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Discussione: Donatella: diario del cammino primitivo

  1. #11
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    Passata Penafuente abbiamo lasciato la strada ed imboccato un sentiero a
    cavatappi che risaliva la montagna fra felci argentate ed erica. Dopo
    aver superato le pale eoliche, il sentiero ha deviato a sinistra, senza
    spingersi fino in vetta, diretti al Puerto el Acebo, cioè il passo.

    Abbiamo costeggiato dal basso l'ultima cima quindi un cippo ci ha detto
    che stavamo superando il confine e, di colpo, sotto di noi si è
    spalancata la Galizia.

    La strada ha seguito ancora per qualche tempo il ciglio della scarpata,
    fra bei pini profumati e folti ciuffi di erica, quindi è discesa per un
    sentiero sassoso e ripido, sbucando all'altezza di un crocevia, in un
    alto spiazzo desolato dominato da un cantiere stradale: era il Puerto.
    Lontano, Fonsagrada si ergeva alta sopra la vallata adiacente.

    Un casotto quadrato si affacciava su una curva polverosa, era un bar ma
    sembrava chiuso, tutte le serrande abbassate. Abbiamo bussato ugualmente
    ed il padrone impietosito ci ha aperto e fatto entrare, anche se a
    quanto pare il locale apre solo per gli uomini del cantiere, durante le
    loro ore di lavoro.

    Tuttavia, dato che la macchina del caffè era ancora accesa abbiamo
    potuto rifocillarci, approfittandone anche per togliere le scarpe. Il
    locale era abbellito da interni in legno caldi e accoglienti, arredato
    in stile western mentre sopra il bancone erano esposte un numero enorme
    di bottiglie di liquore. Miguel Angel è riuscito a sbalordirmi, offrendo
    il caffè sia a me che ad Eva. Dopo qualche chiacchiera ed un paio di
    foto, io, Eva e Miguel Angel siamo ripartiti per affrontare gli ultimi
    dieci chilometri.

    Due ore massacranti, una gimcana interminabile lungo gli sbancamenti
    della strada in costruzione, fra ghiaia, asfalto fumante e camion
    puzzolenti, segni confusi, spostati, illeggibili e un caldo che spezzava
    le gambe. Ad un incrocio abbiamo raggiunto Eva mentre indugiava ad un
    incrocio, persino lei indecisa e stanca. Eravamo in una frazione appena
    sopra la carretera ed una signora, affacciandosi dalla mezza porta di
    una casetta che sembrava tratta da una fiaba dei fratelli Grimm, ci ha
    suggerito la direzione del bosco.

    Il piacere di camminare all'ombra degli alberi è durato poco, il cammino
    ci ha presto ributtato sullo sterrato rovente che non abbiamo più
    lasciato fino all'ingresso di Paradanova, quando finalmente ci siamo
    inoltrati nei campi, inerpicandoci per un tratturo battuto dal sole.
    Alle porte di Fonsagrada, alta ' molto alta - sulla collina, eravamo
    quasi schiantati dalla fatica e dalla calura.

    E ancora non era finita: abbiamo dovuto attraversare l'intero paese (e
    appunto passando ho intravisto l'insegna di questa pulperia),
    ridiscendere dall'altra parte della collina, ancora 2 km insomma, fino a
    Padròn, quattro case, una chiesetta e la caserma dei pompieri, dove
    sorge l'albergue.

    *

    Il rifugio è accogliente, una costruzione massiccia e fresca sul bordo
    della strada, circondata da un bel giardino, un patio coperto all'ultimo
    piano dove stendere la biancheria, tante stanze con letti di legno, una
    macchina per il caffè, gente nuova e simpatica.

    Una volta arrivati e sistemati, Miguel Angel ha tentato di convincermi a
    non ritornare a Fonsagrada: lui lo faceva per gentilezza, ma ci sono
    cose che mi danno fastidio ed una di queste è che qualcuno creda di
    potermi dire cosa fare.

    Se cammino con lui è perché il suo ritmo va bene per me e perché mi
    rendo conto che il suo metodo è il più efficace per affrontare un
    cammino impegnativo come questo. E poi, mi spiacerebbe doverlo congedare
    perché so che ci rimarrebbe male, e poi, naturalmente, sono vile.

    Però ci sono dei limiti: nessuno, nessuno, può impormi qualcosa. Tanto
    meno impormi di rinunciare ad un piatto di pulpo.

    Sono risalita faticosamente su per la collina fino in paese. Attorno, di
    interessante c'era ben poco: accanto alla chiesa, seminascosta dalle
    macchine parcheggiate, la fontana che da il nome al paese, "/Fons
    Sagrada"/, fonte sacra. Secondo la bella leggenda, l'acqua della fonte
    fu tramutata in latte fresco per i figli di una vedova che aveva accolto
    Santiago pellegrino in incognito.

    Ho gettato un'occhiata distratta alla via principale quasi priva di
    negozi, mentre cercavo questa pulperia. Non riuscendo a raccapezzarmi
    fra le strade strette e lunghe che correvano parallele sul ciglio della
    collina, ho interpellato una vecchia che mi ha risposto biascicando
    qualcosa fra i denti guasti, in un gallego incomprensibile, medioevo puro.

    Alla fine ho ritrovato il locale in fondo ad un /cul de sac/ di basse
    case in cemento biancastro. Nonostante il contesto deprimente, questo è
    un bel posto, moderno. Stalli di legno scuro, una grande televisione che
    irrora di luce e colore le strade sbiadite che si intravedono dalla vetrina.

    Mi spiace avere perso Eva che ' sfinita, ci ha detto Tomàs ' ha
    preferito fermarsi in un hotel nel centro del paese. Rimpiango di non
    aver ceduto alla medesima tentazione, ma un passo ha tirato l'altro e
    siamo arrivati all'albergue. Meglio così, un po' di strada in più
    giustifica il risparmio e mi consente il polpo.

    Però in questo momento sono tutta rotta, ho preso un "/moment/" per
    sopportare il male ai piedi anche se, ora che ci penso, non avrei dovuto
    bere la birra. Mi chiedo se i bei paesaggi compensino tanta brutale fatica.

    Sono le nove meno un quarto, il sole è ancora alto ma devo andare, la
    strada fino all'albergue è lunga, ed ai 41 km della tappa odierna posso
    aggiungerne questi 4 ' due per risalire da Pardon fino in paese ed
    altrettanti per tornare ' eguagliando così il mio vecchio record di due
    anni fa. E dimostrando (a chi') che posso ancora farcela.

    Andrò, sperando di non dover pagare troppo questo capriccio, ma il polpo
    era davvero fantastico e abbondante.

    *

    Sorpresa, ho speso solo 9 euro con la birra, per una porzione che a
    Santiago pagherei il doppio, senza birra. Benvenuti in Galizia.

    Però, polpo a parte, dopo la bellezza e la serenità delle Asturie, la
    miseria e la sciatteria della Galizia mi deprimono. Costruzioni in
    rovina, o guastate da un'edilizia di fortuna, dominio del cemento
    grezzo, muri corrosi, bar pieni di uomini oziosi, un'impressione diffusa
    di povertà, niente a che vedere coi paesini graziosi e ben tenuti che ho
    visto in Asturie. Alcune case ostentano l'emblema di una rovinata
    nobiltà, bovindi luminosi dalle coste sottilissime, pareti di finestre
    rivolte verso la valle per catturare l'avaro sole dell'inverno.

    *

    Seduta su una panca, affacciata sopra la vallata. Nonostante tutta la
    stanchezza, la fatica, il dolore, non sono ancora sazia di guardare, di
    respirare.

    Ciò che mi incatena non è semplicemente il paesaggio, la grande nuvola
    scura che sfiora le cime degli alberi e si allontana, non sono le
    colline lunghe di un verde pallido e informe, solcato solo dalle bande
    tortuose delle strade forestali, né i cieli che si schiacciano più
    lontani sopra le cime di montagne scure, che chiudono il cielo. No, è
    l'impressione di essere sopra il cielo stesso, di sfiorare le cime dei
    monti come nel racconto evangelico delle tentazioni.

    E' tutt'oggi che ho la sensazione di costeggiare il tetto del mondo, è
    tutto oggi che vedo stendersi sotto di me colline, campi e boschi a
    perdita d'occhio.

    L'aria trasporta l'odore delle stalle e il belato delle pecore, il vento
    soffia persino dentro il cappuccio della mia adorata felpa.

    Spero che domani mattina il dolore alla gamba sia passato. So che la
    camminata di due km fino all'albergue non mi aiuterà, ma dovevo dare una
    forma alla giornata: chiudermi nell'albergue mi avrebbe sottratto tutto
    questo, sarebbe stato un giorno rubato, e non mi importa se pagherò lo
    sforzo.

    Ora devo proprio andare. Restano solo chiazze, impressioni e qualche
    foto. Materia bruta destinata a rimanere tale. Quest'anno non ho il
    sentimento con cui amalgamarla: da queste pagine demoralizzate,
    affamate, annoiate, demotivate, non verrà mai fuori un /diario/. Meglio
    così, /vanitas vanitatum/, l'effimera rendita di quelle precedenti
    pagine tanto più intense, giustamente deve solo dissolversi di fronte
    all'attuale incapacità di raccontare un cammino comunque differente, più
    complesso, non sorretto dalle suggestioni artefatte, dall'entusiasmo
    della prima volta.

    Sono solo io, e la strada, stavolta, non c'è la storia possente, non c'è
    la corrente che sul francese trascina anche chi non ha forze
    sufficienti. Qui la linea è flebile e la scommessa perduta, di fronte
    alla sfida della bellezza e della fatica rimane solo la mia incapacità
    di sublimarle in parole.

    La nuvola bianca sembra la torretta di un sottomarino, o forse una
    fortezza, ma è la nuvola nera che si distende sopra il cielo.

    Ed ora andiamo, che sono stanca e ho bisogno di stendermi.

    *

    Sono nel letto, ho rinforzato il sacco a pelo con una bella coperta
    pesante e l'ho trasportato sulla branda superiore, così posso continuare
    a guardare il cielo e osservare scendere la notte. Domani si sciala: il
    programma prevede la sveglia alle sei e mezza ed un tragitto breve, fra
    i 25 ed i 27 km.

    Dovrei essere sollevata, invece riesco solo a pensare che non ho voglia
    di affrontare un altro rosario di salite e discese, e i piedi mi fanno
    ancora male nonostante il /moment/.

    Dal piano di sotto salgono le voci degli altri pellegrini, loro
    continuano a chiacchierare, ma io sono davvero stanca e non credo che
    leggerò.

  2. #12
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    18 luglio 2008 Fonsagrada ' Cadavo Baleira

    *_

    Come un anno fa, un altro diciotto luglio sul cammino. Altri spagnoli,
    altri cammini.

    Sono sdraiata in una branda del bellissimo rifugio di Cadavo, pensando
    con sollievo che domani mi schiodo da Miguel Angel. Non posso negare
    che, da camminatore esperto qual è, lui non ha avuto mai torto in linea
    di principio, nel sostenere che troppe soste sono controproducenti. Però
    mi ha ossessionato con questo suo non volersi fermare che una sola volta
    a tappa, e nel voler morbosamente tenere fede alle tabelle di marcia, o
    forse io vivo come una schiavitù qualsiasi rapporto.

    Orgoglio, timidezza, mancanza di carattere. Assenza di una figura
    paterna significativa che mi abbia reso in grado di forgiare la mia
    aggressività. Oppure, come direbbe il mio adorato collega Luciano
    Castelli, pusillanimità, pura e semplice.

    Il guaio è che Miguel Angel non è cattivo né prepotente: è gentile e a
    modo suo premuroso, e non è un malvagio compagno con cui camminare,
    anche se ripete mille volte le stesse cose. Però io non ne posso più.

    La mia non è una posizione preconcetta in favore della solitudine:
    l'anno scorso con Ildefonso camminare era un piacere, ricordo le nostre
    conversazioni interminabili ed i silenzi, il fermarsi ed il riprendere,
    il parlare di storia, politica, letteratura, il raccontarci le vicende
    dei nostri parenti.

