    Dopo essermi sistemata su un lettone cigolante, accanto ad un comò dal
    piano di marmo ricoperto di centrini all'uncinetto, sono andata in un
    /internet point/ qui sotto, ho scritto e pasticciato un po', quindi sono
    uscita ed ho preso la via pedonale piena di negozietti che porta in
    centro. Una ragazza italiana mi ha indirizzato a questa piazza ' da
    quello che ho capito, il cuore pulsante della movida oportense ' nella
    quale si affiancano tre birrerie coi tavolini, mentre poco distante,
    alcuni ragazzi arrostiscono sulla brace splendide fette di carne che
    infilano fra enormi fette di pane e vendono alla folla assiepata e famelica.

    Mi sono seduta ad un tavolino a caso, ed ho preso una birra, non ho per
    niente fame. Certo qui è bello e si sta bene, purtroppo la birra è
    finita troppo presto ed ora mi rimane solo il sonno.

    L'odore che si leva dalla carne arrostita è più che mai accattivante, la
    contemplo di sguincio sfrigolare sulla carbonella grondante di grasso e
    scivolare nei panini, mentre il fumo si mescola alle risate della gente.

    Mi sa che andrò a dormire, intanto come sempre i ricordi sfuggono dalle
    dita, sgretolandosi come sabbia. Nulla di buono mi aspetta ad Itaca e,
    per quanto me ne frega, potrei morire ora, avvolta in una nube di carne
    arrostita, come una dea olimpica.

    *

    24 luglio 2008 ' Oporto - Milano

    *

    Sono in una bella pasticceria, trovata mentre cercavo la fermata della
    metropolitana per l'aeroporto. Questa zona è sgrausa ma nel modo giusto,
    sciupata ma non abbandonata a sé stessa, piena di negozietti e
    ristoranti. Questa splendida pasticceria espone tante paste
    freschissime, il croissant che ho preso era una favola.

    Oporto mi piace, è una città rilassata nell'apparente modestia. Ora
    vorrei girare un po', vorrei vedere almeno la cattedrale, cazzeggiare, e
    rientrare per mezzogiorno per poi andare all'aeroporto.

    Spero di farcela a concludere tutto. Come al solito, qui sto bene ma è
    meglio avviarsi, se voglio dare almeno un'occhiata fugace alla città.
    Solo la chiesa all'angolo della piazza dove mi trovavo ieri sera, dalle
    pareti completamente ricoperte di azulejos, merita almeno dieci foto.

    *

    Ho girato per Oporto, sono salita per questa via fino alla piazza di
    ieri sera, poi sono ridiscesa e risalita, come a Lisbona la città giace
    su di un susseguirsi di colline. Prima della cattedrale ho scoperto un
    ponte bellissimo, da cui si vedevano la fuga dei tetti, i quartieri
    sulla riva del fiume e le case produttrici di porto sulla riva opposta,
    con le insegne che sbucavano fra gli alberi.

    La cattedrale non mi ha entusiasmato, in generale l'interno delle chiese
    mi è sembrato un po' troppo realistico e truculento per i miei gusti:
    pensavo che il barocco spagnolo fosse trucido, ma non avevo idea di
    quello portoghese. Inoltre l'oro delle chiese è appannato, ciò fa venir
    meno il contrasto fra la rappresentazione dell'umano e quella del
    divino, e rimane solo una sequela di corpi martirizzati a grandezza
    naturale.

    Che questo sia anche l'essenza del cristianesimo, non c'è dubbio, però
    solo nella misura in cui sia illuminata dalla luce divina, quanto meno.
    Altrimenti è macelleria azteca.

  3. #23
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    Ho seguito le frecce gialle semplicemente per farmi compagnia giù per il
    vecchio quartiere accanto al fiume, sino alla chiesa di San Francesco,
    che non ho visitato per mancanza di tempo e di denaro. Tre euro per
    visitare una chiesa sono un obbrobrio contrario alle mie convinzioni,
    oltre che alle mie risicate possibilità economiche.

    Ho patito qualche peripezia nel ritornare, persa nel dedalo di scalette
    e risalite del quartiere vecchio, ma alla fine sono sbucata dove volevo,
    ho ritirato lo zaino dal salotto sovraffollato della padrona della
    pensione, ho comprato un formaggio ed un /chorizo/ al super, mi sono
    presa tre dolci ed un pezzo di pane alla pasticceria buona e sono andata
    a prendere la metropolitana.