    Anche con Lulu e gli altri, tre anni fa, mi sentivo a mio agio, ci si
    fermava, si facevano soste frequenti, si beveva, si cantava.

    Ciò che odio è questa mia incapacità di impormi, una debolezza che è il
    frutto perverso del buon senso mescolato ad un orgoglio insanabile.

    Razionalmente so che Miguel Angel ha ragione a voler tenere certi ritmi,
    né d'altra parte intendo abbassarmi a litigare con un estraneo: tutto
    molto saggio e realistico, ma il buon senso confligge con la pura gioia
    del cammino, che è vagabondaggio, ozio, irrazionalità, e mi suscita un
    malumore che fermenta dentro, guastando ogni cosa.

    Forse non ho chiari gli obbiettivi, non so decidere le priorità. Forse
    Miguel Angel è solo il simbolo di un conflitto che non so comporre.

    Comunque sia, anche oggi siamo partiti all'alba. Stavolta l'albergue
    aveva il distributore ed ho potuto bere subito il caffè, mangiare un
    pezzo del pane comperato ieri tiepido al forno di Grandas,
    accompagnandolo con gli avanzi del membrillo che avevo comprato
    dall'Herminia. Per strada poi ho finito i biscotti presi alla tenda di
    Berducedo.

    Dopo Fonsagrada il cammino ha seguito per un po' la carretera, poi si è
    addentrato nei boschi di sempreverdi ancora avvolti in una nebbia densa
    e stopposa. Benvenuti in Galizia. All'alba le nuvole basse facevano
    sembrare l'orizzonte una lunga baia canadese: il cielo, un mare artico
    lambito dai primi raggi dell'alba.

    Le pinete si sono alternate ai campi, poi la strada è salita aprendosi
    su montagne affilate ricoperte di ontani. Mentre l'orizzonte nebuloso
    manteneva l'illusione del mare, cercavamo invano le rovine dell'albergue
    medievale che, secondo le guide, sarebbe sorto fra quelle rocce.

    All'Alto di Montouto, un'ermita chiusa a chiave e i resti diroccati di
    un hospital ottocentesco si affacciavano su di un'azzurra fuga di
    colline nuovamente rotonde e nude, sovrastate dalle onnipresenti pale
    eoliche. Purtroppo le pile della macchina fotografica hanno scelto quel
    momento per decedere,così non ho che poche immagini di quella meraviglia.

    Abbiamo lasciato l'alto attraverso un bel bosco fitto e ombroso che
    sovrastava una valle coperta di nebbia. Giunti a Pedavella, ci siamo
    fermati ad un bar lungo la carretera, poco fuori del paese, e siamo
    rimasti seduti a contemplare la vallata ed ascoltare i consigli della
    padrona, altrettanto gentile e senz'altro meno sborona dell'Herminia.

    Nel frattempo ci hanno raggiunto Tomas, Juan Carlos e quindi Eva.
    Abbiamo chiacchierato mentre io bevevo un caffè e sbocconcellavo un
    altro pezzo di pane col formaggio di Berducedo ed il membrillo, e Miguel
    Angel si faceva un panino con pane avanzato e un pezzo di tonno. Infine
    siamo ripartiti mantenendoci sulla carretera, perché il sentiero era
    impraticabile per i rovi. Le pareti della scarpata sopra di noi
    riflettevano il rosa e viola dell'erica, le rocce increspate dai pini
    che sembravano crescere in ogni interstizio.

    Abbiamo superato A Lastra e le sue case, coperte colorate stese sullo
    strapiombo azzurro e nebuloso ad ondeggiare nel sole. A Lastra ho
    intravisto Juan Carlos, di nuovo seduto ad un bar con un bicchierone di
    coca, anche io mi sarei fermata volentieri, ma tant'è.

    Domani finirà, grazie a Dio.

    E come sempre, pareva di camminare sulle nuvole. Entrati per la
    centesima volta nel camino all'uscita da la Lastra, ci siamo trovati
    davanti ad una casa di pietra grigia ed irregolare ed abbiamo chiesto
    informazioni. Mentre l'uomo cui ci siamo rivolti non sapeva come
    aiutarci, dalla finestra si è affacciata l'anziana madre che conosceva
    il cammino e ci ha spiegato la strada. Chissà che strani residui di
    tradizione sfioriamo senza saperlo, in certi momenti. La donna ci ha
    indicato il sentiero parlandone come se fosse qualcosa di noto e
    familiare. In questo cogli la differenza fra il cammino ed una
    passeggiata, quando scopri di attraversare la memoria delle persone.

    Girato un angolo, ci siamo trovati di fronte ad una bellissima casa,
    simile a quelle di Fonsagrada, dalla facciata coperta da vetrate,
    separate le une dalle altre da esili liste di legno bianco.

    Siamo ritornati nel bosco, lungo un cammino dissestato ed esposto, pini
    sottili e aridi che non facevano ombra e sassi, troppi sassi, fino a
    quando siamo finalmente sbarcati sulla carretera all'altezza dell'Alto
    di Fontaneira e abbiamo ritrovato Eva.

    A Fontaneira ci siamo dissetati a una pompa, nel giardino di una signora
    con un solo dente, una Graia gallega, che ci ha mostrato di lontano '
    chiazza indistinguibile fra i boschi - la fonte di Fuentenuria, che è il
    vero nome del paese, e da cui nasce appunto il fiume Nuria.

    Abbiamo nuovamente ripreso la strada, per un po' mantenendoci sulla
    carretera, poi per l'ennesimo sterrato, presto trasformatosi in una
    pista agricola a saliscendi polverosi che, finalmente ci ha portato fino
    ai tetti di Cadavo.

    Siamo scesi per un sentiero fra i pini, spiacevole e spezzagambe ma
    infine siamo arrivati all'albergue.

    Benché fossimo stanchi morti, abbiamo dovuto aspettare: era troppo
    presto e l'albergue era ancora chiuso. Abbiamo potuto solo posare gli
    zaini nel prato antistante, in attesa che l'hospitalero arrivasse e ci
    facesse entrare.

    Io e Miguel Angel abbiamo allora raggiunto nel bar del paese Eva, Juan
    Carlos ed altri due ragazzi, appena arrivati a Cadavo in autobus, per
    una birra e quattro risate.

    Dopo circa un'ora è arrivato l'hospitalero e ci siamo finalmente
    sistemati in questo albergue, nuovo, razionale, farebbe invidia a Le
    Corbusier. Ne avevo sentito parlare da qualche giorno, ma non mi
    aspettavo una tale meraviglia architettonica. Legno chiaro, grandi
    finestre, strutture di acciaio, una cucina enorme, ambienti ariosi,
    bagni degni di un albergo, e soprattutto tanta luce. Una vasca di
    pietra, all'aperto, per lavare piedi e biancheria, e tanto sapone a
    disposizione.

    Doccia quindi, bucato e adesso nel letto ad oziare, mentre gli altri
    chissà cosa fanno.

    Ora, evaporata la stanchezza, ripenso a quanto sia bello camminare nelle
    pinete o rasentare il ciglio di queste colline affacciate sul cielo.
    Certo, camminando si guardano solo i sassi della strada per non
    inciampare, raramente levi lo sguardo raramente, e solo per isolare i
    particolari: castagno, cavalla, mucca.

    Ogni tanto, però, nel ricordo i sassi e la fatica lasciano il passo
    all'erica, e a quei licheni che paiono batuffoli di tulle rosa.

    *

    Le sette di sera, mi sono sdraiata in un prato all'ombra dell'albergue e
    scrivo, il sole è ancora caldo. Ho dormito, ho fatto la spesa con Eva
    nello spaccio del paese, poi ho bevuto con lei un sidro accompagnato da
    una frittella di mela offertaci dal proprietario.

    Allo spaccio ho comprato un sapone nero, bellissimo. Inutile ma
    bellissimo, (anche se fa una schiuma bianca mentre speravo facesse anche
    la schiuma nera) e finalmente dispongo di nuove pile per la macchina
    fotografica.

    La biancheria lavata poco fa è misericordiosamente già asciutta. Se il
    sole scalda all'ombra però l'aria è fresca: ultimo giorno del camino
    primitivo, e tutto è calmo e perfetto.

    Abbiamo perso gli slovacchi, Carmen, la coppia di Oviedo e le due
    sorelle catalane. E i fiamminghi, i vecchi sette nani gay che
    sicuramente non ritroveremo perché si sono fermati a Pola ed il tedesco
    grosso che rivedeva la guida, ma che correva voce fosse un imbroglione,
    per scroccare chissà cosa poi ' chiacchiere da cammino, proprio come sul
    francese. In compenso, all'albergue sono arrivati una coppia di
    madrileni vecchiotti, le due coppie conosciute ieri a Fonsagrada, tre
    donne di Valencia e un belga pelato di mezza età che ' dicono - arriva a
    piedi dal Belgio.

  3. #13
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    Che dire, ora che sono alla fine' la domanda regina è quella di sempre:
    ne valeva la pena'

    Ho visto posti bellissimi, ho vissuto come mi piace, ho condiviso
    l'orgoglio di appartenere ad una sorta di casta, di confraternita.

    E ora sto qui al fresco in un posto bello, stando bene. Cosa mi manca,
    dunque' In questo momento potrei dire, nulla.

    Ogni anno è la stessa cosa, mi pongo le stesse domande. C'è forse una
    mia incapacità di fare un salto di qualità. La natura mi sembra una
    scatola di vetro, capace solo di essere fredda o calda, aspra o
    amichevole, non riesco a sentire il mondo circostante, non so
    immedesimarmi nella bambina portoghese della canzone gucciniana. Quella
    che riesce, sdraiata sulla riva del mare, ad essere "/solo del sole/", a
    perdersi nella bellezza, nel puro godimento della natura.

    Eppure un po' di strada l'ho fatta, dal cupo nervosismo di Oviedo,
    dall'infelicità rabbiosa dei primi giorni, dal rifiuto del cammino che
    mi spingeva a girare a vuoto dentro i supermercati come un criceto.

    Qui l'aria profuma di pino, oltre il cortile intravedo le cime degli
    abeti, e le colline ancora tanto verdi: questa /Galitia superior/ forse
    è meno cupa e triste di quella attorno a Fonsagrada, i pini sembrano più
    luminosi, l'erica ingentilisce i boschi e le coste della montagna.

    E quanto mi piacerebbe tenere memoria di ogni bosco che ho attraversato,
    rammentare per sempre la nebbia bassa di questa mattina che indugiava
    greve ed umida fra la boscaglia, tanto diversa dalle nubi aeree e
    selvagge delle Asturie, o dai turbini vorticanti del Puerto del Palo,
    così come dalla cappa densa come ovatta lungo la salita al Puerto,
    perforata all'improvviso dal sole pochi faticosi passi prima della vetta.

    Ricordare la discesa fino all'embalse di Grandas, le pareti grigie e le
    feritoie delle opere abbandonate, attorno alla diga, gli abeti alti e
    severi, lugubri come la solitudine del posto, così diversi dai luminosi
    abeti di questa mattina.

    E tutte queste strade in altura, le cime delle colline velate di nubi
    fino all'orizzonte.

    E la fatica, già codificata nel ricordo: i sassi che mettono a dura
    prova le caviglie, i correidoiros fangosi e senza appigli, il pantano
    vischioso dopo Pedregal col paesaggio agreste appena al di là della
    cortina di alberi, la spossante avanzata nel fieno alto fino al
    ginocchio, lungo il tratto poco prima di Porciles.

    E il sole luminoso sull'alto de Montouto, il tripudio lussureggiante
    della vegetazione, alla stessa altitudine del brutale Puerto del Palo.

    Qual è il mistero di questo cammino primitivo, come possono boschi e
    montagne essere ogni giorno tanto diversi fra loro'

    Ma i boschi sfuggono alla memoria, come di sfuggita li ho intravisti
    sempre, alti e tristi quelli di oggi all'uscita di Fonsagrada, alti e
    solenni quelli dei giorni scorsi, salendo là dove le montagne si aprivano.

    E ieri mattina, arrivando dalla Mesa, l'alba che sorgeva sui pascoli
    poco dopo Buspol, pueblo solitario e abbandonato che sovrastava
    l'embalse, così lontano. Ed il nostro ultimo sguardo alla vertiginosa
    voragine verticale che ci separava dal lago, prima di addentrarci nella
    galleria di pini.

    Galleria ancora differente da quella di oggi, dalle tante che ho
    attraversato, vasta quella all'inizio della discesa verso Paradevella,
    il fondo quasi erboso, confusa nella nube galleggiante sopra gli alberi
    più in basso, stretta e soffocante, incapace di dare ombra quella verso
    l'alto di Fontaneira, più scoscesa quella dell'ultimo tratto prima di
    Paradevella, dove un ramo sporgente di rovo mi ha spaccato un labbro.

    E come sfuggono i nomi in questa dimensione ancora lineare e non
    diacronica. Com'è più facile parlare di Sanguesa e Monreal
    nell'Aragonese, che ricordare Pola de Allande, Tineo o Salas.

    E mi sono quasi più familiari gli albergue fetidi di Grandas de Salime e
    Salas, che non ho visto ma che è come conoscessi bene, tanto ne ho
    sentito parlare, che non gli albergue dove ho sostato e quasi non
    ricordo più. E chissà dove sono gli slovacchi. E il bel pomeriggi ozioso
    fra i castagni della Mesa, verde Shangri-la all'ombra delle pale eoliche.

    Devo fare un fascio dei ricordi e delle strade, e lasciarli frollare,
    come quando si salano le melanzane per far spurgare l'amaro.

    C'è tanto amaro, fatica, noia, in questo andare. Ma raccontando, questo
    amaro svanisce e restano la dolcezza del vento, i sentori di stalla, di
    grano, i profumi del bosco.

    *

    La mia ricerca di un ristorante anche stavolta non ha sortito esito
    positivo ' anzi direi che sono scesa sotto il minimo storico. Mi sono
    infatti ritrovata nel bar di oggi pomeriggio a sbocconcellare un panino
    al prosciutto in compagnia del belga, un personaggio triste, con
    un'altrettanto triste indulgenza per l'alcol.

    Mi ha raccontato di essere partito in aprile dal Belgio, ma quale gioia
    potrà esserci nel suo cammino, se alla sera deve stonarsi solitario col
    pesante /tinto/ da pochi soldi che servono nei bar.

    Stasera, mentre io bevevo acqua, lui si è fatto servire un calice di
    rosso denso e forte, e non era il primo, come denunciavano il colorito
    rubizzo, gli occhi lucidi e l'andatura.

    Che senso può avere torturarsi per tre mesi fra fango e pioggia, non
    imparare una parola di spagnolo, e la sera mangiare qualcosa, sempre da
    solo, in una qualche bar squallido' Eppure è sposato, a casa lo aspetta
    la moglie, ed ha già fatto il cammino francese due anni fa, anche allora
    partendo dal Belgio.

    Queste cose mi rattristano. E poi al vino ha aggiunto un liquore ed io
    ero ormai infastidita, gli occhi gli si facevano sempre più lucidi e la
    voce impastata, quando per fortuna è arrivato di corsa Juan Carlos a
    chiamarci, perché il rifugio avrebbe chiuso alle dieci e noi stavamo per
    essere lasciati fuori.

    Così abbiamo corso, e siamo rientrati per un pelo. Ora sono stesa sulla
    branda, l'albergue echeggia di voci e risa mentre la luce si addolcisce.

    Ma resto arrabbiata per la serata buttata via malamente, perché non ho
    cenato, perché non c'erano ristoranti decenti, perché come dice
    Guccini"/per chi è triste di suo / come un limone / già adoperato / fa
    ancora più tristezza / mangiare male"./

    //

    Mangiare. Magari.

    A questo punto, sempre citando il Maestro, mi rimane, /"per rimedio,
    soltanto il dormire"/. E dormire sia.

    *

    19 luglio 2008 Cadavo Balera - Lugo

    *

    Lugo, notte fonda. Giornata faticosa e complicata quella odierna,
    sgradevole quant'altre mai nello svolgimento, ma dall'epilogo piacevole.
    Giornata da fine cammino, a voler ben vedere.

    Ci siamo alzati presto e ci siamo avviati anche oggi immersi nella densa
    nebbia galiziana, anche oggi costeggiando lunghissime baie polari.
    L'avveniristico albergue non aveva il distributore del caffè, solo una
    cucina da rivista di arredamento, peraltro imbrattata da qualcuno che
    ieri aveva cucinato senza pensare a ripulire e dopo una notte l'odore
    era abbastanza rivoltante.

    Appena partita ero già stanca, i piedi non mi rispondevano. Per la prima
    volta da quando ho lasciato Oviedo, la strada si è mantenuta piana
    oppure ondulata, il tratto iniziale era gradevole tutto fra i campi e
    con poco asfalto, eppure io mi sentivo affaticata più del lecito.

    Poco prima di Castroverde siamo entrati in un paese minuscolo,
    Villabade, dominato da una cattedrale sproporzionata rispetto
    all'abitato. Sotto la solita tettoia, una fila di tavolacci di legno era
    tutto quel che restava della sagra terminata la sera prima. Il mio
    stomaco vuoto si è ulteriormente demoralizzato, pensando alla sagra ed
    al profluvio di cibo che doveva aver decorato quei tavoli ormai nudi.

    Solo dopo due ore e mezza di cammino, attorno alle nove, siamo
    finalmente arrivati a Castroverde, dove ci siamo fermati nel primo bar
    aperto per un caffè insieme a tutti gli altri compagni, arrivati alla
    spicciolata poco prima o poco dopo.

    Abbiamo anche scattato qualche foto e siamo ripartiti, ma stavolta il
    caffè non è bastato per farmi riprendere Da allora abbiamo proseguito
    senza soste, fino a Lugo che abbiamo raggiunto alle tre.

  4. #14
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    Sette ore di marcia incessante di cui non ricordo quasi nulla, se non la
    fatica. L'aria era umida, greve, le nuvole basse si mescolavano alla
    nebbia anche a mattinata avanzata. Pascoli, cruceiros, pecore, campi,
    tutto si confondeva.

    I piedi mi sembravano di piombo così ho sostituito le scarpe coi
    sandali, per un po' sono andata po' meglio, ma i piedi continuavano a
    farmi male.

    Quando, secondo le indicazioni, sarebbero mancati a Lugo circa otto km,
    siamo stati buttati sulla carretera, dove l'asfalto mi ha appesantito
    ancora più le gambe. Prevedibilmente, ho inciampato nei miei stessi
    piedi e sono caduta, rotolando sulla strada, mentre le macchine in
    arrivo manovravano per evitarmi.

    Il povero Miguel Angel si è spaventato, ma non c'era niente che si
    potesse fare, se non rialzarsi e ripartire, bisognava andare avanti.

    Poi il cammino ha imboccato un susseguirsi di strade sterrate che
    zigzagavano assurdamente dietro la carretera. L'ultima beffarda
    deviazione mi ha quasi istupidito dalla rabbia: Lugo era ormai a un
    passo, ben visibile di fronte a noi, al termine di un rettilineo
    ondulato, non più di un paio di chilometri; lì, la strada ha
    improvvisamente virato a destra, perdendosi fra stradine che ci
    trascinavano in basso verso il fiume ma allontanandoci dalla città per
    allargare a destra.

    Abbiamo varcato il fiume su un bel ponte di pietra e poi siamo dovuti
    risalire lentamente e faticosamente per la collina, dato che Lugo sorge
    ben alta su un bastione di pietra.

    Una volta in città, ci siamo stancamente diretti verso il centro,
    ignorando bar e ristoranti, fino all'albergue. Gli ultimi gradini per
    accedere al dormitorio sono stati quasi un incubo, mi faceva male tutto,
    ero stanca e indolenzita, persino più del solito. L'ultimo inutile
    desvio aveva allungato il tragitto di oltre due km, portando a 32 km il
    totale della giornata.

    Dopo essermi rinfrescata e sistemata in una branda accanto alla finestra
    ho tentato di riposare, ma invano, quindi sono uscita a gironzolare per
    le strade di Lugo con il pretesto di prendere un regalo a Eva che ormai
    ha deciso di interrompere il cammino e tornare a casa da suo marito.

    Accanto alla cattedrale ' una navata quasi ostruita dal macchinario
    delle statue della processione ' ho trovato un negozietto di souvenir
    dove ho comprato un ditale a forma di civetta con l'emblema di Lugo, una
    cosa non troppo pacchiana ma che potesse ricordare il viaggio.

    Tornando, sono entrata in una pasticceria elegante in una via a lato
    della grande piazza principale ed ho preso una specie di enorme èclair
    alla panna. Mentre camminavo con la faccia affondata nella panna montata
    ho incontrato Eva, le ho dato il regalino e l'ho accompagnata a far
    compere. Abbiamo parlato un po' e mi ha colpito il fatto che lei
    pensasse che io volessi stare con Miguel Angel perché avevo paura a
    rimanere da sola. Così, ferita e imbarazzata per aver dato adito ad una
    siffatta apparenza, per me tanto umiliante, ho tentato di aprire la sua
    teutonica tetragonicità ai miei barocchi arabeschi mentali, cercando di
    spiegarle che il mio problema era esattamente l'opposto: che io subivo
    la compagnia di Miguel Angel come un male necessario o un dovere
    umanitario; che non ne potevo più e volevo a tutti i costi liberarmene,
    adesso che ne avrei avuto finalmente l'occasione senza ferirlo. Non so
    se l'ho convinta, il fatto è che io sono tanto piccolina, ho questo modo
    di fare accondiscendente, se faccio parte di una coppia tendo a
    mimetizzarmi fino a scomparire, e per chi osservi dall'esterno può
    essere facile giungere alle conclusioni sbagliate.

    In fondo anche lei ha interpretato le apparenze in chiave sciovinistica,
    leggendo una femminea paura della solitudine in quello che invece è '
    ahimè ' il disgraziato miscuglio fra utilitarismo ed esasperato senso
    della lealtà. Doti invece generalmente connotate in senso maschile.
    Stemperate, direbbe Luciano Castelli, nella pura pusillanimità.

    Durante il nostro giro abbiamo incontrato la coppia di madrileni e
    insieme siamo andati alla cattedrale, troppo vasta e troppo incassata
    fra le case per stare in una fotografia, dove una signora molto gentile
    ci ha messo il sello e, nonostante l'ora tarda, ci ha fatto visitare la
    sacrestia e convinto l'anziano e restio parroco, a mostrarci il chiostro.

    Nella piazza centrale ampia, luminosa, ricca di alberi, statue, panchine
    e gazebo, un gruppo di /gaiteros/, suonatori in costume con cornamuse,
    fisarmoniche e tamburi mi ha circondato mentre guardavo i libri di una
    bancarella esposti - fotocopie di libri antichi, molto graziosi.
    Continuavano a suonare, danzarmi attorno e cantare: io volevo morire ma
    sapevo che la tortura sarebbe durata due strofe ' li avevo tenuti
    d'occhio mentre facevano lo stesso con altri malcapitati passanti - così
    ho resistito eroicamente, making a stone of my face, per il grande
    divertimento dei miei amici, spagnoli e quindi meno inibiti di me, che
    in quel momento avrei desiderato solo morire in santa pace. Poi abbiamo
    cazzeggiato lungo la passeggiata sopra i bastioni che circondano Lugo,
    unico esempio intatto di cerchia di mura romane, godendo dall'alto la
    vista dei tetti della città vecchia ' alcuni crollati, altri affogati
    nella vegetazione, altri ristrutturati.

    Finito il giro, io sono andata in un ciber cafè poco distante a leggere
    la posta, un posto economico e bello sgrauso in un sottoscala, affollato
    da peruviani che chattavano con gli amici in patria.

    Più tardi mi sono aggregata ad Eva, Juan Carlos e Tomas per bere
    qualcosa in localino lungo la vietta piena di negozi alle spalle
    dell'albergue e poco dopo ci ha raggiunto anche Miguel Angel.