    Mentre aspettavo il treno ho incontrato un ragazzo tedesco, reduce dal
    cammino, che aveva seguito il francese sino a Leon, poi aveva allungato
    verso la costa e seguito il cammino del nord per poi ridiscendere a
    Santiago.

    Mi ha detto di sentirsi spaesato, di temere ciò che lo aspetta a casa:
    teme il ritorno, ha paura di perdere ciò che ha trovato, soprattutto ha
    paura di dimenticare e sa che non sarà facile spiegare. Eravamo entrambi
    preda delle medesime sensazioni, con la differenza che io so già cosa
    dovrò affrontare e che non mi importa più.

    La ruota girerà, forse, e ritornerò sulla strada. Forse.

    Parlando, ho cercato di interpretare il suo malessere, di dargli una
    chiave per affrontarlo, io, che ci ero già passata tante volte. Ho
    provato a suggerirgli come dovrà fare, ad anticipargli come si sentirà.
    Mi ha detto che ha fatto pochissime fotografie, perché ciascuna avrebbe
    dovuto rappresentare un momento speciale. Abbiamo parlato della
    solitudine che afferra al ritorno, della sensazione di non poter
    condividere con nessuno l'esperienza. E parlandone, per ciò solo, la
    condividevamo.

    Ci siamo salutati dopo un caffè e dopo aver diviso il pane,
    comportandoci, per l'ultima volta, da pellegrini.

    Si chiamava Mark, veniva da Francoforte, e spero di avergli offerto, non
    solo the e simpatia, ma almeno uno spunto per ricostruire dentro di sé
    il senso dell'avere fatto il cammino, per salvare ciò che aveva vissuto
    senza sprecarlo in melanconie inconsistenti e corrosive.

    E penso alla circolarità di questi giorni, che terminano dove erano
    iniziati, e dall'esibizionismo didascalico della mia pedante conferenza
    ad Orio, approdano ' quindici giorni e molta, molta strada dopo ' a
    questo condividere il pane e la reciproca tristezza con un compagno
    pellegrino.

    Rieccomi ad Orio. L'aereo è atterrato. Eccomi di nuovo ad affrontare
    tutto, spero di averne la forza.

    *

    25 luglio 2008 - Epilogo

    *

    Venticinque luglio, giorno di San Giacomo, scrivo nella metropolitana al
    ritorno dal lavoro. Poche ore, e i giorni passati sono così vaghi, le
    idee tanto confuse.

    Al di là delle banalità, si, stancante, si tempo bello, si ho conosciuto
    un po' di gente, si ho fatto cinquantaquattro chilometri, si ho mangiato
    schifezze, blablabla, non ne ho parlato con nessuno, sono stata
    assorbita dalle vicende altrui. Atti da sistemare, e depositare, la
    corrispondenza.

    Ho riordinato le foto, e già mi sembrano tutte uguali. E' come se il
    dispiacere, la sensazione di perdita assorbissero gli stessi ricordi.

    Non saprei a chi scrivere, con chi parlare. E per raccontare che cosa
    poi' Come per ogni vacanza, rimane un'esperienza autoreferenziale, che
    raccontare è inutile.

    Il vero problema è un altro, è cercare di individuare cosa possa essere
    salvato, perché il cammino è una liscivia che spoglia la vita quotidiana
    di ogni attrattiva.

    Tornare, si torna più nudi, eppure senza alcun tesoro, solo uno sguardo
    scartavetrato dell'abitudine, che ti obbliga a vedere quanto è insulso
    il presente, quanto poco significativo. Non so neppure se la mia sia
    nostalgia: più dei luoghi rimpiango l'essere. Il mio essere, cioè.

    Stasera a Santiago c'è stata la festa, mi ha scritto Gianfranca, e deve
    essere stata bellissima, non riesco a pensare di essere stata laggiù
    solo due giorni fa e poi non è quello il punto: forse il mio è solo il
    consueto straniamento mentale di ogni ritorno.

    Ora devo riprendere i rapporti ' con gli altri, con la mia vita
    precedente - da dove li ho interrotti. Non è difficile, non è una brutta
    vita: poca coda all'Esselunga, spesa contenuta entro i 10 euro, la 58
    che arriva vuota dopo appena un minuto di attesa. Una buona giornata,
    insomma. Una giornata di Ivan Denisovich.

    forse nulla mi distingue dalla coppia della pubblicità della Costa
    Crociere, che sospira nel ricordo della vacanza ai tropici, mescolando
    svogliatamente il cibo.

    E, per rimedio, soltanto il dormire.

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