    Finita la birra, abbiamo accompagnato Eva al bus, quindi io, Juan Carlos
    e la coppia di madrileni siamo andati al ristorante che ci aveva
    consigliato l'hospitalero, poco oltre la cerchia dei bastioni. Abbiamo
    mangiato piuttosto bene, io ho preso il polpo poi una bistecca
    buonissima e un flan, e alla fine ci hanno portato anche una specie di
    grappa con cui correggere il caffè. Accanto al ristorante ho notato
    l'insegna di un hostal, sembrava carino ed economico, casomai, dato che
    ormai ho deciso di passare un'altra notte qui a Lugo, domani passo a
    chiedere cosa costa.

    Al ritorno all'albergue, il rituale delle foto e lo scambio di indirizzi.

    Nel posare per la foto, Miguel Angel mi ha abbracciato, sancendo così,
    senza saperlo ma irreparabilmente, la sua definitiva rimozione dalla mia
    esistenza, se mai ci fossero stati dubbi in proposito.

    Domani resto a Lugo, per riposarmi e levarmelo dai piedi, visto che
    durante il cammino di oggi ha colmato la misura. Ora la mia sola paura è
    di non riuscire a sbarazzarmene: lui deve ancora decidere se tornare a
    Saragozza, dove la fidanzata lo aspetta per un'escursione di un paio di
    giorni, o dirigersi verso Santiago. Certo, da me non avrà nessun
    suggerimento.

    Un anno dopo, insomma, la storia si ripete, ora c'è Eva al posto di
    Josè, anzi, anche lei non c'è già più, io ho bisogno di stare per i
    fatti miei e comunque non ho voglia di camminare come oggi, sfinirmi
    come una bestia solo per arrivare a Lugo alle due in punto.

    *

    E' finalmente notte fonda. Nel dormitorio, il ciccione di Barcellona
    russa come un mantice e un lampione mi proietta la luce direttamente
    sulla faccia, ma l'addormentarmi non potrà essere più sgradevole di
    quello della notte scorsa, quando sono tornata di malumore dalla cena
    col belga, con appena un panino al prosciutto nello stomaco. Almeno
    stasera ho cenato bene ed abbondantemente.

    Ho mandato gli auguri di compleanno a Luciano Castelli, il solo pensare
    a lui mi fa sorridere, anche nei giorni di maggior scontentezza. Venti
    luglio, sant'Elia, il santo greco della luce, cristianizzazione del dio
    Helios. Non poteva, lui, il più brillante, luminoso ed effimero dei miei
    amici, che avere un nome di luce e nascere nel giorno dedicato alla luce.

    E' presto, forse neppure mezzanotte, ma lo faccio tanto per occupare il
    tempo, visto che non riesco a dormire con tutto sto casino e la luce
    negli occhi.

    *

    20 luglio 2008. Lugo ' Sarria ' Lugo

    *

    Sveglia alle sei, per così dire, visto che svegliarsi presuppone un
    dormire, mentre io ho letto tutta notte: non che il risibile "/mystery/
    /rosa/" intitolato "/Il Vangelo di Maria Maddalena/" meritasse tanto
    impegno, ma almeno ho sfruttato l'illuminazione stradale.

    Fra le tante attività in cui mi sono prodigata durante questa notte
    insonne, ho mandato un messaggio a Gianfranca, che mi ha confermato di
    avere in programma di arrivare oggi a Sarria attorno alla una. Così ho
    pensato che, se ci sto dentro coi tempi, potrei raggiungerla in autobus
    a Sarria per salutarla e poi rientrare a Lugo in serata.

    Fortunatamente Miguel Angel si è deciso a partire, appena alzato mi ha
    salutato e voleva offrirmi un caffè, ma ho finto di essere
    semiaddormentata: non volevo concedergli alcun pretesto per cambiare i
    piani.

  5. #15
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    Quindi ho osservato gli altri avviarsi uno ad uno, ultimo fra tutti Juan
    Carlos. Mentre mi preparavo, arrotolavo il sacco a pelo e chiudevo lo
    zaino, ho conversato con l'unico rimasto fra tutti i pellegrini, uno
    sfigato italiano che, mi ha spiegato, fa il cammino in autobus ' anzi
    saltabecca in autobus fra i vari cammini ' scroccando negli albergues il
    posto per dormire, tanto nessuno gli chiede niente né gli controlla la
    credencial.

    E, addirittura, costui pretenderebbe di non aver neppure ben capito,
    cosa fosse sto cammino, cosa facessero i pellegrini e sosteneva di
    ignorare il fatto che il diritto a dormire nei rifugi dipendesse proprio
    dal fatto di andare a piedi.

    E faceva a non comprendere il "/fanatismo/" di chi camminasse
    "/davvero/", visto che tanto, sarebbe bastato "/dirlo/" per ottenere il
    diritto a dormire gratis negli albergues. Ho cercato di spiegargli la
    bellezza, il senso, le albe, la fatica, la comunione fra pellegrini. Ma
    le mie parole cadevano nel vuoto del suo perplesso non capire, fino a
    perdere di significato anche alle mie stesse orecchie.

    Verso le otto, lavata e zaino in spalla, sono uscita dall'albergue,
    piuttosto - anzi, molto - contrariata.

    Non mi sembra giusto che l'italiano, e altri come lui, possano
    fottersene bellamente del cammino, girare in autobus con la benedizione
    dell'ente del turismo spagnolo e dormire a gratis nell'albergue, mentre
    io, che ieri mi sono letteralmente ammalata per la stanchezza, benchè
    l'albergue sia mezzo vuoto, non posso restare una notte in più a
    riprendere le forze, dopo essermi sparata tutto il Primitivo.

    Ma tant'è: l'hospitalero, quando gli ho chiesto se potevo rimanere
    un'altra notte, ha fatto orecchie da mercante e - grazie tante! - mi ha
    detto di cercarmi una pensione, precisando che peraltro lui non sapeva
    quale consigliarmi.

    Così ora sono in strada, seduta su una fioriera flagellata dal vento: è
    domenica e tutto è chiuso, in più il tempo, così caldo ieri, si è fatto
    cupo, nuvoloso ed umido. In poche parole, gallego.

    *

    Ho fatto colazione nel bar di fianco alla stazione degli autobus,
    l'unico aperto di tutta Lugo, un posto un po' tristanzuolo, affollato
    dei ragazzi di una squadra di rugby.

    Alla stazione dei bus ho verificato che potevo arrivare a Sarria ed ho
    scritto a Gianfranca per confermarle l'appuntamento per l'una, poi sono
    andata a cercare il ciber di ieri sera, ma era chiuso.

    Lungo la strada ho incontrato un brasiliano secco che mi ha detto di
    aver fatto ieri 60 km da Fonsagrada a Lugo, e che oggi intende andare
    avanti perché sul francese c'è troppo casino. Sarà vero' Chissà.

    Dal canto mio, ancora non so cosa fare.

    *

    Oppure, anche sul prosaico e dimesso Primitivo, sbocciano i miracoli del
    cammino: nella mia ricerca di un hostal economico dove lasciare lo
    zaino, ho fermato una signora, che di alloggi non sapeva nulla ma '
    presumendo che, in quanto pellegrina, avessi a cuore i bisogni
    spirituali più di quelli temporali ' mi ha detto che, in cattedrale,
    nella cappella della Madonna degli occhi grandi, sarebbe iniziata di lì
    a poco la Messa. Così, dato che era presto, e soprattutto dato che mi
    vergognavo a dire alla signora che, in quel momento, più della Messa mi
    premeva un albergo, sono andata con lei.

    E, benché la bassissima lega del mio zelo non meritasse altro se non una
    pioggia di rane o di scarafaggi, una scheggia nel piede o un meteorite
    sulla testa, la mia casuale partecipazione alla Messa è stata
    ricompensata dieci volte tanto: mentre sedevo su una panca accanto alla
    cappella della bellissima Madonna dagli occhi grandi, mi hanno trovata
    Carmen e le ragazze di Barcellona appena arrivate in autobus da Cadavo,
    ed in partenza per Santiago. Insomma quando meno me l'aspettavo mi sono
    riunita proprio alle amiche che avrei voluto incontrare.

    Abbiamo fatto colazione (io, ri-fatto) nella pasticceria buona,
    chiacchierato un po', girato ancora per il centro di Lugo, poi ci siamo
    salutate, io sono venuta alla stazione e ora il pullman è partito verso
    Sarria.

    Ancora devo decidere cosa fare domani, sono tentata dall'idea di
    raggiungere almeno Palas del Rei. A Sarria cercherò di capire quanto
    casino c'è sul Francese, e vedrò di procurarmi una cartina.

    *

    L'autobus corre per colline ondulate e piene di abeti, scuri sotto il
    cielo nuvoloso. Ieri (solo ieri'), mentre arrancavo alla volta di Lugo,
    odiavo tutto del paesaggio galiziano: i viottoli serpeggianti fra
    pascoli e fazzoletti di grano ancora in erba, la campagna deserta, i
    miseri villaggi in granito grigio, le cascine solitarie, la foschia
    autunnale che già gravava sui campi.

    Per il momento, comodamente assisa sul sedile del pullman, ogni cosa mi
    appare invece armoniosa e gradevole e posso persino concedermi un po' di
    ozioso stupore nel considerare quanto la velocità dilati distanze che la
    lentezza sorprendentemente attenua.

    *

    Allora, raduniamo le idee.

    Sono le sei e mi trovo a Lugo nel letto un po' crepitante dell'hostal
    intravisto ieri sera a ridosso delle mura, proprio accanto al ristorante
    dove avevo cenato con Juan Carlos e le ragazze di Barcellona.

    La stanza è poco più di una soffitta con un lucernario, il bagno è
    pulito ma fatiscente e il tutto fa molto "/Sara Grewe reginella
    prigioniera/".

    Fresca reduce dalla deviazione sul francese, mi sento ancora
    scombussolata, per l'aver parlato con tanta gente, per il caldo patito,
    per l'avere ritrovato Gianfranca ed essere ritornata italiana, dopo
    essere stata per tanti giorni spagnola.

    Sono arrivata a Sarria attorno a mezzogiorno. Avevo esaurito il credito
    del telefono e, non potendo più contattare Gianfranca, non potevo fare
    altro che aspettare, sperando di non aver frainteso il luogo
    dell'appuntamento.

    Seduta sui gradini accanto all'albergue municipale guardavo lo
    stillicidio dei pellegrini, alcuni arrivavano in condizioni spaventose,
    zoppicanti, uno si trascinava, letteralmente. Mi sono chiesta come ci si
    potesse ridurre a quel modo su una tappa facile come quella che conduce
    a Sarria. Era come se provenissero da un altro cammino, molto più
    mostruoso di quello che conoscevo io.

    Intanto la gente affluiva senza tregua e poco dopo mezzogiorno il
    rifugio era già pieno. Benché l'affollamento non fosse la calca che mi
    ero figurata, ciò che trovavo disturbante, più della folla, era
    l'abbondanza di infrastrutture ad uso dei pellegrini.

    La fila per registrarsi all'albergue e ottenere il sello si allungava
    già fino in mezzo alla strada quando finalmente Gianfranca è emersa
    dalla salita, stanca e contenta, col suo zaino orgogliosamente avvolto
    nella bandiera dei quattro mori: Ci siamo abbracciate, incredule di
    essere riuscite ad incontrarci, di avere spezzato le pareti di vetro dei
    nostri cammini. Mi sentivo scaraventata in una specie di sogno.

    Siamo entrate nel rifugio municipale ' grande e luminoso, chissà perché
    me lo sono sempre immaginato una specie di tugurio - e lei mi ha
    presentato ai tre compagni che l'avevano preceduta ma che non erano
    riusciti a tenerle un posto.

    Così ci siamo diretti tutti e cinque verso l'albergue privato che
    ricordavo dal mio primo cammino, ora molto più bello, quasi lussuoso. Un
    ingresso ampio, boiserie, fiori, divanetti, una bella ragazza alla
    reception. Questo Francese mi va stretto, ho pensato, troppa eleganza,
    troppe comodità, troppo tutto.

    Abbiamo aspettato che Gianfranca si sistemasse e rinfrescasse, quindi
    siamo andati a bere un sidro nel bar in cima alla scalinata vicino
    all'albergue municipale. Abbiamo chiacchierato e scambiato aneddoti,
    loro erano così entusiasti, così intrisi della mistica del Francese,
    mentre le mie sobrie avventure da Primitivo apparivano scialbe.

    Mentre facevamo ancora due passi per Sarria abbiamo scattato le foto di
    prammatica, poi siamo andati alla stazione dei bus, saluti, baci,
    abbracci, le ultime foto.

    Sono ripartita alle quattro: tutto è durato due ore o poco più, ma è
    stato un episodio importante. Ritrovarsi, incrociare i cammini,
    riannodare due esistenze dall'altra parte del mondo. Un incontro del
    genere dà una consistenza diversa al cammino, lo rende più "/vero/", più
    concreto, più affine alla vita reale. E poi, l'impressione di edificare
    un po' di mitologia: mia, loro.

  6. #16
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    A Lugo fa un freddo porco mentre a Sarria il sole era caldo e luminoso.
    Eppure qui mi sento "/a casa"/: l'idea di partire domani mi elettrizza.
    Comunque sia, ora devo riposare anche se sono già le sei. Fermarsi anche
    un solo giorno ti strania, ed il camino torna qualcosa di bello, di
    intensamente desiderabile.

    *

    Mi trovo in un ristorante fetido, due porte dopo quello di ieri sera,
    che oggi purtroppo è chiuso. Ma, a modo suo, anche questo mi è piaciuto.
    Un salone pieno di vecchi, con due televisori, la padrona, grande,
    grossa e anziana che si prodigava incessantemente per tutti i clienti.

    Ho mangiato un /caldo/ piuttosto buono, una bistecca cosparsa di aglio
    fritto tagliato a fettine sottili, e un flan buonissimo. E mi sono
    riempita lo zaino di tutto il pane che non sono riuscita a mangiare.

    Oviedo-Lugo, le due estremità del cammino, due ristoranti ugualmente
    fetidi, ed in mezzo, io: se devo tirare una riga, qual è il saldo'

    Quanto pesa il cammino sull'anima' Più dei venticinque grammi di cui
    dicono è composta la vita' E mi si è sciolta la benda dagli occhi' O
    sono sempre la medesima, capace di sprofondare nell'infelicità per una
    cena malriuscita'

    Dieci giorni di cammino, che cosa danno' Forse, l'inestimabile dono
    dell'indifferenza.

    *

    Dopo essermi riposata nella mia accogliente stanza-soffitta ho girato
    ancora per il centro antico di Lugo, esplorando le frange più desolate,
    nodi di stradine a ridosso dei bastioni, ancora non toccate dalla
    ristrutturazione, crocevia di case cadenti.

    Ho tentato di infrattarmi nel Circolo delle Arti, un palazzo elegante
    nella piazza principale, dall'ingresso intravedevo saloni e corridoi che
    mi sarebbe piaciuto esplorare, ma il custode inflessibile mi ha
    allontanato subito, e non ha slegato i cani solo perché ho finto di
    essere più scema di quanto non fossi.

    Ma aveva l'aria di essere pronto a farlo se non mi fossi subito tolta di
    torno. Forse ho letto troppi libri sulle torture nelle carceri
    franchiste: vedo un aguzzino in ogni spagnolo con una divisa.

    Ma è questa la sola certezza che offre lo studio della storia: il
    torturatore, l'assassino, il delatore, si annidano dentro ciascuno di
    noi; la guerra, la dittatura, il collasso del sistema, sono solo
    l'occasione che ' talvolta - li fa emergere.

    *

    Finalmente a letto, sono ormai le undici e venti e sono stanca, ma è
    bello guardare la televisione stesa sul letto.

    Uscita dal ristorante mi sono affacciata in un negozietto di fronte ai
    bastioni, aperto nonostante l'ora tarda, ed ho attaccato bottone col
    ragazzo che ci lavorava, col pretesto di chiedere dov'era un ciber. Gli
    ho parlato della Lugo italiana, Lugo di Romagna, la città del ballo
    liscio. Ho scattato una foto alle vecchie stadere ed alla merce
    accatastata poi, seguendo le indicazioni del ragazzo, mi sono diretta al
    ciber "/Futura/", in una traversa poco distante.

    Ho lavorato un paio d'ore, confusa fra ragazzini smanettoni e stranieri
    soli, spendendo ben tre euro. Avrei preferito tornare al ciber dei
    peruviani, meno elegante ma che costava la metà, però avrei dovuto
    tornare in centro e non ne avevo voglia, vista l'ora e soprattutto visto
    il freddo: avevo vagabondato abbastanza ed ero ormai congelata.

    Ora, alleggerita la coscienza, potrò camminare più tranquilla.
    Concentrarsi sul lavoro e scrivere tuttavia è stato molto faticoso, la
    mente si è fatta indisciplinata, divaga, si imbizzarrisce. Terminato di
    lavorare, ho guardato il forum, rispondendo a Gianfranca, a Edo ed a
    Patrizia. Che bella sensazione dà l'essere sul cammino e nello stesso
    tempo poter leggere le notizie degli amici, parlare con loro. Un mondo
    in cui coesistano internet ed il cammino potrebbe persino sembrare
    perfetto.

    Prima di sconnettermi ho cercato gli orari dei pullman ed ho scoperto
    una cosa fantastica ed inquietante: il bus per Oporto parte da Santiago
    alle cinque del pomeriggio, ciò significa che posso ancora farcela, mi
    basta arrivare domani a Palas del Rei e il giorno successivo ad Arzua.
    Di più non oso sperare, neanche voglio pensarci, a Santiago.

    Stasera la prospettiva di ripartire mi sembra ben più reale di quanto
    non mi apparisse oggi, mentre me ne stavo bella fresca col mio zainetto
    leggero sui gradini dell'albergue di Sarria, a guardar arrivare i
    pellegrini.

    Ripartire. Rientrare nel flusso, mescolarsi di nuovo alla corrente.

    Prima di cena ho incontrato i due slovacchi, sono stati simpatici,
    sembrava quasi preferissero rimanere con me a chiacchierare in strada
    che non entrare nel bar a bere l'aperitivo con le amiche bionde e
    carine. Sembra lusinghiero, ma è solo il cammino: si arriva ad un punto
    in cui i vecchi compagni sembrano importanti, anche se, in fondo, si è
    stati assieme appena un paio di giorni. Loro prenderanno la variante per
    il monastero di Friol, non li vedrò più.

    Ora però anche i due slovacchi restano solo un ricordo, mi aspettano tre
    giorni di Galizia e non sarà uno scherzo, anzi: adesso posso ancora
    fantasticare, ma la fatica sarà tutta mia, domani.

    *

    21 luglio 2008. Lugo ' Melide

    *

    Mattina, dovrebbero essere più o meno le sei, ho dormito bene,
    profondamente, e mi sento finalmente riposata. Neppure ora ho la
    sensazione di essere sul punto di ripartire, sarà forse il relax indotto
    dalla stanza solitaria.

    Per ora mi siedo al tavolino e rosicchio il pane sottratto ieri sera al
    ristorante, imbottito con gli ultimi avanzi di membrillo.

    In mancanza del caffè tenterò di godermi la via, chissà se ce la farò.
    Palas del Rei è lontana, 35 km sono lunghi. E poi devo non sbagliare
    strada, quattro cammini si incrociano qui a Lugo. Fortunatamente mi
    trovo già nella direzione giusta per uscire dalla città: ieri sera ho
    verificato che il cammino passa proprio qui accanto.

    Finito il pane, finito il membrillo, non mi resta che mettere calze e
    scarpe, indossare i vari strati di pile e ripartire.

    Ripartire.

    Ieri, incrociare il flusso dei pellegrini, confrontarmi con loro "/da
    esterna/" mi ha permesso di lanciare uno sguardo mezzo dentro e mezzo
    fuori su questo modo di vivere, su certe nozioni acquisite, sull'essere
    "/pellegrini/".

    Il colloquio col babbacchione che viaggia in autobus, lo scontro col suo
    non sapere né voler capire mi aveva stancato, nauseato anche. Spiegare
    il cammino a qualcuno che, pur trovandocisi in mezzo, non riusciva
    nemmeno a vederlo, mi aveva come svuotata. Ad un certo punto le mie
    stesse parole mi sembravano vuote, mi sembrava di ripetere stereotipi
    assimilati da troppo tempo, sentivo nella mia voce gli echi di un
    partito preso vicino a sconfinare nell'insistente fanatismo,

    Così a Sarria mi sono trovata a guardarmi attorno, a cercare di
    individuare ciò di cui avevo tanto parlato. I pellegrini.

    Cosa ho visto' Gente vestita tutta uguale, omologata suo malgrado, che
    si dedicava ai medesimi rituali, col medesimo, sovrapponibile, entusiasmo.

    E' così difficile, forse i livelli sono troppi. Pellegrini: mi
    piacerebbe pensare che, al di là delle liturgie comuni e
    dell'abbigliamento, codificati e insieme necessari, rimanga qualcosa che
    la visione dell'esterno non riesce a penetrare, e che forse persino la
    mia visione dall'interno non sa ancora distinguere. Forse.

    forse no.

    Forse non ci sono neppure quei venticinque grammi.

    Ma ora una campana mi chiama, suonano le sei, devo spogliarmi delle
    vesti segaiole di pseudo-studiosa ed avere il coraggio di tornare
    pellegrina o ' come più esattamente dice Maria Carla ' camminante.

    Perché è tutto qui, forse. O forse no.

    *

  7. #17
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    Sono già le 6.15. Cammino in discesa lungo una via serpeggiante, sento
    il suono dei miei passi, aspiro l'odore della notte. Adoro uscire dalle
    città a quest'ora, mi riporta alla mente gli incontri di Taizè in
    inverno, quelle medesime sensazioni, la città deserta, le rare macchine
    che passano nel silenzio, le strade vuote, un vuoto pieno di echi,
    accogliente, i refoli lievi di legna bruciata sospesi nel profumo freddo
    dell'aria. Ripenso all'uscita da Astorga, quella panetteria già aperta,
    il panettiere nel buio che caricava il furgone di empanadas ancora fumanti.

    La luna splende alta nel cielo, un po' rosicchiata. Era piena, quando si
    levava sopra le colline de la Mesa, la sua stellina accanto, ed io e
    Carmen la contemplavamo nel buio del dormitorio.

    *

    Un prodigio di questa notte magica: un bar aperto, proprio fra l'imbocco
    del ponte e la riva del fiume. E' bello, col bancone di legno e una
    parete affrescata, gli ottoni e la boiserie gli danno un'aria vagamente
    marinaresca. La ragazza mi ha servito il caffelatte accompagnandolo con
    un croissant. Il televisore trasmette le previsioni del tempo: dicono
    che oggi la Spagna sarà una fornace rovente, salvo per qualche nuvola in
    Galizia.

    Non ho più scuse per oziare. Il croissant era buonissimo ed ero tentata
    di fare il bis, ma ho le barrette e devo smetterla con le porcherie.

    Percorro il lungo ponte sul rio Mino, giù in basso si staglia scura
    sulla riva la sagoma dell'hotel a quattro stelle che ieri ero stata
    tentata di scegliere, per le terme, la posizione e i prezzi onesti, ma
    la gita a Sarria ha avuto la meglio, ed è stato giusto così.

    Il primo pilastro che incontro mi dice 101 km a Santiago, tre giorni
    cioè, però oggi il piede fa strane cose e sono preoccupata, è tutto
    troppo bello; non fa neppure freddo, all'ultimo incrocio un
    automobilista mi ha indicato la strada giusta.

    L'alba si leva e sopra Lugo il cielo è color indaco.

    Fra un po' arriverò al bivio per Friol e da allora perderò per sempre
    gli slovacchi.

    In questi momenti la fatica neanche riesco ad immaginarla, tutto è
    piacevole, piano, inebriante.

    Costeggio sulla destra una specie di lido ricavato chiudendo con alcune
    corde le acque del fiume; sull'altro lato della strada sorge una chiesa
    secentesca col suo piccolo cimitero.

    La strada ora sale, allontanandosi dal fiume e da Lugo, nonostante la
    gamba da Primitivo, il fiato mi si accorcia subito. Gli uccelli cantano
    e, attorno alla mia testa, i moscerini, a modo loro cantano anch'essi.

    Devo stare attenta a non sbagliare quando arriverò al bivio. Supero un
    cantiere di villette gialle, verdi e rosa. Dal balcone di una villetta
    in costruzione, una signora si guarda attorno, forse già vede fra i
    calcinacci la casa che sarà.

    Faccio l'ultima e poi smetto, mi dico ad ogni foto, ma ora smetterò
    davvero, devo affrontare un'altra salita e poi ormai è tardi, Lugo si
    allontana, nera contro il cielo rosso dell'alba.

    Già sto sudando, infagottata fra il pile e la felpa, il gelo di ieri è
    solo un ricordo. Non c'è neppure la nebbia, il che è tutto dire, l'altro
    ieri abbiamo camminato nel brodo umido e denso fin oltre le dieci, e a
    Cadavo ieri mattina pioveva, mi hanno detto Carmen e le ragazze.

    Riesco a salire, scrivere e non smarrirmi, che un po' di gambe ste
    Asturie me le abbiano date' Chissà. Certo che oggi e domani mi
    servirebbero.

    *

    Pausa in un bar a Burgo, un locale buio ricavato dal pianterreno di una
    cascina, il biliardo di fronte al bancone, un cane bruttissimo
    accoccolato sullo zerbino all'ingresso.

    Il padrone barbuto, con cui sono persino riuscita a chiacchierare in
    spagnolo, mi ha detto che oggi sono la prima a passare mentre ieri è
    passata una sessantina di pellegrini, fra cui un gruppo di oltre trenta
    persone con l'auto di appoggio. Mi ha chiesto, un po' preoccupato, se
    l'albergue a Lugo era pieno. Questo è il cammino, sfrondato degli
    estetismi e delle leziosaggini di noialtri pellegrini grassocci e
    compiaciuti: per lui e gli altri operatori dell'"/indotto/" il cammino è
    una cosa ben più seria, non un passatempo, bensì il pane quotidiano.

    Oppure, rigiriamo la pizza, e pensiamo con un brivido alle generazioni
    di bottegai che si sono arricchite vendendo sbobba e pagliericci
    pulciosi agli sprovveduti, entusiasti pellegrini. Ma mi sto nuovamente
    crogiolando fra le leziosaggini intellettualistiche.

    Mi ha detto anche che fino a San Roman la strada è quasi tutta asfaltata
    quindi, appena si diradano le nubi, metto i sandali.

    *

    Una nuova pausa, su una panca appoggiata al muro di un casolare
    diroccato, il tempo di cambiare scarpe e calze ed indossare i sandali.
    Mentre riposavo qualche minuto, sbocconcellando finalmente i salatini al
    sesamo offertimi da Alitalia durante il viaggio a Foggia, due ciclisti
    che si godevano il piacevole nastro a saliscendi mi hanno salutato tutti
    allegri.

    Prima e dopo Burgo la pianura era bella e disseminata di alberi
    maestosi, l'orizzonte chiuso dalle onde verdeggianti di rilievi appena
    accennati. Dopo circa un'ora sono entrata in un bosco, un vero bosco
    gallego, coi suoi giochi di luce, il verde scintillio delle foglie, il
    sentiero incassato fra le sponde di pietra e i campi che spuntano appena
    al di là della macchia.

    Ora attraverso un paesino senza nome, le solite case di granito, tetti
    di ardesia chiazzati di muschio, un lavatoio vuoto, aroma di mucche,
    fumo e letame, poi il sentiero riprende a snodarsi fra argini di pietra
    coperti di erba, alberi contorti, edera e felci, costeggiando case
    isolate, orti e campi, fino a che ritorno sull'asfalto e il mojon mi
    dice 89 a Santiago. Altri cartelli si mescolano alle indicazioni del
    cammino confondendo le idee, un itinerario circolare per i ciclisti,
    frecce bianche, frecce azzurre.

    Dietro una curva, oltrepassato un bosco di lecci, mi appare l'abside di
    una chiesa romanica. San Miguel de Bacurin dodicesimo secolo dice il
    cartello. Dall'altro lato un complesso di edifici, l'ingresso sormontato
    da un arco, un palazzo forse, o un monastero. Non posso entrare e mi
    limito a fotografare le strane bestie accucciate in pietra grigia che
    sembrano reggere il tetto dell'abside.

    *

    Sono stesa in un praticello a San Roman de la Retorta, un pugno di case
    poco discoste dalla carretera, reduce da un desvio lungo ignoti e
    serpeggianti viottoli di campagna, attraverso villaggi minuscoli e persi
    fra i campi.

    Da quanto ho capito, poco prima della chiesa di San Miguel avrebbe
    dovuto esserci un bivio, che non ho visto, così ho continuato per la
    piccola strada asfaltata, che ha fatto un'ampia curva e si è inoltrata
    in mezzo alla campagna, senza più ricongiungersi alla carretera ed anzi
    perdendosi completamente fra le colline. Alla fine ho raggiunto una
    frazione di casette seminascoste fra orti di cavoli rigogliosi e
    frutteti, così carino ed armonioso da sembrare un villaggio hobbit. Ho
    chiesto lumi ad una signora che lavorava nel giardino e lei, dopo avermi
    confermato che "/lì si perdono tutti"/, magra consolazione, mi ha fatto
    un lungo discorso a base di fiumi e ponti, che non ho capito per niente.
    Ho chiesto allora conferma ad un passante, ma questi mi ha suggerito la
    direzione opposta a quella indicata dalla signora.

    Ero a Remesil, ignoto villaggio della Galizia, lontano sia dal cammino
    che dalla carretera, o almeno così mi sembrava mentre cercavo invano di
    raggiungere l'uno o l'altra.

    A furia di camminare e chiedere, sono uscita dalla spirale incantata di
    questa arcadia gallega e, dopo aver attraversato un altro villaggio, mi
    sono finalmente ritrovata sulla carretera. In tutto, credo di aver perso
    circa un'ora ed allungato la strada di un paio di km, non di più. Poco
    male, ho scoperto due villaggi graziosi, contemplato molti e molti
    campi, un boschetto ed un fiume.

    Venti minuti dopo essere rientrata sulla carretera, arrivavo a San Roman.

    Ora sono un po' stanca, ed è strano, visto che è solo mezzogiorno.

    Il barista dell'unico ristoro del paese era in una rimessa, occupato a
    travasare il vino, e mi ha detto che riaprirà il bar fra una mezzora.
    Così, sono venuta a stendermi nell'erba e lotto ormai a fatica contro il
    sonno, complici la frescura e la morbidezza del tappeto erboso, forse ho
    bisogno di un altro caffè.

    Mentre vagavo curiosando fra le poche case di San Roman ho intravisto e
    fotografato un'anziana coppia intenta a sgranare le pannocchie nel
    garage, atteggiati in una posa quasi bruegeliana. Ho anche scoperto la
    riproduzione di un bellissimo e gigantesco cippo romano scoperto nelle
    vicinanze, il cui aspetto marcatamente fallico nulla toglie alla
    suggestione delle parole incise.

  8. #18
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    Invece del caffè ho preso un Magnum e, mentre sgranocchiavo la spessa
    crosta di cioccolato, ascoltavo il barista illustrare ad un ciclista la
    strada per Melide. Vedendo il mio interesse, il barista mi ha sfidato ad
    arrivarci, sostenendo che era un'impresa fattibile. Bastava seguire per
    Palas del Rei fino ad un posto chiamato Casa da Ponte, poi prendere per
    Melide.

    Mi sono schermita fingendo femminea debolezza, ma mi crogiolavo
    all'idea. Tuttavia, nel lasciare San Roman, invece di dirigermi a
    sinistra, come avrei dovuto, ho bovinamente proseguito sulla strada
    principale, vittima della mia totale mancanza di senso dell'orientamento
    e soprattutto dell'assenza di una mappa degna di questo nome. Dopo un
    km, e solo grazie alla dritta del solito pietoso automobilista di
    passaggio, mi sono resa conto che mi stavo dirigendo verso il mare, non
    verso Palas del Rei, che era esattamente nella direzione opposta.

    L'inconveniente, non solo mi ha costretto a tornare sui miei passi dopo
    dieci minuti di marcia sull'asfalto bollente, ma soprattutto mi ha fatto
    riflettere sui miei limiti e su quanto fosse insensata l'idea di
    raggiungere Melide.

    Sono quindi ritornata al bivio da cui ero partita, ho imboccato il
    sentiero e rapidamente ho raggiunto il nuovo albergue di San Roman, un
    prefabbricato bianco all'ombra degli alberi, dove l'hospitalero Jorge,
    ben più saggio del barista, mi ha consigliato di arrivare senz'altro a
    Palas del Rei, illustrandomi la strada. Sembra facile, a grandi linee
    sembrerebbe che debba semplicemente andare sempre dritto. Spero di
    ricordarmi ogni cosa, pur senza la cartina, ma i mojones dovrebbero
    aiutarmi.

    Poco oltre il rifugio sono sbucata su una carretera tranquilla, che mi
    ha portato fino ad una frazione dominata da una chiesina antica,
    l'architrave di pietra inciso da segni arcaici e stilizzati, poi il
    cammino si è di nuovo inoltrato fra prati e campi di mais ancora in erba.

    Ed ora la carretera prosegue, dolce e ondulata all'ombra degli alberi. A
    Palas del Rei mancano ancora 18 km, circa quattro ore di cammino: come
    minimo arriverò alle cinque, quando non ci sarà più un buco libero
    all'albergue.

    Però non me preoccupo, questi boschi profumano di pino, mentre
    stamattina, quando mi ero persa, l'aria era intrisa dell'aroma dei fiori
    di castagno. E tutto attorno è bellissimo, colline lunghe e basse di
    boschi e pascoli, qua e là interrotti da campi di grano punteggiati di
    covoni quadrati.

    Camminando, mi sono messa a fare un sudoku e ho perso la nozione del
    tempo, fino a che la strada non si è mutata in un sentiero campestre ed
    è sbucato in un bosco di pini appena piantati, per poi scivolare di
    nuovo in mezzo alla campagna, una pista di terra e sassi, cosparsa di
    fieno appena falciato. Ora sono nel cuore della campagna, mezza di
    boscaglia e mezza di campi, fra cui ogni tanto fanno capolino minuscole
    frazioni o cascine col loro fienile e un casottino.

    Poco fa mi è passato accanto uno di quei furgoni che girano vendendo
    cibo e oggetti: di lontano lo sento suonare il clacson in prossimità
    delle case isolate, per avvertire le massaie, che escono col borsellino
    in mano e la lista pronta.

    Il sentiero è di nuovo di asfalto, e si dipana in blandi saliscendi.

    *

    Sono le tre, secondo i miei calcoli mancano ancora circa 11 km, è tempo
    di fare una pausa.

    Dopo aver lasciato l'asfalto all'altezza di Xende il cammino si è perso
    fra i campi, unico segno una minuscola freccia di plastica gialla
    inchiodata ad uno steccato e la traccia lasciata da chi ha calpestato
    l'erba prima di me. Mi sono fermata in questa bella pineta ed ho posato
    lo zaino, per stendermi dieci minuti sul tappeto di aghi. Un vento
    fresco fa ondeggiare l'erba e le cime dei pini. Il solo rumore è quello
    del vento fra gli alberi, un suono diverso a seconda degli alberi
    attorno cui turbina.

    Mancano almeno due ore, i piedi mi fanno un po' male, ma è meglio
    alzarsi. E poi, se ripenso ai pellegrini che ho visto trascinarsi ieri a
    Sarria, queste sono sciocchezze.

    Riprendo, spero di non sbagliare ancora, tutte queste freccette di
    plastica collocate così male non mi tranquillizzano affatto.

    *

    A raccontarlo, non sembra possibile, eppure ora sono a Melide, davanti
    ad un piattone di lomo (ma vah') con patate.

    Per quanto ci ripensi, ancora non riesco a capire dove ho sbagliato, so
    solo che, semplicemente, dopo aver attraversato pueblo dopo pueblo,
    bosco dopo bosco, Palas del Rei non dava segno, non dico di avvicinarsi,
    ma nemmeno di esistere.

    Forse la confusione è nata a Xende, quando stavo seguendo un pilastro,
    ma poco lontano una freccia indicava la direzione opposta, e da lontano
    una signora mi ha fatto segno di no, così mi sono addentrata nel paese
    ed ho ritrovato il mojon, però in una posizione strana, puntata verso
    l'interno, verso i campi e non verso la carretera. Allora mi sono
    portata sulla carretera fino all'indicazione per Palas del Rei, ma non
    ero convinta.

    Così ho preferito fidarmi delle indicazioni del mojon e tornare sui
    sentieri, senza nutrire il minimo dubbio, anche perché ero convinta '
    immagino erroneamente - che solo i mojones conducessero a Palas del Rei.

    Cercando di far combaciare quelle informazioni contrastanti, e dato che
    poco prima, uscendo da Xende ero passata accanto ad un letamaio, ho
    pensato che la signora volesse impedirmi di finire in mezzo al concime.

    Poco dopo ho raggiunto Casa da Ponte, l'agriturismo che il barista mi
    aveva dato come punto di riferimento per la strada di Melide, ma non
    ricordavo bene cosa mi avesse detto in proposito, e senza una cartina
    non ero in grado di fare il punto. Oltretutto il Primitivo era
    tecnicamente terminato e con esso le istruzioni dei miei preziosi fogli
    di Mundicamino. Insomma, ero priva di qualsiasi riferimento, né potevo
    confidare nel mio senso dell'orientamento, dote di cui sono sprovvista
    quant'altri mai.

    E comunque, senza una cartina, anche Fritjof Nansen e il maggiore Rogers
    si sarebbero smarriti fra quei boschetti sempre identici.

    Poco dopo, sempre procedendo per stradine tranquille, sinuose e anonime,
    ho toccato Ponte Ferriera e poi Seixas, nomi del tutto sconosciuti;
    tuttavia continuavano ad ingannarmi la costante presenza dei mojones e
    il fatto che la distanza da Santiago fosse coerente con i chilometri
    percorsi.

    Intanto però, pueblo dopo pueblo, mi sembrava di non arrivare da nessuna
    parte, ed avevo tanta sete. Superato Seixas, dove mi ero riposata
    all'ombra di un cimitero, stavo per infilarmi dalla carretera in un
    sentiero stretto ed erboso, quando una donna dall'aria ritardata e con
    un solo dente mi aveva detto, guarda che per di qua si va a Melide, per
    Palas del Rei devi restare sulla carretera, e ti mancano ancora 9 km.

    Non le avevo dato retta, visto che, secondo i miei calcoli balordi, a
    Palas del Rei avrebbero dovuto mancare solo 3 km. Quindi piuttosto che
    mettere in discussione le tenebre della mia ignoranza, avevo preferito
    disprezzare la poveretta, ritenendola una mentecatta che non sapeva
    distinguere Melide da Palas del Rei.

    Grave errore.

    Fra le due, non era certo lei la mentecatta.

    Il sentiero è presto divenuto uno sterrato ed ha preso ad arrampicarsi,
    facendosi sempre più dissestato man mano che si inoltrava in una fitta
    foresta di pini.

    Quando sono emersa dal folto degli alberi ho visto che stavo salendo
    verso un Alto disabitato ' laddove Palas del Rei avrebbe dovuto essere
    da un bel pezzo bene in vista - e mi sono improvvisamente resa conto che
    tutto il mio itinerario coincideva con quello descritto dal barista di
    San Roman.

    Le tenebre si sono squarciate ed ho realizzato che alla meta non
    mancavano gli agognati 2 km, ma che stavo decisamente andando in
    direzione di Melide, ciò che avrebbe implicato almeno altri 14 km di
    cammino. Ancora tre o quattro ore, cioè.

    A quel punto ero in ballo, non potevo che andare avanti.

    La strada è salita ancora, bellissima come negli alti delle Asturie,
    serpeggiante fra l'erica. Mi trovavo ormai lungo il crinale, bordeggiato
    da cespugli di felce, erica e ontani, tutto attorno le montagne erano
    nude ed ispide, con riflessi violacei, sembrava un altopiano
    dell'Himalaia: ero sulla Sierra do Carreon, popolata solo da radi pini
    piegati dal vento. La gamba mi faceva male e la sete mi tormentava ma,
    galvanizzata dalla scoperta, ho proseguito senza intaccare la preziosa
    riserva d'acqua, preoccupata solo di perdere la traccia dei mojones: da
    quando avevo lasciato l'asfalto temevo di smarrirmi, ben conscia del
    fatto che non sarei stata in grado di orientarmi fra quelle pinete
    disabitate, intersecate da sentieri apparentemente tutti uguali.

    Dall'alto le vedevo, annidate fra le pieghe delle montagne, macchie di
    un verde brillante, smeraldino. Ancora più lontano, un susseguirsi di
    valli boscose e quasi sull'orizzonte, l'ampia chiazza grigia della
    città. Melide.

    Terminato il lungo tratto in costa, il sentiero si è inclinato verso il
    basso ed ho finalmente scorto una strada e alcune costruzioni, ero al
    paese di Hospital.

  9. #19
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    Sul ciglio della carretera al limitare dell'abitato sorgeva una casetta
    di pietra, come quella di Hansel e Gretel, con un furgone colorato
    parcheggiato accanto. Mi sono avvicinata per chiedere informazioni ed un
    po' d'acqua e mi ha accolto una ragazza dagli abiti variopinti, Pili,
    che mi ha offerto dato una caraffa piena d'acqua - ma ne ho vuotate tre
    prima di riuscire a smettere - e mi ha confermato che a Melide mancavano
    ancora 12 km.

    Mentre mi riposavo all'interno della casetta, Pili mi ha spiegato di
    essere una reduce di San Bol. Come tanti, se ne è andata dopo
    l'epurazione che ha cambiato completamente il volto del più hippy fra
    gli albergues del cammino.

    San Bol era fastidiosa, perché non si adeguava al rigido perbenismo che,
    nonostante le apparenze, informa di sé il cammino. Troppo fumo, troppi
    ladruncoli, troppa gente difficile da controllare. Così, una bella mano
    di bianco sui murales anticlericali, una nuova brigata di hospitaleri, e
    via.

    Del resto il controllo è il prezzo che si paga per poter fare il cammino
    in piena tranquillità e sicurezza, inutile nascondersi dietro ribellismi
    d'accatto, che ' anch'essi - col cammino non hanno niente a che vedere.
    In fondo, il cammino non è che il villaggio vacanze più lungo del mondo.

    Conclusa l'avventura di San Bol e contemporaneamente abbandonata dal
    fidanzato, l'indomita Pili ha lasciato il lavoro che aveva a Burgos,
    investendo tutti i risparmi per comprare il furgone e la casetta, che ha
    ristrutturato da sola impiegandoci un anno intero e dormendo nel
    frattempo nel furgone.

    Ora ci vive sola tutto l'anno ' compresi i freddissimi inverni '
    protetta solo dalla stufa di ghisa,e si mantiene facendo lavoretti in
    pelle e stoffa che poi vende ai mercati, con l'unica compagnia di cinque
    cagnolini. Ha attrezzato la sua casetta ad albergue ed ospita gli amici
    i rari pellegrini di passaggio dal Primitivo e diretti a Melide.

    Il posto, dallo psichedelico nome di Menthal Hospital, effettivamente
    sembrava una replica in sedicesimo di San Bol, coi cani che si
    arrampicavano dappertutto e non si facevano scrupolo di fare pipì anche
    dentro il rifugio. La casa, con una sola finestrella quadrata, era
    composta di due ambienti contigui, strapieni di roba, in uno aveva
    approntato una sorta di dormitorio con alcuni materassi stesi su un
    soppalco di legno, nell'altro c'erano la stufa, il divano su cui ci
    siamo sedute e qualche scansia, oltre ad un cucinino ed allo scrittoio.
    Che differenza col posticino lucido, profumato di legno e vernice
    dell'ex taxista madrileno a Bodenaya. Eppure spogliate delle apparenze,
    le scelte di vita, sono simili. Entrambi, Pili ed Alex, hanno venduto
    tutto ciò che avevano per dedicarsi' A cosa'

    Dopo essermi riposata una mezz'ora, sono fuggita, declinando l'offerta
    di ospitarmi per la notte: anche se non ci fosse stata la tremenda puzza
    di cane che infestava il rifugio, ero ben intenzionata a compiere
    l'impresa dentro cui ero involontariamente finita.

    Così, mentre il pomeriggio declinava, ho attraversato le poche e antiche
    case di Hospital ed ho iniziato la discesa alla volta di Melide, prima
    per un rado bosco di pini e pale eoliche percossi dal vento, poi
    alternando asfalto, pietraie, sentieri ispidi e gallerie di erba che
    scendevano dritte e chiuse come tubi di toboga.

    Un'ora dopo ero a Vilouriz, un agglomerato di cascine dove ho incrociato
    una ragazza scarmigliata che litigava furiosamente con un camionista
    perché ostruiva il passaggio della piccola mandria che stava
    riconducendo alla stalla.

    A mezz'ora di cammino, Vilamor, il pueblo seguente, era già più civile:
    abitazioni di pietra, un cruceiro, una bella fonte fredda e due
    chiacchiere scambiate con due simpatiche signore in villeggiatura coi
    nipotini. All'uscita di Vilamor c'era un bar dall'aria allettante '
    aveva persino i tavolini all'aperto - ma ho resistito: volevo arrivare
    prima del buio e soprattutto temevo che, se mi fossi fermata, sarei
    crollata.

    Così ho continuato la discesa sull'asfalto di uno stradone quasi
    interminabile fra campi aridi e sono sbucata sulla carretera solo alle
    porte della città.

    Ero a Melide alle otto e tre quarti. Raggiunto l'abitato, ho chiesto
    qualche informazione ed il padrone di un negozio mi ha suggerito una
    pensione poco distante.

    Erano ormai le nove, neanche pensarci di tentare la sorte all'albergue
    municipale. Camminavo dalle sei del mattino, quasi quindici ore cioè,
    l'idea di perdere un'ora all'albergue per poi dovermi arrabattare
    ugualmente a trovare un alloggio mi faceva orrore.

    Ho raggiunto la pensione e non sono riuscita a trattenermi, ho
    immediatamente spiegato al padrone che arrivavo da Lugo. Nel locale si è
    fatto silenzio e poi tutti hanno iniziato a complimentarsi, increduli.

    Un momento di gloria di rara intensità.

    *

    Ora sono nella mia stanza, molto soddisfatta perché questa pensione è
    pulita e bellissima, e pago solo 20 euro oltre a sette per la cena.

    Dopo aver cenato, sono andata all'albergue, che ho trovato sporco e
    affollato proprio come ricordavo. Non sono riuscita a farmi timbrare la
    credenziale dato che l'hospitalera era già andata via, però ho trovato
    un internet cafè che faceva un buonissimo the alla cannella, ed ho
    scritto un po' mentre bevevo qualcosa di caldo e confortevole.

    Ora mi fa male tutto, piedi, gambe, persino i fianchi.

    Non so come farò domani ad arrivare ad Arca o a Santa Irene. Ho puntato
    la sveglia alle sei, è già mezzanotte, ma non potevo andare subito a
    dormire: avevo bisogno di svagarmi un po'.

    Solo che ormai sono ubriaca di stanchezza e devo dormire, nonostante mi
    piaccia guardare questa simpatica televisione stando stesa nel letto.

    Le foto che ho fatto spero che renderanno più di queste righe scritte
    ormai mezzo perduta nel sonno.

    Credo di aver fatto almeno 52 o 54 km, compresi i desvii, gli errori, le
    gimcane. E per tutta questa strada non ho mai incontrato neanche un
    pellegrino, sino a stasera.

    Se fossimo in un mito greco, mi addormenterei ora, all'acme della
    gloria, per non svegliarmi più.

    Chissà, magari'

    _ *

    22 luglio 2008

    *_

    Sono le 6.25, ho dormito come un sasso, le gambe sembrano a posto anche
    se indolenzite, è ora di ripartire, l'albergo già risuona delle voci di
    quelli che sono pronti ad avviarsi.

    Le calze che indossavo ieri sono inutilizzabili, troppo sporche e
    impolverate, anche l'altro paio necessita di una lavata, ma ieri sera
    era troppo tardi. Ho indossato la camicia verde comprata a Oviedo, dato
    che le due magliette di decathlon sono ormai bombe batteriologiche: se
    non trovo il tempo di lavare qualcosa, non avrò più nulla che possa
    essere indossato senza rischiare un TSO.

    Ma è così per tutti quelli che arrivano fino qui, cinque anni fa ero
    ridotta anche peggio.

    Inutile indugiare, ho molta strada da fare.

    Un bar aperto ' è il Francese, bellezza! - colazione con un croissant
    buono, anche se non quanto quello di Salas.

    Al bar incontro la famiglia che ieri stava cenando alla pensione quando
    sono arrivata e davanti a me il bambino ha chiesto alla mamma se, da
    grande, anche lui avrebbe potuto camminare quanto me.

    Allora io, sentendomi molto Walker Texas Ranger, gli ho detto, no vedrai
    che tu da grande farai molto di più di me (e intanto pensavo: naahhh,
    non ce la farai MAI, moccioso!).

    Uscendo da Melide sono passata a dare un'occhiata alla chiesa, che non
    avevo mai visto, e lì ho incontrato un ragazzo brasiliano. Abbiamo
    scambiato qualche parola ed abbiamo iniziato a camminare assieme.

    Anche lui galoppava bene ed in poco tempo siamo arrivati ad Arzua,
    lasciando indietro svariate decine di pellegrini. La campagna era bella,
    e forse più complessa di quella che avevo visto sinora. E sul limitare
    dei campi di orzo o granoturco ancora in erba le macchie di eucalipti
    sottili e folti si mescolavano ad alberi di ogni genere, come in un
    giardino botanico. Però non era quello che volevo e mi sentivo sempre
    più frustrata. Ad Arzua ero già stanchissima, tre ore di marcia senza
    fermarmi o levare le scarpe: ma non era quello, era il fatto di
    ritrovarmi nella medesima situazione di tre giorni fa. Questo ragazzo '
    Laerte - è più simpatico ed interessante di Miguel Angel, ma ugualmente
    sono fuggita, inventandomi un pretesto qualsiasi.

    Ora sto cazzeggiando per Arzua, ancora gremita di pellegrini, benchè sia
    piuttosto tardi.

    Ho reso omaggio al monumento al sindaco martire di Arzua, Juan Manuel
    Vidal Garcia, ucciso nel 1936, ho curiosato fra le bancarelle di una
    fiera dell'artigianato, gli oggetti esposti sono troppo pesanti, certo
    non sono destinati ai pellegrini. I soliti formaggi nei negozi lungo la
    via principale, una puntata ad un supermercato in una viuzza laterale,
    ma anche le forme più piccole pesano troppo ' e poi non è che il queso
    de Arzua sia sto granché, qualsiasi toma biellese appena stagionata gli
    farebbe mangiare la polvere. Oddio che immagine cretina.

  10. #20
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    Nonostante la fuga, continuo a sentirmi delusa e insoddisfatta: questo
    francese è la scimmia di ciò che ricordo. Lungo la strada tutto mi
    sembrava artefatto, e non bastavano le salite a rendere più /reale/
    questo cammino. Provo costantemente la sensazione di trovarmi su una
    pista in tartan, ed anche Laerte, reduce dall'aragonese ' quasi quaranta
    giorni di cammino, compresi tre giorni di sosta a Mansilla per una
    brutta faringite ' mi ha confidato le stesse impressioni.

    I paesaggi sono quelli del cammino d'autunno di tre anni fa eppure, allo
    stesso tempo, sembrano la loro riproduzione californiana.

    Sciocco confessare la delusione provata nel bosco alle porte di Melide,
    che non era né maestoso, né vicino alla città come lo ricordavo e che
    soprattutto terminava subito, mentre allora mi pareva di aver camminato
    per ore alla luce della torcia, facendomi largo fra le ombre degli
    eucalipti.

    E il lago, che avevo guadato al buio, in compagnia del cane che in quei
    giorni mi seguiva, si è rivelato così vicino, mentre nella memoria
    l'avevo situato nel cuore più remoto della foresta.

    E il rifugio di Ribadiso oggi mi è parso un posto trascurato e
    squallido, non il fugace paradiso fluviale di tre anni fa.

    Il colmo del fastidio però l'ho provato qui ad Arzua nel trovare un
    nutrito gruppo di rumorosi italiani che poltriva al bar, ostentando le
    magliette /"Assisi-Santiago"/. Certo, per lenire il disappunto è bastato
    "/evadere/" dal cammino e tornare sulla strada principale, visto che
    adesso le frecce deviano la mandria dei pellegrini verso la parte
    posteriore del paese.

    Ho trovato questo bel bar, dagli interni in legno ed il pavimento a
    piastrelle bianche e nere (506 ' Arzua), un po' hopperiano.

    Ora, tolte di soppiatto calze e scarpe, ho preso un cafè con leche ed un
    dolcino. Sono le dieci e tre quarti, mi trovo ad Arzua da quasi un'ora e
    mezza, forse sarebbe ora di smettere di gingillarmi, ma avevo bisogno di
    spezzare, mi sentivo così stufa di questo andare ottuso, di questo
    gettarsi passivamente nella corrente, di sentirmi una foglia trascinata
    da forze che non so dominare.

    *

    Sono uscita da Arzua per uno sterrato, alternando filari alberati a
    campi di grano maturo che ondeggiavano alla brezza (511 - 512 ' Verso
    Santa Irene).

    La giornata si è fatta favolosa, il sole splende, l'aria profuma di
    eucalipto, le foglie del fico sembrano riflettere tutto lo splendore del
    sole, ma ora il sentiero si inabissa dolcemente all'ombra di una
    galleria di cerri e querce spezzata ogni tanto da una radura (516 '
    Verso Santa Irene).

    //

    /Sono/ /solo, solo il suono del mio passo/ direbbe la PFM, ma sono anche
    il canto degli uccelli, il rombo lontano delle auto ed il fruscio delle
    foglie nel vento.

    Una contadina tira il filo di una staccionata in un campo: se non fosse
    che dietro di me erano già in cento e davanti chissà quanti, ogni cosa
    parrebbe intera.

    Ma per molti questo è già abbastanza ed è bellissimo.

    Mezzogiorno, l'ora migliore per camminare all'ombra, per muoversi mentre
    gli altri si lasciano cadere nei prati, ora il sentiero è ricoperto
    dalle lunghe foglie degli immensi eucalipti e l'aria ne riprende il
    profumo.

    Mancano 32 km a Santiago, cioè 13 ad Arca, e forse 3 a Santa Irene. Sto
    volando, non c'è dubbio.

    Non so da quanto tempo sto attraversando questo bosco di eucalipti, ma
    la lunghezza interminabile ne accentua il fascino, assaporo ogni metro
    di questa meravigliosa galleria serpeggiante, solcata da incroci e piste
    che si perdono nel folto. Nelle radure si avvicendano le frazioni,
    ciascuna col suo nome e il cartello col simbolo del pellegrino, ben
    diverse dai paesini senza nome incontrati ieri; poi il bosco riprende,
    più rado.

    Oggi ho le ali ai piedi, salire e scendere non mi pesa, spero solo di
    arrivare a Santa Irene e trovare posto per dormire nel bosco, vorrei
    anche farmi un sacchetto pieno di bottoni di eucalipto.

    E poi spero di ritrovare la bella strada percorsa con Muriel, l'altro
    autunno. Quante cose vorrei.

    *

    Salceda, il bar dove l'altra volta mi ero fermata con Muriel, ma tre
    anni fa anche questo tratto di strada mi era parso tanto più bello. Fa
    molto caldo, persino la bandana è surriscaldata, eppure la bagno ogni
    volta che posso.

    Le gallerie alberate sono sempre più calde, ora costeggiano i campi in
    lieve salita, ci avviciniamo all'alto di Santa Irene, che ' è ufficiale
    ' da qui dista circa 3 km.

    Avevo oltrepassato due bar accoglienti con un bel bersò, ma erano pieni
    di italiani e ho lasciato perdere.

    Non so se fermarmi a Santa Irene o proseguire fino ad Arca, deciderò
    quando sarò arrivata. Però i piedi iniziano a dolere e mi accorgo che
    sto forzando l'andatura: questo cammino francese non mi fa bene, non
    credo che reggerei fino ad Arca, ma tutta questa gente attorno mi
    infastidisce, mi fa venir voglia di fuggire.

    Ho preso una /Aquarius/ per ripristinare i sali eccetera ' in realtà mi
    fa ripensare a Josè - e me l'hanno servita in un bicchiere gelato,
    appannato dalla condensa.

    Ho superato mandrie di mucche e contadini al lavoro, ho persino
    intravisto uno scoiattolo, senza riuscire a fotografarlo, come l'altro
    giorno il capriolo.

    In questo bar l'aria è fresca e si sta bene, la musica diffusa è
    piacevole ed il clima è rilassato, ma è ora di andare.

    Oziare è nocivo, mi prenderò un gelato, come quando passai di qui cinque
    anni fa, durante il mio primo cammino, con la differenza che quel giorno
    ero anche mezza sbronza di aulin, di birra e di calore, e ricordo di
    aver divorato il Magnum in due bocconi, senza nemmeno sentire il sapore.
    Quanti gesti ripeto, nel tentativo di evocare cose passate. Il filo
    passa e ripassa sull'arazzo, nel tentativo di fissare le immagini.

    *

    Tre e venti, sdraiata nell'ultimo letto del rifugio di Santa Irene,
    estremo campo base gremito di tedeschi rumorosi. Però ho potuto farmi
    una doccia e lavare le calze. Ho anche ritrovato il brasiliano, che
    dormiva della grossa sprofondato nella branda.

    Sono arrivata presto e sarei riuscita a raggiungere agevolmente Arca, ma
    qui c'era posto, mentre ad Arca non so.

    E poi oggi fa molto caldo: ho patito gli ultimi chilometri accanto alla
    carretera, percorsi al passo esasperato di chi sta spendendo le ultime
    energie mentali, mentre le ginocchia lanciavano segnali inquietanti.
    Insomma, per una volta ho fatto una scelta saggia.

    E poi con Santa Irene avevo un conto aperto, e la vita, che a volte è
    clemente anche con chi non se lo merita, come la sottoscritta, può
    persino concedere il /bis/.

    L'ultima notte nel mio primo cammino l'avevo passata a Santa Irene,
    guastata da una vicenda familiare che aveva ammorbato irreparabilmente
    la bellezza del bosco e della notte, intridendo di angoscia la gioia
    dell'essere alle porte di Santiago e mescolandosi per sempre, come acqua
    fetida, al ricordo limpido di quel cammino.

    Ed ora rieccomi, cinque anni dopo, ancora a Santa Irene. E stavolta non
    lo permetterò.

    Vorrei provare a dormire un po'. Ammesso che ci riesca, visto che, a
    poche brande di distanza, un idiota di tedesco conciona da mezzora una
    tizia con voce stentorea.

    Anche se molti dei pregiudizi in cui è bello crogiolarsi mentre si fanno
    gli altri cammini sono esagerati o fasulli, una cosa brutta ma
    invariabilmente vera degli ultimi giorni in Galizia è il non riconoscere
    mai nessuno: i visi noti del Primitivo si sono persi e questi arrivano
    tutti dal francese. Così anche l'aver ritrovato il brasiliano,
    conosciuto solo stamattina, mi è sembrata una fortuna rara.

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